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Full text of "Rassegna bibliografica dell'arte italiana"

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DELL’ ARTE ITALIANA 



DIRETTA 



dal Prof. Egidio Calzini 





ANNO VIL — 1904 




ASCOLI PICENO 
Premiata Tip. Economica 



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INDICE DEGLI SCRITTI 



lìleiiiorie c articoli. 

U. Nomi Pesciolini, Il pittore Vincenzo Tamagni e le sue opere, p. 1-10. 

E. Calzini, La Raccolta Duranti in Montefortino, p. 10-17. 

E. ScATASSA, La Cappella ducale nella chiesa di San Francesco in Urbino, 
p. 17-23. 

E. Calzini, A Monteprandone e ad Acquasanta (Note d’ arte), quadri di scuo- 
la crivellesca, p. Gl 69. 

C. Grigioni, La Cappella in onore di S. Carlo nella cattedrale di Ripatran- 
sone ed un quadro ignorato del Guercino, p. 69-80. 

A. CiGNOLi, Due opere d’ arte a Porcina (Comune di Montalto Marche), 

p. 80-86. 

C. J. Cavallixxt, Andrea del Sarto (L’uomo), p. 117-122, 173-179. 

C. Grigioni, L’Esposizione dell’antica arte senese, p. 122-132. 

R. Peruzzi de’ Medici, Il ferro battuto nella decorazione architettonica in 
Firenze, p. 132-137. 

E. Calzini, Un’ancona di Cola d’ Amatrice del 1517, p. 138-140. 

— Intorno alla chiesa di S. Francesco in Fermo, p. 180-188. 

G. Mazzatinti, a proposito dell’affresco di Ottaviano Nelli nella chiesa di 
S. Agostino a Gubbio, p. 188-190. 

Kcceiii^ioiiì. 

Adolfo Venturi, Storia ddV Arte Italiana — Voi. III. U Arte liomanica — 
Ulrico Hoepli, editore — Milano, 1904 (E. Calzini), p. 28 30. 

Guido Menasci, U Arte Italiana — Remo Sandron-Editore — Palermo, 1904 
(Attilio Fraschetti), p. 30-31. 

Albertina Furno, La Vita e te rime di Angiolo Pyronzino. — Pistoia, Lit. 

Tip. G. Fiori, 1902 (M. Morici), p. 31. 

Emile Bertaux, IA Arte dans V Italie Méridionale — De la fin de V Empire 
Rumain à la Conquete de Chaìies d’ Anjoii — Tome premier — Ouvrage 
accompagne de 404 Figures dans le texte, 38 Planches hors texte en 
Fhototypie et deux Tableaux synoptiques — Voi. in 4 grande di pp. 
XIV-835. — Paris Albert Fontemoing, 1904 (E. Calzini), p. 90-92. 
Odoardo H. Giglioli, Pistoia nelle sue opere d! arte — Con prefazione di 
Alessandro ^Chiappelli. — 42 illustr. — Firenze, P. Lumachi, 1904 
(E. C.) p. 92-93. 

Emilio Anderloni, Opere e vita di' Pietro Anderloni — Note ed appunti — 
Milano, Stab.. G. Mediano e C., 1903 (E. Calzini), 149-151. 



IV 



INDICE DEGLI SCRITTI 



E. Maitceri, Siracum — Monografie Siciliane — Voi. in con molte illustr. 
— Palermo, G. Pedone Lanriel Editore, 1904 (E. Calziniì, p. 151-152. 

Avv. Pietro Gianuizzi. Le jntture di Luca Hignorelli in Loreto — Cortona, 
Tipografia Sociale, 1903 '"^E. Calzini), p. 203. 

Francesco Malaguzzi Valeri, Giov. Antonio Amadeo scultore e architetto 
Lombardo — (^1443-1522; — con 364 illiistraz. da fotografie inedite — 
Bergamo, Istituto Italiano d’ Arti grafiche, Editore, 1904 (E. Calzini), 
p. 203-204. 

IIicci PROF. DOTI. Serafino, Manuale di Archeologia e Storia delV Arte greca 
— 3''^ edizione di pp. XLVIII-270. interamente rifatta sulla 2.^'^ del pi óf. 
I. Gentile — con 215 tavole aggiunte e inserite nel testo e un atlante 
complementare di 149 tavole. — Milano, U. Hoepli, Editore, 1905 i H. e 
C.), p. 204-205. 

]>oeiiiiieiiti 

relativi a numerosi rami (circa <S0) che lavorarono in Urbino nel secolo XV 
e nel Cinquecento, p. 24-27; ad Zhi orefice forlivese del secolo A'U (Mae- 
stro Bartholomeo di Maestro Pace), p. 87; agli Arredi nel tempio Mala- 
testiano nel 1416, p. 88-89; a Giovanni^BelUni, p. 90; ad artisti che lavo- 
ravano in Urbino nei secoli ATU, AF, A'TY e AF/I, p. 141-148, 196-202; 
a Fra Ambrogio della Robbia, p. 192-196 ^pubblicati dai signori : E. Sca- 
tassa, G. Mazzatinti, M. Morici e A. Anseimi). 

Ch»muiiica%ìoiiì. 

E. Calzini : Per Melozzo da Forlì, p. 190-191. 

Bibliografìa: pp. 32-57, 93-114, 152-169, 205-222. 

Annunzi e Notizie: pp. 58-60, 114-116, 170-172, 223-224. 



ANNO VII. 



Ascoli Piceno, 1904. 



N. 1-3. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

DELL’ ARTE ITALIANA 

Abbonamento annuo | j,, gg^gpg ’ ' ’ j j Un num. separato Cent. 50 

SO]VHViHt?lO : U. Nomi-Pesciolini. Il pittore Vincenzo l'amagni e le sue opere. — E. Calzini. La rac- 
colta Duranti in Montefortino. — E. ScATASSA. La cappella ducale nella chiesa di San Francesco 
in Urbino. — Documenti — Recensioni: A. Fraschetti, M. Morici, E. Calzini. — Bibliografia : 
Opere di carattere generale ; Abruzzo, Emilia, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Napole- 
tano, Piemonte e Liguria, Sardegyia, Sicilia, Toscana, Umbria, Veneto. — Annunzi c Notizie. 



IL PITTORE VINCENZO TAMAGNI 

E LE SUE O P Ère 



La minaccia della vendita all’ estero di un grande affresco di Vincenzo 
Tamagni, che illustra la storia e l’ arte a San Gimignano, ha indotto 1’ egre- 
gio Proposto U. Nomi-Pesciolini di San Gimignano in Valdelsa a tenere in 
quella città la sera del 6 febbraio u. s. una conferenza, che equivale ad una 
solenne protesta, in onore dell’ insigne artista Sangimignanese. Grati al dot- 
to uomo che lo scritto pregevole mise a disposizione della nostra rivista, pub- 
blichiamo quella parte di esso che illustra la vita e le opere del Tamagni. 

La Direzione. 

Illustrato a brevi tratti P ex monastero di S. Caterina — 
oggi palazzo Pratellesi — fiorito dal 1364 al 1786 , quello stes- 
so monastero in cui si ammira V affresco del Tamagni e si am- 
mirava, tra altro, la « corona gioiellata di S. Fina », una bella 
tavola di Giov. Balducci, un paliotto rosso ricamato in oro con 
figure, ricchissimo — oggi a Cusona — ed una libreria ricca 
di pergamene, passate all’ Archivio di Stato di Firenze, il N. 
incomincia a parlare dell’ insigme pittore della Valdelsa, cosi: 
Ho da dirvi fin -da principio che il nostro Vincenzo ha P o- 
npre di una Vùa '^) scritta da Giorgio Vasari: non è noto ivi 
per cognome, ma solo sotto il nome di Vincenzo da San Ginii- 



b Veggasi la ristampa di queste Vite fatta in Firenze da G. C. Sansoni, 
con nuove annotazioni e commenti' del dott. Gaetano Milanesi; Tomo IV. 
(1880), ove albero, stemma e notizie furono comunicate dal sottoscritto, come 
in più luoghi apparisce, 



2 



Rassegna bibliografica dell' arte italiana. 

guano. Il biografo d’ Arezzo pone il nostro insieme a Timoteo 
da Urbino, molto anch’ egli amato dal Sanzio: vi appose sol- 
tanto il ritratto del Nostro. 

La famiglia Tamagni, spenta quasi da dugent’ anni, venne 
dalla villa di S. Benedetto, come da Mucchio vennero i conti 
Buonpedoni, da Campo Chiarenti i Cattaui e va dicendo. Si ha 
memoria di un Chele di Tamagno, pennoniere della lega fin 
dal 1413: si parla dunque dei Tamagni da 500 anni. Quanto al 
nostro Vincenzo, scrive il Pecori, « duole che sfugga alle più 
diligenti ricerche il preciso anno di sua nascita. » Debbo 
alla mia buona fortuna aver trovato eh’ ei nacque di io d'apri- 
le del 1492. E una tal data è tolta dal Libro dell’ età dell’Ar- 
chivio comunale che si conserva nella biblioteca del Comune, 
così pure nel Commentario, aggiunto da Gaetano Milanesi alle 
opere Vasariane (V. p. 503). 

Vincenzo di Bernardo dunque, e non di Bnrtolomeo, com’ e- 
ra detto finora, '^) fu testé corretto eziandio per un mattone 
scritto, trovato murato nel 1873 dentro una buca della casa A- 
iazzi nella Costarella sotto la Torre. Fu chiesto in dono ed ora 
è nel museo. Esso dice: « VincentLus Bernardi Tamagni Pitore (42) 
d. S. G. comperai fiorini CC, MDXXII. » Importantissimo, mi 
scriveva il Milanesi, al quale feci il facsimile, ed ei lo riportò 
in una nota. Forse era autografo, a lettere incavate col ferro. 
Li forse Vincenzo aveva lo studio o le stanze pe^ lavorare: la 
casa ebbe, ho trovato (e chiederò al Comune di porvi un ricor- 
do), in via Quercecchio accosto all’ orto del Delli. Non facciamo 
esame di documenti comunicati in larga copia al chiaro Diret- 
tore dell’Archivio di Stato di Firenze, ed' ora impressi, perchè 
questa é una breve notizia; vi dirò tuttavia che la famiglia Ta- 
magmi era molto accreditata per possessi, per cariche, per 

*) Storia della Terra di San Gimignano\ F.h'enze, Cellini, 1853 — 8.^ di 
pagg-. 760 — 

2) Pecori, op. cit. 

Op. cit. p. 506. 

4) Michele suo avolo e Domenico fratello di Michele, nel 1466 e 1467 
dettero ad affitto ai monaci della Badia di Firenze alcuni loro beni,, posti 
nel popolo di S. liorenzo e di San Benedetto nei luoghi detti Piani Adagia- 
ti e Piani da Isola, Ricignano e Fontanelle; e nel 1471 si trova che erano 
affittuari de’ propri beni venduti ai monaci Archivio delle Corporazioni 



Rassegna bibliografica delV arte italiana. 



3 



parentadi; ebbe in Alfonso un capitano nel 1650; in Pier Fran- 
cesco e Dario ricchissimi mercanti , a JJvorno ; in Niccola un 
Proposto di questa Insigne Collegiata : anzi 'abbiamo di lui an- 
che il ritratto con tutto il clero e i magistrati accorsi per la 
festa del Voto della Torre (tela vastissima acquistata pel Mu- 
seo, colla data del 1650) 

Che faceva dunque Vincenzo ? Non sappiamo chi ebbe per 
primo maestro ; fu contemporaneo a Sebastiano Mainardi e di 
poco a lui posteriore ; ma il Nostro non seguì la scuola fioren- 
tina, seguì queir altra assai mesta e delicata di Perugia. La 
sua fama si era diffusa, quando lo vediamo andare in più città 
di Toscana, in più città o paesetti dell’ Umbria, prima e dopo 
r Eterna città. 

Nel 1510 lavorava in fresco a Montalcino istorie di Nostra 
Donna e di S. Pietro, adesso quasi distrutte, -scrivendovi : Vin- 
centius : iuvenis sangeminiajiensis me pmxit A. D. M. D. X. Pre- 
ziosa appellossi la notizia dell’ età sua, perchè nell’ anno 1510 
era detto giovine : aveva solo 18 anni. Lasciamo che vada a 
Roma, nutrice dei belli ingegni^ custode degli esemplari so- 
vra cui im.parò tutto il mondo. Dopo il 1512, poco più che 
ventenne, fu ricevuto da Raffaello per compagno alle opere 
sue e diede tali prove di sua perizia, che il grande Urbinate 
lo ammise nel bel numero dei suoi discepoli ed amici. Allora il 
Tamagni trovò nuova forza a fare nuovi voli, ed ebbe sott’ oc- 
chio i portenti di quel Genio sovrumano. Tali lavori compiè 
che non dubita il Vasari di asserire. « Fu diligentissima la sua 
maniera, morbida nel colorito, gratissime aW aspetto le sue figure », 
tanto che molla lode si meritò da quell’ Esimio, e fu da lui pre- 
scelto insieme con altri a lavorare nelle celebratissime Logge 
del Vaticano. Nè quel maestro tenevalo solo in pregio : ama- 
valo altresì caramente ; e prova ne era il vedere i disegni di 
quei lavori, come ad altri, allogati al Tamagni. Raffaello dise- 



religiose soppresse di Firenze — Monastero di Badia — Ricordanze dal 1443 
al 1480, p. 143 e 148 tergo, e Libro di debitori e Creditori dal 1471 al 1482 
a e. 121. 

Pecori, loc. cit. 

Bindi 1655. P. II, p. 



4 Rassegna bibliografica delV arte italiana. 

gnava, -preparava : gli scolari eseguivano: dovevano esser ca- 
paci in verità, se tutto poi passava per opera del vSanzio. Col 
Tanìagni Perin dej Vaga, Giulio Romano, Giov. da Modena, 
Giov. da Udine, Polidoro da Caravaggio e tutta la schiera o- 
norata. Ma chi è di Voi, o gentilissimi, che, ascese le scale 
della gran dimora dei Pontefici, percorrendo gli ambulatori, 
chiusi da vetrate, non sollevi la vista alle cupolette, ne inter- 
roghi i simboli e non dica: Eppure qui deve essere il pennello 
di Vincenzo da San Gimignano ? « Quella parte degli affreschi, 
dice il Cavalcasene, nelle quali non è possibile discernere le 
caratteristiche, proprie di ciascuno degli artisti che lavorarono 
nelle Logge, dobbiam stimare siano opere del Bologna, di Pel- 
legrino, del Tamagìii, e di Polidoro ' . Nè pochi sono quei 
lavori: cinquantadue i sog'getti dipinti nelle tredici cupolette, 
dei quali quarantotto rappresentano i fatti del Vecchio e gli 
ultimi quattro del Nuovo Testamento. Ma varie hanno il nome 
del nostro Vincenzo, come per citarne una, Mose sul monte Oreb. 
Oh quanta nobiltà, in quel posto ! Tu vedi i quadri contornati 
da festoni di foglie e frutti, di uccelli, di fanciulli, di animali 
fantastici, di arabeschi e di riquadri. Poi stucchi, dorature, 
marmi preziosi : lusso, magnificenza da ogni parte. 

Lasciamo per poco la gran Metropoli. Dopo la morte di 
Raffaello (avvenuta, com’ è noto, nel 1420) sembra che il No- 
stro lasciasse Roma e lavorasse quadri in San Gimignano per 
commissioni. Dopo il 1525 tornò a Roma, ma vi stette solo 
due anni. Ecco una data memoranda, che ci rende V affresco di 
S. Caterina più prezioso ; esso fu fatto V anno seguente del duro 
sacco di Roma. Questo è del 1527: il quadro è del 1528. E il 
sacco del Borbone, si vivamente descritto da Massimo d’ Aze- 
lio nel Niccolò de’ Lapi, è il sacco a cui trovossi coll’ archibu- 
gio Benvenuto Cellini, a cui trovossi Baldassarre Peruzzi e 
tanti altri artisti, che col Giostro Vincenzo fuggirono spaventati 
e dolentissimi da quegli orrori. Non pochi soffrirono strazi e 
prigionia : 1’ architetto senese ebbe salva la vita, perchè fe’ il 
ritratto a un generale. 

Ma parliamo del nostro dipinto ; intorno ad esso raggrup- 



q Cavalcasene, Ra^aello, Firenze, 1891, Voi. Ili, p. 154, 



lìassegna bibliografica delV arte italmna. 



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pasi oggi* tutta la nostra attenzione ^). Il Pecori, a p. 585 della 
sua Storia lo descrive,, e voi potete leggerne le parole. Assu- 
mendo adesso una importanza tanto maggiore, ecco come mi 
sforzerò di porvelo più minutamente sotto gli occhi. 

In una sala del primo piano, che era il Refettorio delle 
monache, ed ha in fondo due graziose finestre bifore (state 
chiuse a mattoni finché durò Convento), si ammira anche oggi 
ben conservato il bello e grande affresco, alto Br. 5 e largo 
Br. 7. Vi è effigiata leggiadramente la Vergine Maria seduta 
in trono col Bambino nel grembo, in atto di porre in dito 1 ’ a- 
nello nuziale a S. Caterina d’ Alessandria, la quale avvolta in 
dignitose vesti se ne sta in piedi a sinistra di chi rimira ed 
ha sul suolo la mezza ruota dentata. Un’ altra figura in piedi 
dall’ altra parte con pastorale e in ammanto ’ vescovile è la fi- 
gura di San Niccolò, e non San Gimignano, come dice la Sto- 
ria '^). Questo vescovo infatti reca sopra un libro le solite tre 
palle d’ oro, 

« . . . larghezza 

« Che fece Niccolao alle pulcelle 

« Per condurre ad onor lor giovinezza » 

(come dice Dante in proposito delle tre borzette di denaro per doti). 
Due altre figure a basso stanno inginocchiate : a sinistra ab- 
biamo il monaco Benedetto, col Flagello da una parte ed il 
Libro della Regola dall’altra; Regola, che le abitatrici, per 
Bolla di Urbano V, osservarono. A destra è il dottore S. Gi- 
rolamo, col nudo petto, il sasso per percuotersi, e in terra il 
solito anacronismo del cappello rosso. In alto due vaghi an- 
gioletti sostengono una ghirlanda di fiori, ed altri due in di- 
verso atteggiamento il ricco padiglione che sovra il trono si 
stende. Due pilastri con delicatissimi candelabri dividono il di- 
pinto, e le due amene prospettive campestri, che dalle finestre 
compariscono, dicono per gli alberini sottili ed il ceruleo fir- 
mamento : questo è tutto il fare della Scuola umbra. Vi ha in 



q E’ questo il dipinto preso di mira da chi non ha amore per le opere 
del passato. Ma le proteste del Comune di S. Gimignano, e dell’ ispettore 
dei monumenti, il benemerito au. di questo scritto, avanzate al Ministero 
deir I. P. varranno, ne siamo certi, a far si che 1’ opera preziosa non sia 
rimossa dal luogo per cui fa fatta. ]g. della D. 



6 Rassegna bibliografica deìV arie italiana. 

basso lo zoccolo con tre file di ambrog'ette a losanga dentro 
riquadri : e vi si legge di sopra; ANNO DOMINI M. D. xxiii. M. 
MAH. Di sotto : ANNULO SVO SVBARRAVIT ME DNS MS YHS 

xps. ET |:anq. sponsam decoravit me corona ^). 

« Assai si loda la testa, dice il Decori, della beata Ver- 
gine, non che la grazia ineffabile del Bambino Gesù, la espres- 
sione caratteristica degli altri Santi. In generale poi 1’ affresco 
si mostra* certamente degmo dell’ esimio artista, che potè ispi- 
rarsi ai miracoli del g*rande Urbinate ». Tale importanza dà la 
nostra storia al dipinto. 

Preso il Tamagni da cupa tristezza, non potè sopravvivere 
a lungo alle sue disavventure : d’ indole passionata e sensibile 
fu tratto ben presto al sepolcro. Credesi eh’ ei morisse verso il 
1530; quindi 1’ affresco che è per noi di tanto rilievo, è uno de- 
gli ultimi suoi lavori : se risente della mestizia che lo assalse, 
è storico. 

Morì Vincenzo in San Gimignano : dove avesse la sepoltura 
non sappiamo: certo è che meriterebbe per lo meno un ricordo : 
se può trovarsi sarà meglio di ogni congettura e probabilità. 

L’ importanza dei lavori del Tamagni viene da questo : Ei 
morì giovme ; era poco più che trentottenne : ebbe dunque poco 
tempo, e molte disgrazie. Varie delle sue opere perirono : po- 
chi lavori rimangono : 1’ eccellenza del suo maestro, la valentia 
dei suoi compagini ce li fanno desiderare in maggior copia. 
Pure dei lavori periti si ha memoria. « Essendo messo a lavo- 
rare in Borgo, narra il Vasari, dirimpetto al palazzo di M. Giov. 
Battista dall’ Aquila, fece con molta sua lode in una faccia, di 
torretta, un fregio, nel quale figurò le nove Muse con Apollo 
in mezzo e sovra alcuni leoni, impresa del Papa, i quali sono 
tenuti bellissimi ». Altro lavoro condusse a buon fresco nel 
medesimo Borgo, di rimpètto al palazzo del Cardinale d’ An- 
cona in una facciata, disegnata dallo stesso Urbinate : « Eece 
dunque Raffaello, dice il Vasari, in questo disegno, che poi fu 
messo in opera da Vincenzio, alludendo al casato dei Battiferri ^), 



q II Rosini diè nell’ Atlante della sua Storia della Pittura un’ incisione, 
r Alinari, il Lombardi la fotografìa. 

2) Il Battiferri fu padre di Laura poetessa celebre ai suoi tempi, che fu 
moglie di Bartolomeo Ammannati, scultore e architetto fiorentino. 



Rassegna bibliografica delV arte italiana. ' ^ 7 

i Ciclopi che battono i ifulmini a Giòve, ed in un’ altra parte 
Vulcano, che fabbrica le saette a Cupido con alcuni ignudi bel- 
lissimi, ed altre storie e statue bellissime. Fece il medesimo 
Vincenzio in sulla piazza di vS. Luigi de’ Francesi... in una fac- 
ciata moltissime storie ; la morte di Cesare ed un trionfo della 
Giustizia ed in un fregio una battaglia di cavalli, fieramente e 
con molta diligenza condotti, e.._. fra le finestre alcune Virtù 
molto ben lavorate. Similmente, continua sempre il Vasari, 
nella facciata degli Epifani dietro alla Curia' di Pompeo e vi- 
cino a Campo di Fiore fece i Magi che vSeg'uono la stella, ed 
infiniti altri lavori per quella città ». Lavori tutti, tranne qual- 
che vestigio in Borgo (che cent’ anni fa vede vasi) miseramente 
periti. 

Che altro resta del Tamagmi ? Restano alcune cose « assai, 
dice il Pecori, dagli intelligenti commendate » : una tavola alle 
Pomarance, illustrata dall’ arciprete Niccolò Tabarrini (che fu zio 
di Marco) e da' Clemente Santi; ma ritoccata. Maria assisa in 
trono e il divin Figlio, con S. Giov. Battista, S. Sebastiano, 
Santa Lucia e S. Martino, firmata : Vincentius Tamagnius Ge^. 
pinxit. 1525. — Una tavola a Montalcino nella chiesa della Ma- 
donna del Soccorso : 1 ’ Assunzione, sopra un fondo ameno per 
puro aere e vaghe collinette, ove scorre placido e [tortuoso un 
fiumicello : attorno ad un’ urna marmorea sparsa di candide ro- 
se S. Sebastiano, S. Rocco e 1 ’ apostolo Tommaso col sacro 
cinto donato da Maria. Ella siede su trono aureo, posata so- 
pra nuvolette : cherubini graffiti, angioletti purpurei, un sera- 
fino la incorona. Non si potea scordare il Tamagni di quelle 
finezze che alla g'alleria di Perugia trovansi raccolte : a me il 
vescovo Pucci-Sisti, stato mio maestro, scriveva : « E’ pur ma- 
ravigliosa quella tavola, e non si contempla mai a sazietà ! » 

Un’ altra tavola è nella pieve di S. Salvatore a Ischia con 
istorie di S. Anna e di S. Giovacchino. Ivi pastori e ancelle 
mirabili, jcampagna amena, il corso al solito di un fiume, Eorse 
il Tamagni avea sempre davanti la cara Elsa? Anche qui Vm- 
centius Tamagnius de S. Gimin. pinxit. 1528. Eece il quadro, quan- 
do lavorava qui a S. Caterina, e poi lo mandò dove doveva. 

Nei Catalogo degli Alinari è la fotografia di un’incisione 
su acciaio del Tamagni. La Vergine col Bambino e S. Gio- 
vanni, che sorridendo ne tocca il piede. Dalla litografia dei vo- 



8 



Rassegna hihliografica dell' arte italiana. 



lumi della Galleria di Dresda, ci fece il Pini una fotografia : 
r ho in biblioteca : V originale a Dresda, molti forastieri mi han 
detto d’ averlo vistò : tenni carteggio col dott. Giulio Hubner, 
autore del nuovo catalogo: ivi è controversia se* del Tamagni 
o di Lorenzo di Credi. Onorifico il dubbio, perchè sempre tra i 
più eccellenti. 

Volendo venire a più strette conclusioni, dico a voi, egre- 
gi ascoltanti, che chi vuol conoscere a fondo il Tamagni, 
deve venire a San Gimignano ; qui si conserva nella chiesa un 
maggior numero de’ suoi lavori. Egli operava a fresco sul mu- 
ro ; e questi furono i lavori maggiori : operava vSu tavole col 
gessetto a tempera ; e questi furono lavori in minor numero : 
operava su tavole ad olio, e di ‘questi è in patria la testimo- 
nianza. 

Un affresco poco ben conservato è, nei dintorni, sulla lu- 
netta della porta d’ ingresso di Montoliveto : la Madonna con due 
vSanti. 

^ Entriamo dentro le mura della Terra. Allo Spedale nel- 
r infermeria degli uomini furono testé scoperte a destra e a si- 
nistra vari rettangoli con tondi di una Santa e con ornati. 
Nella chiesa di S. Girolamo è sull’ altare magg'iore una tavola, 
chiamata nella nostra Storia « bellissima ». V’ è Maria in tro- 
no col Bambino Gesù in piedi, S. Giov. Gualberto e S. Bene- 
detto, S. Giov. Battista e S. Girolamo : le due ultime figure 
genuflesse. Verità, espressione, soavità in tutte le figure. Nel 
gradino del trono la Visitazio’ne in piccole figure graffite in oro. 
Vinceniius Tamagnius Geni. Jaciebat, 1522. E’ anteriore al nostro 
affresco di S. Caterina. 

Nella chiesa del R. Conservatorio di S. Chiara, sua è la 
tavola dell’ altare a sinistra, ma ritoccata. La Mad. S. Giov. 
Battista e S. Bartolo : questa è importante per 1 ’ iconografia. 

Visitiamo la chiesa di S. Agostino, la grande sacra Pina- 
coteca : ivi son più opere di lui e della maniera onde lavorava. 
Sulla porta di fianco, al di fuori, è un affresco con la Vergine 
e varie figure, danneggiato dalle intemperie. Entriamo. Il primo 
altare a destra è dedicato a vS. Niccolò da Tolentino : tutto il 
muro della cappella è dipinto a buon fresco : in un tondo la 
Vergine col Bambino : due angeli volanti raffaelleschi ; in basso 
S. Niccola, S. Rocco, S. Paolo eremita e JS. Antonio. 



Rassegna bibliografica dell’ arte italiana. 



.9 



Nella cappella di Sant’ Anna è una tavola colla Natività di 
Maria. Tutte le ancelle in gran moto : genuflessa la commit- 
tente Ippolita Saracini, vedova di Lattanzio Cortesi : anche qui 
Vincentms Tamanius de San Geminiano, faciebat, 1523. Questa 
tavola, forte di colorito, è a olio e per certa ricchezza di or- 
nati ricorda quasi i lavori della scuola veneziana, 

Non basta; tra i freschi del Memmi e del Gozzoli è del 
Tamagni un saggio quale architetto. Ei disegnò il pulpito di 
marmo dorato, di mezzo ottagono, con parti ornative ed ele- 
ganti, colonnette d’ ordine corintio e graziosissimo imbasamento. 
L’arme de’ Foschi del 1524 ci avverte chi commise l’opera. 
Sopra il pulpito un affresco ; sotto di esso, più vasti affreschi a 
chiaroscuro, Elia e S. Giovanni. Dunque il Tamagni sapeva 
anche di architettura ? Ea egli caso, o signori, se di continuo 
avea sott’ occhio le belle prospettive aeree, le Logge famose, 
il Belvedere del sommo Bramante ? 

Passiamo più giù all’ Altare della Croce. Tutta la parete 
chiusa ad arco è dipinta a buon fresco. Di g*ran bellezza la 
Maddalena, che inginocchiata stringe la croce ; inginocchiata 
pure S. Chiara di Montefalco (dicesi di Montefalco perla prima 
volta) : in piedi la Madre addolorata, in piedi il Discepolo predi- 
letto. Nell’imbotte S. Ippolito e S. Margherita. 

Ecco, terminando il giro, accosto al santo Bartolo, la lu- 
netta della Pietà,, donde forse il Duprè cavò 1 ’ idèa del suo ca- 
polavoro in marmo nel camposanto di Siena. I festoni cadenti 
di frutta, dicevami un valente pittore, ricordano i freschi della 
Farnesina di Roma. 

Tutti questi lavori del Tamagmi, giova che tutti lo sap- 
piano, stanno in una chiesa che ha altari di Benedetto da Ma- 
iano, freschi di Bartolo di Eredi, di Lippo Memmi, di Seba- 
stiano Mainardi e 18 grandi dipinti ugualmente a fresco di 
Benozzo Gozzoli: una epopea ! Chi ardirà dubitare della valen- 
tìa del Tamagni ? Chi trovasi in Vaticano in compagnia del 
Sodoma, di Cosimo Rosselli, del Beato Angelico, del Signo- 
relli, del Ghirlandaio e di Raffaello penerà forse a dire : que- 
sto è un nome di rispetto degnissimo ? 

Terminiamo in Duomo la nostra gita: Il primo quadro, a 
sinistra del corq, con la Vergine in trono, il Putto e un au- 



10 Rassegna bibliografica dell’arte italiana. ^ 

gelletto che ne pizzica la mano, S. Monica, S, Agostino, S. Lu- 
cia, S. Niccolò da Tolentino è l’Arcangelo Michele è giudi- 
cato da tutti il capolavoro del nostro Vincenzo Tamagni. 

S. Gimignano in _ Valdelsa., febbraio 1904. 



U. Nomi-Pesciolini 




LA RACCOLTA DURANTI 

IN MONTEFORTINO 



E affatto sconosciuta anche agdi studiosi della regione; nè 
ciò deve meravigliare quando si rifletta che Montefortino — un 
paese il quale oggi conta nell’ interno poche centinaia di abi- 
tanti — trovasi in luogo disag'evole e fra i.più remoli e ne- 
gletti della provincia picena. 

Da una nota che si legge a piè d’ un inventario compilato 
nel iSyfl da certi signori Guerriero Maccolini e Filippo Rng- 
geri e conservato nell’ Archivio comunale di Montefortino, si 
rileva che il pittore ed antiquario Fortunato Duranti, nel no- 
vembre 1842, donò alle chiese di S. Biagio e di 8. Lucia alcu- 
ne pitture di mediocre vaierete depositò in Municipio, con 
r intendimento di adornarne la residenza comunale, una quan- 
tità notevole di oggetti d" arte. Demolite nel 1863 le due pic- 
cole chiese su ricordate, le tele donate dal. Duranti passarono 
aneli’ esse in quello stesso anno nel palazzo municipale. 

. Non tiltte degne di ricordo sono le 345 opere — tante ne 
indica l’inventario — adunate da ormai più che mezzo secolo 
in 'quella residenza; ma circa cinquanta, tra buone e mediocri, 
meritano di èssere tenute in giusta considerazione. Tuttavia, se 
a taluno sembrasse, più che esiguo, inverosimile il numero de- 
gli oggetti di qualche pregio da me accennato, in confronto 
con quello delle opere depositate in Comune fra il 1842 e il 
1863, aggiungerò che, come sogliono fare quasi sempre gli in- 
cettatori di cose antiche, anche l’ antiquario Duranti, per ciò 
almeno che mi fu riferito, aveva 1’ abitudine di comperare in 
massa piccole raccolte di oggetti antichi, mirando, più che ad 
altro, e secondo i casi, all’ acquisto di que’ pochi oggetti della 



Rassegna hihliògi afica delV arte italiana. 



11 



collezione che più gli stavano a cuore; da ciò sembrami eviden- 
te la ragione per cui la maggior parte delle cose da lui la- 
sciate in Montefortino non presentano alcun valore. Aggiungasi 
inoltre 1’ azione del tempo e, più che la negligenza, la inespe- 
rienza delle persone incaricate a custodire tali oggetti e si in- 
tenderà facilmente come le opere di qualche pregio non [potes- 
sero giungere fino a noi in numero maggiore di quello soprain- 
dicato. Ma vediamo senz’altro, ciò che resta della collezione. 

* ^ ^ ^ 

Nell’ ufficio di segreteria e nell’attiguo archivio del Comu- 
mune, senza tener conto ormai di quelle passate nei magazze- 
ni, si vedono qua e là molte cornici appese alle pareti con pit- 
ture o stampe di nessuna importanza. Anche la piccola aula 
che precede !’• ufficio del Segretario è letteralmente ingombra 
di vecchie, annerite tele di nessun conto, se si eccettuano po- 
che cose : un quadro col bambino Gesù adorato da S. Giovan- 
ni Battista, di Scuola bolognese, un ritratto di giovine con un 
grande cappello in testa, di un pittore del secolo passato, e 
qualche altro ritratto anch’ esso di modestissimo valore. 

Nella sala consigliare — ove è tra altro un ricordo mar- 
moreo in onore del pittore Duranti, decretatogli dal Consiglio 
nel 1878 — signoreggiano sugli altri quadri, per le loro di- 
mensioni, una grande tela (m. 2,04X2^73). rappresentante l’A- 
dorazione dei pastori, d’ ignoto maestro ed un quadro con la 
Madonna del Soccorso, copia di un artista fiacco e difettoso, 
tratta da un dipinto del secolo XV. Migliori per evidenza e 
larghezza di modellato sono in questa sala una testa di vecchio 
che s’ appoggia ad un bastone, una tela con una giovane don- 
na che regge un’ àncora ed ha a tergo uno scheletro, due gra- 
ziosi quadretti con satiri e putti dipinti su carta e attribuiti non 
so perchè a Raffaele Mengs, un’ altra testa di vecchio con tur- 
bante e due copie in tavola, del secolo scorso, un po’ leccate, 
tormentate, se si vuole, ma non totalmente prive di carattere, 
tratte da Madonne di Raffaello. 

Nella sala attigua a quella del Consiglio sono adunate le 
opere .più belle della raccolta. 

Appena ti affacci alla porta di quest’ ultima stanza, che è 
anche la più ampia del palazzo, colpisce lo sguardo una bella 



12 Rassegna hibliografica déW arte italiana. 

f 

tavola in campo d’oro, posta nel mezzo della parete, di fronte all’ in- 
gresso. Vi si ammira la Vergine in trono col bambino sul grem- 
bo, corteggiata a destra dal giovine S. Michele e a sinistra 
dall’ arcangelo Raffaele, seguito da Tobia. Sul g*radino del trono 
si legge: Petrus Fran. Praesbyter Floren me pinx. 1497. 

Il vecchio catalogo, riportata 1 ’ iscrizione, nota : « Origina-' 
le di Pietro della Francesca. L’ indicazione esatta del nome 
del pittore e la data del dipinto non furono sufficienti per far 
pensare ai compilatori del vecchio inventario che si trattava di 
una delle ultime opere di quel Prete Francesco di Firenze che, 
durante la sua vita d’ artista, ebbe a seguir più maniere, quel- 
la di Domenico Ghirlandaio e del Gozzoli e fors’ anche la ma- 
ùiiera del Botticelli. 

Fra i miei appunti trovo alcune note che possono servire 
a determinare meglio la personalità artistica di 'questo maestro 
poco conosciuto. Nel quadro di Montefortino (i,6oX 1,61) si notano 
faccio piuttosto larghe e poco rilevate, capelli biondi e quasi 
bionde anche lè carni, pupille piccole, estremità dalle dita sot- 
tili, pieghe talvolta semplici e abbondanti, tal altra, come nella 
tunica dell’ arcangelo Raffaele, più che minute, trite. Negli ac- 
cessori è di una semplicità che rasenta la povertà. Il trono del- 
la Vergine, in questo quadro, è costituito da una seggiola sen- 
za appoggio ai lati e con lo schienale adorno di due pilastrini 
con cornice, tutto in giallo oro; con la stessa intonazione di 
colore dipinge il maestro il sedile del trono ed il gradino. Il 
pavimento rustico, è disegnato a ciotoli di pietra, irregolari, 
verdognoli. Ciò nondimeno il lavoro si presenta assai bene e 
non quale opera di un pittore così debole e così scarso di 
meriti, come dice il Cavalcasene. 

La tavola pregevole deperisce ogmi giorno più, ed è ne- 
cessario che le persone maggiormente interessate alla sua con- 
servazione provvedano senza indugio, se amano salvare dalla 
totale rovina un’ opera eh’ è, senza dubbio, fra le più impor- 
tanti pitture, non numerose, lasciateci dal maestro fiorentino. 

Questa sala in cui trovansi, come ho detto, le cose mi- 
gliori della collezione, è illuminata da tre finestre. Nel mezzo 
della parete principale e cioè di ' fronte alle finestre è una ta- 
voletta (m. t,04XOiÒ 6) attribuita al Ghirlandaio. Rappresenta 
la Vergine inginoct:hiata e a mani giunte che in ntto di soa- 



l 



lìasHegna bibliografica delV arte italiana. 



13 



vissìma adorazione contempla il piccolo Gesù, ^collocato su po- 
ca paglia in terra, a lei davanti. Nello sfondo è un paese pie- 
no di luce. La deliziosa tavoletta conservasi in una cornice 
della prima metà del secolo scorso ed è stata purtroppo bar- 
baramente ritoccata. Liberata dai restauri che la imbrattano — e 
ciò è ancora possibile — essa occuperà il primo posto fra i qua- 
dri della raccolta, derivando certamente, per la delicatezza e- 
strema del disegno e il colorito smagliante, da uno dei mi- 
gliori maestri fiorentini del secolo XV. 

Anche alla Scuola toscana, dei primi anni del secolo XVI, 
è da riferirsi una tavola semicircolare, in forma di lunetta, 
rappresentante tre figure di santi. Nel mezzo è 1’ immagine di 
S. Lucia, a destra S. Antonio e il beato Giacomo della Marca 
a sinistra. La prima, che si vede fino a circa due terzi della 
persona dietro un piano di marmo, tiene nella sinistra un va- 
setto in forma d’ imbuto, entro cui il pittore immaginò gli oc- 
chi della martire ; la quale colla destra alzata regg*e fra le 
punte deir indice e del medio la palmia del martirio. Sotto il 
manto rosso ha la santa una veste giallo-oro scura, fiorata, con 
maniche sparate fino al g'omito. Dietro di lei, in alto, é una 
canna su cui sta appesa una tenda verde, rialzata a destra so- 
pra la figura del B. Giacomo. Il quale è segnato quasi di pro- 
filo, in atto di reggere il mistico disco. Con le mani giunte e 
quasi curvo verso la martire, sta 1’ umile figaira di S. Antonio 
reggente fra le mani il bianco giglio. La parte più bella e ca- 
ratteristica di questa tavola, che misura m. i,38xo>^.5> è co- 
stituita dalle figure dei frati, migdiori di quella della Santa, 
e particolarniante il beato della Marca, la cui fisonomia è così 
dolce e vivace insieme. Ma purtroppo anche questa pittura è 
in uno stato di conservazione deplorevole. — Poco lungi dall’ an- 
golo presso 1’ ultima finestra trovasi un piccolo tondo del dia- 
metro di centimetri 2 1, con entrovi un Gesù morto» (la cui fi- 
gura esce per metà dal sepolcro) indicato come opera del Pe- 
rugino, mentre in ~esso nulla ricorda 1’ arte del nobilissimo pit- 
tore umbro. Il disco, non immune da restauri, doveva far parte 
di un sott’ altare di qualche tavola degli ultimi anni del se- 
colo XV o dei primi del secolo successivo. 

Nell’ inventario del 1878 più d’ una volta ricorre il nome 
del gentile maestro veneto che nelle Marche, specialmente 



14 



Rassegna bibliografica deiV arte italiana. 



nella provincia ascolana, lasciò tanto tesoro dell’ arte sua : vo- 
g*lio dire di Carlo Crivelli. A lui sono ascritte tre tavole, senza 
cornici, o meglio tre frammenti di pitture appartenenti senza 
alcun dubbio, al suo allievo Pietro Alamanni. L’ una, in forma 
triangolare, rappresenta il Cristo morto, con ai lati della mezza 
figura, anch’ essa fuori del sepolcro, gli emblemi della Passio- 
ne : la lancia, la spugna, i chiodi, gli staffili, ecc. La piccola 
tavola ha un metro di base e dovè coronare in origine, quale 
cimasa centrale, un trittico o polittico del mite seguace di 
Carlo Crivelli. 

La seconda rappresenta la Madonna in trono col Bambino 
giacente sulle ginocchia della madre e da lei adorato. Più in- 
dietro ed in proporzioni minori assai delle fig*ure principali si 
vedono a destra e a sinistra del trono, nel lontano, i santi Se- 
bastiano e Agostino, quest’ ultimo in atto di scrivere. La Ver- 
gine presenta i soliti caratteri dell’ Alamanni, così il Bambino 
con r indice della destra alla bocca e lo sguardo verso lo spet- 
tatore. Il terzo frammento esprime la figura di S. Lucia ; 
questa, misura fin altezza m. 1,22, quello m. 1,17. Malgrado tale 
differenza, penso che le due tavole, ugualmente rettangolari — 
e non si dimentichi che le tavole derivanti da polittici, in ge- 
nere, vedute senza cornice non risultano quasi mai perfetta- 
mente uguali nelle dimensioni — appartenessero ad una stessa 
opera ; quella con la Vergine in trono occupasse, cioè, il com- 
partimento centrale e la Santa, quello di un lato. E che ciò sia 
stato così veramente lo dimostrano le due tavole con gli stessi 
caratteri del pittore, riconoscibile oramai fra cento maestri del 
suo tempo, e persino le stesse tonalità del colore svanito e in 
qualche parte annerito, più che per fie ragioni del tempo, per 
i danni che sogliono derivare alle pitture da’ luoghi umidi e 
non adatti alla loro conservazione. 

'1^ s{; ^ 

Anche un altro pittore non marchigiano, ma che nelle Marche 
passò il maggiore tempo della sua vita operosa, è genialmente 
rappresentato nella raccolta Duranti. Della prima maniera di 
Cola d’ Amatrice si ammira infatti una mezza fig'ura di santa 
con la palma del martirio dipinta su tavola in campo d’ oro. 
Nelle opere di Cola non è raro riscontrare il tipo di questa fi- 
gura muliebre ; pur nondimeno il color delle carni, sempre fred- 



Rassegna bibliografica cleW arte italiana. 15 

do e quasi cenere nelle sante de’ suoi primi quadri, apparendo 
in questo di Montefortino più caldo e più luminoso che non in 
altri lavori del Filotesio, può lasciare qualche dubbio nell’ ani- 
mo di chi ammira per la prima volta la nobile tavoletta perve- 
nuta al Duranti. 

Alle opere ‘sin qui enumerate fan degna corona altre pit^ 
ture di un valore relativo, ma pur meritevoli di studio, tra cui 
due tavolette del Cinquecento (alte centimetri 31 e larghe 
mm. 93), attribuite à Raffaellino da Reggio e ripartite in sei 
quadretti; una tavoletta d’ ignoto maestro del secolo XVI, rap- 
presentante S. Girolamo; due ricami in seta e lana a colori, 
rappresentanti 1 ’ uno la Vergine in atto di leggere un libro 
che tiene nella sinistra, e 1’ altro un mazzo di fiori ; una pic- 
cola tela con 1 ’ Assùnta, del Maratta, entro una bellissima cor- 
nice del 700; una Madonna col Putto, della scuola di questo 
maestro; un vago ritratto di giovinetto, su tela, del secolo 
XVIII; due buoni paesaggi, attribuiti a Rosa da Tivoli; vari 
dipinti a chiaroscuro di Filippo Roos di Otterberger ; diverse 
tele del fiorentino Francesco Currado e una quantità per nulla 
spregevole di copie, tra cui alcune di mano antica, da lavori 
dì Raffaello e di artisti toscani del Rinascimento, oltre a molte 
altre composizioni di soggetto religioso, bozzetti e quadri di 
genere, che non giova qui notare. 

>i< * * . 

Come ho accennato altrove, la grande ancona di Prete 
Francesco Fiorentino, e la dolce immagine attribuita al Ghir- 
landaio stanno in questo luogo quali vezzose signore, giusta- 
mente corteggiate da amiche devote; rna devo aggiungere che 
non ultime fanno qui pure bella mostra di sè alcune sculture 
di pregio. Rilevanti fra queste — senza accennare ad una 
quantità piuttosto notevole di croci e quadretti, grandi e pic- 
cole, ricoperti di madreperla, di alcuni busti in g'esso da ori- 
gùnali del Canova e di medaglioni in pietra e di statuette in 
bronzo — due putti bellissimi in marmo bianco (alti m. 0,80) 
provenienti dalla demolita chiesa di S. Lucia e che il Duranti, 
in un suo inventario particolare, annotava come provenienii dal- 
V Eredità Chiaramonti e come opera del Fiammingo : tutti e due 
in piedi, 1’ uno reggente una croce, 1’ altro un cuore fiammato, 



16 



Rassegna bibliografica dell’ arte italiana 



dovevan decorare qualche altare' sontuoso del 700 ; due grandi 
fregi in legno (lunghi m. 1,83), con figure in rilievo del secolo 
XVI che facevan parte di una cassa nuziaie (i due fianchi man- 
canti si trovano come dissi altrove ^), sotto una tela attribuita 
al Caravaggio) ; un busto del Redentore, scolpito con marmi di 
vario colore e qualità, bella ma fredda opera del secolo XVIII; 
un paliotto d’ altare in legno con rilievi, dello stesso secolo ; 
un grande busto in marmo bianco, rappresentante una matrona, 
romana (alto m. 1,12); e, infine, un g*ruppo in terra cotta, e- 
sprimente il Cristo morto sulle ginocchia dell’Addolorata, co- 
pia antica del gruppo di Michelangelo, rappresentante la Pietà, 
che si conserva alP Accademia di Firenze. 

La conservazione di tutte queste opere in bronzo, in legno 
o in marmo è, come può immaginarsi, di gran lunga mi- 
gliore di quella che si riferisce alle pitture. Per queste, non 
mi stancherò di ripeterlo, urge provvedere con la maggiore 
sollecitudine, se si vuol riparare a quanto vi ha di guasto, 
nelle pitture più importanti, prima che il male diventi ingua- 
ribile. Io ebbi g*ià occasione, riferendo recentemente a chi mi 
onorava del nobile incarico di visitare la raccolta Duranti, di 
indicare i mali che da tanti anni la vanno minando e i rimedi 
a cui si dovrebbe ricorrere per conservare almeno le princi- 
pali opere di che sono andato qui ragionando ; • nè dimenticai 
nella relazione di raccomandare particolarmente la bella tavola 
eseguita nel 1497 da Prete Francesco di Firenze ; nè la pre- 
ziosa tavoletta asseg-nata al Ghirlandaio, nè le tavole dell’ Ala- 
manni, nè la lunetta, assai deperita, di Scuola toscana. 

Quando ricordo che nello stesso paese di Montefortino, nei 
locali della Congregazion 2 di Carità, rinvenni un’altra tavola 
dell’ Alamanni (una larva di ciò che doveva figurare in origine 
la Madonna col Putto adorata da due angioli) ridotta, per la 
grande incuria di coloro che 1’ ebbero in custodia, in uno stato 



q Cfr. E. Calzini, R Santuario delV Ambro ed un (quadro attribuito a 
Michelangelo da Caravaggio in TJ Arie, a. VI, fase. XI-XII — Roma, 1903. 



Rassegna bibliografica dell’ arte italiana. 17 

più che deplorevole, indecoroso, corro col pensiero alle pitture 
del palazzo comunale e domando a me stesso, non senza tri- 
stezza, se sarà loro serbata la medesima sorte (*). 

Ascoli Piceno, gennaio 1904. ^ CALZINI 



LA CAPPELLA DUCALE 

NELLA CHIESA DI SAN FRANCESCO IN URBINO 




Il piccolo edifìcio doveva essere uno dei più belli monu- 
menti deir arte di quell’ epoca, sia per la ricchezza degli orna- 
menti, sia per il pregio dei lavori che 1’ abbellivano. 

Attenendoci alla iscrizione che girava attorno alla cupola, 
possiamo supporre che nel 1520 la elegante costruzione si tro- 
vasse a buon punto. L’ architetto e gli autori delle statue, |*ap- 
presentanti la Vergine e vari santi, sono igmoti, soltanto 1 ’ au- 
tore degl’ intagli in pietra si conosce, mercè le assidue ricer- 
che archivistiche dell’ eg'regio sig, avv. Alipio Alippi. 

Un gfìudizio intorno ai primi lavori in pietra per la deco- 
razione di detta cappella è del eh. amico prof. Vernarecci. Ecco 
quanto egli scrive in proposito : « Il R. Istituto di Belle Arti 
di Urbino conserva pure due colonne in pietra arenaria di 
Sant’ Ippolito, e probabilmente opera di questi artefìci (vedi più 
sotto). Queste colonne, congettura, — ed io sono del medesimo 
parere — provengono dalla cappella in discorso.... una colonna 
porta scolpita 1 ’ aquila dei Montefeltro con la corona ducale in 
testa, e ambedue le colonne sono ornate di foglie di quer- 

(*) Giovi qui ripetere a conferma di quanto asserisco intorno alla neces- 
sità di solleciti restauri, che nel quadro di Francesco da Firenze la figura 
deir arcangelo Michele è totalmente disgiunta dal resto della tavola; che 
una crepa dal ginocchio destro della Vergine va fino a’ piè del quadro e 
che il colore qua e là caduto, sollevato a squame e staccatosi dall’ impri- 
mitura in più parti, minaccia di cadere al più piccolo urto. Cosi le tavole 
dell’ Alamanni hanno bisogno di essere restaurate sollecitamente e più an 
cora la lunetta di Scuola toscana, segnata orizzontalmente da una spacca- 
tura che offende il volto di S. Lucia e da un’ altra crepa che deturpa la 
figura del Beato Giacomo ; senza aggiungere (fiie anche in questo dipinto 
il colore è in parte caduto e in grandissima parte cadente. 



18 



Rassegna bibliografica delV arte italiana. 



eia e di ghiande. Probabilmente furono scolpite nei primi anni 
di Governo del duca Francesco Maria I della Rovere ; certa- 
mente prima degli ornati di Maestro Costantino di Antonio 
Trappola di Sant’ Ippolito, apparendovi un fare più corretto. 
Sono d’ ordine corintio, ed hanno la base attica alquanto rial- 
zata. Il fusto é leggermente panciuto ed è scanellato dall’ imo 
scapo, al terzo dell’ altezza. Da questo al sommo scapo è tutto 
adorno di volute di rosoni e delle foglie più sopra accennate *) ». 

Tempo fa ho potuto constatare che le due colonne furono 
portate via all’ epoca del Governo Italico e poi restituite; 
nessuna meraviglia quindi se la medesima sorte toccasse anche 
alle statue ; la sola differenza starebbe nel fatto che queste, 
come tante altre cose rubate allora, non fecero a noi ritorno. 

Prima di far conoscere una descrizione, direi quasi ufficiale 
e perciò esatta, della cappella, piacemi riportare quanto ebbe a 
scrivere 1 ’ Alippi, nella N?iova Rivista Misena del 1894 (p. 99 e 
segg.) intorno ai lavori in pietra che adornavano la cappella 
ducale : 

« Maestro Costantino di mastro Antonio Trappola da 

Sant’ Ippolito, nel 28 giugno 151Ó convenne coi sindaci e go- 
vernatori della cappella di S. Maria del Claustro di adornarla 
con pietre di Sant’ Ippolito e di darla compita cum omnibus or- 
namentis. Il lavoro poi durò non poco tempo, tanto che nel 
1527 ancora si disputava sul prezzo. Anzi trovo che nel giorno 
20 febbraio 1527 la questione fu rimessa alla decisione di Mae- 
stro Benedetto Peloni da S. Angelo in Vado e di Maestro 
Francesco da Sant’ Ippolito lapicidae et petrarii, e che sotto lo 
stesso dì « visis ornamentis in dieta capella factis per manus 
ipsius Magistri Costantini et mensuratis et omnibus visis vi- 
dendis » fu emanata la sentenza in virtù della quale Maestro 
Costantino doveva avere « duecentoventitrè ducati a ragione di 
venti grossi per ducato ». 



Del Comune di Sant’ Ippolito e degli scarpellini e del marmisti del 
luogo — Fossombrone, Monacelli, 1900. 

2) Nella Guida di Urbino, compilata nel 1875 dal conte Pompeo Ghe- 
rardi, a proposito di queste due colonne, a p. 07 si legge : « Sono due la- 
vori in marmo che il Vice Re mandò iu dono (!) alla Scuola di Belle Arti 
esistente in Urbino ai tempi del Regno Italico ». N. della D. 



Rassegna bibliografica dell’ arte italiana. 



19 



Nel diciottesimo secolo la chiesa, le cappelle, il convento 
furono distrutti e rinnovati poi, eccettuati il portico avanti la 
chiesa, del sec. XIII, e il bellissimo campanile dell’ istessa epo- 
ca. Gli ornati scolpiti dal Trappola e la cappella del Claustro, 
o del Duca vennero salvati e posti nella cappella del Sacramento. 

La descrizione di tali ornati riproduco dall’ Alippi : 

« Quanto ci fosse da rallegrarsi per siffatto trasferimento 
della cappella non so, dacché sparirono le statue di S. Lucilla 
e di S. Flora (due sorelle martiri di Urbino) — due sante care 
specialmente ai nostri duchi — che erano poste ai lati della 
porta d’ ingresso (come vedremo, sette ve n’ erano nell’ interno), 
e questa fu malamente dimezzata per fare una simmetrica porta 
alla sagrestia sotto 1’ organo, seg'andosi diagonalmente in quat- 
tro pezzi i due pilastri, i quali ora presentano con bruttissimo 
effetto non le fronti scolpite ma g*li spigoli ! Comunque sia, 
gl’ intagli restano, ed è un piacere osservare le candeliere som- 
mamente variate, con armi, 3 cudi, elmi, corazze, delfini, uccelli, 
putti, mascheroni, cornucopie ed altri bizzarri grotteschi, men 
corretti certo e meno pregevoli di quelli elegantissimi scolpiti da 
Maestro Ambrogio per gli stipiti e i camini della Corte, ma 
forse ancor più ricchi di spirito e di fantasia. Belli pure i ba- 
samenti, in particolare quelli della porta d’ ingresso raffiguranti 
gli Evangelisti con vedute in basso rilievo di buona prospet- 
tiva architettonica, ed alcuni trionfi di stile ed imitazione ro- 
mana, come due putti che sostengono 1’ immagine di un Ce- 
sare entro una corona di alloro, e due schiavi legati per le 
braccia con sopra in una targa la classica sigla S. C. Notevole 
ancora il basamento del pilastro a sinistra dell’ altare, con 1’ a- 
quila sorretta da due cavalli alati ; nè disprezzabile il fregio 
con cornice ad ovali, che tutta gira attorno la cappella for- 
mando con le paraste dei rij)arti rettangolari destinati forse ad 
accogliere delle pitture, tra cui ricordansi un S. Tommaso che 
pone il dito nel costato di Cristo. (Il quadro di S. Tomaso era 
nell’ altare mag'giore di detta cappella e nei rettangoli forse 
erano nicchie con le statue dei santi) e una Vergine col Bam- 
bino, dipinta nel muro, con suo stucco di rilievo {un ornamento 
di pietra indorata che prima avevano in Corte, dice il relatore) », 
Ed ora ecco la descrizione della cappella scritta da un ur- 
binate, e indirizzata a Vittoria della Rovere, figlia ed erede di 



20 



‘ lìassegna hihliografica dell* arie ilaliana. 



.Federico Ubaldo, principe di Urbino e di Claudia de’ Medici ^). 
Con questa descrizione e con quanto ci resta ancora dell’ antica 
costruzione possiamo idealmente ricostruire 1’ interessantissima 
cappella ducale, insensatamente distrutta nel secolo XVIII. . 

111. ma e P.rona mia Sig.ra 

In risposta delF humanissima di V. S. 111. ma del primo astante 
havevo empito un foglio intiero di tutto quello che vi è nelIa'Ca- 
pella de SS.'»' Duchi d’ Urbino, e così chiamata la Madonna del Duca. 
E perchè non havevo tocco bene sopra quel punto se la Città ha- 
vesse reclamato e si fosse doluto che S. A. S.""' F havesse data ad al- 
tri. Mi creda che volendola disigillare (la lettera), non potei, mi si 
pigliò un dolore al braccio destro non ordinario, e così servo que- 
st’ altra. 

Detta capella della Sere.’»a Regina dell’ Empireo, (è) dell’ anno 
1520, come si vede notato nella cupola, senza dire altro. Fu fatta dal 
Duca, e le statue, tanto dentro quanto fuori, in tutto sono nove, di 
diversi Santi. L’ altare però dove si celebra la messa ha nel quadro 
un Gesù risorto et Tomasso apostolo che li pone il dito nella 
ferita del suo sacratissimo Costato. Ma 1’ immagine della SS. ma Ver- 
gine con il suo Gesù in braccio, quella stà a mano dritta di detto 
altare ; non si vedono (che) le loro sacratissime faccie, essendo co- 
perte (le) altre parti da un broccato d’ oro a tulio (?) fiorato, che vi 
fu posto da poco tempo in qua, e un ornamento (cornice) di pietra 
indorata che prima havevano (i duchi) in Corte. Miracolosamente vi 
è la sua porta tutta intarsiata con la sua chiave, che si serra alla 
notte, et anco al giorno, delle volte, sotto vari pretesti de’ frati di 
S. Francesco, che ne tengono cura di tener accesa continuamente doi 
lampade, giorno e notte, et (che) la S. A. Sere.»*^ di Panna gli 
fa dare duecento libbre d’ olio, cioè sei quartaroli di questa misura 
(urbinate) ; le libbre sono di oncie dodici ; per le mani del Signor 
Canonico Staccoli et per il Signor Mazzanti et altri. Li dinari li ca- 
vano dalla pigione d’ una casa et sua bottega. 

Vi è un ol)bligo, tutti i sabbati, quando non vi sono Santi dop- 
pi, di cantarvi la Messa, come si canta dai frati, i quali dicono di 
non aver fondamento reale di ciuello che devono bavere, facendo 
sempre le ricevute a bon conto. Questi denari si ])agano parimenti 
da detto signor Staccoli. Fuori della porta di detta capella, vi sono 
due annette (stemmi), uno de’ Ser.'»i SS.''* Duchi di gloriosissima me- 

*; Si conserva nella Olìrnvlana di Pesaro — 
tomo VI. 



Mon umenli liovereschl 



Uassegna bibliografica deW arte italiana. 



21 



moria, con T arma del Prefetto di Roma et (quello della) Comunità 
di Urbino. Altr^arme cred’ io sij della Ser.™^ Ducli.^^ Varano di Ca- 
merino, moglie del Ser.“° Duca Guidobaldo, con quattro aquile ne- 
gre et nel mezzo un armacelo inquartato, di color giallo e negro ed 
certe sbarre et le colonne e cartella ed lettere grosse in onore di 
detta Regina e sempre SS. Vergine Maria. Questa SS. ma Capella c a 
piedi d’ una loggia, (dalla) quale (si) entra nella Chiesa di S. Fran- 
cesco, assai lunga (la loggia) dove vi sono da 70 sepolture, nella quale 
loggia sono di dentro doi altre Capelle che riescono in detta 
loggia 0 andito. (Veramente era un bellissimo portico di stile lom- 
bardesco del sec. XIII e costituiva un lato del grande chiostro). Una 
delle cappelle è dei Muratori ed (il) S. Rocco (loro protettore) è una 
bellissima statua di rilievo, ed doi altri altari con il cancello di legno 
che si serra a chiave, et non s’ apre se non quando si celebrano le 
messe, cioè tutte le feste; la qual cappella è tenuta bene ed è bel- 
lissima ornata ed oro. Di contro a questa poi vi è un’ altra cappella 
che si chiama del Capitolo, con il suo altare, dove non si celebra, la 
quale si può chiamare stanza da robbe vecchie, riponendovi tavo- 
lacci, armadure, trespoli et altri bagagli, persino le casse de’ ve- 
trari. Vi sono ancora li ornamenti di pietra di tre depositi de’ Se- 
renissimi (si trovano ora sotto il portico del cortile del Palazzo Pa- 
cale), che prima erano nella chiesa propria di S. Francesco nella 
Capella della SS. Concettione, dove è un bellissimo quadro del Ba- 
roccio. In detta Capella vi è ancoi;a la sepoltura de’ SS.’’^ Albani 
che, come ho detto, per essere piena di robaglie, non si vede un 
poco più a basso. A lato (della cappella denominata) di S. Rocco vi 
è il cimiterio d’ ossa de’ morti, con quattro scheletri interi di donne 
et (uno) d’ un tal conte, parimenti intiero, che per 1’ occazione di 
visitare la Capella sudetta del S.“^^ Duca, vi si fermano a pregare 
per i poveri morti : com’ anco incontro detta (di) S. Rocco vi è 
1’ altare del SS. Crocifìsso miracoloso, dove prima si celebrava dai 
SS.*' Palma, ed bora dicono non esser più tenuti ; che pure vi si 
ferma la (gente), avanti (che) si entri nella nostra Capella, ovvero 
vi si fermino a dir l’ orazione a doi inferiate che sono in detta porta 
quando è chiusa. 

La medesima Capella del Ser.^^^o Duca sta malissimo tenuta, v’ è 
un palio di legno dipinto, tutto spaccato, che mi riccordo essere 
sin dal tempo del Ser.'"° Duca, avo della Ser.'"^ Patrona, il quale 
quando andava o veniva da Pesaro, smontava di carozza et andava 
a visitare la medesima Capella et lì lasciava ogni volta uno scudo 
nuovo d’ oro. Questo lo veduto più volte. Nell’ altare non vi sono 
tovaglie, altro che. una per qualche solennità ; non vi è un inginoc- 



22 



B.assegiia bibliografica delV arte italiana. 



chiatore, quale più volte c’ ò lo ùitto riportare, convenendo star gi- 
nocchioni su le pietre, che il pavimento è tutto tale senza mattoni. 
Non vi sono sepulture dentro a detta Capella, se non, come ho detto, 
di lc\ e di qua, giù per la loggia e fuori della porta di detta Capella. 

Ci è poi un concorso a detto Santo luogo, dalla m?tttina che si 
dice la messa avanti giorno, sino che la chiesa si serra, ad un" ora 
e mezza di notte; mai è libero e tocca più volte al sagrestano di 
gridare se vi è più nessuno. Insomma, è un asilo di peccatori; non 
restando giornalmente di far grazie, vi sono voti di cera, di argento 
et in tavola, che questa settimana passata li feci levare dal sagre- 
stano perchè le pitture poco si conoscevano dalla polvere. 

A gloria di Dio, e non per altro, vi ho particolar divotione, et 
non m" è che lasciassi un giorno di non andarvi per me e per molti 
altri a pregarla, facendo così loro per me ; che tanto in questa città 
quanto nell" altre, che così abbiamo patteggiato, e quando vedo che 
non sono accese le lampade, mi lamento col dire di darmi a offrirne. 

A poco a poco vado riempiendo il foglio et non tocco sue biso- 
gna; dico dunque che S. A. S. e Padrona è puoco a disporsi. Ma la 
Città •mormorerebbe e si dorrebbe in vedersi affatto spogliata delle 
memorie de" nostri SS.*‘“ Duchi, tanto in (beni) temporali quanto in 
spirituali, che importa di più, e che non si direbbe più alla Ma- 
donna del Duca, ma a quella dei Frati. Orsù, mi contento anco di 
ricevere qualsiasi mortificazione !.... Siccome S. A. S.*“^non c lodata a 
lasciare andare un tesoro così grande senza tenersi in particolar cu- 
ra. Eppure li marangoni, falegnami e muratori tengono le Capello 
loro tutte cariche d" oro fino ed lampade d" argento, e di farci le fe- 
ste ed messe quotidiane et sol una tal Signora che al suo voler, 

il poter corrisponde trascuratezza. 

• Lascio li particolari di migliara di scudi ; 

ed io in nome della Città, così illuminato di supplicare S. A. S. di 
fare qualche dimostrazione per beneficio di questo santo e ammirato 
loro tempio di Maria SS."'^, quale col suo divotissimo Bambino, stà 
dispensando gratie a chi ad essi ricorre. Vi sarebbe bisogno per Pai- 
tare le tovaglie, palii, candelieri, che tutti sono rotti, un para d" in- 
ginocchiatori et P olio per ardere una lampada un" ora e mezza per 
sera, finché si terrà (aperta) la chiesa, (da mettere) avanti la porta 
di detta Capella, per illuminare la loggia, dove si \^a dalla chiesa 
alla Capella. 

Per degno rispetto entrerò in altro ragionamento. 

La Capella credo sia vera e reale di S. A. S., facendovi eserci- 
tare tutte le arti da veri e 'reali Patroni. Non solo in detta Capella, 

% 



Rassegna bibliografica delV arte italiana. 



23 



ma fuori per detto andito feci rifare a sue spese /un pezzo di suffitto 
di' era caduto. Non vi sono altri Capellani che li frati di S. Fraace- 
sco, per la messa del sabbato, con altri patti consimili. Ho lasciato 
di dire che fa tenere le chiavi anco di una cassa di ferro, dove si 
mettono 1' elemosine per detta Capelìa, e sono più anni che non è 
stata aperta ; vi sono due chiavi in mano dell' arciprete di Ranci- 
tella, agente del Canonico Staccoli. Sopra la cassa vi è scritto « Date 
et dabitur vobis », si potrebbe far aprire e quello che vi c, spenderlo 
a benefìcio della medesima. 

Li frati tengono alcuni rasetti che servono per apparare detta 
loggia nel giorno dell' Assunta di Maria Vergine, festa principale di 
detta Capella. 

In detta Capella la settimana santa, si fa il sepolcro e vi si 
mette il SS. Sacramento, ed il concorso e suo territorio [è immenso, 
e in questa occasione] vi entrano buone elemosine, che le pigliano li 
Sacri stani. 

Se occorre cosa alcuna, so che il sig. Cavaliere (Staccoli) è fuo- 
ri, (io) m' esibisco prontamente per servitio di detto S.^*' Luogo. 

Questa Madonna et quel miracoloso Crucifìsso della Grotta erano 
in Corte e dati da SS.^^ Duchi a detti Luoghi. 

Mi perdoni V. S. 111.'“'". 



Urbino li 4 Febbraio 1675. 



Suo Dev.mo 
Federico Bertucci 



Attucilmente, di tutto quanto è ricordato dall’ ottimo Ber- 
tucci nella sua lettera, scritta molto alla buona, ma senza peli 
nella lingua, poiché non sa tacere alla ricca ereditiera dei della 
Rovere in qual conto eran da lei tenute le opere de’ suoi mag- 
giori in Urbino, nulla più rimane in San Francesco ; se si ec- 
cettuano gli ornati in pietra di maestro Costantino da Sant’ Ip- 
polito, adornanti, come si disse, in quella chiesa, la cappella 
del SS. Sacramento. 



Ercole Scatassa 



24 



Rassegna hihliografiea dell’ arte italiana 

DOCUMENTI 



NoIMI e notizie di vasai che lavorarono in URBINO 

NEL SECOLO XV E NEL CINQUECENTO 

1408 — « Antonio Joliano olim cl’ Aretio vasaro hab.tc Urbini ». il 6 di 
o-eniiaio fa da testimonio in una compera (Arch. notar, di Urbino • N. 1 
Di vis. ult. Gas. 1. c. 72 t.). 

1425 — Anrtrea orciaro^ è ricordato due volte nel Libro C. che va 
dal 1401 al 1425 dell’ Arch. di S., Antonio Abate di detta città. 

1425 -- Nello stesso anno e nel 1429 è mentovato M. Vangelista msaro 
(Primo Libro dei Confratelli), il quale alli 6 di ottobre del 1487 figura fra i 
consiglieri della medesima Fraternità di S. Anconio. 

1436, 25 genn — Domenico altraman te Roncaglia msa?’0 d’ Urbino (Ar- 
chi v. del Brefotrofio di Urbino, Libro 5° degli Esposti). 

1438 — « Piero de Jacomo horciaro » (Arch. del Catasto, c. 55). 

1439, 22 genn. — « Paola moglie di Mariotto €oto vasaro d’ Urbino » 
(Arch. Comunale — Fiorini, Spoglio pergamene, N. 125). 

1441 — Sotto questo anno troviamo un Giovanni di Pietruccio d’ Urbino 
vasaro {woW Elenco e nel Libro de’ Fratelli di detta Frater.). 

1441 — « Angelo Ijmccìo de Vagnolo horciaro » possedeva in queiran- 
no alcuni beni (Arch. del Catasto, ivi). 

1441 — « presso i boni di Piero horciaro di Ubino » (Id. ivi). 

1442, 31 marzo — Sotto questa data è novamente ricordato Piero horciaio 
(Id. ivi). 

1458 — Alli 21 dicembre di detto anno è menzionato « Nanne d’An- 
tonio figlilo (Arch. stor. del Comune di Urbino, Spoglio, Fiorini, c. 89). E’ 
ricordato anche in un Indice dell’ Arch. del Catasto, nell’anno 1485. 

1470 — In detto Spoglio del Fiorini, sotto la data del 26 febbraio, è no 
minato < L<azaro del quondam Quirico figlilo d’ Urbino 

1481 — « Simone di Paolo de Mncciarello vasaro » (Arch. del Ca- 
tasto, Libro C. c. 55). 

1485 — « Francesco Pierai! toiiio figlilo » fa da testimonio in un 
rogito su pergamena che. si conserva nell’Archivio di S. Ant. Abate. 

1485 — Nel ricordato Indice dell’ Arch. del Catasto di Urbino si fanno 
i nomi dei vasai Giovanni «lei Corto. Vangelista di Giov. di Baldo e 
Berardino de Cristoforo. 

1489 — 12 ottobre — « bologni 10 per tomboli tolti da Vangelista vasa- 
ro » (Arch. di S. Ant. Abate — Da un Libro di spese). 

1493 _ :^i. Bastiano vasaro « o recevuto da bastiano vasaro per il na- 
vulo de la chasa », così nel Libro Entrate del detto Arch. di S. Antonio. 

1495 — « l*iero di Rosi vasaio » è seg’nato come debitore della Frater- 
nità di S. Ant. nel Libro Dare e Avere, che va dal 1495 al 1500. 

149G _ 25 ottobre — « Sebastiano quondam Bonobro vassario olim de 
Colbordolo ». Questo Sebastiano vasaio di Colbordolo è nominato anche il 



Rassegna bihliograficci dell’ arte italiana. 



25 



g-iorno 5 nov. dello stesso anno (Arch. Notarile - N. 1. Div. ultima, Gas. 1, 
c. 72 t e N. 321, c. 25, t). 

1511 — die 12 Aug.ti - q. figlili et algaristae veniant ad vendendum in 
civitatem Urbinum. Interposuerunt quales Dom. Magnates et Prelati; et alii 
de qualibet qualitate et conditione venientes in Civitatem Urbinum sunt 
bene visi et acarezzati. Ita figlili forenses et alii mercatores pannorum nonne 
debeant esse expulsi, imo de qualibet qualitate artes ? facultatem habent 
recipere et permittere vendere ad eorum libitum consulenda sic face (Ardii. 
Com. Libro L dei Consigli^ c. 53, t.). 

1520-1521 - Giroiiiino del corto vassaro, Giiidagnolo de ba^tiauo 
vasjro, Federico de gio. aiit. vassaro, Bastiano de baldo vassaì^o, 

. Bart.o de in.ró pierò barbiere vassaro^ Rodolfo de Oiieruli vasaro, 
fArch. del Catasto - Libro C. Indice e Correzioni). 

1523 — « Jll. IX'icola vasaro » fa da sicurtà ad un cèrto Marietto (Arch. 
di S. Ant. - Da un Libro d’ entrate). 

1523 — « Niccolò del quondam Antonio di Antonio di Matteo di Matteo 
di Marino della terra della Pergola », facendo testamento, lascia alcune cose 
a.... Brunetti di Andrea vasaio, della Pergola (Ardi. Comun. di Urbino - 
Spoglio Fiorini). 

1528 — Guido vasaro da Casteldnrante », l’avo dei due celebri ma- 
iolicari Orazio e Flaminio Fontana, apparisce n^eWElenco de’ Fratelli dell’ 0- 
ratorio di S. Giovanni, che si sottoscrissero per comperare un quadro 
esprimente S. Giovanni che predica dinanzi a re Erode (di tale quadro non 
si ha memoria). Dal libro, dal quale tolgo queste notizie, risulta che Guido 
nel 1546 era priore della Fraternità; in data 6 giugno di tale anno si trova 
segnato fra i Fratelli che diedero l’obolo per la statua di S. Giovanni 
scolpita in legno dal suo concittadino M. OttuTiano de la Bolce. Nel 1514 

gennaio) era stato già priore; nel ’45, 15 giugno, è [ricordato semplice- 
mente così: « mastro Guido vassaro »; sotto la data 28 marzo del 1456, leggo: 
« mastro Guido vassaro fece fare una chiave »; poi, sotto l’anno « 1547, 2 
magio.... pago m.ro Guido Vasaro ». Sotto il 1560, 10 ott.re.... « fiorini doi 
da m.ro Guido Vasaro » (Arch. di S. Giovanni - Libro A. c. 45, 75, 81, 88, 
135, 145. Libro B, c. 3). 

Che M° Guido fosse l’avo di Flaminio Fontana lo prova indubbia- 
mente la seguente nota che leggo a c. 102 del ricordato Libro IL - « 1588, 
23 novembre - « bolognini vinti da ms. flaminio fontana p. una lascita de m.ro 
Guido suo Avo, a la fraternità de S. Giovani ». 

1532 — 27 agosto - <' Aicola Gabrieli figulo » priore (Arch. com. • Li- 
bro P dei Consigli, c. 53, t.) 

1532 — agosto - « Tomaso Antonio Patanazzi » consigliere Id. id. 

1539 — 6 giugno « Federico vassaro'» (Arch. di S. Giov. Libro B. c. 
81, t.) Federico è ricordato anche il 14 nov. 1512. 

1542 - 14 nov « presente Antonio suo e pierò- simone da mondesec- 

che lavorator de m.ro federico vasaro ». (Ardi, di S. Antonio - da un Ba- 
siardello). 

1542 - « federico joan santi vasarii » Id. id. 



26 



Rassegna bibliografica delV arie italiana 



1512 - 31 gcnn. - « fa posta a m.ro Giov. bapta de iii.ro bastiaiio de 
<jiiov, horciaro i^Arch, del Catasto, Lib. C. c. 55). 

1542 - 14 nov. - « Bernardino i*antìnì, vasarii » 'Arch. Gora. Libro 
del Camerlengo di Francesco di Berto Scalco). 

1544 - 14 g’enn. - « in.ro luca de Donino figulus abitator Urbici te- 
stibus » (Arch. Coni. Miscellanea). 

1553 - 11 dicembre - « Guido Fontana figulus » consigliere Id. id. 

1555 - 14 agosto - « fa portata nna putta por mano de donna Catt. nora 
de Francesco vassaro da S. Croce » (-Arch. del Brefotrofio - Libro degli 
Esposti, c. 12, t.; 

1556 - 22 marzo - « Guido Durante figulo » priore Id. id. 

1557 - 20 settembre- « fa portato qai un putto quale disse di havei lo tr(^- 
vato nell’ uscio de la stanzia de lo forno de ni" Guido «la t’astel Durante 
vasaro in S. Polo, la maitina a l’alba, e chiamò donna Batista sua vicina e 
Cesare del Pettinaro per testimoni, e per non haver sogno alcuno che fosse bat- 
tizzato, si batizò e se li pose nome Geronimo » (Id. Libro o" c. 27. t.) 

1558 - 17 aprile - « Joaii Piero figulus » (Arch. Com. Li'n'j II dei 
Consigli c. 10, t.) 

1560 - 2 aprile - Testamento di in" fedorico vasaro (Arch. di S. Gio 
vanni - Libro lì. c. 2). 

1560 - 5 giugno - « fu posto questa notte una putta nella scala di ni" 
Federico di Giov. Antonio nel mercatato » (Id. Libro ó’" c. 54, t.), 

1560 -_A c. 4 del Libro lì. dell’ Arch. di S. Giovanni è nominato « ni.r<» - 

Benedetto di Brardino «li pierino vasaro ». « 

1561 - 22 settembre - Nello stesso labro lì, a c. 8 si legge: « Da gi«> 
vanantoiiio vasaro uno fiorino lasciato da suo padre m.ro federico ». 

1563 - dicernb. 1564 ■ gene. Nel Rriorisla dell’ Arch. Com. è dae volto 
nominato « ni,ro Guido Fontana. » 

1564 - 27 marzo « fa posto questa notte un putto allora nato nella ban- 
ca de in" Giov. Antonio vasaro, nel morcatale » (Arch. del Brefotrofio - 
Libro 5" degli Esposti, c. 92, t.) 

1564 - 2 maggio - Nel lAbro A. dei Battesimi c. 4. t, dell’ Arch. della 
Metropolitana è segnato il nome di « Giovanna di m.ro Gui«lo (Fontana) 
vasaro da Castel Durante » 

1566 23 genn. - Nello stesso lAbro A. c. 29. t. trovo il nome di una.... 
figlia di M° Giov. Maria vassaro. » 

1566. - 9 dicem. « Gabrielle «li Aicola vasaro » (Arch. Com. - Libro 
del Corradi ni). 

1568 - 30 marzo - Giov. Jachoraei pignataro da Castel Durante » {Li- 
bro A. dei Battesimi, cit. c. 5). 

1569 - 2 aprile - Sotto questa data trovo nominato « Marsio Acnrsio fi- 
gliolo di M.ro Camillo vasaro » (Id. c. 233). 

1570 - giugno. Sotto questa data è ricordato un’ altra volta « Gi«»v. An- 
tonio «li m.ro Federict» vasaro » (Arch. Com. - Il Prioiùsta). 

1571 - 17 marzo. Ancora : « prescnt 3 giovant." vasaro » (Arch. di S. Giov. 

- Libro lì. c. 28). 



7 



27 



lùmegna bibliografica dclV arte italiana. 



1572 - Nel lÀbro BB. dell’ Arch. di S. Antonio a c. 20, t. trovo: «Donna 

Giovanna de iii.vo vamro da Urbino ». 

1573 - 23 die. - « Giovambatt. figliolo di ni.ro Giov. Aiit. vasaro. nel 
rnercatale (Arch. della Metrop. Libro A. dei Battessimi, c. 5\ 

1574 - aprile maggio. Nel Priorhta dell’ Arch. coin. è nuovamente ricor- 
dato 111.'’ Cjnìdo Fontana. 

1575 - 13 aprile - « Dianora figliuola di Antonio di ni.ro Fura vasaro 
{Libro A. dei Battesimi cit. c. 242). 

1578 - « Iti” Antonio Fatanazzi » (Il Friorista cit.) 

1581 - 23 ott. Nel ricordato Libro A. dei Battesimi a c. 95, t. è segnata: 
« Orsulina figliola di Agniello vaaaro ». 

1581 - 15 nov. nella stessa pagina si legge anche « Camilla figliuola di 
ni.ro Camillo vasaro » . 

1583 - 12 marzo - » Angela figliuola di Angelo de Benedetto vasaro 
(Ivi. c. 99). 

1584 - 9 ott. - « Giov. Benedetto figliolo di Tiberio de m.ro Benedetto 
vasaro (Ivi, c. 128). 

158-1 - 4 die. e 1585 - genn. « Antonio Fatanazzi ». {Il Friorista). 

1581 - 17 die. « Antonio Fatanazzi » priore {Il Friorista). 

1587 - « ni.ro Flaminio Fontana vasaro » (Arch. di San Giov. Li- 
bro B. c. 28). 

1587 - 25 sett. « Camillo Fontana, consigliere (Arch. Com. Libro F 
dei Consigli). 

1589 - 21 ott. - Al battesimo di « Agata figliuola di m.ro fabio stneator ». 
figura come compare « m.ro Flaminio Fontana » vasaro. {Libro A. dei 
Battesimi, c. 101). 

1591 - 6 maggio - In questo giorno fu battezzato « Giulio figliuolo di 
m.ro Cfiiitlo Fatanazzi (Ivi, c 232 t.) 

1591 - 7 ott, « Guido Baldo figliuolo di m.ro Fompilio Fataiiazzo » 
(Ivi, c. 233). 

1591 - ott. nov. - « m.ro Flaminio Fontana » è nominato nel più 
volte citato Friorista dell’ Arch. Com. 

1592 - ap. maggio - « Francesco Fatanazzi » (Ivi, id.) 

1598 - 9 giugno « Clnido vasaro da Bancitella » Il nome di questo 
vasaro si legge a c. 183 del cit. Libro A. dei Battesimi. 

1599 - die. 1600 - genn. « Francesco Fatanazzi » è di nuovo segnato 
nel Friorista dell’ Arch. Com*. 



(continua) 



E. SCATASSA 



28 



Rassegna bibliografica delV arte italiana. 

RECENSIONI 



Adolfo Venturi, f§»toria dell’ Arte Italiana — Voi. III. L’ Arte lio- 
ma ìica — Ulrico Hocpii, editore — Milano, 1904. 

Una storia critica dell’arte italiana, dice il manifesto, mancava all’ Ita- 
lia; c se ne sentiva ^generalmente il bisogno, per educare e far riconoscere 
i titoli della sua nobiltà alla nazione ch’ebbe per l’arte un nuovo impero 
al dischiudersi dell’ evo moderno. Adolfo Venturi, che nell’ insegnamento del- 
la storia dell’arte nazionale all’Università di Roma, nelle riviste da lui so- 
stenute o dirette, ne’ periodici italiani ed esteri, nelle pubbliche conferenze, 
nei libri, negli uffici artìstici sempre, strenuamente, tenacemente difese le 
necessità della cultura e della vita italiana, si è accinto all’opera, ed è 
giunto già al terzo volume dei sette che costituiranno l’opera intera. 

Narrata nei primi due la storia dell’arte nostra dai primordi dell’arte 
cristiana fino al tempo di Giustiniano, e dall’arte barbarica a quella roma- 
nica, in questo — che è maggiore degli altri per mole, e per numero 
d’illustrazioni, poiché conta 1014 pagine e 900 incisioni — il V. sì occupa 
dell’ arte romanica, analizzandone la diversa espressione nelle varie parti 
d’ Italia. 

Il volume, diviso in tre ampi capìtoli, tratta in principio dell’ arte nel- 
r Italia settentrionale, poi dell’arte nell’Italia meridionale, infine dell’ arte 
lìeir Italia centrale, ricercando con l’usata diligenza ed illustrando con 
la nota sua dottrina gli elementi vari e gli influssi dell’ architettura lom- 
barda, bizantina, normanna, normanno-sicula, gotica, ecc., analizzandone 
ogni forma tramandata sino a noi sulla pietra, ne’ musaici, negli intagli 
in legno, sull’avorio, su metalli preziosi, nelle pitture, nelle miniature, nei 
lavori d’oreficeria. Per la straordinaria ricchezza delle illustrazioni che a- 
dornano e completano M libro, sfilano davanti agli occhi dello studioso anti- 
che cattedrali e battisteri, palazzi vetusti e gloriosi dei Comuni d’Italia, 
torri gentilizie, chiostri e campanili, pulpiti e altari, fonti battesimali e ci- 
bori, portali, statue, bassorilievi, capitelli, tavolette in avorio e pagine mi- 
niate; e tutto ciò che appalesa un’ impronta caratteristica trova nel il 
critico sapiente, ordinatore, che esamina, classifica, riproduce ed illustra. 

Non ultimo pregio del lavoro sta anche in ciò, che una grande quanti- 
tà di materiale illustrativo, di opere sin qui neglette, specialmente de’ pic- 
coli paesi dell’ Italia meridionale, prende per la prima volta, per 1’ opera il- 
luminata del N., il posto che le si compete nella grande storia dell’ arte na- 
zionale; poiché all’insigne storico emiliano par che nulla sia sfuggito nelle 
sue ricerche, ne’ suoi frequenti viaggi intrapresi da molti anni, e non sola- 
mente lungo r Italia, per istudiare con indefesso, pertinace amore tutto 
quanto può avere importanza d’ arte e di storia e può essergli necessario 
di conoscere per proseguire la vasta sùa opera: una vera Storia, cioè, del- 
l’arte italiana, completa, sistematica, organica e quahi é richiesta dai prò 
grediti studi di questi ultimi tempi. , 



Uassegìia hihliografica dell' arte italiana. 



29 



Ad invogliare il grande numero degli amici de’ nostri monumenti d’arte 

— che da qualche tempo va sempre più aumentando in Italia, per opera 
specialmente dello stesso V., esempio meraviglioso di operosità feconda — 
crediamo opportuno e giusto riprodurre il sommario delle tre parti in cui è 
diviso il presente volume: 

I. Ij’ artè romanica nell’ Italia settentrionale — L’ architettura lombarda 
e i suoi clementi — Infiltrazioni d’ arte romanico-francese nel Piemonte, 
nel Monferrato c in Liguria — L’ architettura nel Veneto, in Lombardia e 
nell’Emilia — Sviluppo della scultura — Wiligelmo e Niccolò scultori — 
Scultori di Como, Milano, Pavia, Brescia -- La scultura veronese — Precur- 
sori dell’ Antelami — Benedetto Antelami e i suoi seguaci — Intagli roma- 
nici in legno, in osso e in avorio — Oreficeria — Affreschi della Novalesa, 
di Givate, di Parma, ecc. — Musaici di pavimenti — Miniature a Piacenza, 
Padova, Mantova, Bologna. 

II. Linee di sv^olgimento dell’architettura nell’ Italia meridionale e nel- 
la Sicilia — Chiese pugliesi di derivazione bizantina; altre di carattere più 
schiettamente normanno; altre sotto l’influsso dell’arte gotica — Castelli 
svevi nelle Puglie e in Sicilia — Gruppo di edifici siculo-campani — Archi- 
tettura normanno-sicula — Costruzioni del secolo XIII — L’ architettura 
negli Abruzzi -- Primordi dejla scultura romanica neo-campana — Il Castel- 
lo delle Torri di Federico II a Capua — I cancelli di Santa Eestituta a Na- 
poli — Relazione di essi con sculture di Ravello, Sessa Aurunca, Caserta 
Vecchia, Capua, Gaeta, Salerno, Lentini, Monreale — Il candelabro di Gae- 
ta — Scultura pugliese — Bartolomeo e Niccolò da Foggia — Scultura a 
Benevento — La porta in bronzo, .della Cattedrale — Scultura negli Abruzzi 

— La pittura e la miniatura ne’ monasteri benedettini — I rotoli dell’ « E 
xultet » — Altri manoscritti miniati — « De arte venandi » miniato al tem 
po dì re Manfredi — Musaici di pavim.enti. 

III. L’arte romanica nell’ Italia centrale — L’architettura nel Lazio 
e in luoghi limitrofi — Basiliche romane — Campanili — Torri gentlliiiie 

— Castelli — Case — I Cosmati architetti e decoratori — Edifìci monastici 
benedettini — L’ architettura nell’ Umbria e nelle Marche — - L’ architettura 
in Toscana — Diramazioni dell’ architettura toscana in Sardegna — Pittu- 
re — Musaici — Miniature — Sculture de’ marmorari romani — Sculture 
romaniche nell’ Umbria e nelle Marche — Scultura toscana — Niccola d’ A- 
pulia. 

Percorrendo queste pagine del V., giustamente pensa un giovane critico, . 
sembra che aleggi intorno, intiera, fervida, immensa 1’ anima d’ Italia, nelle 
sue manifestazioni più schiette, nelle sue limpide origini: una sottile ebbrez- 
za pervade lo spirito, lo soggioga, lo commuove: poiché è commozione vera 
e sincera quella che ci prende, ci vince, dinanzi alle gesta, cosi spesso sfor- 
nite di un nome certo, di una data precisa, con le quali, pur tuttavia, quel- 
la folla oscura di artisti e di credenti, che s’ è agitata nei primi due secoli 
del millennio come in una lunga, inquieta aurora ha lasciato ai secoli ven- 
turi un così ricco e così resistente monumento della propria arte e della pro- 
pria fede. 



30 



Iiassegna hlh/iofjutfìca elei V arte il al lana. 



E in utile ao-g-iuno-crc che, dal lato ti[)OgTafieo, ogni volume che esce 
dalla Libreria Hoepli è uu’ opera d’arte per se stessa, e questo che abbiamo 
sotto gli occhi deve dirsi, se è possibile, anche più bello ed elegante dei 
due che 1’ hanno preceduto. 

Far conoscere le opere che illustrano c onorano il nostro paese è nobile 
e bello; additare alle persone colte, amanti de’ nostri studi, -un’ opera qual è 
([uesta, è bello e doveroso insieme. E. Calzini. 



Guido Menasci — 1/ Arte ìtaliiina. Editore ■ Kemo Sandron - Pa- 
lermo 1304. 

Come nota lo stesso autore, la parola di pochi e solitari amatori di cose 
d’ arte ha avuto la virtù di suscitare un gagliardo movimento nei giovani, 
e uno slancio d’affetto potentissimo per lo studio delle opere d’arte, studio 
che fino a qualche tempo fa era stato prerogativa quasi esclusiva, si può di- 
re, degli stranieri. Per opera di questi pochi si è avuto negli ultimi tempi 
una nuova forma letteraria, il libro d’arte, che in verità, però, fino ad ora 
era letto e poteva esser letto solamente dai dotti. In questi ultimi giorni, 
finalmente, sono sorte piccole monografìe, trattatelli dell’arte, più o meno 
copiati sì da grandi trattati, ma che pur vanno i;endendo più popolare, ac- 
cessibile anche alle scuole questo nuovo ramo letterario. Pur troppo, è desso 
un campo che può es*sere sfruttato dai dilettanti, e spesso i letteratucoli, che 
si vogliono procurare un titolo pei concorsi del Ministero della Pubblica Istru- 
zione, si trasformano in critici d’ arte, e si lusingano di trovare lettori e forse 
anche ammiratori. Ma il libro di G. Menasci^ un vero libro d’arte, dovuto 
ad uno scrittore erudito non meno che modesto e coscienzioso, che merita 
le più ampie lodi, perche ha saputo condensare in una sintesi maravigliosa 
la storia migliore di quel ramo dell’arte, che forse più degli altri « si ac- 
compagna alle sorti del popolo nostro sin dal giorno in cui il nome suo co- 
mincia ad avere un significato », la storia di quei che « con l’opera loro 
tennero viva innanzi alle folle trepidanti d’ansia, d’attesa, l’ imagine sacra 
della patria ». 

« L’ arte che fiorisce per tutte le terre d’ Italia --- nota il Menasci — ha 
aspetti variati come son variate le bellezze delle regioni, come eran varie 
le forme della vita cui si venivano atteggiando i comuni ». 

L’autore in questo volume, adorno di numerosissime e nitide incisioni, 
ha gettato sulle tre forme dell’arte rappresentativa, e su ogni manifesta- 
zione di essa sguardi comprensivi di critico e d’ amatore, ip pagine del suo 
libro sono veramente illuminate di luce chiara, danno « 1’ illusione che le 
figure rievocate vi si innovino e l’aria circoli liberamente, che i paesi vi si 
disegnino con quell’ aspetto particolare che assumon secondo P ora del tempo 
e la stagione, » 

Questo lavoro, senza contenere inutili e fastidiose citazioni, ha 1’ impronta 
della schiettezza e della scorrevolezza di limpido ruscello, ci tirascina colla 
soavità del suo mormorio, si legge, si può dire, tutto di un fiato, e si assi- 
mila con facilità. 



31 



liaHserjna bibliografica delV arte italiana. 



Dopo aver parlato, quanto è necessario, cleU’ arte cristiana, nascosta 
nella penombra dei sotterranei di Roma pagana ; dei sarcofaghi cioè c delle 
pitture delle catacombe, dopo avere accennato alla rifioritura bizantina, ai 
musaici, ai pianelli intagliati nell’ avorio, 1’ autore esamina l’arte italiana 
nata dall’urto dei popoli bàrberi coi latini, il periodo detto romanico, l’arte 
gotica in relazione alla formazione dell’arte nazionale; fa una bella c ma- 
ravigliosa rivista dell’ architettura, della scultura e della pittura del rinasci- 
mento, nota i grandi geni del cinquecento, lumeggia le figure immortali di 
Leonardo, di Michelangelo e di Raffaello, scende giù al barocco, al rococò 
all’accademia, ai romantici e si ferma al verismo e all’ idealismo dell’arte 
moderna. 

Il libro, abbiamo detto, si legge tutto di un fiato, e con attenzione sempre 
crescente; giunti all’ultima pagina si constata con compiacenza che si è acqui- 
stato un corredo di cognizioni che stimiamo indispensabili per ogni Italiano, 
onde noi salutiamo con sincera soddisfazione la comparsa di questo libro. 

Ascoti Piceno, 15 marzo 1904. 

Attilio Frasohetti 

Albertina Forno, La Vita e le rime ili Angiolo ÌSroiizino. — Pi- 
stoia, Lit. Tip, G. Fiori, 1902. 

Nell’ introduzione di questo studio si parla degli artisti del secolo XVI 
fuori di Toscana, degli artisti poeti a Firenze; in special modo del Cellini e 
di Michelangelo. Si tratta in seguito con molta diligenza della pretesa pa- 
rentela fra gli Allori e Angiolo Bronzino; si ricorda particolarmente Cristo- 
fano di Lorenzo, detto Tofano, spadaio e Alessandro, suo figliuolo, detto 
Rronzino, pittore e letterato, padre di Cristoforo (detto pur esso Bronzino), 
artista del secolo XVII. La nascita di Angelo B., discendente da una fami- 
glia di sarti di S. Gemignano,^è posta al 1503; ebbe egli diversi maestri tra 
cui il Pontormo; dimorò presso il Duca di Urbino, circa il 1530, a Poggio a 
Calano, presso Cosimo I, nel 1545. La sig.na Fumo ragiona a lungo della 
lettera di A. B. intorno alla nobiltà della pittura; parla dell’ entrata dì lui 
nell’ Accademia degli Umidi, poi Fiorentina, del breve viaggio a Roma, dei 
cartoni per P Arazzerla dei Medici e dell’ aiuto posto da questi al grande 
artista che riformò l’Accademia del Disegno nel 1561 e ’71; mori nell’anno 
seguente. Accenno solo alle vicende della vita del B., omettendo la parte 
che si riferisce alla sua opera dì poeta. La monografia, che contiene anche 
vari documenti inediti, è un prezioso contributo anche alla storia dell’arte. 



M. Morici. 



32 



lìassegna ì)ibliografica deW arte italiana. 






Opere tli carattere geiiersile 

^ * Ricordi di un viaggio in Italia, è il titolo di uno studio che 

Pietro Toesca pubblicu nelP Arte delP agosto - ottobre u. s.; illu- 
strandovi tra altro, due anconette di Lorenzo Monaco, P una esposta 
nel Museo del Louvre sotto la denominazione di « Scuola di Giotto », 
P altra a Bibbiena in Casa Vecchietti; una statuetta di legno, cui i 
fedeli han dato il nome di Madonna del Buio, nella chiesa di Santa 
Maria del Sasso, pure a Bibbiena, d’ un artista die operò verosimil- 
mente a Firenze nella prima metà del quattrocento e che conobbe Parte 
di Donatello e di Luca della Rolibia: uno stucco del 1436 nel civico 
Museo di Verona, rappresentante S. Martino a cavallo; due figure di 
Apostoli, nel santuario di Loreto, del Signorelli; alcune opere di don 
Pietro di Antonio, fiorentino, comunemente noto col nomignolo di 
don Bartolomeo della Gatta; che si conservano ad Arezzo, ecc. Rela- 
tivamente a questi ultimi due maestri, il T. crede di poter provare, 
confermando in certo modo ciò ne aveva detto il Vasari, che il se- 
condo, il quale nella sua seconda maniera ebbe a subire P influenza 
del grande cortonese, dovè collaboraro col Signoroni nelP affresco 
della Sistina rappresentante il Testamento di Mosè. Ricorda in propo- 
sito il pregevole lavoro dello Steinmann sulla Cappella Sistina che 
ebbe già a distinguervi le parti eseguite da Luca e quelle dovute al 
suo compagno; e dice le ragioni per cui crede di poter giungere a 
meglio determinare la varia cooperazione dei due maestri. Inoltre, 
nelP ultimo gruppo delP affresco della Sistina, il T. vede la mano di 
un terzo artista, distinto anche dal Signorelli e da don Bartolomeo. 
Di quesP ultimo pittore ricorda ed illustra il nostro altre opere, de- 
terminandone forse meglio che altri non facesse la personalità arti- 
stica ; passa quindi a discorrere del maestro del « Trionfo della Ca- 
stità », di Antonio Vivarini, di Girolamo Mazzola e d' alcuni loro 
lavori. 

^ ^ * CiNo Accàscina nel Secolo XX del corrente mese di marzo 
fa conoscere, con pochi cenni e con diverse riproduzioni fotografi- 
che, il valore storico ed artistico delle magnificile e rarissime opere 
perdute per r incendio della Biblioteca di Torino o notevolmente 
danneggiate dal fuoco, nella notte del 26 gennaio u. s. 

^ Il più splendido forse dei palazzi romani^ Il palazzo Far- 
nese, divenuto oramai di proprietà della Francia, è brevemente il- 
lustrato da tale che si firma ruscus, nelP Enìporium del gennaio 



Rassegna bibliografica dell’ arte italiana 



33 



1904. Adornano il g-cniale articoletto diverso, nitidissime illustrazioni 
del palazzo stesso : le facciate, anteriore e posteriore, il cortile, V in- 
terno della galleria Farnese, un dettaglio della cornice del Palazzo, 
e gli affreschi con Apollo c Marzia, Paride e Mercurio, e il Trionfo 
di Bacco e Arianna, di A. Caracci. 

Giuseppe Sordini ne L'Arte delT ottobre 1903 pubblica un 
breve studio illustrativo su La « Cappella delle reliquie » de! duo- 
mo di Spoleto adornata nel secolo XVI da pitture di « Francesco 
de Jaco pictorc da S. Angelo in Vado del stato de Urbino » c da lavo- 
ri d’ intaglio e di tarsia eseguitivi da due artisti spoletani, affatto 
ignoti fin qui, Giovanni Andrea di Sor Moscato c Damiano Mariotti, 
scultori, in legno. 

Lo scritto corredato di molte note e di alcuni documenti è an- 
che adorno di belle riproduzioni, tra cui notiamo il tabernacolo, al- 
cuni capitelli e gli stalli della Cappella delle reliquie. 

^ ^ Nello stesso fascicolo de L' Arte segue uno scritto sulle 

origini della xilografia,^ assai ben fatto e importante, dettato da Lio- 
nello Venturi. 

5 - ^ Ancora a proposito dei campanili di Ravenna veggasi ciò 

che scrive in detto numero deir Arte Laudedeo Testi in risposta al 
sig. Gardella della Rassegna d’ Arte^ e ciò che questi stampa nel pe- 
riodico milanese del dicembre s. 

^ ^ Di tre mazzi di carte da faracchi italiane, posseduti P uno 

dalla famiglia Visconti di Milano, P altro dal sig. Brambilla, pure di 
Milano, e il terzo, nella maggior parte dal nobile Alessandro Colleoni 
di Bergamo e, per P altra, dalP Accademia Carrara della stessa città, 
discorre il conte Emiliano di Parravicino nelP ultimo fascicolo del 
Burlington Magazine. Un cenno con diverse riproduzioni di dette car- 
te si legge anche nelP Eniporium del febbraio 1904. 

^ ^ In Arte e Storia dello scorso dicembre E. Se atassa pubbli- 

ca due note dei libri mandati in dono al re di Danimarca e P altra 
al Delfino di Francia dal pontefice Clemente XI, le quali hanno una 
certa importanza nei riguardi delP arte grafica, tipografica e del 
ricamo. 

^ Ettore Modigliani nelP Arte delP ottobre scorso prende in 

esame la recente pubblicazione di Langton Douglas, A History of 
Siena (London, John Murray, 1902) mostrandone P importanza, e fa 
lo spoglio*^ delle riviste italiane e straniere; Romualdi Alfredo riferi- 
sce favorevolmente intorno alP ultima pubblicazione di Pompeo Mol- 
menti e Gustavo Ludwig: Vittore Carpaccio et la confrérie de Sainte 
Ursnle àVenise (Florence, R. Bemporad et fils, 1903); e L. V. dà no- 



34 



lìa^^cgna bibliografica dell’ arte iialiana. 



tizia intorno alla pnbl3licaziono di Giulio Bortoni ed Emilio Paolo Vi- 
cini fin Tommaso da Modena (Modena, G. T. Vincenzi, 1933). 

Nel fascicolo di g’cnn. 1904, la Rassegna d’ Arte di Milano 
pnbl)lica iiiP interessante vignetta che riproduce alcuni particolari 
della parte inferiore del noto palazzo Pretorio o della Ragione in- 
nalzato in qmdla città sulla prima metà del secolo XIII, nelb antica 
Piazza dei Mercanti. Il glorioso superstite del tempo dei Comuni non 
poteva subire maggiori manomissioni ed a ragione Poli filo nel suo 
articolo intitolato par il dssoris dì Milano, commenta con amara ar- 
guzia ilvfatto di vedere i piloni c le arcate dell' insigne monumento 
scomparire sotto le insegne dei tosatori di cani, gli annunci di bici- 
clette, i manifesti d' ogni fatta e colori. 

^ - S. Giovanni Gualberlo nel IX centenario dalla sua con- 

versione. Firenze, Tip. Domenicana, 1903, pp. 1-136. 1/ opuscolo 
porta in fronte un bel medaglione del Santo e molte altre incisioni; 
tra cui belle e importanti sono quelle del suo busto reliquiario che 
si conserva nella sagrestia della chiesa di S. Michele Arcangelo a 
Passignano, illustrato da D. Germano Fornaciai; il reliquiario mera- 
viglioso del secolo XV che c alla Vallombrosa e sopratutto il sepol- 
cro di S. Gualberto scolpito da Benedetto da Rovezzano, nella chie- 
sa fiorentina di S. Trinità. Importante è pure P articolo di G. Caroc- 
ci, Le Abbadie vallombrosane in Toscana. (AL Alorici). 

^ ^ G. Frizzoni, sotto il titolo Neuc Erwerbungen dar Braragal- 

lerie und des Museo Poldi Razzoli in Maìiand, in Zeitschrift fiir 
bildende Kiinst. N. F. XV. H. 3, riproduce ed illustra i recenti acqui- 
sti fatti dalla Galleria di Brera e del Museo Poldi-Pezzoli; alla pri- 
ma appartengono opere di Gentile da Fabriano, di Cosimo Tura, di 
Dosso Dossi, di Benozzo Gozzoli, di Giov. Antonio Boltraffio ; al se- 
condo una tavola di A. Solari, un tondo del Sodoma ed un piccolo 
tritico con smalti. 

* A proposito dell' articolo di P. Piccolomini intorno al ri- 
tratto di Pio II, da noi citato a p. 482 dell’ ultimo fase., si veda an- 
che L’ Arte dello scorso ottobre, p. 314, in cui lo stesso P. torna 
sull' argomento. 

I primi pittori veneziani. Con questo titolo Pompeo jMol- 
MENTi inserisce un articolo in Rassegna (T Arte di settembre 1903 ri- 
battendo 1' asserzione contenuta in uno articolo dal prof. A. Moschet- 
ti, pubblicato su Giovanni da Bologna: avere fiorito cioè in Venezia, 
poco dopo la metà del secolo XIV una scuola pittorica, per quei tem- 
ici famosa. Il IMolmenti invece dimostra come Venezia nel campo del- 
la pittura non comparisce degnamente se non alla metà del secolo 
X\h prima di (juel temi)o 1' arte sulla laguna si trovò in arretrato di 



lìassegna ìjihliografìca ddV avtf ifaliana. 



35 



fronte allo sviluppo che aveva preso nelle altre citta venete: non è 
che con il Vivarini e con Jacopo Bellini che si può parlare a Vene- 
zia « di artisti grandi c di- scuola famosa. » 

^ Gustav. Bauli wo L’ Arte delT agosto 1903 dà copiose noti- 
zie dalla Germania intorno a molte opsre di massir] italiani, relati- 
vamente agli acquisti fatti dal Museo di Berlino, al riordinamento 
di Stoccarda, alia Collezione Liirman di Brema, alle pubblicazioni 
(b arte recenti, alle esposizioni, vendite, ecc. 

Sulle vicende di una riproduzions in musaica dsl Canaco- 
lo di Leonardo da ^inci e della Scuola, di musaico in Milano discor- 
re nella Rassegna d’ Arte (settembre e ottobre 1903) I. Gelli. 

. * I cimali di una grande arte. Sotto questo titolo, nelb otti- 
mo periodico II Piemonte (Saluzzo, 11 luglio 1903), Èrcole Boiardi 
stampa una recensione, favorevolissima, delB importante lavoro di 
G. E. Rivoira, Le Origini delV Architettura Lombarda e delle sue prin- 
cipcdi derivazioni nelle regioni d’ oli A Alpe. Riassunta B opera nel mo- 
do migliore ed esauriente, il B. osserva infine che è a temersi che il 
bel volume stampato in poche centinaia di esemplari, alto di prezzo, 
possa rimanere ignorato alla maggior parte degli studiosi e negletto 
nelle grandi biblioteche, ed esprime, molto opportunamente, il desi- 
derio che B autore stesso vmglia curare un’ edizione magari ridotta, 
ma che divulghi, i frutti audaci, del resto non certo caduchi, del suo 
lungo e importantissimo lavoro. 

^ Nel Secolo XX del gennaio 1901 Melani pubblica un bel 
numero' di Camini artistici d’ Italia, medioevali, del rinascimento, 
barocchi, neoclassici, ecc., non senza cadere in qualche inesattezza, 
come quando presenta ai lettori il bellissimo camino nella Sala detta 
degli Angeli del Palazzo ducale di Urbino, quale opera del secolo 
XVI, mentre è magnifica opera del quattrocento. 

Il Santuario deir Ammiro @d un quadro attribuito a Miche- 
langelo da Caravaggio è il titolo di un articolo che E. Calzini pub- 
blica ne L’ Arte del dicembre 1903. L’ antico santuario delB Ambro, 
un tempo monastero, sorge presso la foce del fiume omonimo, che 
scaturisce dai monti Sibillini, e precisamente fra le. montagne deno- 
minate Castel Maliardo e Monte Pizzo, a sei o sette chilometri da 
Olontefortino nella provincia di Ascoli. 

Il Santuario^ secondo le notizie tramandate fino a noi, era noto 
ai fedeli prima del secolo XI. Nei primi del secolo XVI B antica chie- 
sa fu demolita, e nel 1503 fu ad essa sostituito B attuale tempio, su 
disegno dell’ architetto Ventura Venturi, 

La chiesa è ad una sola navata e ha undici altari. Dietro il mag- 
giore trovasi la cappella dedicata alla Vergine delB Ambro, adorna 



^6 Hassegna hihliografica delV arte italiana. 

di affrosdii cseg-Liiti negli anni 1610-1612 da Martino Bonfìni da Pa- 
trignono. Entro riquadri con cornici di stacco dorate sono dipinte 
alle pareti alcune seene della vita di Maria, con figaro grandi al ve- 
ro. Nel volto, entro più piccoli scompartimenti, sono figurate sibille 
e profeti. La scena rappresentante P Annunciazione è del 1684, e fa 
dipinta da Domenico Malpieri di San Ginesio. I ricchissimi intagli in 
legno dorato, che adornano la parete di fronte, vennero eseguiti da 
un ignoto artista venutovi da Roma nel 1635. 

Il santuario, benché più volte visitato dai ladri, conserva anco- 
ra oggetti d' arte di notevole importanza. Nel secondo altare, a de- 
stra di chi entra in chiesa, si ammira un paliotto di cuoio colorato 
antico; ed un altro paliotto, anclP esso a colori e impresso su fondo 
d’ oro, si vede nel terzo altare a sinistra. Un terzo pezzo di cuoio 
antico, a fiori colorati e oro, si trova sopra il piano delP armadio di 
noce in sagrestia. Lo stesso armadio, rozzamente intagliato da qual- 
che religioso delP Allibro, è del cinquecento. 

Nel cosidetto Tesoro delP Allibro non si conservano oggetti pre- 
ziosi per aiitichitù, e arte. Due o tre anni addietro furono asportati 
alcuni calici preziosi ed altre cose di oreficeria e, al solito, nessuno 
potè scoprire gli autori del furto. I fedeli intanto ogni anno nel gior- 
no della festa non dimenticano P antico santuario ed offrono alla pa- 
trona del tempio nuovi oggetti per servire agli usi del culto; cosi 
che nella credenza e nel ricordato armadio della piccola sagrestia si 
trovano sempre nuovi capi di qualche pregio, sia di tessuti in seta, 
sia di oggetti d' oro o d' argento. 

Ma ciò che quivi maggiormente attrae P occhio delP intelligente 
non è il Tesoro, ma sibbene una tela non molto grande (misura m. 
1.91 X 1-21) che risplende su tutto il resto del tempio, sopra il pri- 
mo altare a sinistra, entrando. 

Rappresenta la Madonna, con figure grandi al vero, adorata da 
due pastori o pellegrini, un uomo ancora vigoroso e una vecchia. 
Presso le colonne di nn tempio, sopra un gradino, con la persona 
appoggiata sulla gamba sinistra, sta la Vergine in piedi con la de- 
stra sotto P ascella del Bambino, che essa tiene seduto sulP altra ma- 
no, mentre col capo si volge verso i pellegrini. Questi, che dalP etfi 
che rappresentano si direbbero madre e figlio, stanno ginocchioni e 
a mani giunte: P uno guarda il Bambino Gesù, P altra volge gli oc- 
chi alla IMadonna. L’ uomo dalle carni, brune e vellose e dalla folta 
barba tiene fra le braccia una canna, vede un giubbone e calzoni 
corti, ha sulle spalle un piccolo mantello e mostra le gambe poderose 
e i piedi nudi. In parte nascosta dal compagno sta alla sua destra la 
vecchia, vestita con un povero abito color marrone e con in capo 



Rassegna bibliografica dell' arte italiana. 37 

una cuffia bianca. La testa di questa figura veduta di -profilo è di 
uii’ evidenza straordinaria. 

La Madonna bellissima indossa una veste di color cupo con ina- 
niclie rubino-scuro e un leggero velo giallognolo sulle spalle quasi 
nude magnificamente dipinte. Ha le carni chiare argentee, come quel- 
le del putto, i lineamenti del viso giovanile assai ben fatti, gli occhi 
e le sopracciglia sottili, i capelli nerissimi. 

Il quadro è in buono stato.' Le tinte d'ombra sono assai marca- 
te e forse un po' cresciute di colore, come apparisce in quella assai 
larga e di bell' effetto, che la persona della Vergine getta sulla pare- 
te contro cui si appoggia, e nelle parti in ombra nel viso e nel pet- 
to del Bambino. Tutta la figura della Madonna, come quella del put- 
to, si distingue per delicatezza e nobilLà di forme da quelle dei pel- 
legrini. Oltre che la carnagione bianca e luminosa del volto suo pu- 
rissimo, si guardino, ad esempio, della Madonna le belle mani candi- 
de dalle dita affusolate, dalle unghie rosee e si confrontino con quel- 
le brune e vellose dei pastori, larghe, tozze, indurite dalle fatiche dei 
campi. Tali differenze di disegno e di colore ci rivelano evidentemen- 
te il pensiero che mosse l'artista, il quale, pur attenendosi scrupolo- 
samente al vero, mostrò nel suo quadro, pieno di vita e di sentimen- 
to, in qual maniera debba essere trattato e distinto ciò che appartie- 
ne al cielo, da ciò che è puramente umano e terreno. 

La tela preziosa fa donata alla chiesa dell' Ambro or sono circa 
cinquant' anni dal pittore antiquario Fortunato Duranti di Montefor- 
tinó, vissuto per molti anni a Roma — da cui forse il quadro pro- 
viene — ed è attribuito, e non ingiustamente, a quel valoroso e 
strano artista che fu Michelangelo da Caravaggio. E invero la com- 
posizione del quadro libera e assimetrica, le carni argentee della Ma- 
donna e del Putto, le tinte d' ombra forti e grandi, il verismo delle 
due fignre dei pellegrini, la delicatezza e nobiltà di forme della Ver- 
gine, poste a confronto con la rozzezza e 1' ingenuità dei pastori, la 
luminosità del lavoro nelle parti .chiare in forte contrasto con le om- 
bre larghe e profonde, infine la tecnica propria del Caravaggio; tut- 
to fa pensare a questo'maestro. 

Importanti ^Sote intorno ai disegni conservati neiia R, 6al- 
leria di Venezia pubblica Carlo Loeser nella Rassegna d’ Arte dei- 
dicembre 1903. Il L. limita le sue osservazioni a quei disegni che più 
specialmente sì impongono all'^attenzione dello studioso, senza oltre- 
passare il periodo « che vien da tutti riconosciuto come la grande 
epoca classica dell' arte italiana » . Circa il famoso libro detto Degli 
schizzi di Raffaello egli ritiene che tutti gli schizzi costituenti nel lo- 
ro insieme il libro, senza eccezione, non sieno se non una falsifica- 



Uassegna hihUografìca ddV arte italiana. 



38 



zionc del settecento. Esamina quindi i disegni più notevoli della rac- 
colta, restituendo, secondo il suo giudizio, una quantità considerevo- 
le di lavori a’ quei maestri che la tradizione o la vecchia critica a- 
veva loro tolto e altri ne toglie ad artisti cui erano stati erronea- 
mente attribuiti: fra questi figurano, per alcuni disegni, i nomi di 
Bramante, di Lorenzo Costa, Timoteo Viti, Paolo Uccello, Kaffaellin 
del Garbo, Lorenzo di Credi, Raffaello, Tintoretto, Leonardo da Vin- 
ci, Boltraffio, Era Angelico, Michelangelo. 

^ ^ Nello stesso fascicolo: Diego Sant’ Ambrogio discorre del 

prezioso Cappuccio di piviale del Museo Poldi-Pezzoli, che quivi ri- 
produce; Ambrogio Annoni pubblica ed illustra una interessantissima 
sedia presbiteriale del Clni|u3cea!o, che si conserva nella chiesa par- 
rocchiale di Attori, presso Milano; Enrico Caviglia torna a parlare 
della Roccella dei Vescovo SquilSace; Odoardo Gardella ancora 
sui ca npanili ravennati, e A. De Nino pubblica un piccolo affresco 
del secolo XV, in un lastrone di pietra, rappresentante il Salvatore, 
scoperto tra alcuni materiali di fabbrica, mentre il D. N. stava rior- 
dinando il « Museo Corfìnese » di Pentima. 

^ À Nèustroìeff nel fase. 11-12 (1903) dell’ Arte illustra e 
in gran parte riproduce i quadri italiani nella colleziono del duca 
G. N. von Louchìenberg di Pietroburgo. La collezione fu messa in- 
sieme dagli antenati degli attuali duchi, parte in Italia, parte a Mo- 
naco. Il più amico fra i rari quadri di scuola fiorentina è il ritratto 
di un uomo veduto di tre quarti, dato or a questo ora a quel mae- 
stro e dal N. restituito al suo vero autore. Filippino Lippi. Guarda 
poi ad un ritratto di donna di Angelo di Cosimo (il Bronzino), che 
potrebbe rappresentare Vittoria Colonna. Della scuola ferrarese la 
collezione possiede tre quadri del Garofolo: due tavolette con episodi 
della vita di S. Nicola da Tolentino, adornanti in origine la predel- 
la di mia pala d’ altare, ed un terzo quadro rappresentante Cristo 
che lava i piedi agli Apostoli. 

La Scuola di Brescia vi si distingue con un ritratto ed una Ver- 
gine col Bambino, del Moretto ed un altro ritratto virile del Roma- 
nino. Anche il dolcissimo Francia figura nella bella raccolta con una 
deliziosa Madonna e il B. fra i santi Domenico e Barbara. Un bel 
• ritratto concepito con verità di vita e di colore e quello del Cardina- 
le Monti, un tempo giudicato di Raffaello, e restituito dal Passavant 
a Scipione Pulzone, detto Gaetano. Era i pittori settentrionali vanta 
la galleria una graziosa JMadonnina col putto, di B. Luini; una « Cir- 
concisione » di Vincenzo Catena e una ^Madonna con santi della sua 
Scuola; una preziosa, superba tela con JMaria c il Divin Figlio, vari 
santi e il donatore, di Palma Vecchio: un’ opera di ])rimo ordine di 



Rassegna bibliografica deli’ arie ilaliana. 



30 



Paris Bordone esprimente la Vergine col B. tra i santi Giorgio e 
Giovanni Battista; una piccola, graziosa figura di S. Caterina di Lo- 
renzo Lotto; un quadro ben conservato, di uno scolaro del Cima, con 
le figure dei Santi intonio. Rocco e M. Maddalena; ed un bel ritrat- 
to di signoiG, dipinto da Sofonisba Anguissola. 

Giulio CAROrri nell’ ultimo fa veicolo dell’ Arte (novembre-di- 
cembre 1903) rendo conto della donazlans Sipriol alla R. Pinacole- 
ca di Brera, rilevando il pregio artistico delle migliori opere di det- 
ta donazione: un piccolo affresco del Luini, una tavola con Cristo 
morto del Bramantino, un Ecce homo (tavola) o un S. Francesco del 
Borgognone, una Pietà di Giiudcnzio Ferrari, una Madonna col Put- 
to della Scuola di Lorenzo Costa, ed un’ altra di Luca Longhi, un 
trittico di Nicolò da Cremona (1520), un tabernacoletto d’ ignoto del 
secolo XV, un Santo martire di scuola toscana (sec. XV) uno spor- 
tello di trittico con due santi e il donatore di Defendente De Ferra- 
ri, un affresco esprimente il Presepio di Altobcllo Melloni, un’ altro 
scomparto di polittico, d’ incognito cremonese del 1450 all’ incircn, 
una Madonna ccd B. d’ incognito padovano della maniera dello Squar- 
cione, e poclu) altre cose non prive d’ interesse. Nello stesso corriere 
di Lombardia il C. diligentemente descrive e riproduce un Talsarna- 
co!o o trittico di Bernardssio Botinone, acquistato dal Musco del Ca- 
stello di Milano. 

. A" ^ Antonio Munoz nel medesimo fascicolo de A’ dedica un 
geniale articolo al mobilie italiano dsl Rlnascimsnto, illustrato con 
nitide riproduzioni di cassoni scolpiti, dei secoli XV e XVI, armadi, 
sedie, tavole, ccc. 

Abruzzo. 

Nicola Gallucci di Guardlagrele, cesellatore del secolo XV, 
è studiato nelle sue opere da Filippo Ferrari (Cbieti, Nicola Jecco) 
che dà di quest’ ultime, alcune belle riproduzioni. Questa monografia 
fa parte di un’ opera che il F. promette prossimamente: L’arte in 
Guardiagrele e P arte di Giiardiagrele in itedia, in cui egli dimostre- 
rà col sussidio di fatti c di documenti F importanza di quella Scuola 
abruzzese. 

/A " D. Guglielmo Bertuzzi ne L’Arte dello scorso ottobre discorre 
de la badia di Cbiaravalle delia Colomba? presso Piacenza, e degli affre- 
schi recentem^mte scopertivi. La badia, fondata nel 1135 dall’ abate San 
Bernardo nativo di Fontaine nella Borgogna, restò ai Cistercensi fino al 
1444, fino a quando cioè da papa Eugenio IV venne eretta in commenda, 
e da allora cominciò lentamente a decadere. La facciata del tempio, è ip 



40 



Uasiiefjna bibliografica cleU' arte italiana. 



bella muratura scoperta del secolo XIII, ha un'altezza di oltre 20 me- 
tri, ed altrettanto misura in larghezza, ed è unicuspidale. A ridosso 
della facciata è un vestibolo posteriore di circa un secolo; in alto c 
una grande rosa ornamentale in corrispondenza alla navata centrale; 
due minori aperture circolari con decorazioni in terracotta dànno lu- 
ce, una per parte^ alle navi minori. Internamente la nave maggiore 
sì compone di quattro grandi arcate suddivise alla lor volta in otto 
minori, dopo le quali si apre la navata trasversale. Iniziati i lavori 
di ripristino deir antica costruzione vennero in luce diversi affreschi; 
i più importanti e meglio conservati sono tre: il primo di m. 7 d' al- 
tezza per 4 di larghezza rappresenta la Crocifissione, di cui alcune fi- 
gure « hanno qualche analogia con gli affreschi dei fratelli Sanse ve- 
rino dipinti neir oratorio di S. Giovanni in Urbino; il secondo rap- 
presenta un abate mitrato con due chierici; il terzo un altro abate 
benedicente. A spese di un Comitato « Pro Columbia », di privati e 
del Ministero, i restauri proseguono a cura dell' ufficio regionale dei 
monumenti dell' Emilia. 

^ » A p. lOD, a. XXI, della pubblicazione intitolata i Monu- 

menti Domenicani d’ Italia^ che si pubblica a Firenze (marzo, 1004) 
è riprodotto il noto Reliquiario di S. Tommaso d’ Aquino (in S. Do- 
menico di Bologna), eseguito da Jacopo Rossetti nel 1383. Interessan- 
ti anello le notizie che accompagnano la riproduzione del reliquiario, 
e specialmente quella relativa ad un inventario o catalogo di tutti 
gli oggetti esistenti nella chiesa e sagrestia di San Domenico, ordina- 
to nel 1477 dal Priore del Convento. In detto inventario sono enume- 
rati calici, patene, ampolline, croci, turiboli, candelabri e, infine gli 
ereliquiari, tra cui quello di San Tommaso, che vien dopo quello di 
San Domenico, è così classificato: « Secundum Tabernaculum. Item 
aliud tabernaculum argenteum deauratum in guo est digitus indèa- 
dextere sancti tliome de aquino ». 

* Il dott. E. Robiony nella Rivista d' Arte di Firenze (gemi. 
1904) pubblica alcuni documenti per cui si dimostra che la « Madon- 
na dal collo lungo » dal Parmìgianino fu acquistata nel settembre 
del 1698 da Ferdinando de' Medici, a cui fa venduto — non sappia- 
mo per qual pi\^zzo — da' Padri Serviti di Parma, per mezzo del 
conte Calvi. 

... " Ne L’ Arte dell' ottobre 1903, u. b. dà notizia degli affre- 
schi di Giacomo e Giulio Francia scoperti a S. Giovanni in Monte, 
de' nuovi restauri in S. Petronio ed in altri monumenti di Bologna. 

Intorno al pittore Barnaba da Modena, nella d’ Arte 

dell' agosto 1903, stampano ottime notizie, frutto di nuove indagini 
d' archivio, Giulio Bertoni ed Emilio Involo Vicini. Barnaba, di fa- 



Itassecjna bibliografica dell’ arte italiana. 



41 



miglia d' origine milanese, nacque a Modena, ove passò la giovinez- 
za col padre Ottonello e con una sorella che fino dal 1367 era sposa 
di Pietro Parenti. Passò quindi a Genova, ove dipinse opere di mol- 
to pregio; « ritornò nel 1380 in patria durante un suo viaggio a Pi-' 
sa, ove fu chiamato per effetto del buon nome eh’ egli erasi saputo 
acquistare. Lo ritroviamo un’ ultima volta a Genova nel 1383; dopo 
di che, più nulla sappiamo di lui. Ma noi ci lusinghiamo, sogo’i un- 
gono gli egregi a., che altri, avendone 1’ agio, possa rintracciare 
qualche nuova notiziola, riguardante il suo soggiorno in Genova, nei 
preziosi « Fogliazzi » dei notai genovesi e voglia renderla senz’ altro 
di pubblica ragione. » 

^ Nello stesso fascicolo Andrea Balletti pubblica e descrive 
gli uliimi battenli in bronzo a Reggio dsir Emilia del Rinascimento, 
lamentando che « i pochi che ancora rimangono sono proprio gli ul- 
timi avanzi d^ una serie gloriosa, nè dureranno a lungo contro gli 
assalti degli speculatori, » Ed è proprio peccato, poiché la città ne 
era ricchissima e molti di essi erano usciti dalle mani ,di scultori ed 
orefici insigni, come Bartolomeo e- Prospero Spani, Antonio Signorotti, 
Alfonso Ruspaggiari, i Parolari, i Pacchioni, il Sampolo, ecc. ' 

» * » Nel Marzocco del 14 marzo 1904 Francesco Malaguzzi in 
un articolo intitolato Un esempio da imitare, discorre della recente 
formazione del Museo di Piacenza, che egli ama ricordare ed esalta- 
re come esempio lodevolissimo, ma non abbastanza noto e che do- 
vrebbe servire d’ ammaestramento a moire fra le piccole città d’ Ita- 
lia che si trovano in condizioni miserrime relativamente alla cono- 
scenza e alla conservazione del proprio patrimonio artistico. 

Alessandro e losafaì Araldi. Di questi due pittori, ma più 
specialmente del primo, discorre Corrado Ricci nella Rassegna d’ Ar- 
te dello scorso settembre. Alessandro fiorì a Parma nella seconda' me- 
tà del quattrocento. « Di poca firntasia e di natura eclettica, racco- 
glieva forme’ e motivi da tutte le scuole, e quel che è peggio li in- 
seriva nell’ op(u’a sua senza fonderli, senza assimilarli. » Così c che 
nei suoi lavori si appalesano tracce di diverse scuole: mantegnesca, 
bellinesca, ferrarese, e influssi del Francia e del Pinturicchio. Il R. 
ricorda ed illustra varie opere di questo maestro; di alcune di esse 
offre anche la riproduzione, come riproduce una figura di San Seba- 
stiano, della galleria di Parma, di Iòsafat Araldi, ov’ è palese 1’ in- 
fluenza delle scuole settentrionali d’ Italia. Fino a poco tempo fa la 
firma dei maestro lossapliat de Areddis veniva erroneamente interpre- 
ta come quella di un losafat Aldi. Alessandro morì nel 1528; losafat 
viveva ancora nel 1519. 

^ Nella stessa rivista (ottobre 1903) F. Malaguzzi Valeri stam- 



42 



Rassegna bibliografica dell’ arte italiana. 



pR un buon articolo su La pittura Reggiana nel Quattrocento, ac- 
compagnandolo con numerose riproduzioni. Per comodità degli stu 
diosi ne riproduciamo il sommario: Nomi e notizie di pittori ricorda- 
ti nei documenti — Baldassarre da- Este o da Reggio — Lazzaro Gri- 
maldi e il suo quadro di Berlino — I Maineri e le loro opere a Mi- 
lano, a Correggio, a Reggio —.Le decorazioni murali del quattrocen- 
to a Reggio — Francesco Caprioli e il suo quadro nel Battistero — 
Un nuovo documento — Bernardino Orsi — Le pitture minori Il 
Giarola, il Zacclietti e i pittori del XVI secolo. 

* * * L. Marinelli nel medesimo numero di Rassegna d’ Arte di- 
scorre del Palazzo dei Riario Sforza in Imola costruito verso il 1482 
per ordine di Girolamo Riario, nipote di Sisto IV e marito di Cate- 
rina Sforza, signora d’ Imola e di Forlì. « Vagando nel campo astru- 
so delle congetture, così il M., alcuni critici credono di poter attri- 
buire V opera a certo mastro Giorgio Fiorentino, altri .all’ architetto 
Baccio Pontelli ». A proposito di ciò non ci sembra che oecorresse 
perdersi nel campo delle congetture, sol che si sappia che cronisti 
del tempo, come il Novacula (Cronaca, voi. I, fol. 35) scrivono che 
appunto « uno M. Zorzo fiorentino » trovavasi in quel tempo al ser- 
vizio del Riario, al quale Giorgio « aveva fato multe lavoro a dita 
soa Ecelencia (oltre che a Forti) a P altra soa cità d’ Imola ». 

* * * Così G. Bertoni ed E. P. Vicini nello stesso fascicolo pub- 
blicano alcuni documenti tratti dalP Archivio notarile di Modena, re- 
lativi a NìcdSò da Reggio, figlio di Guido, fiorito nella secon la me- 
tà del Trecento e autore di uno dei dipinti nelP antico battistero di 
Parma. Dopo tale pubblicazione dei signori B. e V., il nome di Ni- 
colò da Reggio, d’ ora innanzi, dovrà essere collocato insieme con 
quello di Barnaba da Modena, di Serafino dei Serafini e di pochi al- 
tri tra i pittori modenesi del Trecento. 

^ ^ Alberto Ròndani in un recente suo opuscolo (Spezia^ 1903) 
tratta della Origins della famiglia Rodari, clP ebbe tra gli altri 
quel Tommaso Rodari, scultore ed architetto famoso ai suoi tem- 
pi e di cui oggi i critici vanno riconoscendo' P alto valore. Il R. 
crede che la fixmiglia di Tommaso, che un documento ce lo dice in- 
gegnere della fabbrica di S. M. Maggiore di Como, sia di origine 
cremonese. 

Lazio. 

^ ^ La « Madonna del donatore » nel convento di Sant’ Onofrio 
in Roma. In un articolo così intitolato e pubblicato ne lA Arte dello 
scorso ottobre, Antonio Munoz cerca di risolvere un quesito rimasto 
hn qui insoluto, chi sia cioè il donatore rappresentato nella lunetta 
dipinta in detto convento, con la Madonna il Bambino c un donato- 



Rassegna bibliografica dell’ arte italiana. 



43 



re. Il M., esposto con ordine e chiarezza le ragioni che lo incUicono 
a sostenere il suo disserto, conclude affermando che nella figura del 
donatore devesi riconoscere V immagine di Francesco Cabanas, il 
quale non molti anni dopo il 1446 aveva fatto riedificare V oratorio 
di SanF Onofrio. 

Nello stesso fascicolo de L’ Arte Pietro Egidi riproduce e 
brevemente illustra alcunf^monumenti artistici eh’ egli potè vedere al 
castello di Soriano sul Cimino; fra i quali sono: la chiesa di San 
Giorgio, un tabernacoletto di ilndrea Pregno (?) nella chiesa di S. 
Eutizio e un tabernacolo del secolo XVI nella chiesa della Madonna 
del Piano. articolo è intitolato: Relfiquie d’ arte in Soriano del 
Cimino. 

liOinbardia. 

-x- * * M. Magistretti nella Rassegna d’ Arte dello scorso agosto 
illustra, corredando P articolo con nitide riproduzioni, i4 pastorale 
eburneo di S. Guidino, del secolo XII, che si conserva fra le reliquie 
più interessanti nel tesoro della Metropolitana milanese. 

In Arte e Storia del 10 dicembre 1903, N. Bertoglio, Pisa- 
ni pubblica alcune notizie tratte dall’ archivio parrocchiale di Pesate 
relative ad yn qaaxlj*o di Marcio d’ Oggiona del 1524. Si veda in 
proposito di tale lavoro a p. 190 (a. 1903) della n. Rassegna. 

Nella Rassegna d’ Arte (settembre 1903) E. Scatassa pub- 
blica poche notizie e un documento intorno a gli stucchi di un Lom- 
bardo (Agostino Sylva da Como) nella vecchia Metropolitana di Ur- 
bino, eseguiti fra il 1674 e il 1676. 

Marche. 

In nozzs Braggio-Guerrini (Pesaro, Tipografia G. Terenzi, 
1903) Alfredo Salviotti pubblica due lettore, tratte dall’ Archivio 
di Stato di Firenze, di Pernardino Zanca alla duchessa Eleonora d’Ur- 
bino, facendole precedere da una breve notizia sulle feste carnevale- 
sche in Pes!iro nel 1527. Queste lettere di don Pernardino, musico e 
cappellano alla corte roveresea, sono interessanti anche ne’ riguardi 
dell’ arte, poiché ci recano luce, oltre che sui costumi e le mode del- 
la prima metà del cinquecento, intorno al pittore e architetto . Giro- 
lamo Gcnga, che nel detto anno 1527 apprestò i disegni per le ma- 
scherato di Guidobaldo della Povere. 

E Scatassa nella Rassegna d’ Arte dell’agosto scorso stam- 
pa alcune fotografie di antiche costruzioni di Sassocorvaro e di Ma- 
ceratafeltria accompagnandole con brevi note illustrative : la porta 
delle chiese di S. Giuseppe e di S. Francesco e la porta del castello 



44 



Hassegna hihliografica dell’ arie italiana 



di Maceratafeltria, nonché la porta della chiesa di S. Francesco di 
Sassocorvaro. 

* * * Di un’ edizione anconitana con tre xilografie del 1527 di- 
scorre in Bibliofilia (dicembre-gennaio 1903-1904) G. Castellani È 
notevole che le xilografie portino le stesse sigle di quella del Trion- 
fo d’ Amore dell’ ediz. anconitana del Petrarca, operata dallo stesso 
editore Guerralda nel 1520. Con questa seno 13 le stampe operate 
dal vercellesé G. in Ancona, e non dieci come pare asserisse Erne- 
sto Spadolini; il quale in questo stesso fascicolo del bel periodico 
diretto da L. Olschki illustra un codice di Mario Filelfo (una crona- 
ca ms. di Ancona) composto nell’ anno 1476. 

^ ^ ^ Un disegno geografico di Donato d’ Angelo detto Bramante. 
É il titolo di un articolo di Vittore Bellio pubblicato nel Bollettino 
della Società geografica italiana (1903). Tale disegno rappresenta una 
sfera tra le figure d’ Eraclito e di Democrito, in uno dei noti affre- 
schi recentemente acquistati dalla Galleria di Brera. In detta sfera 
son dipinte 1’ Europa, 1’ Africa e parte dei mari che le bagnano. E- 
saminandola sulla scorta della storia, il B. conclude col dichiarare 
essere tolto tale disegno dal testo che servì per la edizione del Tolo- 
meo di Ulma del 1482. Lo stesso B. vi nota tuttavia alcune differen- 
ze importanti, le quali dimostrano come Bramante si valesse d’ altre 
fonti ed anche d’ informazioni personali allo scopo di raggiungere u- 
na esattezza, tanto più mirabile^ in quantochè si trattava di cosa 
semplicemente decorativa. 

^ ^ Nel n. 12 ( 1903 ) del Bollettino storico Monteruhhianese 

continuasi, tra altro, la descrizione delle tavole di Vincenzo Pagani. 
In detto num. si danno brevi cenni su due tavole di cui si sono per- 
dute disgraziatamente le tracce: nell’ una il Pagani figurò 1’ Annun- 
ciazione, firmandola Vincentius Paganus de Monte Rubiano M. D. 
XXXII; nell’ altra la Vergine in gloria e i santi Francesco e Seba- 
stiano. Ambedue erano state dipinte per Corinaldo, piccolo paese del- 
la provincia d’ Ancona. Nel n. 13 dello stesso Bullettino è inserito il 
testamento della seconda moglie del pittore, per nome Giovanna, ro- 
gato in Montalto il 24 d’ ottobre 1563. 

Napoletauo. 

*** Giuseppe Castaldi nella Napoli nobilissima del dicembre 
1903, illustra il palazzo di Giulio De Scorciatis, vicino alla porta la- 
terale della chiesa dei SS. Apostoli Pietro e Paolo, conosciuto più 
propriamente come il palazzo dei Grasso, conti di Pianura, abbel- 
lito da una bella e sontuosa porta di marmo con colonne, pilastri 
e capitelli ben lavorati, di stile della Rinascenza. Tale porta, poste- 



lldSSégna hihUografLca (lelV arte iiatiana. 



45 



riore certamente alla costruzione originaria del palazzo, eh’ era di 
stile gotico, dovete essere costruita da Giulio Scorciatis e non dai Cor- 
tese, come vorrebbe il IMaresca, che altra volta, nella stessa N. n. si 
è' occupato di questa porta. Il 0. discorre poi più particolarmente del 
più celebre proprietario del palazzo, lo stesso Giulio de Scorciatis, 
tenuto in grande considerazione da Ferdinando I re di Napoli. 

Piemonte e Iiig:iii*ia. 

L. A. Cervetto, Fautore dello splendido volume I Gaggini 
da Bissone del quale la Kassegna ha dato ampia notizia nel fascicolo 
7-10 delF anno scorso, ha pubblicato un nuovo volume, adorno di 
molte e bellissime riproduzioni di capolavori italiani, intitolato : Il 
Natale, Il Capo d’ anno, e V Epifania nell’ Arte e nella Storia geno- 
vese (Genova, Tipogr. della Gioventù, 1903). 

^ * Orazio Roggiero nel giornale II Piemonte del 22 agosto 1903, 
che si pubblica a Saluzzo, rende conto degli affreschi del *400 sco- 
perti a Rocconigi nella casa già Ribotta, oggi ridotta a palazzo delle 
scuole. La casa, già convento dei Padri Serviti, paresiastata atterrata 
nel 1469 e poi ricostruita. Nella demolizione del 1469 furono rispar- 
miati due muri che dovevano appartenere ad un piccolo oratorio ; i 
freschi ora tornati in luce stanno appunto sulle pareti interne di que- 
sti due muri. Le poche tracce delle pitture rimaste in una delle due 
pareti, accennano ad una Natività o Adorazione dei Magi e fanno sup- 
porre che il dipinto fosse opera di qualche maestro della Scuola ver- 
cellese. Meglio cons3rvato, ma di meno abile pennello, è il lavoro 
sul F altra parete, rappresentante una «Misericordia», con molte fi- 
gure. L’ affresco è specialmente interessante per la storia del costume, 
come è rilevante per lo studio della decorazione. Il R., considerando 
che tali frammenti di pitture quattrocentesche dovranno essere aspor- 
tate per le necessità delF adattamento delle pareti, esprime il desi- 
derio eh' essi vadano a far parte di quella raccolta di freschi piemon- 
tesi che dalla Direzione di Casa Gavazza in Saluzzo venne da tempo 
deliberata. 

Nello stesso periodico del 5 settembre u. s. Paolo D' Ancona 
discorre con la speciale sua competenza de le Rappresentazioni a!- 
Isgoriche nelF antica Accademia Saluzzese. La facciata delF antica 
Accademia, fine ed elegante, in stile rinascimento, venne tutta di- 
pinta sulla fine del quattrocento, rappreseli tandovisi a chiaroscuro, le 
sette donne allegoriche. Non rimangono adesso che le quattro disci- 
pline del quadrivio, Q,hQ il D.' A. illustra, mostrandone tutta la loro 
importanza^ giaechè esse si differenziano da tutte le altre rappre- 
sentazioni consimili che egli ricorda, da quelle' arcaiche che si con- 



46 



Uassegna hihliografica ddV arte italiana 



servano nel seminario d' Ivrea a quelle che si ammirano o si ammi- 
ravano a Firenze, a Urbino, a Bracciano, a Roma, ecc. 

Un pregevole articolo di Francesco Ricco intitolato: Tipo- 
grafi Tr'nesi si legge nel n. 17 dello stesso giornale di Sai uzzo. Tri- 
no, piccola citth del Piemonte sita non lungi dalle rive del Po, ebbe 
nomini ingegnosi che agli inizi dclP arte del libro non dubitarono di 
farsi stampatori; gli amatori degli incunaboli non potranno dimenti- 
care le vetuste stamperie di Trino che a mezzo del secolo XV assur- 
sero in breve volger di tempo agli onori di una vasta celebriti. Ber- 
nardino Giolito Ferrari detto Stagnino, deve considerarsi come il ca- 
postipite dei numerosi e arditi Trinesi che, ottenuta bella nomea, si 
tramandarono di padre in figlio la consuetudine d' esercitare P arte 
tipografica, non soltanto nel Monferrato, ma persino a Venezia, dove 
poterono sostenere il paragone coi IManuzi. Gabriele Giolito, oriundo 
trinese, che a Venezia stampava colP insegna della Fenice, vide con- 
venire alla sua officina i letterati contemporanei e si levò in tanta 
reputazione, « da esser donato da Carlo V d' un privilegio nobiliare » 
e insignito dal Senato veneto della cittadinanza. 

^ ^ Domenico Chiattone segue, nello stesso numero del Piemonte, 
con un breve articolo intitolato Sampeyre nelle sue memorie e nei 
suoi cimeli. Poche cose d’ arte si conservano ancora nella piccola 
città, che anticamente formava colla sua borgata del Villar, il limite 
divisorio politico del Delfinato Cisalpino col Marchesato di Saluzzo ; 
qualche avanzo decorativo in talune case antiche: rosoni, monogram- 
mi, armi;, date scolpite nel marmo; un bel portone alP ingresso della 
chiesa parocchiale; un piccolo affresco rappresentante il viso della 
Madonna (Madona d’ la pupa) dei primi anni del cinquecento; e 
sopratutto importante una bella casa del sec. XV in via Vittorio, 
costruita nel 1455 e che dovette essere, forse per molto tempo, il 
bellissimo palazzo del Comune. 

D. Buscaglia in Arte e Storia del dicembie 190o, discorre 
de P antico convento di S. Francesco in Cairo Monfenotte nella Val 
di Crava, ricco d' affreschi del seicento e in ogni sua parte ormai 
ridotto in uno stato compassionevole. Nel pianterreno, il refettorio ed 
altri ambienti sono ridotti a stalle. 

Nnrcfegiia. 

Dionigi ScANO ne L’Arte delP ottobre 1903 dà notizia di 
vari monumenti della Sardegna. Discorre del chiostro di San Dome- 
nico in Cagliari^ un edificio importante, le cui antiche forme archi- 
tettoniche, è da augurarsi, saranno rimesse in onore, della chiesa di 
San Pantaleone in Martis in provincia di Sassari, della chiesa della 



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liassegna hihliografica dell' arte ilaliana. 



Maddalena, presso Oristano e, infine, di una finestra medioevale, già 
in piazza Azuni in Sassari, dal proprietario della casa rimossa e ven- 
duta, a quanto si dico, ad un ricco industriale di Cagliari. Adornano 
r interessante articoletto nitide riproduzioni dei singoli monumenti 
dallo S. illustrati. 

Nel successivo fascicolo de L’ Arte E. B. stampa una recen- 
sione favorevole della bella monografia delT ing. Dionigi Scano) intito- 
lata: Cagliari medioevale — Impressioni d’arte. (Cagliari, Valdès, 1902). 

* Ed Enrico Brunelli in questo medesimo numero di decem- 
bre 1903 pubblica e descrive minutamente un polittico della parroc- 
^ elisale di Oltana, povero e squallido villaggio, un tempo città e ve- 
scovado della Sardegna, che tuttavia richiama ancora V attenzione 
degli studiosi delC arte. 11 polittico, di un artista pisano della metà 
del secolo XIV, è il più prezioso ornamento della chiesa e rappresenta 
episodi della vita di San Nicola e di San Francesco. 

Sicilia. 

Di Riccardo Quartararo, il gentile pittore siciliano, fiorito 
negli ultimi decenni del secolo XV, affatto sconosciuto fino a pochi 
anni fa, discorre nelE Emporium (dicembre, 1903) Enrico Mauceri. 
Poco 0 nulla si può diro sulla biografia delP artista. 

Non si conosce Panno di sua nascita, nè quello della morte; 
nel 1492 si trasferiva e si tratteneva per qualche tempo a Napoli, 
dove lavorò in società con Costanzo Moysis da Venezia. Aveva per 
moglie certa Antonella Siscorsa. In vari atti è detto de Fanormo, e, 
senza dubbio, dovrebbe ritenersi di Palermo qualora non vi ostasse 
un’ atto del 13 gennaio 1496, nel quale egli è indicato come hobitator 
Panormi » . 

Il M. offre notizie di varie opere del Quariararo e ne rileva poi 
i non comuni pregi di disegnatore sicuro, libero, disinvolto e di colo- 
ritore efficace, vero, umano. Adornano P importante studio cinque 
illustrazioni riproducenti un S. Giacomo Maggiore della raccolta Tor- 
remuzza, una tavola con S. Cecilia, della cattedrale di Palermo; una 
tavola coi Santi Pietro e Paolo ed u)P altra tavola con P Incorona- 
zione della Vergine, che si ammirano in quel Museo Nazionale, e in- 
fine, una figura di S. Giov. Battista, bellissima, della mentovata rac- 
colta Torremuzza. 

^ Dello stesso Mauceri sono le Notizie di Sicilia nelP Arte del 
dicembre 1903. Il M. raccomanda la conservazione dei monumenti 
normanni della Sicilia che costituiscono il più ricco retaggio di gloria 
della sua architettura medioevale e che spesso avviene di constatare 
coni’ essi giacciono abbandonati in balìa degli insulti degli uomini e 



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lìassegna hihUograficct delV arte italiana. 



del tempo ; al novero dei pittori 'siciliani del 400 aggiunge un. Carlo 
de riixano^ indicato come habltator Panormi il quale nel maggio del 
1443 si obbliga verso i rettori della confraternita dell' Annunziata a 
compiere un gonfalone con V immagine dell' x^nnunziata, da una 
parte, e dell' x\ssunta, dall' altra. Del pittore Berto da Messana, di 
cui il M. pubblicò tempo fa alcune notizie nell' Archivio Storico Si- 
ciliano (a. XXVII, fase. I- II) si conosce ora un atto del 23 magggio 
1488 (Ardi, di Stato in Palermo), pel quale apprendiamo il luogo di sua 
origine, là dove dice: discretum magistruìn Bertum de Messina de 
terra Calathafimi . 

Toi^caiia» 

Coi tipi di F. Lumaclii (Firenze, 1902) G. B. Prunai ha 
pubblicato: Siena - Una città del Trecento. E' una conferenza tenuta 
alla benemerita Società fiorentina, Pro Cultura — che si legge tutta 
d' un fiato, perchè è una sintesi meravigliosa della storia senese. Si 
tratta di un giovane che possiede uno squisito seirso d' arte, e all'arte 
senese son dedicate la più parte di queste pagine ; 1' opuscolo elegan- 
tissimo è adorno di 63 incisioni, in cui sono riprodotti i più impor- 
tanti monumenti di quella città, che è il sogno degli artisti e dei 
paesi italiani e stranieri (M. Movici). 

In Arte e Storia del 10 dicembre 1904, A. x^nselmi pubblica 
una lunga lettera, diretta al Direttore del periodico, discorrendo dei 
Fratelli Ambrogio e Mattia della Robbia, autori di un altare in ma- 
iolica a Macerata. Nel n. 4 (1904) dello stesso giornale Carlo Astolfi 
rivendica a sè il merito di aver riconosciuto per primo che i docu- 
menti rinvenuti nell' archivio Priorile, conservato nella Comunale di 
Macerata, dal can. E. Bettucci, e dall' Astolfi pubblicati sino dal 27 
maggio u. s. nCiV Unione si riferivano ai due plasticatori domenicani 
Della Robbia. Giovi rammentare ai lettori che la Rassegna diè larga 
notizia dell' articolo dell' Astolfi a p. 84 e segg. dell' annata 1903. 

I restauri recentemente compiuti al Palazzetto de’ Sestini 
in Via dei Corsi a Firenze, dànno argomento a G. Carocci di pub- 
blicare nello stesso fase, di Arte e Storia alcune notiziole d~' indole 
storica ed artistica, relative a detto edificio sorto per opera d' un ar- 
tista distinto, e di gusto squisito, e decorato a graffiti, esternamente, 
ai primi del XVI secolo da Andrea Feltrini detto Andrea di Cosimo, 
percliè fu allievo di Cosimo Rosselli. 

Peleo Bacci, nel Bullettino Storico Pistoiese (Fase- 4, 1903), 
pubblica interessanti Note e documenti sullo « Scalabrino » e altri 
pittori pistoiesi del XVI secolo, quali Bernardino del Signoraccio, Fra 
Paolino, Cerino d' Atonio, Bernardino Detti e Giuliano Panciatichi. 



Bassegna bibliografica ddV arte italiana. 



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Lo Scalabrino, nato in Pistoia nel 1489, morto nel 1615, ebbe coin- 
pag-ni nell’arte i pittori qui sopra notati: arte dimessa, scrive il B., 
ma non vile, dove lo studio assiduo dell’ imitare, or questo or quel 
maestro, o le diverse maniere seg-uite da un .dato artefice, se talora 
soffoca la verità e la vivezza delle figure, sa animare i paesaggi e 
dà loro illusioni di aperte campagne; arte che proviene specialmente 
dai modelli di Domenico Ghirlandaio, di Pietro Perugino, del Pintu- 
ricchio, del Sodoma, di Fra Bartolomeo, ma che cresce al paesaggio 
novità di linee quando pare ispirarsi ai piani e ai colli deliziosi che 
cingono Pistoia; arte comune à questo gruppo d’artefici derivatori, 
che più si eleva e s’ impersona in Gerino. 

r-** Nello stesso fascicolo Alberto Chiappelli scrive di Bemar- 
dìsio Pocseiai a Pàs3®ia, della sua attività artistica e singolarità, del 
suo carattere • secondo la testimonianza di un cronista contemporaneo, 
il Padre Cornelio Pieraccini, priore nel convento dei servi di Pistoia. 
Il C. fa procedere il racconto del P. da brevi quanto opportune no- 
tizie biografiche del Poccetti, il cui carattere bisbetico rivelatoci dal 
Baldinucci è nuovamente confermato dal cronista contemporaneo 
pistoiese, 

C. Eicci nella Rivista d’ Arte (Firenze, genn. 1904) discorre 
de La pala dalla Compagnia della PurifàcazsonSs, oggi alla Nazionale 
di Londra, di Benozzo Gozzoli. La tavola manca delle tavolette della 
predella: una di esse riconosce il R. fra le pitture possedute dalla 
Pinacoteca di Brera, rappresentante S. Domenico e recentemente ac- 
quistata; un’altra, secondo il R., attribuita erroneamente al Pesel- 
lino, si trova presso il sig. Rudolfo Kami di Parigi e rappresenta un 
miracolo di San Zanobi. 

^ ^ Carlo Gamba, nello stesso periodico fiorentino illustra un 
quadro dol PonSormo eh’ egli ebbe il piacere di trovare nella vecchia 
chiesa parrocchiale di Carmignano. Ha figure grandi al vero e rap- 
presenta la Visitazione. 

.4 * * In occasione del V Centenario di Masaccio, Romualdo Pax- 
tini nell’ Emporinm dello scorso gennaio pubblica un lungo articolo 
intitolato La cappaSia dalia Passiona in S. Oiemenfia a Boma. Il P. 
cerca di stabilire quale sia la iiarte di Masaccio nelle pitture che 
adornano detta cappella, e per ciò ritorna sugli studi dello Schmar- 
sow, che circa 5 anni di lavoro dedicò alla illustrazione del grande 
pittore valdarnese. Il Pantini si unisce al dòtto critico tedesco nel 
ritenere il cardinale Branda ordinatore della cappella, ma non am- 
mette con lui eh’ essa sia tutta dipinta da Masaccio ed esclude che 
siano di sua mano la vòlta e la prima storia di Santa Caterina, la 
cui « diverstà di stile salta agli occhi di qualunque osservatore at- 



50 



RasHe-ljìia, bibliografica dell’ arie italiana. 



tento. I volti e le fog:ge della serie superiore risentono molto della 
dolcezza deir Angelico ». Le altre 1;re storie di Saitta Caterina, tta 
cui la disputa coi savii di Massimino, assai superiore alle prime per 
potenza drammatica, per sobrietà di vesti, per verità e vmrietà di 
espressioni, gli sembrano invece del grande scolaro di ^lasolino che 
avrebbe dipinto anche la Crocifissione, nella quale è in tutto pene- 
trato lo spirito massaccesco. In maggiori incertezze al contrario re- 
stano avvolte le storie. di S. Ambrogio, e la questione della cappella, 
ancora assai intricata, rimarrà insoluta per, molto *tempo, se il governo 
non vorrà prestare la sua opera delicata e sollecita per liberare i di- 
pinti dalle ripetute « impiastricciature che molte mani sacrileghe vi 
hanno apposte ». Adornano h ampio articolo molte e belle ripro- 
duzioni di pitture, oltre che di Masaccio, di Spinello Aretino, Alti- 
chieri, Masolino da Panicale : circa una trentina. 

^ G. Carocci nel n. 2-8 (1004) di Arte e Storia, accennato 
alle vicende storiche di Piombino, addita i monumenti, le memorie 
che (attestano ancora deir importanza eh’ ebbe quella città nel suo 
più bel periodo ; discorre della Porta di S. Antonio, che prospetta la 
Via Vittorio E., della casa Palchi che, secondo la tradizione al tempo 
degli Apppiani, era il palazzo di Giustizia, del palazzo Comunale, 
della Fónte della Marina costruita sin dal 1248, del Castello del se- 
colo XV, delle chiese e conventi e delle poche pitture che vi si con- 
servano ancora. 

* * ^ P. N. Ferri ed Emil Jacobsex nella Rivista d’Airte dei feb- 
braio 1904 illustrano e riproducono nuovi disegni sconosciuti di Wli- 
chelangelo. Sono circa venti, contenuti in otto carte e, secondo le 
argute induzioni dei due illustratori, quasi sempre confortate da raf- 
fronti felicissimi con varie opere di pittura, scultura e architettura 
del Buonarroti, essi sarebbero, per la massima parte, rapidi schizzi 
coi quali, il grande artista, nella foga del creare, fermava sulla car- 
ta, frettolosamente, il primo pensiero, traduceva con un segno l’ idea 
rudimentale dalla quale poi, animato dal soffio del genio, doveva sor- 
gere ed esplicarsi rigogliosamente, possentemente, il capolavoro. 

I soggetti sono i seguenti: 

X. 17,879 e 17,380 — « Due figure nude sedute » che ricordano 
molto nell’ atteggiamento le Sibille e i Profeti della Cappella Sistina. 
— X. 17,881 — « Due gruppi di figure nude » : studii per il Diluvio 
universale dipinto nella volta della Sistina. — X. 18,721 — Xel recto: 
primo pensiero per il soggetto biblico il « serpente di bronzo », al- 
tro dipìnto nella Cnppella Sistina. « Dorso virile. » Xel verso: studio 
a matita rossa di « braccio virile sinistro. » — X. 18,724 — Xel 
recto: « Due schizzi architettonici » a matita rossa e schizzo a penna 



Rassegna bibliografica delV arte italianfi. 



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di una « testa di feuno ». Nel verso: schizzo a matita rossa di « te- 
sta giovanile ». Due studi « di testa in caricatura » -- N. 18,730 — 
Studio a matita rossa di « piede virile sinistro ». « Dorso di una sta- 
tua antica » — N. 18,733 — « Figurina nuda » — Una « nicchia 
arcuata » con due edicole laterali. — N. 18,734 — Nel recto: Studio 
a matita nera di « braccio destro virile » che ricorda il bellissimo 
braccio del Mosè in S. Pietro in Vincoli. Nel verso: Schizzo a mati- 
ta nera di « avambraccio virile sinistro ». 

Questa nuova raccolta di disegni è, come si vede, importantissi- 
ma e tanto più essa apparisce tale dopo il diligente studio del Ferri 
e di Finii Jacobsen i quali, con singolare competenza ed erudizione 
critica, hanno analizzato partitamente ogni segno tracciato su quelle 
otto- carte e di ognuno hanno dato spiegazione, giustificando l’a loro 
attribuzione con raffronti quanto mai convincenti. 

* In questo medesimo numero della Rivista Q. de Fabriczy 
pubblica ^Scisni su Sigino da Fiesofle, tratti da archivi fio- 

rentini e che vanno dal 1464 al 1485. 

^ ^ Lo stesso de F. nelF Arte del dicembre 1903 prende in esa- 

me la bella monografia di Alfred G. Meyer: OanatelBo, (la nostra 
rivista ne diede un cenno nel penultimo suo numero), mostrandone 
la bellezza e V importanza, per cui lo scritto del Meyer si eleva fra 
quanti videro la luce nella serie di Monografie d’ Artisti pubblicate 
dai signori Velhagen e Klasing di Lipsia. 

^ ^ In occasione di nozze Peleo Bacci pubblica cinque docu- 
menti pistoiesi per la storia delP arte senese. Il primo si riferisce a 
M.° Pace 0 Pacino di Valentino, orafo senese; il secondo è una me- 
moria delP allogazione delP avello di messer Gino da Pistoia, fatta da 
Giovanni di Carlino Sighibuldi e da Schiatta di Giovanni Astesi e 

Cellino di Nese sul disegno di maestro da Siena, scultore; il terzo 

riguarda un calice delP orafo senese Duccio di Donato ; il quarto è 
la concessione, della cittadinanza che il Comune di Pistoia decreta a 
Nicolò di Mariano pittore di Siena; il quinto è una proroga di un 
mese che il Comune concede al detto pittore Mariano affinchè con- 
duca a termine una pittura incominciata nel palazzo pubblico. 

C. De Fabriczy wqW Arte del dicembre 1903 discorre del 
convento di Porta San Gallo a Firenze, di cui il Vasari dà un cenno 
nella vita di Giuliano da Sangallo; |)ubblica una lettera indirizzata 
alla duchessa Eleonora, moglie di Ercole I di Ferrara da Francesco 
Castelli, in cui si hanno notizie intorno al predetto convento, ed un 
altro documento, da lui ritrovato, dal quale si rileva che nel 1504 
— ventidue anni dopo la morte del fondatore — mancava ancora al 
compimento della fabbrica la cappella delP aitar maggiore e parec- 



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Rassegna hibliografica dell’ arte italiana. 



chip altre cappelle (presumibilmente le due che, secondo il progetta 
del Sangallo, dovevano costruirsi a destra e a sinistra della cappella 
maggiore). 

Arduino Colasanti ne L’Arte dell’ ottobre’ 1903, illustra e 
riproduce alcuni dipinti di Filippo e dà Filippino Lippi. Il primo di 
essi dalla chiesa di Castelfranco di Sopra, presso Firenze, passò do- 
po la soppressione di quella in una cappella di proprietà dei conti 
Baglioni nella villa di Cerreto e da questi nelle mani del sig. Har- 
nisch di Filadelfia. La preziosa tavoletta con la Madonna il Bambino 
e angeli è opera di Filippo Lippi; F altro quadro è opera di Filippino 
e rappresenta la Vergine adorante il divin Figlio. La tavola, perve- 
nuta al padre Giuseppe Manni dall’ eredità del vescovo Raffaello Zini, 
entrerà fra poco a far parte delle gallerie di Firenze. 

» * Masolino in poricoBo. Sotto questo titolo Francesco Mala- 
Guzzi nel Marzacco del fi dicembre 1903 discorre delle cattive colidi- 
zioni in cui si trovano le pitture che il leggiadro maestro toscano la- 
sciò nel coro della Collegiata d’ Olona presso Varese, eseguite a quanto 
sembra, verso il 1428 per incarico del cardinale Branda e scoperte un 
quarto di secolo fa. Ormai la rovina ne è completa, e allo studioso non 
resta che ammirare gli affreschi dei quali il Masolino ornò le pareti 
del piccolo Battistero, nella parte più alta del borgo ; affreschi che 
il M. brevemente descrive e raccomanda a chi « dovrebbe sorvegliare 
sulla conservazione del patrimonio artistico affidato alle snellire». 
(Si veda nel n. 1 1904 dello stesso periodico la risposta al Malaguzzi 
di Guido Castiglione, in proposito dei detti affreschi e la replica 
dello stesso Mal aguzzi Valeri. 

^ Intorno al GQsiìtenarào di Lson ESafitista ^BSaarti , che ricor- 

reva nel febbraio scorso, merita di essere letto l’ importante articolo 
di A. Melani inserito nella Gazzetta di Venezia del 4 marzo. 

* * M. Cigni nella «Miscellanea storica della Vcddelsa » (a. XII, 
fase. 2) stampa una non breve, ma importante monografia su Ba Pieve 
Arcipretura di S. Eiflsria a CEiianni presso Gaimbassi, il monumentale 
edifizio a mezzo chilometro appeiìa dall’antico castello di Gambassi, 
pochissimo noto agli studiosi e amatori dell’ arte nostra. Secondo il 
C. la Pieve rimonta al secolo XI o anche ad un tempo più antico; 
nell’insieme e ne’ particolari assomiglia a costruzioni congeneri esi- 
stenti nei territori di Pisa e di* Lucca, e « potremmo avvicinarci alla 
verità se la giudicassimo opera di artista pisano, per le molte rela- 
zioni che 1’ antica repubblica di questa città ebbe col contado di Vol- 
terra e con la \icina Val d’ Era. » La facciata, rivolta a ponente, è 
divisa in tre parti in corrispondenza alle tre navate interne. Il doppio 
ordine di gallerie nella parte superiore della facciata c « la nudità 



Rassegna hihliografica delV arte italiana. 



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delle parti laterali sono evidentemente npa imitazione di quanto fu 
praticato in alcune facciate di chiese di Pisa e di Lucca ». L’inter- 
no è a forma di croce latina; le sei arcate che a destra ed a sinistra 
dividono le tre navate sono sorrette da dieci colonne di pietra, di cui sei 
di un sol pezzo, tutte differenti di forma, diametro e d' altezza, con 
capitelli del tempo e le basi pur differenti tra loro. Tutto ciò fa du- 
bitare al C. che il materiale onde si ornò la chiesa provenisse da 
altri luoghi e più antichi monumenti, e più specialmente dalla non 
lontana Volterra. 

Ampio e diligente studio intorno a la Pieve di San Quirico 
in Osanna in Valdorcia (Siena) è quello inserito da A. Canestrelli 
nella Miscellanea d’ Arte del dicembre u. s. La chiesa oggi esistente 
in San Quirico non è qù(3lla primitiva di cui si parla in documenti 
del secolo Vili. Tuttavia essa è uno dei monumenti più notevoli del 
secolo XIII (meno per la porta a ponente, del secolo XII), che si am- 
mirino nella provincia di Siena; la sua pianta, aduna sola navata, è 
cruciforme con due cappelle absidali nel transepto, terminate verso 
est in forma poligonale. L’ abside originaria fu deplorevolmente de- 
molita nel 1658 per costruire il coro presente. Altre manomissioni 
nell’ interno del tempio si ebbero dal 1724 al 1733; soltanto 1’ esterno 
conserva tutta la sua bellezza e importanza artistica. Al periodo ro- 
manico appartiene la porta della facciata, eh’ è la parte più antica 
della chiesa, e che il C. studia e illustra minutamente, servendosi 
anche di belle riproduzioni eh’ ei pone a corredo dello scritto insieme 
con quelle della ruota dell’ occhio sulla facciata, di una finestra ge- 
minata e della porta sullo stesso lato. 

Nello stesso fascicolo Jacques Mesnil pubblica ed illustra 
una bellissima terracotta di Andrea della Robbia: la Vergine dei 
maestri di pietre e di legnami, che si conserva al Museo Nazionale 
di Firenze, ordinata all’ insigne artista nel 1474. L’ articoletto è inti- 
tolato : La IMadone des Costructeurs d’ Andrea della Robbia. 

* C. DE Fabriczy in questo medesimo numero di Miscellanea 
stampa alcuni documenti a prova della sua supposizione, altrove e- 
nunciata, e cioè, che gli ultimi due riquadri a destra e a sinistra nel 
portico degli Innocenti originalmente — secondo il modello del Bru- 
nelleschi — erano ideati senza le arcate di passaggio che li traver- 
sano ora, in guisa di pareti piene e liscie, interrotte forse solo da 
porte con due finestre allato, e che così pure furono eseguiti. Giovi 
indicare agli studiosi ciò che dice in proposito B. Marrai nella Ri- 
vista d’ Arte del gennaio 1904). 



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liansegna bibliografica ddV arte italiana. 



Umbria. 

Di Un affresco di Domenico Alfani in Tropo, presso Peru- 
gia, discorre a lungo 0. Scalvanti nella Rassegna d’ drte dell’ agosto 
lOOo. La pittura, la quale trovaifi in un piccolo oratorio c fu dipinta, 
assicura lo S., nel 1515, rappresenta la Madonna in gloria c otto san- 
ti, quattro per parte, nel mezzo V arcangelo Kaffacle e Tobia. 

^ ^ Lo stesso S. nel fascicolo del novembre u. s. di Rassegna 
(l’Arte riproduce alcuni monumenti d’ Arte nell’ Umliria, di recente 
restaurati dall’ ufficio regionale per la conservazione dei monumenti 
delle Marche e dell’ Umbria, rifiorendosi alla Relazione pubblicata daL 
1’ Architetto conte Sacconi. 

Un importante articolo illustrativo sul Ouamo di Spoleto 
pubblica Giulio Urbini nel Marzocco del 24 gennaio s. ; trattandosi 
non di un semplice scritto d’ occasione relativo al crollo recente di un 
tratto delle mura che cingono la città di Spoleto, ma di un articolo col 
quale l’U. riassume con la solita sua eleganza e chiarezza tutta quanta 
la storia del glorioso monumento umbro. 

C. Ricci nella Rivista cV Arte del febbraio 1904 pubblica li- 
na Madonna col Bambino e quattro angeli,, una tavola di Bartolomeo 
Caporali recentemente acquistata dalle R^. Gallerie di Firenze. In 
questa tavoletta, osserva ilR., si avverte chiaramente « 1’ innesto delle 
forme dell’ Angelico e di Benozzo Gozzoli sopra la pianta di deriva- 
zione senese. Infatti, che i pittori senesi operassero nel trecento e sui 
primi del quattrocento in Perugia, e che Benozzo Gozzoli, co’ sui 
affreschi di Montefalco, divulgasse nell’ Umbria le forme dell’ Ange- 
lico e le proprie, oltreché storicamente, risulta artisticamente, e in 
sommo grado, dal prezioso dipinto che riproduciamo ». 

In un ampio, diligente ed esauriente lavoro, ricco di disegni, 
di piante e rilievi, pubblicato nell’ Arte del' dicembre 1903, P inge- 
gnere G. Bacile di Castiglione, espone con grande accuratezza e 
competenza tutte le notizie ch’egli potè raccogliere intorno a La For- 
tezza Poalina di Perugia, ideata da quel grande architetto militare 
che fu Antonio il giovane da Sangallo, costruita nella prima metà 
del secolo XVI, (dal 1540 al 154()), abbattuta in parte nel 1848, rasa 
al suolo nel 1860. 

In detto fascicolo dell’Arte Giulio Urbini, nelle Notizie 
dell’ Umbria discorre della basilica di Sani’ Eufemia a Spoleto, una 
costruzione del secolo XI, raccomandandone il ripristino ; di un’ anti- 
ca basilica di Rieti ; del grandioso affresco rappresentante il « Giu- 
dizio Universale » recentemente scoperto nella chiesa di Sant’ Ago- 
stino a Gubbio, giustamente attribuito al Nelli ; delle maioliche di 
Deruta, che attendono ancora chi le ricerchi e sappia classificarle 



Bassegìta bibliografica dclV arte italiana. 55' 



in una monografia metodica c compiuta, — a proposito di un opuscolo 
pubblicato dal dott. F. Briganti che sentitola: Le coppe umatorie del 
secolo XVI nelle maioliche di Deruta (Perugia, 1903); di alcuni affre- 
schi scoperti nella chiesa di Sant’ Elisabetta a Perugia; del taberna- 
colo delP olio santo nella chiesa di Santa Maria di Monteluce, fuor di 
Perugia, ccc. 

Veneto. 

^ Ettore Modigliani nelP Arte delP agosto u. s. mette in più 
giusta evidenza i pregi della così detta « Famiglia dì Bernardino Li- 
cinio » nella Galleria Borghese, dimostrando coinè la importante te- 
la rappresenti invece la famiglia del fratello dell" artista e non la 
propria, come chiaro apparisce dal distico scritto dal pittore (e che 
il M. riproduce) sopra la propria firma, sul lato destro del quadro. 

Altri due dipinti di Jacopo Bellini. Sotto questo titolo Cor- 
rado Eicci stampa nella Rassegna d’ Arte (nov. 1903) Particelo che 
vedemmo riprodotto anche nelP Emporium dello scorso novembre, e 
di cui rendemmo conto ai lettori a p. 199 (1903) della nostra rivista. 

* * Nello stesso fascicolo di Rassegna d’ Arte G. Gagnola pub- 
blica ed illustra un trittico, di sua proprietà, rappresentante, nello 
scomparto principale P Annunziazione e negli sportelli laterali i santi 
Agostino e Filippo. Sotto la parte centrale vi si legge: « MCCCCLII 
Bartholomeus et Antomus fratres de Murano pinserunt » Il grazioso 
dipinto è anche importante per la bella cornice in legno intagliato. 
Accompagnano lo scritto assai ben fatto e intitolato: Un" opera inedita 
delia Scuola di Inorano, altre tre tavole di scuola 'veneta, di cui il 
C. si serve per alcuni confronti necessari a dimostrare, tra altro, che 
nella esecuzione del trittico stesso Bartolomeo da Murano « ebbe la 
parte principale, eh" egli disegnò, tracciò per così dire le linee su cui 
il fratello poi lavorò ». 

^ Il un articolo intitolato Gioìfanni Morelli e la « Risurre- 
zione » di Casa Ronca Eli, pubblicato nel Marzocco del 14 marzo 1904, 
Gustavo Frizzoni dimostra come dagli scritti dell" illustre critico ber- 
gamasco non risulta « una definitiva indicazione del Morelli circa 
1" autore dell" opera — la nota tavola con la Resurrezione passata ul- 
timamente alla Galleria di Berlino — probabilmente per non avere 
egli avuto occasione di rivederla quando diede alle stampe i suoi 
scritti », ma che « non c" è da dubitare eh" egli, sempre pronto ad 
accettare il vero da qualunque parte gli venisse presentato, avrebbe 
accolto di gran cuore il giudizio enunciato » da coloro che oggi ri- 
vendicano detto lavoro al Giambellino, « ove si fosse convinto della 
bontà delle loro argomentazioni ». • 



Rassegna biUiogi afica delV arie italiana. 



* * Neir ultimo numero di Arte e Storia (1903) Carlo Cipolla 
richiama i’ attenzione degli studiosi su la Chiesa di S. Severo a Bar- 
dolino sul lago. E a tre navate, e sembra doversi attribuire al seco- 
lo XI. L’ Abside centrale, può essere stata ridotta alla forma attuale 
in tempo- relativamente tardo, forse nel secolo XIV. Intorno a questo 
tempo furono eseguite anche le pitture che in parte decorano ancora 
le due facciate laterali della navata centrale. Scavi recenti rivelaro- 
no le vestigie dì una cripta; è a sperare che, continuando negli sca- 
vi, la cripta si faccia conoscere più completamente di quanto oggi 
non sia. La chiesa di S. Severo, tuttoché antica rssai, non può tut- 
tavia porsi accanto a quella di S. Zeno, da un’ altra parte del paese, 
eh’ è di gran lunga più piccola. 

* * ^ Un geniale articoletto di P. Molmenti, intitolato: I cavalli 
a Venezia, pubblicato nel Secolo XX dello scorso febbraio, dà occa- 
sione al dotto uomo di accennare, tra altro, ai cavalli di bronzo del- 
la basilica di S. Marco, alla magli itìca statua equestre del Colleoni & 
ai monumenti funerari di Paolo Savelli, di Nicolò Orsino, di Leonar- 
do da Prato, di Pompeo Giustiniani e di Orazio Paglioni nella chie- 
sa dei santi Giov. e Paolo di Venezia. 

^ ^ Jacopo Bollini e Lionello d’ Esle. In un articoletto così in- 

titolato, C. Picei, nell’ Emporium del dicembre 1903 stampa alcuni 
ritratti di Lionello d’ Este, dichiarando che il ritratto dell’ offerente 
nel quadretto del Louvre, dipinto dal Bellini e dal R. pubblicato nel- 
1’ Emporium del novembre, non rappresenta, come credeva, Sigismon- 
do Pandolfo Malatesta, ma Lionello d’ Este, come eragli stato indica- 
to già da Paolo Gafuri che si richiamava al ritratto di Lionello, do- 
vuto a Vittore Pisano, nella raccolta IMorelli di Bergamo e come pre- 
cedentemente aveva espresso anche Lo Schubring. 

^ » In Arte e Storia del dicembre 1904 si leggono alcune note 

dichiarative del dott. D. Sant’ Ambrogio intorno al quadro scono- 
sciuto del Tiziano, di cui la Rassegna si occupò a p. 161 dello scor- 
so anno. 

* * * E. Modigliani nell’ ultimo fascicolo dell’ Arte (1903) pubbli- 
ca in una splendida tavola fuori testo I’ « Erodiade » di Bernardino 
Licinio, un tempo nella Galleria Sciarra di Venezia. Il M. che studia 
e confronta 1’ insigne opera con altri lavori del Licinio, potò rintrac- 
ciarla presso il barone Lazzaroni a Parigi. Quando nel 1891 la gal- 
leria romana andò smembrata, il dipinto fu dei primi a scomparire, 
forse a cagione della luce onde 1’ aveva irradiato per tanto tempo il 
nome del genio di Castelfranco, che gli avevan dato unanimaniente 
gli scrittori di cose romane e che Crovve e Cavalcasene, gli tolsero 
l>oi per restituire la pittura a Bernardino Licinio. 



liassegna bibliografica dell’ arte italiana. 



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Ritratto della Tizianella dipìnto da Tiziano; Fireuze, Tip, 
Uccelli e Zolfanelli, 1902, p. 1-6. In quest' opuscolo di ignoto au- 
tore, si fa la storia delle vicende a cui andò soggetto il noto quadro 
del Vecellio; dalla galleria della famiglia Berio di Genova passò 
nel 1786 a Giov. Domenico Berio, march, di Salsa ; da questo al tì- 
glio Pier Francesco Maria nel 1821 ; nel 1826 fu ereditato da Fran- 
cesca Berio, sposa a Gennaro Marnili, duca di S. Cesario ; a questi 
succedette nei possesso Carlo Marnili, il 1883; pervenne in fine ad 
Ettore Marnili e da Domenico Morelli fu valutato per L. 100,000. Ta- 
le ritratto corrisponde alla misura di m. 0,57X0,63. (M. Movici). 

* * ^ In un articolo di P. Molmenti e G. Ludwig, stampato 
nell' Emporium dello scorso febbraio (1904) si discorre con la con- 
sueta loro eleganza e dottrina de La patria dei pittori Carpaccio, 
e dell’ arte loro. Vettore Carpaccio nacque non nell' Istria, come in 
recenti feste patriottiche si disse e scrisse, ma in Venezia da una fa- 
miglia originaria di Mazzabordo, isola delle lagune, eh' era nella giu- 
risdizione del vescovado di Torcello. Il primo che abbia trovato la 
vera origine della famiglia del pittore fu Giovanni Maria Sasso, il 
quale afferma che nel secolo XIV i Carpaccio erano fra i notabili 
del vescovado di Torcello. La prima notizia dei Carpaccio a Venezia 
rimonta all' anno 1348, Vettore nacque prima del 1372 ed ebbe due 
figli per nome Pietro e Benedetto, pittori aneli' essi. La prima data 
della vita artistica di Vettore è del 1490, 1' ultima del 1520. I figli 
del grande maestro esercitarono 1' arte paterna anche lontano da Ve- 
nezia, nell' Istria, ad esempio, e nel Friuli ove lasciarono diverse 
opere, molto dissimili nello stile da quelle di Vettore. I dipinti di 
Benedetto, deboli. eM indecisi nel disegno, sono fiacchi neV colorito, 
fuso ma tenebroso ; in Pietro il disegno è più deciso e più rigido, 
il colorito più vivo, ma stridendo. L' ottimo studio, che è scritto può 
dirsi, in risposta ad alcuni studiosi istriani i quali sostengono senza 
prove, a dir vero, che i Carpaccio sono nativi di Capodistria, ò anche 
interessante per le numerose illustrazioni tratte da quadri di Vettore, 
Benedetto e Pietro Carpaccio. 



E. Calzini. 



58 



Rassegna bibliografica deW arte italiana. 



ANNUNZI E NOTIZIE 



— Alla presenza della autorità, del Sindaco di Fiesole e di moltissimi invitati il 28 febbraio 
u. s. a Settignano ebbe luogo, nella nuova piazza, la posa della prima pietra del monumento a Desi- 
derio da Settignano. Dopo un discorso del presidente del Comitato, cav. Maiorfi, il Sindaco avv. Fan- 
fani pose e murò la prima pietra del monumento sulla quale era scritto : <i A Desiderio da Setti- 
gnano — Anno 1904 », 

— Coi tipi della Casa Editrice Frate/.li Alinari di Firenze, si pubblicherà prossimamente 
un bel volume in - 4. gr., stampato su carta a mano, di circa 340 pagine, con più di 200 illustra-' 
zioni e 15 tavole fuori testo, dedicato da /. Benvenuto Supino all’Arte Pisana (Studi e ricerche sui 
principali maestri e monumenti di Pisa dei secoli XIII e XIV). 

— Il Musco Nazionale di Firenze si è arricchito di una bell’ opera di Luca della Robbia : una 
lunetta che si trovava presso una porta del scc. XV nella casa n. 93 in via dell’ Agnolo. Rappre- 
senta la Vergine col B. adorato da duo angioli. (V. in proposito Arte e Storia ò.c\ 15 febbraio u. s.). 

-- Alla direzione della galleria degli Uffizi fu consegnato dal Ministro della I. P. l’autoritratto 
del pittore Egisto Sarri, morto nel novembre 1901. L’opera squisita figurerà degnamente nella ricca 
collezione degli autoritratti. 

— Al Musco Correr di Venezia è stato donato una pittura che ricorda 1 ’ episodio del gelo 
della laguna nel 1788. Il Quadro è della scuola de! Guardi. Il donatore è il sig. Alessio Ronart. I^ 
tela misura circa m. 1,50 di lunghezza e rappresenta il Rio di S. Giobbe e le estremità delle due 
fondamenta, la laguna ghiacciata con San Secondo e S. Giuliano e nel fondo la campagna di Mestre. 

— Odoardo H. Giglioli ha pubblicato ima buona monografia dedicata a Pistoia nelle sue opere 
d’ arte, preceduta da una prefasione di Alessandro Chiappelli. 

— Il Comitato per le onoranze ad Andrea del Castagno In Mugello, presieduto dal conte G. L. 
Passerini, ha diramato le schede di sottoscrizione che dovranno essere rimandate dagli aderenti al 
JCgretario dottor D. Del Campana in Firenze, via Ricasoli, 59, non più tardi del 15 maggio prossimo. 

— A Montebello crollò una parte della chiesa di S. Francesco, pregevole pei antichità e che 
risale al secolo XIII. 

— Molto opportunamente il Ministero dell’ istruzione pubblica, per garantire la conservazione 
degli arazzi antichi che si posseggono ne’ Musei, nei ^Municipi, nelle opere pie, negli archivi, nelle 
chiese, ecc. ha ordinato che venisse compilato un esatto catalogo di tutti gli arazzi, nonché una som- 
maria descrizione artistica e scientifica di ognuno di essi, onde stabilirne il valore reale. Di tale 
lavoio è stato incaricato il prof. Pietro Gctili, il quale principierà la sua missione dalla regione 
Toscana. 



Rassegna bibliografica dell’ arte italiana. 



59 



— L’ Accademia di Verona ha riaperto il concorso, andato deserto, per una Guida storico-arti- 
stica della città di Verona e della sua Provincia, I lavori concorrenti al premio dovranno essere 
presentati a quell’ Accademia entro il dicembre i^o^. 

— A Bologna continuano i felici restauri del Collegio di Spagna: nel cortile e nelle logge è 
restituita la policromia del secolo XIV e nella chiesa tornano alla luce avanzi di affreschi del se- 
colo XV. Il giorno di Natale fu riaperta la Cappella Albergati e ricollocati al loro posto i due 
monumenti che nel 1804 erano stati trasportati alla Certosa. 

— G. Magher ini - Oraziani, in occasione delle recenti onoranze a Masaccio, ha raccolto, in un 
volume illustrato da ricche tavole, scritti di vari studiosi, italiani e stranieri, dedicati al grande 
maestro valdarnesé. 

— La galleria dell’Accademia di belle arti a Venezia si è arricchita di due quadri di F. Gpardi 
e di un quadretto di Sebastiano Ricci. 

Nella seconda quindicina d’aprile sarà inaugurata a Siena, 1 ’ annunziata Esposizione d’ arte 
antica senese. 

— - Dopo dicci anni, c cioè quanti ne corrono oggidi dalla prima informazione data al pubblico 
nel marzo del 189-I, ‘icl rinvenimento :à.Carpiano presso Mclcgnano, dell’ originario Maggiore 

dilla Ceriosa di Pavia, viene finalmente eseguito in questi giorni il trasporto alla Certosa stessa 
del calco di quel cospicuo monumento, della fine del XIV secolo, apprestato dalla Ditta Carlo 
Campi di Milano e di cui un esemplare già figurò all’ Esposizione d’ Arte Sacra di Torino del 1898. 
Sarà visibile a tutti fra breve nei locali dill’ antica Farmacia del Convento a sinistra del cortile 
d’ accesso c costituirà un’ attrattiva di più per quanti visiteranno 1 ’ insigne cenobio certosino. (D. S). 

— A Torino, dietro accordo coll’ ufficio regionale per la conservazione dei monumenti, fu se- 
questrato presso r antiquario Ovnzza un quadro antico che si ritiene della scuola Vercellese del 1300. 
Rappresenta la Madonna col Putto. Era stato venduto dalla fabbriceria di Livorno Vercellese per 
una modestissima somma e senza la necessaria autorizzazione ad un antiquario, il quale l’avcva pas- 
sato all’ Ovazza. Gli si attribuisce un valore di 10,000 lire, 

— Ad Arezzo, gli affreschi di Piero della Francesca, indifesi dalla polvere che d’ ogni parte si 
solleva pei lavori di muratura e di scrostamento delle pareti che si fanno nella chiesa di S. Fran- 
cesco, vanno continuamente deperendo. Occorre che chi ne è responsabile vi apporti seri simedi. 

— Segnaliamo agli amici dell’ arte la bella prolusione al corso di Archeologia letta all’ Uni- 
versità di Pavia dal prof. Giovanni Patroni e pubblicata per intero nella Rassegna Nazionale sul- 

1’ Importanza dell’ insegnamento dell’ archeologia snlià cultura italiana. 

— A Camerino, per la caduta del tetto sovrastante il coro nella chiesa delle Clarisse, avve- 
nuta il giorno 26 dello scorso gennaio, il Museo civico si arricchirà di molti e pregevoli frammenti 
di un’opera dell’ Indivìni, 1 ’ autore del celebre coro in San Francesco d’ Assisi e di Sanseverino. La 
preziosa opera ci’ arte, conservatasi fino ad ora in luogo di clausura, era affatto sconosciuta anche 
in Camerino. I pezzi che si sono potuti salvare saranno ricomposti nel modo più acconcio e con- 
servati nel Museo. Intanto si potè ricostruire subito la targa centrale ov’ è scritto : Opzis Domi ici 
Severinatis 1489, e non è improbabile che gran parte del coro possa essere convenientemente ri- 
composta. Trattasi, come si vede, di un’ opeia d’ indubbio valore artistico, ordinata dal duca Giu- 
lio Cesare Varano, quegli stesso che fece costruire anche il convento e la chiesa di Santa Chiara. 

— Un quadro di Luca Giordano. Scrivono da Foggia che da parecchi giorni lo studio dell’ avv. 
cav. Antonio Carelli, decano di quel Foro, richiama amici e persone intelligenti per ammirare un di- 
pinto che si attribuisce a Luca Giordano e che finora era rimasto ignorato. 

Il quadro porta la sigla L. G., e, da quanto si rileva da una iscrizione a tergo, sarebbe stato 
eseguito dal Giordano per incarico del cardinale Caracciolo. Il dipinto rappresenta la regina Maria 
Cristina di Svezia col bambino Gesù nel seno ; ed è inteso a celebrare il Natale del 1667, quàndo 



60 



0 



Rassegna bibliografica dell’ arte italiana 



là regina rinunziò al t.ono per convertirsi al cristianesimo, chiamata dal cardinale Innico Carac- 
ciolo por essere battezzata da Papa Alessando, di cui prese il nome. Risulta infatti che Luca Gior- 
dano era pittore della famiglia Caracciolo e per incarico del cardinale fece parecchi dipinti nella 
cattedrale di Napoli. Il Ministro della pubblica istruzione è stato informato di questa preziosa iden- 
tificazione ed ha chiesto al cav. Carelli la fotografia del quadro. 

— I chiostri di S. M. Novella in cui si ammirano gli affreschi di Giotto, del Menimi, di Paolo 
Uccello, vanno riprendendo nuova vita per le cure dell’ ufficio regionale di Firenze. Sono rimosse 
in luce le belle lunette in verde col processo dello intarsiature metalliche ; e le altre bellezze arti- 
stiche, liberate dalla polvere e dai sali che le corrodevano, tornano a respirare della vita magnifica 
di quando sorsero. — Cosi i giornali fiorentini, i quali raccomandano anche gli affreschi del cosi 
detto Chiostrino che hanno bisogno di essere prontamente protetti dai danni. — Malgrado gli infi- 
niti elogi che ogni tanto si leggono in proposito dei numerosi restauri, che si vanno facendo da di- 
versi anni in qua in Italia, non crediamo di far cosa inopportuna raccomandando a chi di ra- 
gione la massima cautela in questi benedetti lavori di risanamento in genere,facendo riflettere 
che lavori di cinque o sei secoli addietro non potranno mai tornare a « respirare della vita 
magnifica di quando sorsero ». 

— A Torino, nella casa che fa angolo con via Po c via Accademia Albertina, attigua alla 
chiesa di S. Francesco di Paola si sono scoperti degli affreschi del Seicento, rappresentanti una 
grande crocifissione ed una storia di San Francesco di Paola, illustrata sulle pareti del ch'o- 
stro ab pian terreno. 

— Durante i restauri del Palazzo dell’ Arte della Lana a Firenze vennero in luce antiche 
pitture murali. 

— A Passano è uscito il primo fascicolo trimestrale del BoUetthio del J/useo civico di 
Bussano. Eccone il Sommario : G. D. B., L’ enigma di due stemmi — prof. G. Chiuppani, I 
codici degli Statuti Bassanesi — D.r Antonio Gasparotto, L’ affresco e la chiesa della Ma- 
donna delle Grazie in Passano -- Bibliografia, notizie e cronaca Bàssancse. 

Alla nuova rivista, auguri di vita feconda. 



Egidio Calzini, Direttore e gerente responsabile. 
Ascoli Piceno J903. Premiata Tip. Plconomica, 



ANNO yii. 



AhcoIì Piceno, 1904. 



N. 4-6. 



■ RASSRfiiNA BIBLIOGRAFICA 

DELL’ ARTE ITALIANA 

Abbonamanto an;iuo j |, ‘ ^ j Un num, separato Cent. 50 

SOJVHVIAI^IO : E. Calzini, A Monte />7-audone e ad Acquasanta — Note d’arte — Quadri di scuola 
crivellesca. — Carlo Grigioni, La cappella in onore di S, Carlo iiella cattedrale di Ripatran- 
sone ed un quadro ignorato del Guercino. — Arrigo Cignoi.i, Due opere d’ arte a Porchia (Co- 
mune di Montalto-Marche) . — Documenti : G. Mazzatinti, M. Morici. — Recensioni — Bibliografia; 
Opere di carattere generale ; Abruzzo, Eì7iilia, Lazio, Liguria, Lombai'dia, Marche, Napole- 
tano, Piemohte, Sardegna, Sicilia, Tosca?ta, Umbria, Veneto. — Annunzi e Notizie. 



A MONTEPRANDONE E AD ACQUASANTA 

( Note d* arte ) 

• QUADRI DI SCUOLA CRIVELLESCA 

La patria del celebre Giacomo della Marca — Monteprando- 
ne — sorgente sopra un ameno colle alla sinistra del Tronto e 
a 2,60 metri sul livello del mare, possiede ben poco nei rispetti 
deir arte. 

l'Ta le chiese è notevole per antichità, presso la Collegiata 
del paese, quella di S. Leonardo — oggi detta del Crocifisso — 
appartenente già ag'li Abati di Farfa. Lunga una ventina di 
metri e larga poco meno della metà, conserva ancora 1’ origfi- 
naria struttura del secolo XIV. Semplicissima e senza ornamen- 
ti di sorta alle pareti, è divisa a metà della sua lunghezza in 
due parti uguali, pressoché quadrate, mediante un grande arco 
sostenuto da due pilastri, sormontati da una rozza cornice d’im- 
posta. Il soffitto, diviso anch’ esso in due crociere, conserva i 
costoloni esagonali dell’epoca. Unico ornamento nell’interno è 
la tribuna dell’ altare, ad arco acuto, sporgente dal muro circa 
un metro e sostenuta da due sottili colonne ottagonali, con ca- 
pitelli a fogliami e basi assai semplici, in perfetta armonia con 
la sha fronte acuminata. Essa è tutta in pietra ed egualmente 
di 'pietra è la mensa del sottoposto altare. 

La facciata della chiesa è costruita in mattoni e soltanto 
la porta d’ ingresso è in travertino ; sopra 1’ architrave, sorretto 



62 



Rassegna bibliografica dell’ arte italiana 



agli angoli da due mostri alati, abilmente scolpiti in forma di 
mensole, gira la cornice della lunetta archiacuta, disadorna nel 
campo e senza tracce d’ antiche pitture. 

Di Carlo Allegretti, un artista di qualche pregio, nato in 
Monteprandone e formatosi alla scuola veneta della fine del 
Cinquecento — alla scuola dei Bassano — non ho trovato nes- 
sun ricordo; forse una tela, che si trova a sinistra entrando 
nella Collegiata e che rappresenta la Fuga in Egitto, poteva 
appartenergli; ma chi oserebbe affermarlo oggimai, vistò e con- 
siderato che il povero dipinto fu riverniciato nel secolo scorso 
da capo a fondo ed è annerito come la g'ola di un camino? 

Nella chiesa dell’ ex convento dei MM. Osservanti, ora del 
Comune, quello stesso convento poco lungi dal paese in cui 
visse il beato Giacomo, si conservano vari capì d’ arte, alcuni 
dei quali meritevoli di considerazione e di studio. 

Air aitar maggiore è una povera tela con l’ Assunzione 
della Vergine. Nella parte superiore del quadro, la Madonna 
contornata da angioli ascende al cielo ; nel basso, tutti intorno 
all’ urna sepolcrale scoperchiata, stanno gli Apostoli, in diverse 
attitudini, gesticolanti fra loro e con lo sguardo volto al cielo. 
Il dipinto si direbbe di un seguace di Cola d’ Amatrice. 

Ai lati di un Crocifisso in legno, grande al vero e colloca- 
to su una ])arete del vestibolo che conduce alla cappella dedi- 
cata al B. Giacomo, sono due figure dipinte e intagliate su ta- 
vola, l’Addolorata e s. Giovanni, dell’ultima maniera di Cola. 
Esse ricordano invero le due figure consimili del Filotesio che 
si vedono nella Galleria di Ascoli Piceno e le superano di pre- 
gio, non per 1’ attitudine scontorta e quasi scomposta delle per- 
sone, ma per la bellezza dei particolari e specialmente delle e- 
stremità. 

Nella cappella testé ricordata è un pregevole lavoro in tra- 
vertino: l’altare di S. Giacomo, adorno con pilastri e fregi 
intagliati con garbo e maestria da un artista che vi lasciò in- 
cisa la data del 1543. Nella parete di fronte all’ altare è murato 
un bel disco in pietra, del diametro di sessanta centimetri, con 
la sigla del Cristo finamente scolpita nel centro e contornata da 
una grande raggiera. 

piè della chiesa, a sinistra, sono miseri affreschi del 
1560, d’ignoto pittore, ornanti in origine un sepolcro. 



Rassegna hihliografica dell’ arte italiana. 



63 



Nella cappella della Madonna delle Grazie è una piccola 
immagine di terracotta — la Vergine col Bambino — del se- 
colo XV, dai monaci del luogo erroneamente creduta dei della 
Robbia. 

Ma il più importante capo del tempio è una pittura della 
scuola di Carlo Crivelli: una tavola centinata, alta poco più di 
due metri e larga un metro e mezzo circa, posta sul primo al- 
tare, a destra per chi entra in chiesa. Nel fondo del quadro è 
dipinta un’architettura di stile quattrocentesco con pilastrini e 
trabeazione. In alto, sull’ attico ricoperto da un tappeto verde 
cupo, stanno seduti la Vergane, con le braccia incrociate sul 
petto, in atto di essere incoronata, e il Redentore, alla sua si- 
nistra, che le pone sul capo 1’ aurea corona. Piccole figure d’an- 
geli fan cerchio alla mistica scena : un d’ essi, nella sommità 
del quadro, regge una cartella ; due, all’ estremità della cornice, 
si vedono inginocchiati e in atto di adorazione; degli altri cin- 
que, alcuni cantano e altri suonano istru menti da corde o da 
fiato. 

Tali figure, in proporzioni inferiori assai a quelle delle prin- 
cipali immagini del quadro, ricordano nell’ insieme, nei contorni e 
nel colore altre figurette d’ angioli dipinte più tardi da Cola 
d’ Arnatrice in alcune sue pale d’ altare, come in quella che si 
conserva nella Galleria Capitolina, e nell’ altra, delle Piagge, 
passata, or non è molto, nella Galleria di Ascoli Piceno. 

Nel piano inferiore del quadro si ammirano quattro santi 
in piedi, gmandi non meno di due terzi del vero: s. Antonio 
da Padova, il Battista, s. Francesco e santa Caterina d’ Ales- 
sandria. Quest’ ultima è la più bella, ne’ suoi lineamenti rego- 
lari e nelle membra ben proporzionate; tanto che non la si di- 
rebbe di un artista proveniente dalla scuola del Crivelli. Vedu- 
te però da vicino, si avverte che anche le altre tre immagini 
non sono meno ben fatte di quella e segnate tutte con un certa 
larg'hezza, specialmente nelle teste, improntate dirò cosi d’ u- 
na severa dolcezza, e nelle estremità diligentemente modellate. 

Vittorio fra i pittori dell’ antica scuola veneta nelle Marche 
apparisce non di rado, come appunto in questo interessantissima 
tavola di Monteprandone, il meno arcaico e il più personale fra 
tutti. La bella e. formosa figura di s. Caterina, vista quasi di 
fronte, dai lineamenti perfetti, dalla carnagione rosea, dai capei- 



64 



Bassegna bibliografica delV arte italiana. ' 

li castano-dorati, ricorda più di una immagine muliebre della 
scuola veneta già fiorente, e non oserei affermare che aneli’ essa, 
al pari delle altre, possa essere stata ispirata a Vittorio dagli 
esempi arcaici del fratello. 

Comunque sia, il quadro, che dovett’ essere dipinto negli 
ultimi anni del secolo XV, non è senza importanza per chi vo- 
glia seguire lo svolgimento della pittura importata nelle ùliir- 
che dai Crivelli e merita di essere tenuto in mag'gior conto dal 
Comune che ne è proprietario. 

T.o stato di sua conservazione è tutt’ altro che buono e non 
occorre un grande acume o una grande pratica d’antichi dipinti 
per dichiarare che se non vi si porrà presto rimedio, della pre- 
gevole pittura, già in più luoghi disgraziatamente rovinata e 
col colore cadente, fra pochi anni non resterà che la tavola. 

Il Municipio di Monteprandone dovrebbe pensarvi e far di 
tutto, rivolgendosi per un concorso nella spesa occorrente pel 
restauro anche al Ministero dell’ istruzione pubblica, perchè il 
dipinto sia rimesso in condizioni tali da garantirne la conserva- 
zione per molti anni ancora. 

Persone del luogo, ultimamente, mi facevan notare che la 
chiesa, ove il quadro si conserva, è ben tenuta e asciutta ; ma 
ciò che giova se la pittura vien lasciata in tale stato d’ abban- 
dono? Ci pensi, ripeto, chi deve e può, ma non si attenda an- 
cora molto se si desidera che il male non diventi inguaribile. 

Nella chiesa della Maddalena in Acquasanta si conserva 
una tavola di proporzioni considerevoli, larga cioè m. 1,64, alta 
m. 2,25. Rappresenta nel mezzo la Madonna col Putto, in piedi 
sulle ginocchia della madre, in atto di rivolgersi ad una santa 
inginocchiata, che si vede a piè del quadro, a destra di chi 
guarda. In quest’ ultima figura, con lo sguardo in alto e le ma- 
ni incrociate sul petto, il pittore volle rappresentare la Madda- 
lena, come apparisce dal vasetto che le sta dinnanzi, ma, a 
tutta prima, si penserebbe piuttosto ad una gentildonna del se- 
colo XVI, dall’ acconciatura del capo e dalla foggia del vestire, 
con maniche chiare e con sboffi a pieg*oline minute. Dall’altra 
parte del quadro, similmente ‘in ginocchio, è dipinto un pelle- 
grino con la canna fra le mani, il manto scuro, il cappello nero 
a larghe tese dietro le spalle, in atto d’ implorare grazia dalla 



Rassegna bibliografica dell’ arte italiana. 



65 



Vergine eh’ egli guarda devotamente. In piedi, dietro il pelle- 
grino, il quale potrebbe rappresentare anche 1’ offerente del 
quadro, è il Battista ; dietro la Maddalena invece sta s. Se- 
bastiano. 

La tavola, non occorre dirlo, ebbe a subire vicende tutt’al- 
tro che liete: recentemente, ad esempio, fu venduta a un tale 
che r aveva portata a Roma, se non erro, ma che poi per 
volere del Governo dovè rimandarla ad Acquasanta. Anch’ es- 
sa trovasi in uno stato di conservazione semplicemente miseran- 
do, come avviene purtroppo di molte altre pitture di Cola d’A- 
matrice, 1’ autore del nostro dipinto. 

Da alcune opere di questo maestro raccolte nella Galleria 
di Ascoli è facile trarre qualche confronto con la pittura di 
Acquasanta: il drappeg'giare dei panni, ad esempio, terminanti 
nel basso in lembi sporgenti in fuori, i cappelli trattati a cioc- 
che, grossolanamente, si riscontrano nelle figure della tavola 
rappresentante la Comunione degli Apostoli e di quella con V An- 
data del Cristo al calvario; nella seconda anzi riscontrasi anche 
il tipo della Maddalena, similmente vestita, con maniche strette 
al braccio da nastri e con isboffi a piegoline minute; allo stesso 
modo che nella medesima tavola si vede una testa appena ab- 
bozzata, in alto, fra gii sgherri che sospingono il Cristo, dipin- 
ta di fronte, con la barbetta piena e i capelli rossatri, color mat- 
tone, la^ quale ricorda la figura del Battista nel quadro or ora 
descritto. Alcune immagini di questo quadro mostrano nelle 
carni persino quel color cinerognolo, assai caratteristico in Cola 
e eh’ egli non abbandonò mai del tutto, nemmeno nè suoi ulti- 
mi lavori. 

Dato lo stato miserevole del dipinto, non è facile precisa- 
re r epoca in cui esso venne eseguito, tuttavia credo che il 
quadro d’ Acquasanta si debba classificare fra le opere imme- 
diatamente precedenti 1’ ultima evoluzione dell’ardito e bizzarro 
maestro d’ Amatrice. 

Nella stessa chiesa della Maddalena, nell’ altare a destra 
entrando è una tela di qualche pregio con 1’ effigie del B. Gia- 
como della Marca: importante sopratutto per l’iconografia del 
celebre predicatore, la cui immagine non è da confondersi, co- 
me troppo spesso avviene, con quella di S. Bernardino da Siena, 



66 



Rassegna hibliografica delV arte itaìiana. 



* 

Poco lontano da Acquasanta è una frazione denominata Pag- 
gese. Nella chiesa parrocchiale, assai più interessante interna- 
mente di quanto può supporsi a tutta prima, ebbi occasione, or 
sono pochi giorni, di vedere diverse cose buone: un quadro di 
scuola crivellesca, una tribuna d’ altare della prima decade del 
Cinquecento, alcuni affreschi dello stesso secolo, un piccolo 
trittico a sportelli, una croce di metallo processionale, una tela 
del Sassoferrato. 

Quest’ ultima adorna l’ aitar maggiore, e rappresenta la 
Vergine che contempla il Bambino disteso sulle sue ginocchia: 
un quadro con figure in proporzioni di poco minori del vero, 
di fattura delicata e morbida, dal colorito chiaro e luminoso, 
dai contorni impeccabili, dalle estremità di fata, con le dita af- 
fusolate e rosee, come roseo e 'luminoso è tutto il resto del 
grazioso dipinto. 

La tribuna o tabernacolo, tutto in pietra (il 2*" altare a sinistra), 
è un piccolo gioiello lavorato nel 1510 da uno scalpellino di 
talento, che ha saputo riunire in felice armonia i più disparati 
elementi decorativi del suo secolo con la decorazione suggeritagli 
da lavori medioevali e gotici. Dal sommo di due pilastrini con 
capitelli e basi, si inalzano due lesene profilantisi in alto nella 
cornice di coronamento. L’ arco a tutto sesto, svolgentesi supe- 
riormente fra le due lesene, s’ imposta sopra gli stessi capitelli 
dei pilastrini principali ed è contornato nell’ estradosso dà pic- 
coli archetti trilobati del più g'razioso effetto. Nei pennacchi 
deir arco, due piccoli tondi ornati. Al disopra della cornice di 
coronamento, una cuspide, più stretta della tribuna, a guisa di 
triangolo isoscele, con foglie gotiche o gattoni ricorrenti lungo 
i due lati uguali e terminanti in alto con un ornato elegantis- 
simo. Nel mezzo della cuspide un’ immagine a bassorilievo, ma 
quasi sepolta dalle numerose imbiancature di calce passatevi so- 
pra chi sa mai da quanti anni. 

Nel piccolo fregio della cornice corre orizzontalmente l’ i- 
scrizione che qui riporto, sciogliendone 1 ’ abbreviature : ANNO 
DOMINI 1510. QUESTA CAPPELLA A FATTA FARE LI FRATELLI 
DE VANI LU PAGESE. 

Nella volta della tribuna, ripartita internamente in quattro 
rettangoli uguali, sono dipinte da un mediocre, ignoto maestro 



Rassegna bibliografica dell’ arte italiana. 



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del secolo XVI, le figure dei santi Sebastiano, Caterina d’ Ales- 
sandria, Lorenzo ed Emidio; figure assai bene conservate, a 
differenza di altre due immagini assai più piccole, dipinte più 
in basso, ai lati dell’ altare, e rappresentanti un santo vescovo 
e un Cristo morto ; meno ben conservate sono anche le figure 
che si vedono qua e là sulle pareti della chiesa, un tempo tut- 
te coperte da affreschi eseguiti dal modesto maestro che ornò 
la volta della tribuna, insieme con qualche suo aiuto, più mode- 
sto di lui. Anche la parete dell’ atrio a sinistra, fuori della chie- 
sa, dovett’essere dipinta in quel tempo: poveri avanzi, tempestati 
d’ iscrizioni (in mille modi incise e per ogni verso), di vecchie 
pitture del cinquecento inoltrata, ricoprono infatti tutta la pa- 
rete per un’ altezza di più che due metri ed una larghezza di 
metri 4,10, ove s’intravedono ancora, in tre scompartimenti : 
nel mezzo, una colossale immagine di s. Antonio, seduto ; a de- 
stra s. Sebastiano e a sinistra s. Rocco, ambedue in piedi e 
grandi al vero. 

* 

Importante sopra ogmi altra cosa, per me almeno che da 
tempo sto raccogliendo elementi di studio intorno alla scuola 
crivellesca nel Piceno, si presenta una pittura in tre tavole, riu- 
nite alla meglio e senza cornice : avanzo sicuro di un trittico 
degli ultimi anni del Quattrocento o dei primi del secolo suc- 
cessivo. 

Nel mezzo è dipinta la Vergine seduta in trono, col Bam- 
bino in piedi sulle ginocchia, a destra s. Marco, dall’ altra 
parte s. Lorenzo : 1 ’ unica figura del quadro discretamente con- 
servata. Nello studio di cui ho fatto cenno e che m’ auguro 
possa veder presto la luce, dirò le vicende di questo je di vari 
altri quadri di scuola crivellesca. Intanto aggiungo qui, non 
senza tristezza e disgusto, che della tavola centrale dell’ antico 
quadro del Paggese, tutta la parte di destra è purtroppo 
perduta, di guisa che pochi contorni ci restano della graziosa 
figurina del Putto, della spalla e della gamba destra della Ma- 
donna. 

Il quadro, complessivamente, misura in larg'hezza un metro 
e 48 centimetri, ed è alto un metro e 37. Rovinata e guasta 
in parte è anche una piccola fig'ura adorante (forse 1’ ordinato- 
re del trittico) che il pittore collocò a piè della Vergine. 



68 



Rassegna hibliografica delV arte lialama 



Chi abbia familiari le opere della scuoia di Carlo Crivelli, 
davanti a questo lavoro non può non pensare a Pietro Alaman- 
ni, 1’ umile artista, giudicato un po’ troppo duramente dalla mag- 
gior parte de’ nostri critici; ma non credo che il quadro cui 
ho brevemente accennato gli appartenga. Poiché mi mancano 
vari elementi necessari pel confronto con alcuni lavori d’ un 
altro seguace del Crivelli, non rn’ è consentito ancora di pro- 
nunziare il nome di colui che, secondo il mio modesta parere 
dipinse la vecchia tavola del Paggese. Nella quale tuttavia par- 
mi di vedere i primi tentativi di un giovane artista che ha ne- 
gli occhi le opere del Crivelli, che sa delineare i contorni delle 
sue figure, senza conoscerne il. chiaroscuro e non sa dar rilievo 
quindi alle, immagini, che eseguisce ciò non ostante con ama- 
bile diligenza. Distesa una tinta chiara, di cui si serve per il co- 
lore della carne, 1’ autore di questa tavola segna i contorni un 
po’ più ampiamente di quel che non faccia l’Alamanni; come lui 
invece disegna di profilo il naso anche alle figure quasi di fron- 
te e come 1’ Alamanni fa loro piccolissima e difettosa la bocca, 
così come si appalesano difettosi in alcuni lineamenti del volto 
tutti i pittori che derivano dai Crivelli e il Crivelli stesso. An- 
che le pieghe degli abiti si mostrano taglienti qui come nell’ A- 
lamanni, benché a falde più larghe, ma non hanno i panneggia- 
menti del nostro quella intonazione quasi cangiante tra il gial- 
lo il rosso e il celeste chiaro che assumono talora le stoffe prefe- 
rite dal devpto allievo di Carlo, e che sembrano imitare le tinte 
di vecchi arazzi.' Si direbbe che il giovane artista del quadro al 
Paggese si ispiri non solamente alle opere del Crivelli, ma an^ 
che a quelle dell’ Alamanni, di gran lunga inferiori alle opere 
del fnaestro, allargandone le forme, ingrandendone le proporzioni. 

Nella figura della Madonna, i contorni del volto ricordano 
lo scolaro di Carlo, invece nella forma delle mani scarne,- dalle 
falangi sottilissime e disposte in una certa attitudine non natura- 
le, affettata, come di chi toccando un oggetto colla punta del- 
le dita tema quasi d’ insudiciarsi, é conservato tutto il fare del 
Crivelli ; ma né di questo maestro, né del suo allievo prediletto 
nella tavola del Pag'gese abbiam traccie, di sorta, dei broccati 
d’ oro forati, della ricchezza consueta degli accessori, della ge- 
nialissima decorazione di frutta, non trascurata mai ne’ quadri 
del dolce maestro veneto e dello scolaro. L’ autore delle tre fi- 



69 



liassegna hihliografica delV arte italiana. 

gure sperdute nell’ umile chiesa campestre presso Acquasanta è 
un primitivo : egli dispone di pochi mezzi: segnati i contorni 
del volto si giova, come ho detto, di due tinte solam.ente; di 
un color chiaro g'iallognolo per le carnagioni e di un colore 
scuro, .anzi nero — chè non conosce ancora il biondo chiaro o 
castano del Crivelli e dell’ Alamanni — per la barba e i cap- 
pelli ; egli abbozza e risolve non senza originalità ed una certa 
bravura le teste piuttosto grandi delle sue figure senza rilievo, 
ma pur tanto caratteristiche ed espressive. 

E. Calzini. 




L.4 CAPPELLA IN ONORE DI S. CARLO NELLA CATTEDRALE 

DI RIPATRANSONE 



ED UN QUADRO IGNORATO DEL GUERCINO 


Era a pena canonizzato — i. novembre 1610 — l’Arcive- 
scovo ambrosiano, che Ripatransone, quasi le tardasse di scio- 
gliere un voto, si "mostrava sollecita di onorarlo con 1’ erezione 
di un sontuoso altare nella crociera del nuovo Duomo allora 
sorgente. Ripatransone memore e grata ricordava i favori del 
Borromeo mentre era stato legnato della Marca e di Bologna 
dal 1561 al ’Ó5 e specialmente T autorevole appoggio presso il 
Pontefice per ottenere al Municipio ripano la licenza di aliena- 
re la Selva. Eolcara (^), ricordava la generosità del munifico 
Signore, che elargfi 500 scudi romani per la costruzione della 
chiesa di S. Nicolò nella vicina Acquaviva. 

Nè r imagine mite e dolce del venerando Prelato doveva 
mancare. Un Carlo Ricci, di famiglia oriunda fermana, con 
suo testamento del 14 gennaio 1Ó13 {'^), leg'ava alla Comunità 
ripana certa sua casa da alienarsi per far dipingere un qua 
dro col ritratto di S. Carlo. 

(^) Il 14 luglio 1563 il Cardinale Borromeo partecipava al luogotenente 
della Marca raccordata licenza. L’ autografo, che fa parte ùq\V A rchivio 
comunale di llqjatransonc e si conserva ora presso il Museo civico della me- 
desima città, venne pubblicato nel 1900 con note del Direttore del Museo stesso. 

0 Archivio notarile di Ripatransone., Atti di Garofolo Garofoli. 



70 



Rassegna bibliografica dell' arte italiana. 



Di più, nel 1622, al dire del Rotigni (^), veniva « eretta 
la Confraternita di S. Carlo per la Dottrina Cristiana da Monsig. 
Lorenzo Azzolini », perchè dal 1622 cominciano i libri di en- 
trata e di uscita della Compagnia; ma in realtà la costituzione 
della Confraternita risale ad un anno prima. 

Frattanto procedevano le pratiche per 1 ’ alienazione della 
casa del Ricci ed il 4 giugno 1621 il Comiune la vendeva a 
Domenico Tanursi per la discreta somma di fiorini novanta da 
versarsi in due rate di cinquanta e di quaranta fiorini (^). 

Nel novembre dello stesso anno la Confraternita, allora 
sorta, chiedeva agli Anziani la concessione della Cappella nella 
crociera del nuovo Duomo, sul fianco orientale presso la sa- 
crestia. « J .1 Vicario e Confratelli della nuova Compagnia di S. 
Carlo di questa Città desiderano d’ esser favoriti dalle SS. VV. 
d’ un loco nel Domo nuovo per poter erig*ere ivi un Altare in 
honore di detto Santo, e quando restassero compiaciuti conce- 
dergli la capella vicina alla sacristia ne aporterebbero tanto 
mag'gior sodisfattione di che le pregano ponendo loro in con- 
sideratione 1’ accrescimento del culto divino d’ ornamento della 
Chiesa, ecc. » i^). 

Air unanimità venne accolta l’istanza dal Consiglio del 12 
novembre (^), e non molto dopo si poneva mano ai lavori di 
adornamento della nuova Cappella, consistenti in un sontuoso 
altare in legno e nel rivestimento, pure in legno, dei piedritti 

(^) Rotigni Filippo, Memorie, pubblicate frammentariamente dal marche- 
se Filippo Bruti Liberati. La detta notizia si legge nel libercolo pubblicato 
dal Bruti in occasione della consacrazione di Mons. Martino Caliendi a ve- 
scovo ripano. — Tipografia lafPei, Ripatransone, 1842, p. 5. Il citato opu- 
scolo ò il primo dei tanti dedicati ad illustrazione della Cattedrale. 

(2) Nel Consiglio generale del 6 maggio 1621 fVol. 51 dei Consigli^ foli. 
128 V. e 130 V.) si discusse: « Stante la.... offerta fatta da Domenico 
Tanursio di voler comprar la casa del quondam signor Carlo Ricci per fio- 
rini novanta che pare in ciò ordinare » e si deliberò: « che quanto alla ven 
dita della casa del quondam signor Carlo Ricci se ne faccino novi bandi, 
con li signori Antiani con l’intervento dello scindico dell’Illustrissima Co- 
munità la vendano al più offerente in base del prezzo ne eseguiscano la 
mente del testatore. 

L’atto di vendita della casa si legge in Archivio coni. ^ Sez. Amministra- 
tiva, Busta 50, Voi. degli Istrunienti del Comune, 1609-1630, foli. 172 c segg. 

(•h Ardi. Comm., Sez. amm. Busta 60, Suppliche agli Anziani^ 

(‘*) Ivi, idem. Consigli, Voi. 54, foli. 220 v. 222 v, 



71 



Hassegna hihliografica dell' arte italiana. 

e deir imbotte dell’ arco. Fu maestro dell’ opera il ripano Ago- 
stino Evangelisti, già noto per altri lavori e che nella stessa 
epoca compiva il coro della Cattedrale, di austero e semplice 
disegno (V). Assai più ricco è 1 ’ altare al Borromeo, barroccheg- 
giante nelle cornici, ornatissimo nella trabeazione. Consta essen- 
zialmente di due colonne di ordine corinzio, adorne di sirene 
nel terzo inferiore, sorreggenti oltre la trabeazione un timpano 
spezzato nella parte centrale. La trabeazione quindi gira ad or- 
nare i piedritti della cappella. I rilievi architettonici sono do- 
rati, le altre parti dipinte a finto marmo. 

* 

Più laboriose furono le pratiche per eseguire la volontà 
del defunto Ricci. Il Municipio nella seduta consiliare del io 
ottobre 1621 (') credette di poter affidare l’esecuzione del qua- 
dro di S. Carlo a Pier Paolo Condivi, riserbandosi però di udir- 
ne le condizioni. Conviene ammettere che qualche partigiane- 
ria facilitasse questa deliberazione. Il Condivi, a pena ventot- 
tenne, non solo non aveva eseguita alcun’ opera di valore sino 
a queir epoca, ma tutta la sua attività di artista assai modesto 
s’ era ristretta ad alcuni stemmi di Legati, di Cardinali e di Pon- 
tefici, dipinti per incarico del Comune f). Io penso che il prestigio 

f‘) Di queste opere dell’ Evangelisti parla più volte il march. F. Bruti. 
V., fra altri, F opuscolo per nozze Gervasi-Basili, Xl^ memoria sulla Catte- 
drale ripana, p. 4. Cfr. anche la citata lettera di S. Carlo, note. 

(2) Ardi, com., Sez. amm., Consigli, voi. 54, foli. 204 r. e 205 v. Discu- 
tendosi sopra la proposta: « Dovendosi far nel nostro Domo un quatro di 
S. Carlo por relitto del quondam signor Carlo Ricci delli danari del prez- 
zo della sua casa venduta, se pare se debba far dipingere a m. Pietro Paolo 
Condivo Pittore nostro Conpatriotto », su parere di Doroteo Spina fu deciso: 
« che il quadro di S. Carlo da farsi conforme alla proposta, che si facci far di- 
pigiiere a m. Pietro Paolo Condivi, ma primas’ intendinole condittioni, e capi- 
tolationi co quali esso P. Paolo intende di farlo, et se reportino al prossimo 
consegno, dal quale poi se risolva ad effetto quanto in ciò sarà necessario ». 

(^) Morto nel 1617 Ascanio Condivi, figlio del biografo del Buonarroti, al 
quale Ascanio era sempre staca affidata F esecuzione degli stemmi dei Le- 
gati e dei Governatori che si succedevano nel Piceno, il Municipio ricorse 
a Pier Paolo e sino a questo momento aveva richiesto l’opera sua in tre 
occasioni. Ardi, coni., Sez. amm.. Busta 39, Esito straordinario, 1599-1619, 
fol. 299 V. e Busta 60, Esito straordinario 1620-1639, foli. 2 v. e 19 v. An- 
che la Fabbriceria del Duomo gli aveva commessa F arme del Vescovo. Ivi, 
idem. Busta 38, Entrata ed esito della Fabbrica del Duomo, 1597-1646, 
fol. 210 r. in data 16 marzo 1620. 



72 



Rassegna hihliografica delV arte itatiaìia. 



della famiglia, una delle prime della città, g*li abbia in- questa 
circostanza giovato. Le condizioni sue finanziarie, non floride (^), 
forse lo spinsero ad adoperarsi presso gli Anziani ed i consi- 
glieri per ottenere la commissione del quadro, alla quale era 
assegnata una vistosa ricompensa. Non si comprende, ad esem- 
pio, perchè la pittura non venisse più tosto affidata a quel Mae- 
stro Martino Buonfini da Patrignone, al quale pochi mesi dopo 
il Comune di Ripatransone commetteva un quadro rappresen- 
tante i SS. Isidoro e Filippo, con la lauta retribuzione di fiorini 
50 ('). L’orgoglio municipale — « nostro compatriotto », dicono 
i libri consiliari — dunque prevalse per il quadro di S. Carlo 
e si chiesero al Condivi le condizioni o i « Capitoli », come 
si diceva allora. 

Per ricerche fatte, non ho trovato le condizioni sollecita- 
mente presentate dal Condivi. Forse la richiesta parve esagera- 
ta, forse si st^ibiliva nel Consiglio una corrente contraria a Pier 
Paolo, forse anche la Confraternita, la più interessata alla cosa, 
fece sentire la sua opinione sfavorevole. Il Consiglio del 24 
ottobre i Ò2 1 respinse la proposta (^ ;. 

Per qualche mese più non si parla del quadro. Nella seduta 
consiliare del 23 gennaio 1622 veniva presentata altra supplica 
della Confraternita, chiedente la concessione di collocare il qua- 
dro nella propria cappella (^). Con ciò la Compagnia cómin- 

• (^) Le ristrette condizioni economiche sono dimostrate dall’ aver egli 
accettato per due volte rumile officio di « contar le bocche » dei, quartieri 
della città. Ivi, idem, Busta 39, Esito straordinario 1599-1619, fol 193 r. (es. 
str. maggio e giugno 1610) e Busta 60, Esito straordinario 1620 1639, fol. 
4 V. (es. str. maggio e giugno 1620). 

(^) Ivi, idem, Consigli^ Voi. 55, fol. 6 v. e Busta 60, Esito straordinario 
foli. 29 r. e 30 r. (marzo e aprile, maggio e giugno 1622). 

(^) Ivi, idem. Consigli^ Voi. 54, foli. 209 r. e 213 r. Fu discusso soj/ra 
la « Supplica de m. Pietro Paulo Condivi Pittore sopra il dipingere il qua- 
dro di San Carlo » fu proposto: « Supra Memoriali Petd Pauli Condivi Do- 
minus Brunus de Brunis dixit che circa il Memoriale et Capitoli de Pietro 
Paulo Condivi se ne veda la mente publica », ma R proposta venne respinta. 

(4) Ivi, idem. Busta 60, Suppliche agli Anziani. La supplica dice. « La 
Compagnia di San Carlo, nuovamente eretta in questa Città, sapendo do- 
versi da quella per legato di quondam Carlo Ricci fare un quadro di detto 
Santo, et quello collocare nel Nuovo Duomo, Supplica con ogni affetto le 
SS.VV., a voler contentarsi, esso quadro sia posto, et collocato in quella Cap- 
pella, che loro piacque di concedere in detta Cathedrale ad essa Compagnia ». 



Bassegna hihliogrcifica delV arte italiana. 



73 



ciava ad ingerirsi nell’affare. La supplica fu accolta (^). Il i6 
marzo seguente nuova istanza (^) : la Confraternita chiede di 
poter essa stessa commettere il quadro. Il Consiglio f) si mo- 
strò, come^ sempre, assai deferente, fors’ anche per uscire da- 
gl’ imbarazzi creati nel seno stesso della rappresentanza muni- 
cipale dai fautori del Condivi. Fu deliberato che la Confraterni- 
ta riallacciasse le pratiche con maestro Pietro Paolo, e, queste 
nuovamente fallendo, fosse poi libera di trattare con quel pit- 
tore che-più le garbasse. Tanto equivaleva a dire che si rinun- 
ciava del tutto all’ opera del Condivi; cosi che nella stessa se- 
duta Evangelista Benvignati, medico dotto dei suoi tempi, pro- 
testò che si dovesse affidare il quadro a Pier Paolo e a nes- 
sun altro. 

Il dissidio si può credere continuasse anche fuori del seno 
del Consigdio. Questo non sappiamo perchè non ebbe alcuna 
eco, se non dieci mesi dopo, nella seduta consiliare del i6 
gennaio 1623, nella quale venne presentata dalla Confraternita 
un’ altra supplica, che, per la forma nobilissima, per altezza di 

(b Ivi, idem, Consìgli., Voi. 54, fol. 257. 

(2) Ivi, Idem, Busta 60, Suppliche agli Anziani. « Haveudo cotesto ho- 
norato Conseglio fatto gratia pel luogo della Cappella, dove debba esser col- 
locato il quadro di San Carlo nel Nuovo Duomo, viene bora l’ istessa Com- 
pagnia a pregar le SS. W. a fargli Gratia di contentarsi di dare licenza, 
e facoltà di poter far fare detto quadro, con li danari lasciati già dalla bon. 
mem. di quondam signor Carlo Kicci, affinchè tanto più- presto si accrescili 
il Culto Divino, ecc. ». 

(^) Ivi, idem. Consigli. Yo\. 54, fol. 280 v. Si decise: «Atteso che la Comu- 
nità babbi dato a far depigner il quadro de S. Carlo a m. Pietro Paolo Con- 
divo con condittione che dovesse dar i capitoli da approvarsi dall’ istessa 
Comunità circa il prezzo e tempo, et essendo stati dati detti capitoli da esso 
Pittore in un’altro consiglio dal quale siano stati rebuttati, con l’autorità del 
presente consiglio se dia facoltà alli fratelli della detta Compagnia di S. 
Carlo che possine trattar de novo con detto m. Pietro Paolo, et quando non 
siano tra loro d’accordo, habbino facoltà ut supra di farlo fare, et depignere 
ad altri pittori, et l’inscrittione da farsi in detto quadro che si è fatto per re- 
litto del quondam signor Carlo Ricci Benefattore Postremo Dominus E- 

vangelista Benvignatus.... protestatus fuit ut infra. Mi protesto che il qua- 
dro di S. Carlo da depignersi e mettersi nella Cappella di detto Santo, nel 
novo Domo, 1’ babbi da depigner m. P. Paolo Condivo al quale fù dato da 
Consiglio alli mesi passati et che non se babbi a dar a pigner a nessun’ altro 
del che mi protesto in ogni meglior modo ». 

Erano presenti 40 consiglieri e vi furono dieci voti contrari. 



74 



Iiasse[/)ia bibliografica dell’ arte italiana. 



concetti, mi piace riportare per intero nel testo. Non si direbbe • 
trattarsi della commissione di un quadro, ma più tosto 1’ ordi- 
nanza di qualche repubblica toscana nel trecento per innalzare 
^la propria cattedrale. 

« Li Fratelli della Ven. Compagnia del glorioso S. Carlo 
risoluti d’ adornare la loro Cappella nella Chiesa della nuova 
Cathedrale in maniera che s’ habbia da stimare la più bella co- 
sa, che sia in questo nostro contorno : desiderano metterci un 
Quadro, lavorato da un valente Pittore con quella esquisitezza 
d’ arte, che richiede il decoro di quella Chiesa, e V universale 
aspettatione di quelli che amano di vedere le cose belle a glo- 
ria de Dio; e riconoscendo loro d’ essere stati benignamente j 
aggratiati dalle SS. VV. del Quadro, lasciato dalla D. m. di j 
Carlo Ricci, ne trovando strada di potersi accordare con m. j 
Pietro Paulo Condivo, tanto per la quantità del prezzo, come : 
per la qualità della Pittura : di nuovo sono forzati di tornare 
a pregare le SS. VV. vogdino senz’ altre conditioni assoluta- i 
mente concedergli, che loro possino farlo lavorare a Persona,- 
che in simili, e diversi Ritratti altre volte habbia dato saggio 
del suo valore; che non potendosi dire di detto m. Pietro Paulo 
perchè non si vede in questa Città, eh’ egli habbia fatto opera , 
alcuna, dalla quale si possa argomentare, che sia per dare quel- 
la sodisfattione nell’eccellenza di questa Pittura, che darà 1’ Elet- 
to da essa Compagnia ; con prog'resso di poco tempo le vSS. VV. 
restarono chiarite, che detto quadro ogni volta che sarà lavo- 
rato da lui, contro 1’ intentione del testatore servirà più tosto 
per incombrare quàlche cantone della Chiesa, che per ornamen- 
to d’ Altare, come concedendosi alla detta compagnia si mette- 
rà in loco dove viverà eterna la memoria de chi V ha Lisciato 
e le SS. ne riceveranno lode, e premio delle orationi delli detti i 
fratelli, e dal glorioso .S. Carlo il merito della sua Protet- 
tione » C). 

Inutile ag'giungere che la Confraternita fu pienamente sod- , 



Ivi, idem, Biist«a 60, Suppliche agli Anziani. 



75 



lìassegna bibliografica dell’ arte italiana. 

disfatta nei propri desideri, quantunque si levasse qualche voce 
contraria {^). 

Il lungo periodo delle discussioni venne compensato dalla 
rapidità con la quale il quadro fu commesso ed eseguito. Il 25 
febbraio il Municipio ripano scriveva al concittadino Germani- 
co Fedeli in Roma, incaricandolo di fare eseguire il quadro ed 
unendo una lettera di cambio di 35 fiorini C^). Germanico Fe- 
deli, il modesto compagno di S. Filippo Neri, rientrato umil- 
mente da poco tempo tra i padri della Congregazione, traendo 
profitto forse delle autorevoli conoscenze che godeva, si occupò 
dell’ incarico con sollecitudine ed amore, e commise il quadro 
al « pittore eccellente » che desiderava il Consiglio. Da Ripa- 
transone partiva il 6 maggio sollecitazione per il compimento 
e l’invio dell’opera p), ed ii 13 mag-gio 1623 il Fedeli parte- 
cipava agli Anziani che il quadro era compiuto e sarebbe stato 



(b Ivi, idem, Consigli., Voi. 55, fol. 93, v. « Doctor Valentinus Johaii- 
niniis dixit che per levar via tutte le diftìeoltà e differenze che sono nate 
sopra il dipigner il Quadro di S. Carlo per il relitto fatto dalla Bon. mem. 
del quondam Carlo Riccio tra la Compagnia de S. Carlo, et il pittor che do- 
vea depignerlo; che li Signori Anziani nunc, et prò tempore faccino far et 
depigner detto quadro di S. Carlo secondo la dispositione del detto testatore 
in Roma a qualche pittore eccellente che in detta Città non ve ne mancano, 
erogandosi la metà retratta dalla vendita della sua casa esistente depositata 
presso il Sacro Monte della Pietà ». E ciò venne accettato con trenta voti 
favorevoli e nove contrari. Ma le minute dei Consigli (Ivi, idem. Busta 62), 
evidentemente più sincere, aggiungono: « Dominus Dorotheus Spina dixit 
Vedendosi il memoriale dato a nome della Compagnia di S. Carlo essere al- 
quanto mendace (?), dico che si debba smetter da questo conseglio, ma s’os- 
sérvi quanto è stato altre volte stabbelito da gl’ altri consegli, et a nuova- 
mente si legghino i capitoli sopra ciò dati da m. P. Paolo Condivi, et si con- 
sideri quanto egli offerisce et da esso primo conseglio poi si disponghi quan- 
to sarà in ciò necessario ». Prevahe, come abbian visto, la- proposta del 
Giovannini. 

(2) Tvi, idem. Busta 52, Begisiro delle lettere 1615 1628, fol. 209 r. « Mons. 
Germanico fìdele, Roma. Che se li manda la lettera di Cambio diretta al 
banco del detto flaminio Razzanti (?) di fiorini 35 per che ne facci far quan- 
to prima il quadro di s. Carlo. Li 25 fcb. 1623 ». 

(^) Ivi, idem, idem, idem, h i. 212 r. « Mons. Germanico fìdele. Che se 
li recorda il negozio del quadro di S. Carlo, acciò si compiaccia inviarlo a 
questa volta con la prima occasione di Pietro Mulattiero, Li 6 maggio 1623 ». 



7(i ■ Rassef/iia bibliografica dell'arte italiana. 

al più presto spedito (^). A Ripatransone gi-ung'eva verso la 
fine di giugno 

Non potrei affermare che il quadro venisse- subito esposto 
alla venerazione. A gdudicare dall’ epoca dei versamenti fatti 
all’ Evangelisti si direbbe che la Cappella fu ultimata solo mol- 
ti anni dopo, ma forse 1’ altare nel’ 23 era a buon punto e quin- 
di senz’ altro vi si adattò il quadro per soddisfare 1’ impazienza 
dei fedeli. 

Id intelaiatura del dipinto è mobile a cerniera ed in un va- 
no posteriore, occultato da esso quadro, si conservano reliquie 
di vari santi. 

I.a tela misura l’altezza di m. 2,30 per m. 1,45 di larghez- 
za e ritrae il santo in piedi, veduto di fronte, aperte le braccia, 
volgente lo sguardo assorto, fiducioso al cielo, lòa monotonia 
cromatica dell’ abito cardinalizio, la ristrettezza della composi- 
zione sono state felicemente superate dall’ artista. Il panneg- 
giamento è trattato con una forza di chiaroscuro, con una fran- 
chezza, con una pennellata cosi larga, quasi spavalda, da ricor- 
dare un' impressionista moderno. 

Il volto emaciato non è forse quello tradizionale del sa- 

(') Ivi, Sez. diplomatica^ Cassetta III, dociuncnto XXXVII. « Molto Il- 
lustri Signori ecc. Il quadro di San Carlo se bene il Pittore non volse obli- 
garsi di darlo finito a pasqua, sollecitato pero da me me lo monstrò finito il 
sabbato sancto et nella Tua di pasqua gli diede la vernice et al fine de essa 
fu asciutto et in ordine a mandarlo con ogni sicurezza; et feci sapere tutto 
quanto a Nicolo et a Pietro accio lo riferissero alle S.ric V.re et mi dessero 
ordine a chi lo dovessi consigliare et tardando questo ordine dubitando che 
la relatione non fossi data la settimana passata scrissi a filippo maria la 
dessi esso et sopplesse al difetto loro, bora bavendo riccuto Icctere loro sar- 
ra eseguito per il ritorno che farra Pietro, et con esso si mandara il conto 
di tutta la spesa che il falegname non è venuto per il danaro che deve ba- 
vere che doveva, venire tre giorni fanno. Spero che resteranno sodisfatti et 
se non in altro della diligenza che si è usata; et per fine bacio alle S.ric 
V.re le mani et prego loro dal Signor Iddio ogni bene. 

Di Roma il di 13 d [i] maggio 1623. 

Atf.mo et oblig.mo Serv.re Germanico Fedeli ». 

(G Lfi risposta alla lettera del Fedeli è cosi riassunta Mvi, idem. Busta 
52, IlegLdro delle lettere, fol. 214 r.). « Mons. Germanico fidele. Che reman- 
di il quadro col’ occasione di Pietro Mulattiei'O. Li 3 giugno 1623 » Più in- 
nanzi, al fol. 215 r. in altra del 24 giugno, di lettura difficilissima, pare si 
comunichi che è stato ricevuto il quadro, 



liassegna h'ìlAlog reifica dell' arte italiana. 



77 



cerdote hiilanese, ma converrebbe meglio al santo assisiate. E’ 
ad ogni modo una mirabile testa, un viso di asceta sofferente 
nello slancio di • amore, coi g'randi occhi penetrati d’ anima. 
Hanno un linguaggio, un pàlpito anche le mani stupendamente 
disegnate, quasi recanti sulle palme supine una simbolica offerta. 

Dall’ alto, sulla fronte serena del santo, scende una luce 
dorata e sorridono quattro testine di angeli paffuti e dolci co- 
me i putti delh Allégri. A terra la rossa calotta, Null’altro. Una • 
scena semplice e bella, senza lenocinlo di dettagli. 

Chi sarà 1’ artefice di si bell’ opera, la più fulgida della Cat- 
tedrale ripana ? Il lettore, che ha veduto il titolo del presente 
articolo, sa già a chi voglio riuscire e mi piace affermarlo su- 
bito : siamo con piena sicurezza davanti ad una ignorata tela 
del Guercino, nel suo periodo più bello e più vigoroso, nella 
giovanile potenza del suo pennello. 

Non possediamo la lettera del Consiglio col noto incarico 
a Germanico Fedeli, ma è facile indovinare a un dipresso le 
espressioni : una calda raccomandazione di commettere il quadro 
ad « un pittore eccellente », che « altre volte habbia dato sag*- 
gio del suo valore » e che affidi perchè 1’ opera riesca tale che 
« habbia da stimare la più bella cosa che sia in questo no- 
stro contorno ». 

• Io suppongo che il Fedeli, per quanto scrupoloso e zelante 
quale lo conosciamo in ogni suo atto, non sarà rimasto a lun- 
g'o incerto nella scelta. Poteva egli non pensare e non dare la 
preferenza a colui che, era in Roma 1’ artista celebrato, quan- 
tunque poco più che trentenne, il pittore di fiducia del bologne- 
' se pontefice Gregorio XV, allora regnante ('^) ? Il già cardinale 
Alessandro Ludovisi, che in Bologna ha ordinato ■ al Guercino 
■ diversi quadri, salito al pontificato, vuole 1’ artista presso di 
sè f) e gli fa eseguire « La Santa Petronilla », la grandiosa 
tela oggi nella Galleria capitolina, già vanto della Basilica di 
S. Pietro, dove ora è sostituita da una copia. Il nipote del pa- 

(^) Come è noto, papa Ludovisi, pervenuto al pontificato nel 1621, inori 
r 8 luglio 1623 ed allora il Guercino abbandonò Eoma per Cento. 

(^) Desumo la notizia dalla diffusa vita del Barbieri scritta da Iacopo 
Alessandro Calvi, 1808. Biografi più recenti fanno andare il Guercino a Ro- 
ma al tempo di Paolo V. 



78 



Rassegna hihliogi afica delV arte italiana. 



pa, il cardinale Ludovico Ludovìsi, fondatore del Museo che da 
lui prese nome, gli ordina 1’ Aurora, celebre quasi quanto 1’ al- 
tra dì Guido ed ammirabile per il superbo scorcio architettonico. 

Il Barbieri era dunque nel 1623 l’artista in Roma più in 
vista e più stimato, il pittore ufficiale e sarebbe strano che il 
Fedeli non gli avesse affidata l’opera raccomandatagdi dai con- 
cittadini con tanto calore. 

Pure sin qui rimaniamo nel campo di una ipotesi più o 
meno felice. L’ esame del S. Carlo ci illuminerà completamente. 

La forza quasi violenta del chiaroscuro in questa tela è 
proprio quella del principale dei pittori detti « Tenebrosi », 
nella sua seconda maniera, sotto l’ influsso delle opere di Mi- 
chelangelo da Caravaggio. La pennellata così disinvolta rivela 
il frescante, sicuro di sè, che si èra da poco cimentato con le 
ardue difficoltà dell’ « Aurora » nel soffitto del Casino di Villa 
Ludo visi. 

Ma vi ha un dettaglio importantissimo, che mi dispensa 
da altre ricerche e che vale quanto e più della firma dell’ arti- 
sta. Le quattro deliziose testine di angeli nell’ alto della tela 
ripana non solo sono quali il vigoroso pittore centese soleva 
farle; ma due di esse, a sinistra di chi osserva, dai riccioli 
biondi, scmo assolutamente identiche per disegno e per colorito 
— salva un’ insignificante differenza della posa — alle due te- 
stine d’ angeli che figurano nella « Santa Petronilla », sincrona 
al S. Carlo, presso ai piedi dell’ imagine di Gesù. 

La g*razia correggesca di questi angeli conferma il primo 
influsso che le opere dell’ Allegri esercitarono sul pittore centese. 

L’ unico artista al quale potremmo ancora pensare sarebbe 
il Domenichino, egli pure in Roma nel r623 e caro a Grego- 
rio XV, che lo aveva nominato architetto del Palazzo Aposto- 
lico; ma il Zampieri, disegnatore più drammatico e meno dolce 
del Guercino, chiaroscurista di lui meno potente, si deve esclu- 
dere quale autore del S. Carlo. 

Del Barbieri possediamo, come è risaputo,* un libro dì con- 
ti, nel quale egli ed il fratello tenevan nota delle varie com- 
missioni; ma tale libro inizia dal 1629, per cui ci manca la con- 
ferma documentata della paternità del quadro ripano, che però 
non può essere dubbia. Un’ opera degna, e geniale va ad ac- 
crescere la lunga lista dei lavori del fecondo pittore. 



Rassegna hihliografica dell’ arte italiana. 



79 



ÌJ argomento obbligato e limitato tolse al Guercino di la- 
vorare di fantasia e di darci una delle sue complesse composi- 
zioni, ma non dobbiamo troppo dolercene, chè la grossolanità 
e la volgarità di certe sue figure dai muscoli troppo pronun- 
ciati, spesso rimproverata all’ artista, qui non ha luogo. 

Mi piace anche notare la rapidità con la quale 1 ’ opera fu 
■ compiuta, mentre senza dubbio 1’ autore era occupato in altri 
lavori. Ordinata ai primi di marzo (la lettera da Ripatransone 
è datata dal 25 febbraio), fu compiuta il sabato santo, cioè il 
16 aprile {^); verniciata poco dopo, il 23 era ultimata.' 

Lo stato di conservazione del dipinto non è del tutto buo- 
no : in diversi punti, e non sempre nelle parti meno importan- 
ti, il colore è screpolato e caduto. L’ orientazione poco felice 
deir altare, si che la luce non è in alcun’ ora sufficiente a dirci 
tutta la bellezza della pittura, di più certo offuscamento della 
tela hanno impedito sinora di riconoscere il giusto valore del- 
r opera, la quale invece, rimossa dal suo luogo abituale e col- 
locata in buona luce, come è accaduto a me d’ osservarla, riful- 
ge di un incanto indicibile. Un sapiente restauro potrebbe ri- 
darci la freschezza antica e salvarla da futuri danni. 

* 

Ai lati dell’ altare due tele di assai scarso merito e di mi- 
nori dimensioni — m. 1,75 X o»è5 ^ — rappresentano i santi Pie- 
tro e Paolo. Qui vennero trasportate nel 1654 dalla vicina chie- 
'sa di S. Biagio per ordine di Mons. Ulisse Orsini (~). Proba- 
bilmente le cornici che circondano queste tele e che appesanti- 
scono r insieme elegante della Cappella, furono eseg'uite allora 
e però non possono essere di mano dell’ Evangelisti. Il mar- 
chese Filippo Bruti (^) sospetta che le due pitture siano state 
rinnovate, ma non so persuadermene perchè dal libro d’ uscita 
della Compagnia non risulta alcuna spesa al riguardo. 

Così la Confraternita di S. Carlo poteva andar superba di 



(b Ho fatto il calcolo della Pasqua per il 1623 secondo la formula di 
Gauss ed ho trovato che cadde il 17 aprile. 

(2) Il Vescovo nella sacra visita fatta il 22 settembre 1654 interdisse 
perchè minacciante rovina la Chiesa di S. Biagio, che poi fu demolita nel 
1660. V. March. Filippo Bruti, 7^ memoria su la Cattedrale ripana, pp 4-5 
23^ p. 4 e 26^^ p. 5. 

(■■^) V. la precedente memoria 23^ p. 4. 



80 



Rassegna bibliografica dell’ atte italiana. 



possedere il più sontuoso ed armonico altare di tutta la Catte- 
drale. In prog'resso di tempo la pia associazione decadde sem- 
pre più, tanto che il Rotigni la dice estinta, nel 1725 (^). Ciò 
non ostante, nel 1711 si era pensato di indorare la Cappella, 
per opera di un tal maestro Paolo Maggini Infuse nuova 
vita alla Compagnia Mons, Igmazio Ranaldi pi 3 agosto 1825 e 
fu possibile nel 1841 ristorare la Cappella, che venne ridorata« 
da Filippo Vespasiani di Porchia (^). Oggi la* Confraternita si 
può considerare definitivamente estinta anche di nome, oltre 
che di fatto, chiamandosi opera pia di S. Carlo. 



Carlo Grigiont. 




DUE OPERE D’ ARTE A PORCHIA 



( COMUNE DI MONTALTO IMARCHE ) 



Oscuro e solitario, cinto da una breve cerchia di colli, in 
vista di Montalto, altera della propria Cattedrale e dei' ricordi 
di vSisto V, l’umile paese di Porchia non si raccomanda nè per 
^ amena posizione, nè per fatti storici. Ma all’ombra della (Quadrata 
ed alta torre cinquecentesca della parrocchiale di S. Lucia, 
due opere gentili ricordano la fec'ondìtà e la prodig*alità del-' 
l’arte italiana della Rinascenza. 

L’ima di esse è una tavola già nota ’per averne parlato in 



(b « In quella (nella Cappella) di S., Carlo, in cui vi è un quadro di 
buona mano, fu nel 1622 eretta la Confraternita per la Dottrina Cristiana 
da Monsig. Lorenzo Azzolini, ma poi estinta nel 1725 ». Così il Rotigni nel. 
la memoria 1^ su la Cattedrale ripana del March. F. Bruti. 

(~) Nel libro di esito della Confraternita al fol. 30 v. si legge: « A di 
17 Agosto 1711. Dati a Maestro Paolo Maggini per caparra d’indorare la 
Cappella di S. Carlo scuti quattro ». Seguono altri pagamenti. 

p) Nello stesso libro di esito a p. 66: « 20 novembre 1841. All’Indora- 
tore Filippo Vespesiani per ripulire tutto 1’ Altare di S. Carlo cioè per rifa- 
re i nuovi marmi, per indoratura della nuova cornice e Barbacani e per dar 
la vernice a tutto il detto altare scudi 24.85 ». V. anche F. Bruti, 1^ mem. 
su la Cat. rip., p. 11. 



Rassegna hihliografica dell’ arie italiana. 



81 



un vecchio opuscolo del 1856 Domenico Valentini (i) e più re- 
centemente Carlo Astolfi C^). La diffusa descrizione del primo, 
scritta nello stile gonfio dell’ epoca, ma non senza eleganza e 
con qualche curioso apprezzamento, non è del tutto esatta in 
alcuni particolari; cosa strana nel Valentini, per solito tanto 
diligente e meticoloso. Le poche parole del secondo vogliono 
rivendicare a Vincenzo Pagani la tavola, quando di rivendica- 
zione non si sentiva il bisogno, avendo colto nel vero sin dal 
principio il primo illustratore. 

Ma per essere 1 ’ opuscolo del Valentini un po’ dimenticato 
e r articolo dell’ Astolfi frettoloso, non credo 1 ’ argomento esau- 
rito al punto di non poterne discorrere aneora, non fosse altro 
per fare atto di riparazione alla memoria del buon Pagani. Il 
eh. dottor Luigi Centanni, parlando del suo illustre coneittadino 
nel Bollettino storico monterubbianese C), lamenta che in que- 
sti ultimi anni gli studiosi di storia dell’arte si siano quasi data 
l’intesa per togliergli tanti dipinti, per l’ innanzi a lui attribuiti 
senza contestazione. Tra gl’ incriminati è anche il mio povero 
nome. Sono oggi lieto di poter fare ammenda e m’auguro che 
i Mani di Vincenzo Pagani si plachino. 

L’ ancona di Porchia è di forma quasi quadrata {'') ed ha 
per soggetto la .Vergine col Bambino e quattro Santi. Nel 
mezzo, il trono con una predella sostenuta da un ricco piede; 
sovr’ esso la Madonna seduta, col bimbo che tiene tra le mani 
un pomo. Dietro, un drappo sorretto da due angeli. A sinistra 



(H « Alcuni dipinti esistenti in Eipatransonc e nei paesi limitrofi de- 
scritti da Domenico Valentini, Sanseverino 1856. 

(2) « L’Arte », anno IV, p. 425: « Un’altra tavola d’altare di Vincen 
zo Pagani, che pure non si trova descritta, riconobbi a Porchia, ove la di- 
cevano del Crivelli ! Chi mi condusse a vederla e intese subito il mio diverso 
giudizio, che confrontava perfettamente con quello dato dal pittore cav. 
Luigi Fontana, rimase assai impressionato e deluso, stimandosi da tutti che 
il quadro rappresentasse a dirittura un tesoro ! » Segue una breve descrizione. 
E strano che l’attribuzione al Crivelli è ripetuta in un’opera anche più 
recente. Giuseppe Sacconi in « Relazione dell’ Ufficio regionale per la cons. 
dei mon, delle Marche e dell’ Umbria, 2^ ediz. 1903 », così ne parla a p. 350 : 

« pregevolissima pala di altare di scuola del Crivelli, rappresentante S. 

Lueia con altri, santi (sic) ed al culmine la Pietà » 

(^) Anno I, n. 3, p. 36. 

('‘l Misura in larghezza, se ben rammento, m. 1,70, 



82 



Rassegna bibliografica dell' arte italiana. 



deir osservatore S. Sebastiano legato ad un sottil tronco èd il 
Precursore che accenna il bambino; a destra due leggiadre fi- 
gure muliebri, conversanti tra loro, S. Caterina e S. Lucia, la 
titolare della Chiesa. 

Il Valentini s’indugia con compiacenza a descrivere i par- 
ticolari deir abbigliamento delle due sante, particolari oggi of- 
fuscati dall’ annerimento del dipinto, il quale va collocato tra 
i più ricchi ed i più ampi che siano usciti dalla mano di Vin- 
cenzo Pagani. Di lui troviamo 1’ abituale diligenza, la finitezza 
e lo stento che irrigidisce le sue figure, i volti con un sì de- 
bole chiaroscuro e rilievo che appariscono quasi piatti, i visi 
femminili dal mento ovale, la bocca e gdi occhi piccoli, l’espres- 
sione un po’ infantile, la scarsa varietà fisionomica, anzi un 
quasi unico tipo monacale, apatico. Del Pag'ani il colorito ric- 
co e vario, con sobri lumeggiamenti in oro, agaionizzanti nella 
generale intonazione simpatica. Del Pagani anche il fondo abi- 
tuale : da presso, in primo piano un borgo con una torre, rocce 
bizzarre che disegnano un arco naturale; nel fondo il mare ce- 
rulo solcato da una piccola barca. Con lieve spostamento degli 
elementi è il paesaggio del dipinto di Ripatransone, e qualche 
cosa di simile, se ben ricordo, si vede nella tavola della Ma- 
donna di Loreto a S. Ag-ostino di Ascoli. 

Questa di Porchia è sormontata da una lunetta, ma sì 1’ u- 
na che 1’ altra non sono più nelle condizioni nelle quali ebbe 
ad osservarle il Valentini, che ci informa di averle trovate cin- 
quant’ anni fa ne « la maggiore conservazione » ed assai ri- 
spettate dal tempo. La caduta del colore sinora è poca, ma 
1’ annerimento della lunetta è tale che per descriverne il sog- 
getto non trovo di meglio che riportare le parole di chi primo 

ed unico L illustrò : « effigiò il Pittore -il Nazzareno deposto 

in seno alla Madre. Evvi la desolata Maria vestita a bruno, 
che delle ginocchia fatto sgabello al prezioso cadavere, 'stringe 
fra le braccia 1’ estinto suo Figdio. A sinistra piange la donna 
di Magdalo, ed alla scena dolente v’ assistono pure 1’ Arimatea, 
e Nicodemo compresi entrambi dal più intenso dolore », No- 
tiamo 1’ ag'g'iunta del dblore e della desolazione fatta dal Va- 
lentini : si sa quanto poco drammatico sia il Pagani e quanto 
apatiche le sue figure. 



Rassegna hihliografica delV arte italiana. 



83 



. * 

Anche T alti*’ opera non si può dire sconosciuta; ne discor- 
re lo stesso Valentini in una breve nota e quasi di sfuggita, 
stimandola forse a pena degna di menzione. Non credo : mi si 
permetta quindi di parlarne un po’ a lungo e di descriverla 
ampiamente. 

Si tratta di un affresco nella cripta, alla quale oggi si ac- 
cede dall’ esterno della Chiesa, ma in antico evidentemente da 
qualche scala interna. Il muro dal lato di mezzodì rientra per' 
circa IO centimetri entro un arco a sesto acuto ed ivi è ritratta 
la scena del presepio. 

Sotto la capanna, sostenuta da quattro tronchi, posa nella 
mangiatoia il Bambino, sorretto da due cuscini, 1’ inferiore di 
color rosa, il superiore giallo, entrambi con fiocchi ed in istof- 
fa rabescata. La Madonna, a sinistra di chi osserva, inginoc- 
chiata e orante a mani giunte, indossa un manto di tinta oscu- 
ra, alquanto sciupato dal tempo sì che scopre la preparazione 
verdastra. Sotto, porta veste rosea, senza rabeschi, senza fiora- 
mi, al sommo del petto listata di nero. Gentile il volto, calmo, 
visto di profilo. I capelli sono di un biondo rossiccio, spartiti 
sulla fronte, stretti alla nuca da un nastro. 

Dall’ altro lato, seduto sul basto, sta S. Giuseppe, tipo ro- 
busto, energico di vecchio contadino. Posa il gomito destro 
sul ginocchio, sulla destra la fronte pensosa, abbandona 1’ altra 
mano inerte sul ginocchio sinistro. Mantello rosso e veste g'ial- 
la. La testa, vista per tre quarti, è quasi interamente calva, 
salvo una ciocca canuta alla fronte e pòchi capelli all’ occipite, 
pure a ciocche. Canuti le sopracciglia, anche disegnate a picco- 
le ciocche, i baffi, la barba spartita. 

Avanzano la testa verso la mangiatoia un bianco asinelio 
ed un fulvo bue. 

In secondo piano, fuori della capanna, sopra un piccolo 
pog'gio sta un pastore che indossa una lunga veste grigia col 
cappuccio dello stesso colore, a difesa della brezza notturna. 
Giace per metà sdraiato, sul momento di levarsi da terra, sulla 
quale poggia la mano destra, mentre la sinistra è sollevata in 
atto di maraviglia e a riparo degli occhi offesi dalla luce di una fi- 
gura celeste che si avanza. L’ azione drammatica è efficacissima. 
Dall’ alto scende veloce un angelo con veste rossa, succinta; 



84 



liasser/na hihliojrafica dell’ arte italiana. 

le maniche verdi con isbuffi gialli alle braccia. Le ali, *di un 
colore fatto incerto dai secoli, sembrano essére state monocro- 
me. Nella sinistra tiene un papiro spiegato, sul quale forse era- 
no scritte le prime parole del « Gloria ». 

Il fondo è interessantissimo : a manca le fortificazioni di 
un paese, con cortine merlate; in un punto sporge un bastiono, 
in un altro si disegna la porta : è facile riconoscervi V aspetto 
della piccola terra di Porchia da oriente coi suoi baluardi mi- 
nacciosi, oggi in gran parte smantellati. A destra digradano 
colline adagiate, suffuse di verde, percorse da un sentiero che 
vi serpeggia. Nel mezzo domina un esile alberello, poi basse, fitte 
boscaglie, presso le quali risalta un . gruppo di pecore. ; 

Notevole è il colorito delle carni. Mentre il pastore e S. 
Giuseppe hanno il volto e le mani di una tinta calda, vigorosa, 
anzi accesa nel pastore, contrastante con la piccola barba can- 
dida a' punta, la Vergine e il Bimbo hanno il candore ammor- 
zato di un vecchio bassorilievo marmoreo, a pena con qualche 
velatura giallo-verdognola nelle ombre, L’ antitesi è così strana 
che si sarebbe quasi tentati di attribuire il dipinto a due arti- 
sti distinti. • “ 

Il disegno è sufficientemente corretto; nel Bambino tutt’ ai 
più si potrebbero notare gdi avambracci troppo grossi. Accu- 
rato anche il disegno delle mani; in Maria con dita lunghe, 
affusolate, in vS. Giuseppe forti, nocchiute, le unghie leggermente i 
contornate in nero, caratteri che ricorrono anche nei piedi del- 
lo stesso santo. Dei capelli qualche cosa ho già detto; ricciuti i 
nel Bimbo, lisci e spartiti nella Vergane, a ciocche, canuti nel j 
santo vecchio. Il padiglione delle orecchie, carattere notevole, i 
è ripiegato nella parte superiore, la conca disegnata con poco 
studio, sommariamente. I contorni, particolarpiente del Bambi- 
no, forse per essere la figura megdio conservata, sono nettissi- 
mi, taglienti. 

Sotto all’affresco una scritta : « De Elimosinis M. V. XV. »,' 
cioè Iole- 

Lo stato di conservazione c tutt’ altro che buono, non però 
tale che non si possa ancora g'odere l’ insieme e qualche gu- ^ 
stoso dettaglio. , ì 

Fuori di quella specie di nicchia dov’ è dipinta il presepio, 
sono ritratte delle candelliere su fondo giallo, una per parte; ,3' 

. 






Hassegna hihliografica deW arte italiana. 



• 85 



più esternamente, a sinistra di chi guarda un S. Francesco 
molto sciupato e quasi irriconoscibile; dall’ altro lato è proba- 
bile fosse dipinto un secondo santo, ma è stato coperto dallo 
scialbo. 

Chi sarà 1 ’ autore ? Non è facile stabilirlo, pure v’ ha a ba- 
stanza per indicare la scuola alla quale deve essersi educato. 
Anzitutto non è un artista dozzinale; se non ha g'enialità nel 
disporre una scena, se presenta qualche lieve menda, nel dise- 
gno e delle strane deficienze nel colorito, sa dare però alle sue 
figure un’ alta efficacia drammatica : la Vergine composta e pia, , 
S., Giuseppe - pensoso sotto il peso della grave responsabilità 
affidatagli dal cielo, il Bimbo scherzoso, il pastore sorpreso, 
spaventato dalla subitanea apparizione. 

L’ esile, ischeletrito alberello, le colline apriche non ripro-^ 
ducono il paese assai più accidentato della Marca, ma un am- 
biente di maniera e richiamano il dolce passaggio umbro, e di 
S(.;uola umbra è 1 ’ ang'elo in una posa danzante, che rievoca g*li 
angeli del Pinturicchio, del Perugino, o del più antico Fioren- 
zo di Lorenzo. Non voglio dire con questo che il nostro sia un 
allievo della scuola umbra, ma che ne ha risentito l’ influsso; 
anche un artista locale, non allontanandosi di troppo, può aver 
veduto diverse opere di pittori umbri nella Marca. 

Pure sen7.a fiducia di riuscire a precisare alcun nome, non 
ho potuto vincere la tentazione di ricercare nell’ archivio comu- 
nale di Ripatransone quali erano gli artisti locali contemporanei - 
del nostro, ed ecco il risultato delle mie indagini. Volendo pre- 
cisare anche meglio, noto che, specialmente nella maniera di 
segmare fortemente le sopracciglia, i baffi, la barba, ricorda 
molto da vicino il fare di Ottaviano Nelli e di opere del Nelli 
certo non v’ ha penuria nell’ antico ducato d’ Urbino. 

I libri di entrata e -di uscita del Comune cominciano assai 
tardi, nel cinquecento avanzato ed hanno in principio poca pre- 
cisione. Un pittore, leggiamo, operava per il Comune nel 1526, 
ma il Cancelliere non ne ha trascritto il nome (^), nel’ 28 un 



('f) Archivio comunale di Ripatransone, Sez. amministrativa, Busta 5, 
Esito del comune 1525-1531, fol. 68 r. (esito straordinario di luglio e ago- 
sto 1526h « Pictori designanti leonem magnum prò vexillo magno et duos 
leones prò pennonis Carlenos decem prò sua mercede ». 



86 



Rassegna bibliografica delV arte italiana. 



altro è chiamato il pittore di Caldarola (^). Anche imprecisati 
sono altri artisti incaricati di lavoro nel’ 32 (^). Il primo speci 
Acato è un Maestro Silvestro nel’ 35 (^). Poi, nello stesso anno 
un pittore di Patrignone, del quale l’ anno dopo leggiamo il ‘ 
nome : Mastro Matteo di Patrignone (‘). Chi teng*a presente che 
Patrignone è . vicinissima a Porchia e fa parte con questa del 
Comune di Montalto, non è condotto a sospettare che sotto il 
nome di Maestro Matteo si nasconda 1 ’ autore del presepio ? 

Se il dipinto è stato fatto con elemosine, i committenti 
non avran potuto di troppo largheggiare per pagare lautamente 
un artista forestiero, e quindi è più probabile abbiano ricorso 
ad artista locale. Ipotesi per ipotesi, io accetto questo nome 
sino a prova contraria. 

Arrigo Cignoli. 







(b Ivi, idem, idem, idem, fol. 203 r. [es. str. di nov. e die. 1528]: « Pie- 
tori de Caldarola faeienti arma Cardinalis Carlenos otto ». 

(2) Ivi, idem, Busta 6, Entrata ed esito del eomune 1532 1534, fol. 208 
v. [es. str. di sett. e ott. 1532]: « Pietoribus desti natis et pingentibiis Arma 
R.mi D. N. R.mi et 111. mi D. legati ae vieelegati prò eorum deputato sala- 
rio et prò cxpeiisi^ florenos tres bolonienses sexdeeim ». 

C) Ivi, idem, idem. Entrata ed esito del eomune 1534 1536 [eartolaz. 
maneante] [es. str. di gen. e feb* 1535]: « Migistro Silvestro pittori prò ar 
mis summi pontifieis libras tres ». 

(4) Ivi, idem, idem, idem, istessa epoea del doeumento preeedente: 
« Pietori de patrignono prò insignio seu arma R.mi domini Gubernatoris 
marehie depicto in panno lineo ponendo in parìetc ginnasiì in platea Carle- 
nos duodeeim ». 

E più innanzi (es. str. di sett. e ott. 1536): « Magistro domino Mattheo 
d’ patrignano pietori prò pluribus armis in pariete in panno et Cartone 
Carlenos viginti quatuor >>. 



Rassegna hibliografica dell’ arte italiana. 



87 



DOCUMENTI 



Un orefice forlivese del sec. XV. « Rado con maestro Bartholomeo 
orefice della croce di s. Mercuriale. MCCCCLXXXXVII. Ricordo corno insino 
a di 10 d’ap ilo 1495 rncssor Nicolò di Sancii abbate decte a lavorare et 
fare una croce ad Maestro Bartholomeo di Maestro Face, la quale debbe fare 
infra termine di mesi XVIII-, et decta croce debba essere d’ ariento di peso 
di libre nove al più, et dicto ariento debba mectere el monastero et lui 
debbe lavorarla secondo la forma et disegno li sarà dato al dicto maestro ». 
L’ abbate si obbligò a dargli « per manifacture di decta croce s. 30 di bolo- 
legnini per ogni oncia. Et dicto maestro Bart. debba dorare dieta croce a 
ogni sua spesa, et infra termine di mesi sei dicto abate s’ obligò dargli quello 
si vedessi havessi guadagnato per lavorare dieta croce : et in caso che non 
li fossi facto dicto pagamento dalla protestatione de quindici dì, possa impe- 
gnare al giudeo dicto ariento a ogni danno et interesso della badia. El gam- 
bo di detta croce debbe fare di rame dorato et della manifactura di quello 
debbo essere pagato ad dichiaratione di dua homini comuni » (Arch. di s. 
Mercuriale, Ricordanze A, fol. 10). Nel 1503 (ivi, fol. 180) è fatto ricordo del 
« saldo con maestro Bartholomeo di maestro Pace orefice della croce di detto 
monistcro,.., in la qual croce si trova essere ito drente libre undici, once 3, 
carati 4 d’ argento ; el piè è libre sei et once 2 di rame dorato »: costò « du- 
cati larghi 60, s. 10 computando Poro; el piede venne ducati dieci ». Di 
codesto Bartolomeo « filius magistri Pasii aurifex de Forlivio » è ricordo in 
un atto di Francesco Palatini (^) del 1488, e in un altro di Deddo Sassi (“) del 
1529. — Per la storia di quella sua opera d’ orificeria ci offrono altri docu 
menti i libri delle Ricordanze di s. Mercuriale. Nel 1551 F abbate Filippo 
diè « a racconciare la croce grande d’ argento, quale era tucta scommessa 
et li maTicava le infrascritte cose ; cioè un pellicano, un cherubino, otto fiori 
over boccie in su le teste, e fiorami overo ornamenti intorno a detta croce. 
Mastro Pi,rogentile orefice faventino ha promesso per un suo scritto rifare et 
metterla insieme et brunirla per prezzo di lire dieci di bolini » (^). Nel 1651 
« ritrovandosi la nostra antica croce grande di argento, fabbricata sino dal- 
r anno 1495 e poi con breve spesa fatta rassettare a Faenza dell’ anno 1551, 
ritrovandosi tutta malo andata, fracassata e rocta e ridotta a non si potere 
più adoperare, stimata per la sua antichità e nerezza più tosto di ottone e 
rame indorato e inargentato che d’ argento, come era se bene basso, come 
fu bene conosciuto dall’ orefice di Faenza quando cento anni fa rassettò; con 
r occasione che passò di qua per andare a Roma un tale M. Antonio d’ An- 
tonio Borgognone orefice, giovane d’ anni 30, bravo nella sua arte, per con- 
siglio e consenso comune di tutti i padri si prese in casa per farla rasset- 

(^) Archivio notarile di Forlì, voi. 92, fol. 137. 

(2j Ivi, voi. 126, fol. 280. 

Ricordanze B, fol. 30, 



88 



Rassegna hihliogi afica delV arte italiana. 



tare. Quello che vi si è ag’g’iunto è d’ottima leg-a, come sono le lame, gigli, 
fiori, bottoni, chiodi, crocifisso e altro » L’ artista vi lavorò otto giorni, c 
la spesa perciò sostenuta dal convento fu di ducatoni 153. 

Arredi del tempio malatestiano nel 1476. - Antonio Bcnoli, cror 
nista, canonico del duomo riminese e « maestro de scolari in lo vescovado » 
fin dal 1482, Proposto della stessa chiesa dal ’59 in poi, compilò nel maggio 
del ’76 un « Inventarium omnium librorum, paramentorum et ceterarurn re- 
rum sacristie opiscopatus Àrimincnsis ». Questo bel documento, a cui finno 
seguito altri inventari d’arredi, l’ultimo dei quali è del 1503, conservasi 
nell’Archivio Comunale di Rimini, presso la Bibdfoteca Gambalunga; l’opu- 
scolo che lo contiene è in 8'^, di otto fogli scritti, e porta la segnatura AB. 
751. Il Tonini nella « Storia di Rimini nella Signorìa dei Malatesti » (parte 
2 ^, pag. Gl) l’aveva indicato, e del Benoli « de Monte Florum » ritessè la 
biografia, opportunamente giudicando imperfetto c malsicuro il cemno che ne 
fece il Vitali nella « Storia di Montefiore » (pag. 292b Codes*^o Inventario, 
com’ è dichiarato nel titolo, comprende libri ed arredi ; ma gli uni e gli al 
tri non paiono, se cosi è lecito affermare per gli aridi titoli, di tal valore da 
indurmi a pubblicar per intero il documento. Dei libri la maggior parte è 
costituita da breviari, psaltcri, graduali, omeliari, sermoni, messali ; di que- 
sti uno solo, ch’era « ad uso de la sacristia », « illuminalo de novo ». Fra 
tutti mi par da segnalarsi un esemplare membranaceo dei Morali di s. Gre- 
gorio ; una « Bibia in due volumi in membranis in carta grandissima cum 
pallettis d«-taole » ; « un libretto coperto do rosso, in membrani^, cnm al- 
guni evangelii cum le arme de la bona memoria de mosser Fiale de Mala- 
testi già vescovo de Arimino » ; poi « un quaderno in papiro cum coperta 
de carta nova e scrìtto de lettera formata » col titolo di « Liber actorum ci- 
vilium » ; e finalmente « uno mesale de carta bona, coperto de raxo alesan- 
drino cum cinque roxe per canto d’ argento ». Tra gli arredi sono enume- 
sati molti comuni paramenti da vescovo, molte pianete e parecchi guanciali 
(« aurigliere ») di seta o dì velluto rosso senza indicazioni di fregi o ricami: 
e di questi non tengo conto. Al lettore invece sarà gradita 1’ indicazione de- 
gli oggetti d’arte; come, ad esempio, di quelli ornati di smalti, dell’anello 
di Sisto IV, della mitria di Bartolomeo vescovo di Rimini, a cui pure appar- 
timne, e qui è notato, « Uno rationale divinorum offitiorum coperto de rosso 
facto a stampa, cum la coperta stampata et cum cartoni et cum la sua ca- 
thena quale ce donò el rev. domino padre ms. B[artolomeo] vescovo » ; e dei 
paini con l’arme de’ « nostri Magnifici Signori » o con quello de’ Malate- 
sti. Spigoliamo. « In primis uno pallio de altare, bianco, cum una croxe 
verde, frappe verde, uno frexo verde, cum alguni recarne verde ad instar 
farfanelle. — Item uno altro palio ad altare, pur bianco, de vallessio cum 
una croxe de cremosi in mezo, in cuius medio è una croxetta d’oro cum 
uno frexo stampado de bianco, verde et vermeglio. — Item un altro pallio 
grande, bianco, cum dua croxe de zendato rosso racamato, Item cum dui 



(^) Ricordanze C, fol. 52, 



Rassegna bibliografica dell’ arte italiana. 89 



razi cum Iosa dentro, — Itera uno altro pallio facto a liste rosse et zalle, 
cura uno frexo facto ad ochetti, cum le corre bianche, verde, rossarde et 
inorelle. — Itera uno altro palio azzurro cum la croxe vermeglia, cum do 
zuie, cura le anno de le bone memorie del Signor vechie. — Itera uno altro 
palio picelo azurro, cum roxette de ariento, cum una croxe facta de uno 
cordone, cum el frexo bianco et rosso, cum le cerre ala pandol fesca. — Itera 
uno pallio negro de’ morti, cum certe arme de’ nostri Mag[nifici] SFignori], — 
Itera una pianeta de vallessio bianco, cum freso, de rossa racamato cura al- 
guni ucelli et anadre missi a seda et oro. — Itera una pianeda vechia de se- 
da de div^ersi colori, cum el frexo lavorado a 1’ antiga de oro et seda. — 
Itera una pianeta vechia verde et azurra lavorata a lioncini. — Itera una 
cortina vechia facta de piomale cura le arme de la bona memoria de mes. B, 
dei Barbati qui fecit multa bona buie sacristie. — Itera una croxe d’. argento 
cura el so crucifixo, cura quattro altre fig.urc lavorade ad aniello overo smalti. 
Da l’altro ha in mezo san lacomo apostolo; de sopra santa Colomba; de 
sotta santa Caterina cum la figura de uno potifico; ex lateribus santa Lucia 
et Santa Cecilia. Quale pexa libre tre e mezo cum el so pede de ramo in- 
dorado. — Itera la velerà de la dieta croxe, parte ra'?amada a oro, seda ver- 
meglia e azurra, cum certe frange intorno. — Itera una paxe grande de 
legno indorad i cum la pictura. — Itera una croxe de legno cum el croci fixo 
et cum santa Colomba. — Itera uno baldachino de panno de oro, quale donò 
el nostro ill."^° sognor mes. Roberto de Malalesti per la festa del corpo de 
X. — Itera uno calice de argento con sei smalti. — Itera uno calice cura la 
patena de ramo cum quatro smalti de sopto. — Itera uno calice raezane de 
argento cum di smalti asai. — Itera uno calice de argento picolo cum sei 
smalti facti a coro. — Itera uno altro calice de argento cura el piede de ra- 
mo picollo, cum sei smalti, cum uno san Bastiano, cura la sua patena d’ argento, 
cum uno smalto de Yhesù. — Itera uno altro calice cum la copa de argento 
et el pe’ de ramo cum sei smalti, cura una meza arma schacata rosa, cura la 
patena de ramo. — Itera uno altro calice cum la cupa de argento et el pe’ de 
ramo cum sei smalti cum uno Yesù. — Itera uno altro calice cum la copa de 
argento et el pe’ de ramo cum sei smalti cum una arma meza rosa. — Itera 
uno tabernaculo de argento lavorato de figure, cum una croco de argento 
inaurata cum li quitri evangelista cum sci fin al ti. — Itera un’ altra croce 
de argento picula, da uno canto tuto smalti, cum uno crocifixo ; et da l’al- 
tra banda li quatri evangelista, cum agnusdei de argenti in mezo. Itera un 
altra croce de argento cum el crocefixo cum smalti grandi; et santo lacomo 
in mezo. — Itera uno anello grandissimo de argento inorato cum li quatri 
evangelista, cum una granda granata che dice de sopto Papa Sisto. — Itera 
una mitria fornita de argento et piena de smalti, fornita de perle cum li 
pendagli de argento, cum le arme del vescovo Bartolomeo. — Itera la paxe 
de argento cum la colombina et la Pietà de smalto. — Itera una corona de 
argento. — Itera centottanta 5 para de ochi de argento. — Itera una gamba 
de argento. — Itera una tetta ed una mane de argento. - Itera un naso 
de argento, — Itera una testa de donna de argento. — Itera due anelle de 
argento cura prede et perle, nove intra tute doe. — Itera una pianeta de 



90 



Rassegna bibliografica clelV arte italiand 



seta morella cum le arme di Malatesti. — Item uno pollio di voluto cremi 
sino de l’altare grande cum le arme di Malatesti. — Item uno palio nigro 
cum le arme di Malatesti ». 

G. Mazzatinti. 

* 

Ciiiovaiinì ISelliDì teste, a Venezia, in un atto del 1487. 

Nel recente mio seri to sulle relazioni del Collenuccio con Lorenzo il 
Magnifico, e il Collenuccio procuratore di G. Cesare Varano a Venezia (Cfr. 
IjQ ]\[arche, disp. 1^ e 2^, 1901) pubblicai due documenti che possono inte- 
ressare la storia dell’ arte, poiché da essi si rileva tra altro che nel maggio 
del 1487, in casa del Collenuccio a Venezia, figura come testimone l’ insigne 
p’ttore Giovanni Bellini. 

Molti, anche recentemente, si sono occupati dei pittori veneziani, tra cui 
il Paoletti e G. Ludwig, ma per quanto ho potuto vedere non vien mai 
rammentato il documento del 17 maggio 1487, da me dato in luce, rogato 
« in domo habitationis suprascripii dignisshni oratoris domini Pandidphii de 
Colenuzis, sita in jjarochia sancte Trinitatis quam domum Sua MagnP^ tane 
tenebat adt affictum a V. N. domino Nicolao Mauroceno, presenfibus venera- 
bili viro fratre B irlholomzo qP ser m.ci qP ser Nicolai de Bochadefero de 
Scrobaria, lieremita ordinis suprascripii, el jorovidis viris, magistro Johaiiiie 
Bellino pletore qP domini Jacobi, de confinis S. Marine, et magis&o Ste- 
fano sulore qP ser Antonii di, Girardis de Pergamo, de confinio S. Stefani 
confessoris, testibus, etc. 

M. Morici. 



RECENSIONI 



Binile Bertaux, L’ Art dans V Italie Méridionale. — De la fin de V Em- 
pire Romain à la Conquéte de Charles d’ Aiijou — Tome premier — Ouvra- 
ge accompagne de 404 Figures dans le texte, 38 Planches hors tex^e en 
FhotoU'pie et deux Tableaux synoptiques — Voi. in 4 grande di pp. XIV 
835. — Paris, Albert Fontemoing, 1904. 

Frutto di dieci anni di ricerche e di viaggi, 1’ opera del Bertaux, pubblicata 
sotto gli auspici del Ministero dell’ Istruzione pubblica francese, è di quelle che 
onorano non 1’ autore solamente ma tutto un periodo di studi e di lavoro fe- 
condo. Per r opera di pochi valorosi, primo fra questi il B., non si potrà più 
asserire, ormai, che una grande parte dei nostri monumenti, o meglio una 
grande parte della storia artistica d’ Italia, sia ancora sconosciuta agli stu- 
diosi. Se le indagini dello Schulz, di circa mezzo secolo fa, e di altri più 
vicini a noi, condussero ad una vera c propria rivelazione intorno all’arte 
nell’Italia meridionale, bisogna ben dire che il recentissimo magistrale la- 
voro del B. corregge e completa la illustrazione del dotto tedesco e degli 
altri valorosi : la completa nella forma più bella e nella più ricca veste, mer- 



91 



Rassegna bibliografica delV arte italiana. 



cè il sussidio — oltre che' di una lunga o sapiente preparazione — di nu- 
merose e splendide riproduzioni fotografiche e di disegni, le une e gli altri 
eseguiti dallo stesso Bertaux. La nuova e preziosa pubblicazione ci offre, un’a- 
nalisi sottile sicura, sistematica di tutto quanto concerne lo svolgimento 
dell’arte nell’Italia meridionale, dalla caduta di Roma a quasi tutto.il se- 
colo XIII, dall’ arte cioè che dalla fine dell’ impero romano va fino a Nicola 
d’ Apulia. Ho detto corregge e completa il Bertaux 1’ opera di quanti l’han- 
no preceduto, ma sembrami più esatto aggiungere che, col suo lavoro, egli 
discopre nuovi elementi di studio e il tutto riordina, classica e pone al suo 
posto nella grande storia artistica dell’Italia meridionale. 

Da vari anni gli studiosi attendevano la pubblicazione del B , ed egli 
oggi dev’essere lieto di avere corrisposto all’attesa che altamente 1’ onora 
con un libro quale non si poteva concepire meglio nè desiderare più bello, 
poiché esso ci rivela tutta l’importanza dell’arte genialmente profusa nelle 
provincie italiane del mezzogiorno. 

Dopo la prefazione, con cui 1’ A. ri tesse dirò cosi la storia esterna del 
suo lavoro e ci mostra sino a qual punto si era giunti in questi ultimi anni 
con gli studi int-irno all’ arte nell’ Italia meridionale ; traccia uno schizzo 
della topografìa storica delle provincie da lui percorse e minutamente stu- 
diate -, guarda poi nella prima parte del suo libro all’ arte dalla fine deH’Irn- 
pero romano all’ invasione saracena : ricerca minuziosa e sagaee di ogni no- 
tizia necessaria al suo compito, d’ ogni frammento e forma artistica che val- 
ga a meglio illuminare le origini intricate, oscure dell’ arte medioevale ; con- 
tinua nel secondo libro lo studio dell’arte monastica: dei monaci basiliani, 
e dei monaci benedettini, nei paesi greci e latini, dividendo la seconda parte 
di questo libro in sette capitoli dedicati alla scuola dei benedettini che, fa- 
vorita dall’ abbate Desiderio di Montecassino, riceve il maggiore incremento 
e produce monumenti insigni di architettura e di scultura, lavori squisiti di 
oreficeria e musaici a figure dei secoli XI e XII, in cui è palese il rinno- 
varsi delle antiche composizioni di Roma e della Campania; esamina quindi 
e interroga i manoscritti benedettini e le miniature di que’ due secoli, che 
offrono un prezioso elemento di studio per ben comprendere gli affreschi di 
Sant’Angelo in Formis e d’altri luoghi, rilevandovi l’ influenza della scuola 
di Montecassino. 

Dell’arte sotto la dominazione normanna tratta ampiamente e come nes- 
sun altro prima di lui, nel libro terzi; dell’architettura e della scoltura nei 
paesi di montagna dell’Abruzzo, della Basilicata e del Molise discorre nel 
quarto, e nel quinto guarda con la più grande sicurezza e dottrina all’arte 
siculo campana del XIII secolo, all’architettura e alla scoltura pugliese al 
tempo di Federico II, dettando pagine magistrali sull’arte provinciale e su 
quella imperiale, fra cui la porta trionfale di Capua e più specialmente Ca- 
stel del Monte ricevono, per la profondità delle ricerche c il grande amore 
del B., nuova luce e splendore. 

Chiudesi il volume magnifico con una conclusione che sarebbe bello, se 
lo spazio ce lo permettesse, riportare intieramente, per mostrare la eccezio- 
nale importanza dell’opera grandiosa, degna dell’ammirazione e della gra- 



92 



Uassegna hihliografìca ddV arte italkiììa. 



titudinc di qiiantj sono fra noi amanti della più pura gloria nustrn, dell’ arte 
italiana. Piaccmi ad ogni modo ripetere qui, in proposito d(dl’ opera ammi 
revole sotto tutti gli aspetti, il giudizio di ua illustre storico dell’ arte, di 
Adolfo Venturi, il quale, passando in rassegna nell’ ultimo numero de L'Arte 
il libro ‘del Bertaux, termina con le seguenti nobilissime parole: « Ci ralle- 
riamo infine che Emilio Bertaux, vissuto tra noi in fraterna comunione con 
artisti, letterati, storiografi, ci abbia fatto il gran dono d’ un libro che farà 
visitare e amare il regno magnifico dell’arte medioevale del mezzogiorno. 
La scienza storica, arricchita per i molti nuovi elementi profusi a piene 
mani dal Bertaux, ha fatto un immenso progresso; e Porte della regioiìe 
meridionale che pareva staccata o quasi da quella delle altre regioni italia- 
no, ed anche più umile e Scarsa, si dimostra sempre più la fonte copiosa di 
bellezza*, dalla quale esci il genio di Nicola d’ Apulìa ». 

E. Calzin:. 

Oiloardo H. Giglioli, Pistoia nelle sue opere cV arte. — Con prefazio 
ne di Alessandro Chtappellt. — 42 illustr. — Firenze, P. Lumachi, 1904. 

Il titolo dice quale sia stato P intendimento dell’ a. nel pubblicare il bel 
volumetto su Pistoia: l’illustrazione cioè delle opere d’arto che adornano 
tu'ttora la città di Cino, la gentile città toscana non abbastanza nota agli 
studiosi dell’arte. « Un lavoro monografico illustrativo, avverte il Chiapponi 
nella prefazione, di ciò che Pistoia contiene di notevole nel riguardo arti- 
stico, si desidera ancora-: e certo, i vecchi lavori degli eruditi locali, che 
tanto benemeritarono degli studi e della città, come il Ciampi, il Petrini, 
il Tolomei, il Tigri, non bastano più oggi, nè rispondono allo stato della 
critica odierna ». 

Il lavoro del Giglioli provvede con onore a questo difetto, riuscendo ad 
accontentare, in gran parte, lo stesso Chiappelli, che nello studio del nostro, ri- 
leva alcune lievi particolari lacune o inesattezze che l’autore del libro vorrà 
agevolmente riconoscere. In sostanza però spetta al Giglioli il merito « di 
avere raccolto in questo volume una ricca copia di notizie bibliografiche, 
specialmente concernenti pubblicazioni straniere: di aver riferiti e discussi 
giudizi generalmente mal noti o sconosciùti, sulle opere d’arte di che s’ a- 
dorna Pistoia : di aver distribuita la materia sua sopra un piano as;-.ai ben 
concepito, e con.dotto il lavoro con diligente solerzia. Non è, nè vuol essere 
la sua una nuova guida della città; bensì un’ opera di orientazione per chi 
vuole studiarne i monumenti artistici. E come tale renderà senza dubbio, 
utile servizio agli studi ». ^ 

Come S. Gimignano si può chiamare la città delle torri, così Pistoia 
può chiamarsi li città dei pulpiti; e con essi, bene osserva il G., da quello 
antichissimo della chiesa di S. Michele in Grappoli, che ne dista poche mi- 
glia, al capolavoro di Giovanni pisano, noi possiamo percorrere e plastica- 
mente ricostruù’e tutta una mirabile evoluzione d’ arte. Epperò il G. ebbe 
sul princìpio la tentazione di cominciare dallo studio dei pulpiti il pregevole 
-suo lavoro intorno alla fisonomia artistica di Pistoia, ma poi gli parve più 
opportuno dar prima, quasi a guisa dì prefazione, un cenno sommario in- 



IlciHsegna hiUìngrafica cldVcnte italiana 



93 



tomo ai principali cdifizi che costituiscono, com’ egli si esprime, l’ossatura 
(iella città; gli è per ciò ch’egli prende anzitutto in esame le chiese e il 
Palazzi consid randoli semplicemente nel loro insieme e descrive ed illustra 
poi le sculture, le pitture e le altre manifeslazioni delle arti minori che vi 
si conservano quali gemme preziose. 

La prima parte è consacrata alle chiese, il maggior numeio delle quali 
(appartiene alT Architettura Romanica; la seconda ai Palazzi, prevalentemente 
medievali e di stile gotico; la terza alle sculture : gli architravi, cosi carat- 
teristici nella decorazione d(dle facciate a Pistoia, i pulpiti, i monumenti se- 
polcrali, le terrecotte robbiane, l’altare di S. Iacopo c la sacrestia dei belli 
arredi, i lavori d’intaglio ecc.; segue poi la quarta parte, l’illustrazione 
cioè degli affreschi ncdle chiese di S. Francesco, di S. Domenico, di S. Iaco- 
po in Castellare, di S. Paolo, del Palazzo Pretorio e di quello Comunale, di 
S. Desiderio e del Duomo, dell’ antica chiesa dei frati, del T (oggi casa To- 
nini), e delle numerose tavole d’altare, alcune delle quali veramente in- 
signi, come quelle, ad esempio, di Lorenzo di Credi. 

Una parola di lode va anche all’editore che, tenuto conto del costo 
modestissimo del volume, ha saputo presentare agli amatori dei nostri studi 
una edizione elegante e ricca di belle illustrazioni. 



E. C, 







Opere «li carattere generale. 

Attilio Rossi ne Id Arte dello scorso gennaio studia e pub- 
blica alcune opere d’ arte a Tivoli, medioevali e del rinascimento, 
che ancora si conservano in quclF antica città e che vi attestano la 
continuità e P importanza della sua tradizione artistica. Nella catte- 
drale è un’ antica pittura in legno, rappresentante il Salvatore, delia 
fine del secolo XII o della prima metà del seguente, eon earatteri 
stilistici familiari ad altri monumenti della pittura romana contem- 
poranea. La preziosa tavola è racchiusa in un nobile reliquiario ar- 
genteo della prima metà ^ del quattrocento, che il R. particolarmente 
descrive ne’ suoi più minuti dettagli riproducendone, oltre P intero 
reliquiario, il fastigio bellissimo, gli sportelli, le statuette del Batti- 
sta e di S. Paolo, gli ornati. Negli anni immediatamente precedenti 
il 1435, la munificenza di una oscura dama tiburtina, Caterina Ric- 
ciardi, così conclude il R. P importante suo studio dell’ ereliquiario, 
fece racchiudere in una preziosa eustodia argentea, a forma di trit- 
tico, una immagine del Salvatore, particolarmente cara alla città di 
Tivoli^ affidandone P esecuzione ad un orafo fiorentino, forse della 



94 



Rassegna hihliograficci delV arte italiana 



numerosa schiera addetta al servizio della Corte pontificia nel tem- 
po di Martino V e di Eugenio IV. Più tardi, nell’ anno 1449, il trittico 
ebbe il suo ricco coronamento, la sua reformatio^ come leg-gesi ned- 
la iscrizione appostavi, e questa volta 1’ esecuzione dell’ opera do- 
vette essere allogata ad un artista di origine e di educazione vene- 
ziana. Ambedue gli artisti impressero la personalità artistica e quella 
della scuola alla quale appartennero sull’opera loro e questa raccolse 
insieme le particolarità dell’ una e dell’ altra preziosa testimonian- 

za delle condizioni artistiche di Roma, nella prima metà del quat- 
trocento, quando per il favore di pontefici umanisti, i nostri artisti 
maggiori accorrevano da ogni regione d’ Italia a recare alla città 
nobilissima il più eletto contributo del loro talento. 

Discorre poi il R. di due pitture frammentarie del senese Bar- 
tolomeo Bulgarini, fiorito intorno alla metà del Trecento, rappresen- 
tanti l’arcangelo Gabriele e S. Ludovico, che si conservano in S. M. 
Maggioro ; unici due frammenti del maestro, importantissimi, poiché 
solo per essi è possibile ormai avere una nozione abbastanza precisa 
intorno alla personalità artistica di un valente pittore, discepolo, co- 
me avverte il Vasari, di Pietro Lorenzetti, che fino ad oggi pareva 
condannato ad un oblio irreparabile. Illustra infine una tavola con 
la figura di S. Bernardino che il nostro mette giustamente a riscon- 
tro con altre figure del santo dipinte da Sano di Pietro, per conclu- 
dere che 1’ opera posseduta dal Comune di Tivoli è degna di figu- 
rare fra le cose migliori dello stesso Sano. — Nel successivo fascico- 
lo dell’Arte continua la illustrazione artistica di Tivoli, prendendo 
in esame le decorazioni a fresco della chiesa di S. Giovanni Evan- 
gelista di Antoniazzo Aquilio o di alcuno fra i numerosi collaboratori 
eh’ egli soleva associare ne’ suoi lavori. 

Una nota sulla ceramica dell’Alto Medioevo, sopratutto 
sulle scodelle degli edifici, pubblica A. Melani in Arte e Storia del 
15 marzo 1904. 

Alla Collezione Sprint, passata reccmtemente a Brera, ac- 
cennammo anche a p. 39 del fascicolo scorso. Nel num. 1 (1904) di 
Rassegna crArte leggesi in proposito un articolo, con le riproduzioni 
dei migliori capi della raccolta, di F. Malaguzzi Valeri. 

^ * In Napoli nobilissima dell’ aprile scorso Benedetto Croce 
pubblica in una bella e grande tavola una Veduta della città di Na- 
poli nel 1479, tratta da un quadro del secolo XV che si conserva 
a Firenze nel palazzo Strozzi. La tavola importantissima ebbe occa- 
sione dal viaggio fatto a Napoli da Lorenzo dei Medici per trattare 
un accordo col re Ferrante che era allora il suo più potente nemico. 
Nelle trattative ebbe parte Filippo Strozzi il quale fece ritrarre 



liassegna biìAiniirafìca delV arie italiana. 



95 



r avvenimento memorabile, in cui aveva avuto parte, della venuta 
del gran fiorentino a Napoli : il dipinto fu poi collocato nello stupendo 
palazzo che lo stesso Filippo alcuni anni dopo, cominciò a edifica- 
re in Firenze ». Con la scorta di documenti il Croce identifica 
anche alcuni personaggi del quadro e mostra come la città di Napoli 
fosse in quel tempo, quando regnava Casa d" Aragona, assai più 
piccola di quella che divenne nel secolo seguente. « Contava allora 
non più di quarantamila abitanti. E piccola e leggiadra appare, così 
il C., nel nostro dipinto. » 

* Le chiese parrocchiali di Pinè. In una pregevole rivista 
tridentina, che s' intitola appunto Tridentum., il dott. Giuseppe 
Cepola si propone di studiare in una serie di monografie le chiese 
della valle di Pinè. Ha cominciato infatti nel numero dello scorso 
marzo ad illustrarne una delle più antiche, quella di S. Mauro che 
ricorre nei documenti delF anno 1242, ma la cui fondazione, secondo 
il diligente autore, deve essere anteriore al 1212. Come è avvenuto 
di molte altre, quella che oggi esiste fu costruita nella sua parte più 
antica sulle rovine della primitiva al principio del secolo XVI, e di 
quesFultima non si è conservato che Pattar maggiore, e forse un 
trittico, di solida costruzione in legno con rilievi ed ornati, dipinti 
e dorature manifestanti un' evidente influenza dell'arte gotica tede- 
sca ; onde non è improbabile che si debba attribuire ad un artefice 
del nord. Della chiesa nuova non c'è molto di notevole salvo alcune 
pitture a fresco che adornavano le pareti del coro, le quali, pur es- 
sendo in gran parte distrutte, mostrano in quel che di esse ancora" 
rimane la mano di uno di quei pochi artisti tedeschi che lavoravano 
in suolo italiano: e le predelle di due altari fatti inalzare nel 1593 
dovute entrambe al pennello di Paolo Maurizio, un pittore che go- 
deva in quel tempo una certa fama nel Trentino. La tela che serve 
di pala delP aitar maggiore fresca nelle tinte e disinvolta nel colo- 
rito come nel disegno potrebbe ascriversi a quel Carlo Pozzi che 
visse nella prima metà del secolo XVII di cui tanto poco oggi si 
conosce. A meno che questo della chiesa di S. Mauro non sia un 
omonimo di un altro Carlo Pozzi di cui esiste un quadro nella chie- 
sa di S. Rocco in Rovereto, il quale ultimo però è ben lungi dall'ar- 
te simpatica e disinvolta di questa pala di Pinè. Lo studio del Ge- 
rola è ricco di documenti, che egli ha tratto con diligente pazienza 
dagli archivi di Trento, giovandosi di alcune ricerche anteriori che 
sul medesimo soggetto aveva fatto un sacerdote, il M. R. Simone 
Weber (J)-àìMavzocco) del 10 aprile u. s.) 

Nel primo fascicolo della nuova annata dell'Arce (gennaio 
febbraio 1904) Adolfo Venturi scrive intorno a La scuola di Nicola 



96 



liasssjnri bibliojrafica dell’ arte italiana. 



d’Apulias, elio eg-li iiid<ig-a con sguardo profondo formandosi più,Ì 
spocialinento nolF arte del gran lìglio di Nicola, Giovanni Pisano, 1 
. raccogliendo intorno a lui ope:-e solenni e così profonde di pensiero | 
finora inosservate o ad altri maestri pisani erroneamente attribuite. | 
* * Arturo Colasanti neiW Emporium del marzo scorso stani- 
pa un geniale articolo illustrante Duo nowelle nuziali del Boccaccio ? 
(Griselda e Nastagio degli onesti) nella pittura del quattrosento, J 
adorno di nitide riproduzioni di episodi di dette novelle, toltn da ^ 
affreschi provenienti dal castello di Poccabianca (Parma), da dipinti 
di casse iniziali, da tavolo di Francesco Pesellino, da.altre di Scuola Ì 
fiorentina del sec. XV, di Bartolomeo di Giovanni, ecc. t 

ir. ^ Gino Fogoi^\ri nelheVr^e (marzo-maggio 1904) descrive mi- ^ 
nutamente un manescrllle perdisi© delia biblioteca di Torino, il 
piccolo codice dcdle Ville diversorum prlncipum et tyrannorum ‘V 
(E III 19). WV espile ìt del Vaticano, così termina lo' scritto del F., g 
si apprende che il codice era stato composto per ordine del conte 
Bartolomeo Visconti, vescovo di Novara; il quale morì nel 1457. Da V 
ciò verrebbe nuova confeaana che il codice torinese apparteneva alla • 
prima mete! del secolo XV. Studiando alla Marciana il fondo dei 
libri derivanti dalla biblioteca dei Gonzaga, sarò forse possibile tro- 
vare il nome di nn miniatore degno di quelle gloriose pagine, delle 
quali ora pur troppo non restano che aridi c dolorosi ricordi. 

Nell’ A r /e (gennaio-febraio 1904) Enrico Brunelli prende in 
esame alcune pitture, le migliori, che si conservano nel palazzo Ca- 
regiani a Venezia : una tavola del miglior periodo di Bartolomeo 
Montagna, rappresentante la Vc'rgine col B. pieno di vita e di gra- 
zia, a cui fanno corteggio S. Francesco e il Battista; una Madonnina | 
col Putto di Cima da Conegliano, e un tondo con cntrovi la Vergine . 
e due angioli adoranti il Bambino, eh’ egli ascrive a Bastiano Mai- 
nardi. Lo scritto, adorno colle riproduzioni de’ tre dipinti, e intito- 
lato : Op3r3 d’arie palazzo Caregiani a Venezia. 

Nella Gazzetta di Mantova del 4 marzo s. il dott. G. B. In- 
tra (h\ notizia di Due quadri delia Reggia Gonzaga recentemente ri- 
trovati. Il primo è il ritratto tizianesco dell’ Arciduchessa Eleonora • 
d’ Austria, il secondo rappresenta Federico Gonzaga, a cavallo, con : 
in mano il bastone del comando e attorno a lui due gruppi" numero- ■ 

si, parte a piedi e parte a cavallo, di signori e militi che, in costu- , 

me romano e con romane insegne — coni’ era il vezzo dell’ epoca — ■ 

in svariati atteggiamenti rendono omaggio al principe. Il quadro ■ 

venne recentemente scoperto nel castello di Toeplitz in Boc'inia, ed è . ■ 
proprietà del principe Clary Aldringer. discendente di quel Giovanni ; S 
Aldrinorer che era generalissimo delle armate cesaree che nel 1629-30 - fl 



97 



Uassegnci hihliog reifica dell’ arte italiana.. 

assediarono c misero a, ruba la città di Mantova. L’opera è di Lo- 
renzo Costa ed è firmata L. Costa F. MDXII. 

Gustavo Lrizzoni noiìa lias segna d’ Arte (marzo 1904) stam- 
pa una lettera aperta al sig. Pietro Sgulmero, intitolata Alcuni ap- 
panià crstlci iniorno alla Galleria dà ^eroj^a. Importante stadio, in 
sostanza, nel quale si discorre intorno a varie opere di quella rac- 
colta, sulle quali « si possono avere dei delibi, sia per quanto con^ 
cerne la loro origdn alitò, sia in relazione al vero autore cui vanno 
attrilmite. » 

Pormano oggetto della maggiore attenzioiie dello scrittore alcune 
opere di Stefano da Zevio, di Prancesco JMorone, del Torbido, Ber- 
nardino India, Albertino Piazza di Lodi, Giovanni Bellini, Alvise Vi- 
varini, Girolamo di Santa Croce, Andrea Previtali, Romanino da Bre- 
scia, pseiido Jìocaccino, Prancesco Zaganelll da Cotignola, Liberale 
da Verona, ccc. 

Lorenzo Salazar, noto agli studi(ìsi dell’arte per le dili- 
genti e fruttuose sue ricerche negli archivi napoletani, pubblica nella 
Napoli nohUisslrna nuovi documenti su f^arso dei Pisio da Siena ed 
altra arSistà dea secoli e tratti dall’ archivio di S. 1\L della 

Rotonda, che c tra i più antichi e ricchi di documenti d’ ogni specie. 
In questi documenti ricorrono i nomi, oltre che del maestro senese, 
del suo disc(‘polo Michele Manchele « de monachp », Andrea Anzillo, 
Giov. Battista Lama, Cornelio Smet c Giovanni Snyers fiamminghi, 
Iacopo parathlco de brescla ingegnere, Beddassarro Almanaro de nap. 
pletore, Pabrizio Santafede, Giov. Berardo Azzolino (suocero del Ri- 
bora) pittore siciliano, fablo borazotta c Luciano Quaranta ingegneri, 
Giulio Cesare Pontana, Agostino Beltrano e Diana de Rosa, Salvator 
Rosa, i Pracanzani, Cosimo Panzaga, Andrea Malinconico, Giacinto 
de Popoli, Paolo de Matteis, Nicola Massaro, ecc. 

* Nella stessa rivista napoletana (marzo e aprile 1904) Giu- 
seppe Ceci inizia la pubblicazione di nuovi documenti per la isi©- 
graiia dagli artisii del e M¥I8 sseoie. Sono documenti che furo- 
no raccolti da Bartolomeo Capcisso che il C. andrà ordinando e com- 
mentando. In queste prime due puntate discorro dogli architetti Aghi- 
lera, Attendolo imbrogio. Basso Pompeo, Benincasa Giovali Iacopo, 
Cafaro Pigiialoso, Campanile Piorio, Ciniiiiello Giovai! Nicola, Colonia 
Prancesco ?, Dell’ Acaia Giovali Giacomo, Della Monica Santillo, Del- 
la Monica Vincenzo, De Sanctis Pietro Antonio, De Ruberto Colaiito- 
nio. De Valente Valente, Di Pcilnia Gian Prancesco, Pontana Dome- 
nico, Pontana Giulio Cesare, Gisolfì Onofrio Antonio, Marchese Anto- 
nio, Presti Bonaventura, Tortelli Benvenuto. 

^ M. A. Iahn Rusconi nell’ Emporlum dello scorso marzo il- 



98 



Rassegna bibliografica delV arte italiana. 



lustra la classica Villa di Adriano in Tivoli, accompagnando lo scrit- ■ 
to con numerose e splendide riproduzioni da fotografie. 9 

*** E. Durand-Grèville nella Rivista R Arte (n. 3-4, 1904)9 
continua la pubblicazione delle Notes sur des tableaux et dessins de 9 

Collections italiennes, già iniziata nei numeri 8-9 dello stesso porio-9 
dico, allora Miscellanea R Arte. In questa seconda parte del suo ia-9 
voro prende in esame la pinacoteca di Lucca, la galleria Mansi, il9 
Museo civico di Pisa, poi Firenze e Roma. |H 

*** Lodovico Marinelli nella (aprile 1904) pub- S 

blica alcuni frammenti di ceramiche sforzesche, trovati nel pozzo jB 
ferrato esistente sulla sommità del maschio nella Rocca di Forlì. Si| 
tratta di due vasi, di cui uno colla sigla degli Sforza sormontata dalla! 
corona di conte, donati al Museo civico di quella città. 

*** Vittorio Poggi nel Bullettino della società, storica savonese' 
(Anno VI, N. unico) ha pubblicato diverse memorie savonesi : Cose 
d’arte in Savona; Scoperta di sepolture delP epoca romana nella 
Fortezza di Savona; Costumanze del buon tempo antico. — Il Nata-, 
le; Di un incunabulo rarissimo e probabilmente unico della Bibliote- 
ca civica di Savona; Un favorito di Giulio II. — Del primo articolo,^ 
pubblicato anche in Arte e Storia di Firenze, la Rassegna diè ampia! 
notizia a p. 137 (anno VI, 1903); il favorito di Giulio II è Gerolamo;4 
Arzago, vescovo di Nizza, del quale il P. vide nella collezione nu-;)j 
mismatica, ora dispersa, del marchese Guido Cavriani di Mantova, 7; 
una medaglia di bronzo « in memoriam » di Papa Giulio II, che iP.f 
n. descrive ed illustra. 

^ ^ NelP Emporiuni (maggio, 1904) Ernesto Spadolini passaci 
in rapida rassegna i monumenti e le pitture che si trovano nelle Chie-| 
se anconitane, cominciando da quel gioiello eh’ è il tempio dedicatoci 
a S. Ciriaco, di cui riassume in poche linee la storia, dalla chiesa) 
di S. Maria della Piazza, alla facciata della chiesa di S. Francesco) 
e di S. Agostino. Adornano lo scritto, che non ha caratt(‘re illustrati-, 
vo, ma di semplice divulgazione, bellissime riproduzioni della catte-^ 
drale, delle facciate delle su ricordate chiese minori, di alcune ope- ' 
re del Guercino, di Lorenzo Lotto, del Tiziano, del Podesti, ecc. 

In Rassegna Nazionale (CXXXIII, 18) è un articolo firmato 
Y su I quadri del Palazzo Rosso di Genova. I 

Tale che si firma Torques nel Secolo XX del maggio 1904 
in un articolo di divulgazione riccamente illustrato discorre de lai 
Reggia dei Gonzaga di Mantova, del tempo in cui i più grandi | 
maestri per impulso d’ Isabella d Este, concorsero a formare della 
reggia mantovana una delle più belle e riiiomate corti del Rinascimen-i 
to. Lo scritto breve, geniale descrive davvero « una fuga di nomi, i 



Bassegna hihliografica clelV arte italiana. 



99 



eli ricordi, di attività spente, di sogni minati; un succedersi di bel- 
lezze che popolarono la città lacustre, dai suoi palazzi alle sue chie- 
se, d’ una profonda vita d' arte, su cui si abbatterono, nei secoli 
oscuri della patria, i dominatori rapaci e barbari. » Adornano le po- 
che pagine, oltre le varie riproduzioni del Castello, alcune fotografie 
dai dipinti del Mantegna e di Giulio Romano. 

Nell' ultimo fascicolo delb Arte (marzo-maggio, 1904) Gusta- 
vo Frizzoni pubblica un dotto articolo diretto ad illustrare alcuni 
Disegni di antichi maestri, a proposito della pubblicazione dei Dise- 
gni delle collezioni delle University Galleries e della Library del 
Christ Church College di Oxford : pubblicazione che viene eseguita 
sotto la direzione del signor Sidney Colvin, direttore del gabinetto 
delle stampe e dei disegni del Bi-itish Museum. (« I disegni sono ri- 
prodotti nello loro dimensioni precise sopra altrettanti cartoncini stac- 
cati, alti centimetri 56, larghi 41, e corredati del loro testo sul foglio 
che serve loro da riparo. Le serie di fac simili., da 20 fogli ciascuna, 
devono essere pubblicate semestralmente e continuate almeno per due 
anni in cento e sessanta esemplari, da mettersi in vendita, alcuni 
riservati, al prezzo di tre ghinee per serie. Qua e là alcuni dei dise- 
gni più belli e più celebrati di Raffaello e di Michelangelo, delle 
Gallerie dell' Università, saranno compresi nel numero delle riprodu- 
zioni; ma nella scelta del primo anno occuperanno un posto limitato, 
essendo st ibilito che si debba dare la preferenza ai disegni meno 
noti in entrambe le collezioni »). Il Frizzoni prende in esame alcuni 
disegni, già pubblicati nella prima cartella, fra i maestri italiani, di 
Leonardo da Vinci, di Michelangelo e di Raffaello (al quale toglie 
certi studi dal nudo, pensieri preliminari per qualche suo quadro 
di Madonna dell'epoca fiorentina), del Sodoma, del quale riproduce 
una testa che con tutta probabilità rappresenta il ritratto del Sanzio, 
del Montagna, di Lorenzo Costa del Correggio, ecc. 

Nello stesso fascicolo bellissimo dell'Arte Antonio Munoz 
stampa una dotta, profonda monografia intorno a Le rappresenta- 
zioni allegoriche della vita nell’ arte bizantina, la quale, dice il M., 
durante tutto il medio evo conservò F amore per le classiche alle- 
gorie e per le rappresentazioni profane. Accanto alle istorie sacre 
delF antico e del nuovo testamento, ai fatti dei santi martiri, agli 
episodi della vita monastica, comuni anche agli altri paesi cristiani, 
nell’ arte e nella letteratura d' Oriente fiorì tutto un mondo di leg- 
gende e di figurazioni la cui origine è da ricercarsi quasi sempre 
nell' antichità classica. 

Abruzzo 

^ P. Piccirilli nell' Arte del gennaio-febbraio 1904 illustra e 



100 



Rassegna bibliografica dell’ arte italiana. 



riproduce diverso opere d’ Oreficeria medievale abruzzese e del ri- 
nascimento. liiassunte brevemente le notizie sulla esistenza nel me- 
dioevo delle corporazioni o maestranze delTarte degli orafi negli 
Abruzzi, accennato alf opera di Nicola di Guardiagrele sul quale 
« molto, e forse con poco accorgimento si è scritto », il P. ci pre- 
senta tra altro, la descrizione e la riproduzione del dittico argenteo 
(secolo XIV) del duomo di Liicera, il piede della croce processionale 
della Chiesa Madre di Collepietro, il piede di croce di Guardiagrele 
e. la Croce processionale della Chiesa Madre di Anversa, di cui offre 
particolari bellissimi, per mezzo di buone e grandi fotografie. 

» N. A. DE ViNCENTiis ili Rivista Abruzzese (maggio, 1904) 
accenna brevemente alle origini di Casalbordino e il Santuario dei 
Miracoli. La'^costruzione del tempio è del secolo scorso; le pitture vi 
furono eseguite nel 1817 dal De Arcangelis di Lanciano e V altare 
« maestoso » fu costruito nel 1881 dal Fumante di Koma. 

Kinifia 

CiusEPPE Gigli nel Secolo XX dell’aprile 1901 discorre de 
La Chiosa di Poleala, narrando, più che illustrando il monumento 
vetusto, le vicende del ristauro del piccolo tempio e le visite fatte 
alla chiesetta, al castello e al leggendario cipresso di Francesca da 
Giosuè Carducci. Accompagnano F articoletto belle illustrazioni del 
tempio, prima e dopo il restauro: commovente e poetica quella in 
cui è ritratto il Carducci che pianta il novello cipresso. 

C. Ricci nella Rassegna d’ Arte del gennaio scorso pubblica 
un documento relativo alla pala porfuense d’ Ercole Roberii che si 
conserva nella Pinacoteca di Brera. Dal documento si rileva che il 
quadro fu eseguito nel 1480, che il Roberti il 2G marzo del 1481 era 
a Ravenna, il 7 maggio a Ferrara e fra quelle due date era stato a 
Bologna. Infine dà notizia della somma onde fu pagata la pittura e 
il nome di chi le fece F ornamento « de lignamo ». 

^ ^ Nel fascicolo del febbraio della stessa rivista, F ing. C. Ce- 
sari accenna ad alcuni documenti relativi al Campanile e la Chiosa 
di S. Mercuriale in Forlì, che il Municipio di quella città, « con in- 
tendimento lodevolissimo, nel riguardo delF estetica e per rispetto 
alla conservazione delle opere d’ arte », vorrebbe isolare F uno dal- 
F altra, sia nel fianco che il campanile ha in comune con la chiesa, 
quanto in quello che lo collega ad una casa, riservandosi poi oppor- 
tunamente di ripristinare nelle sue graziose forme il Chiostro delF an- 
tico convento, opera del secolo XV. — Non ispregevole aiuto al bre- 



RciHHPjjna hibUo(jvafica dell’ arte italiana. 



101 



ve studio del C. deve avere recato la Guida di Forlì, del 1903, che 
r a. avrebbe potuto indicare. 

Nel n. 7 di Rassegna d’ Arte del 1901, A. Balletti stampò 
alcune notizie che aiutarono a diradare V oscurità che circondava il 
nome di Alfonso Kuspnggiari, medaglista; nello stesso periodico del 
marzo 1904 aggiunge altre notizie intorao ad Alfonso Ruspaggiari e 
Gian Antonio Signoretti, medaglisti del secolo XV, desunte da docu- 
menti e dalB esame di alcuni medaglie. 

^ La Ri Pinacoteca di Bologna s’ è arricchita recentemente 
; di una nuova importante opera d’arte: il ritratto della madre di 
' Guido Reni dipinto dal celebre maestro. La tela proviene dal palazzo 
. Malvezzi. P. Patrizi che pubblica il bellissimo ritratto nell’ Empo- 
rium dell’ aprile 1904, avverte come nella biografia del Reni scritta 
dal Malvasia è detto, fra altro, « fra i molti ritratti che si vedono 
di Guido... quello di sua madre, di un suo fratello' », ecc.: ed ag- 
giunge che, se si pensa all’ intimità che Guido ebbe con la famiglia 
Malvezzi, e particolarmente col marchese Virgilio, alla larga ospita- 
lità che l’ illustre famiglia bolognese diede al suo prediletto pittore, 
vi(\n immo ogni ragione per dubitare della tradizione che, per circa 
tre secoli, ha attribuito a Guido la paternità del ritratto. 

X " X- dipinti di Bernardino da Cofignola discorre in 

Rassegna, d’ Arte (aprile 1904) Corrado Ricci. Premesse alcune noti- 
zie d’ indole generale sui tre maestri chiamati, dal paese d’ origine, i 
Cotignola, Bernardino e Francesco Zaganelli e Girolamo Marchesi, il 
R. avverte che i due primi nacquero fra il 14(30 e il 1470 e lavora- 
rono quasi seihpre insieme. Bernardino dev’ essere premorto al fra- 
tello di parecchi anni e cioè fra il 1510 e il ’12. Nei dipinti cjel 1514, 
1518 e ’19, non si legge più che il nome di Francesco ; il quale, 

■ forse in seguito alla morte del fratello, da Cotignola passò a Ravenna 
con la moglie ed una figlia di Bernardino ed ove morì nel 1531. Il 
Marchesi invece nacque in Cotignola nel 1471 e morì a Roma nel 
' 1540. I quadri che il R. studia e con altri riproduce sono : un s. Se- 

bastiaìio della Galleria Nazionale di Londra ; un Cristo nell’ orto, 
nella Pinacoteca di Ravenna ed un Cristo deposto, nella Galleria 
d’Amsterdam, tutti e tre di Ilernardino Zaganelli. 

^ Il Ricci nello stesso fascicolo pubblica e brevemente illu- 
stra i d^e dipinti di Dosso Dossi passati recentemente alla Pinaco- 
teca di Brera, rappresentanti il Battista e s. Giorgio. 

Nell’ ottima rivista « La Romagna » (Imola, 1 marzo 1904) 
diretta da Gaetano. Gasperoni e da Luigi. Orsini, Romeo Galli inizia 
uno studio su la chiesa ed il convento di S. Domenico in Imola. A 
lavoro compiuto la Rassegna ne riferirà con 1’ usata larghezza. 



102 



lìassejiia hibliografica dell’ arte italiana. 



Liig'iirìa. 

Le opere di Pasio Gaggini in Francia. Sotto (jucsto titolo 
L. Beltrami Dolla Hassegua d’ Arte cIgIB aprilo sborso, g'iiaivla a (li- 
versi lavori dal Corvetto attribuiti al Gagg-ini e all’ influonza da 
questo artista esercitata secondo il Corvetto durante, il rinasciincuito 
francese ; mostrando come sia stata esagerata tale influenza del mae- 
sdm genovese, dacché V opera di Pasio in Francia, veramente sicura 
e di cui resti documento materiale o graftco, si riduco al alcune 
parti della fontana di Gaillon ed alla lastra tombale del monumento 
Lannoy : due opere nelle quali il Pasio flgura quale socio del Tama- 
gnino, il che impedisce di riconoscervi la genuina personalità del 
Gaggini, come artista ; come alla Certosa di Pavia, anche in Fran- 
cia egli appare ancora artefice in second' ordine, attivo, ma senza 

spiccata personalità! eri anche n.dle opere sue in Spaerne, soo^<^iun^e 
^ 1 - 0/000 

concludendo il B., la stessa mole dei monumenti a lui commessi 
porta piuttosto a:l accentuare quella caratteristica di « assuntore di 
opere di scultura » che nel complesso della sui carriera costituisce 
la nota predominante. 

In E'vista Ligure (fase. V, 1903) L. A. CsuvErro discorre 
de La porla del Vasca (Monumenti genovesi). 

A. Luxoao in Arte decorativa (Bergamo, 1902, XI) illustra 

Gli stalli dol coro nel duomo in Genova. 

Dalla tip. della Gioventù (Genova, 1903) è uscito un opu- 
scol(j di pp. 03 di L. Persoglto intitolato : Storia dell’ origint' (hd 

santuario di Maria SS. della Guardia di Velva. 

Poggi Vittorio, Il coro monumentale della calledrale di 

Savona e gli artisti tortonesi che lo eseguirono (Tortona, Rossi, 1901, 
in-8, di pp. 27; con tav.). 

Lombardia. 

Cronaca artistica degli Intarsiatori cremonesi. Sotto que- 
sto titolo in Arte e Storia del 15 marzo u. s. L. Lgcchixi dà noti- 
zia, insieme con qualche documento degli artisti Gian Maria e Paolo 
Sacca da Piedena^ Filippo Sacca^ Cristoforo Mantello, Fra Giov. Fran- 
cesco cremonese, Giov. Batt. Giierrini cremonese, Domenico e Carlo 
Maltusi di Antegnate. 

In un articolo su Pasio Gaggini da Bissone alla Certosa 
di Pavia, pubblicai 3 india Rassegna d’ Arte febbraio 1901, Luca 
Beltrami ci fa conoscere ne’ suoi più esatti confini questa interes- 
sante figura d’ artista, intorno alla quale « si è scritto recentemente 
abbandonandosi ad elogi non proporzionati forse al valore artistico 
del maestro e delle^ sue opere » , 



Rassegna hibliografim dell’ arte italiana, 



103 



-4 FJJA.NCESCO Malagu'zzi-Valeri nello stesso periodico mila- 
nese, del marzo 1901, pubblica ed illustra un trittico di Butinone 
che si conserva nella Pinacoteca del Castello Sforzesco a Milano. Si 
tratta di un interessante tabernacolo in forma di trittico, con tredici 
scomparti in ciascuno de/ quali è una rappresentazione della vita del 
Cristo. 11 piccolo trittico provieno dal Museo Cavalieri, da Milauo 
passato in proprietà del Cernuschi a Parigi ; alla vendita fatta in 
quesP ultima città dalP antica collezione, esso fu acquistato e passò 
in Germania; ultimamente apparteneva ad uno studioso d' arte te- 
desco residente a Firenze. Secondo il M. P opera è indubbiamente 
del Butinone ed appartiene al periodo medio della sua attività, come 
ne assicurano i confronti con P ancona di Treviglio, e specialmente 
con la predella del 1485. 

* * Nei primi due fascicoli della nuova annata de L’ Arte 
(gennaio-maggio, 1004) Laudedeo Testi stampa una monografìa, con 
47 illustrazione nel testo e largo sussidio di prove sul Monastero e la 

chiesa di Santa Maria d’ Aurona in Milano (secoli VIII-XI-XVIII) : 
trattazione origin de e profonda di uno de^ più difiìcili e intricati 
problemi che si affacciassero alla mente de' nostri critici intorno alle 
origini delP architettura lombarda. 

Marche 

NelP Arte (gennaio-febbraio 1904) E. Calzini dà notizia 
del Civico Museo di Camerino, recentemente istituito in quella città 
a cura del IMuuicipio e sotto la direzione del can. M. Santoni. Il mu- 
seo non ])oteva avere sede migliore, essendo esso -disposto nella ma- 
gnifica chiesa ducale delP Annunziata, chiusa da molti anni al culto 
c restituita per mezzo di acconci restauri alla pristina sua eleganza. 
Accennato alla bellezza e impoi'tanza del tempio, discorre il C. delle 
pitture più importanti della raccolta, della serie dei ritratti degli an- 
tichi principi di Camerino, i Varano, e del coro (del 1489) delP In- 
di vini, che dalla chiesa delle Clarisse per la caduta del tetto sovra- 
stante, avvenuta il giorno 26 dello scorso gennaio, passò allo stesso 
museo. 

^ ^ Più ampia notizia intorno allo stesso museo e alle opere 

di scultura e di pittura che si conservano ancora nella gentile città 
dei Varano, offre il Calzini nel periodico Le Marche (gennaio-febbra- 
io 1904), egregiamente diretto dal prof. G. Grimaldi. Della maggiore 
importanza per P arte a Camerino nel secolo XV sono gli affreschi 
a pianoterreno nelP ex convento di S. Agostino, quelli che si ammi- 
rano in diversi luoghi delP antica chiesa di S. Francesco (pitture di 
tre epoche : romaniche, del secolo XIV e del Rinascimento) e quello 



104 



Rassegna bibliografica dell' arte italiana. 



rappresentante il battesimo di Cristo nel Giordano, nella ex chiesa 
deir Annunziata, ornante T ultima cappella a sinistra, attribuito al 
Pinturiccliio, 

* * * Ottimo contributo alla storia de L’ arte dcEla maidica a Fano 
offre G. Castellani nello stesso numero delle Marche^ riferendosi ad 
« un’ intera famiglia di vasari, che hanno lavorato a Fano nella fine 
del XV e nel principio del XVI secolo, producendo maioliche azzur- 
re più fine assai di quelle che venivano ordinariamente esportate da 
Faenza e da Ravenna ». 

Nel Bollettino storico Monterubbianese (n. 14) sono riportati 
alcuni documenti del 1540, tratti dall’ iU’chivio comunale di Ripatran- 
sone, relativi ad una tsSa per la Fraternità dell’ Ospedale di quella 
città, rappresentante, pare, la Madonna col Bambino, dipinta da Vin- 
cenzo Pagani. La tela, secondo il parere della direzione di detto 
periodico, sarebbe da identificarsi con quella che dalla raccolta del 
P. Luigi Michettoni da Ripatransone passò or sono diversi anni a 
Roma. Non così però crede il dott. Grigioni, il quale inviando i 
documenti già accennati al periodico monterubbianese, esclude che 
nella tela posseduta dal Michettoni si debba vedere un’opera del Pa- 
gani, trovandosi in essa dipinto un nido di uccelli: particolare que- 
sto non mai riscontrato in altri quadri del maestro. 

* * * Nel numero 15 dello stesso Bollettino E. Calzini dà notizia 
su la l^adosiua di Loreto in S.. Agostino di Ascoli Piceno, del me- 
desimo Vincenzo Pagani, e di una tavola nel duomo (sagrestia dei 
canonici) di Ascoli, erroneamente creduta del maestro di Montcrub- 
biano. 

Napoletano 

^ Ne’ primi due fascicoli di Napoli nobilissima (gennaio e feb- 
braio 1904) Giambattista Guarini discorre de r Abbazia di San- 
4’Aipgelo àn i^lantescaglieso, narrandone minutamente le .vicende non 
sempre lieto dell’ edificio, rotto, nella linea uniforme, da una cupola 
ottagona e da un campanile quadrato a bifore luminose, oggi sede 
di «uffici pubblici, comunali e governativi. Accompagnano lo scritto 
belle illustrazioni: due finestre bifore, medioevali, del secondo cor- 
tile, arcate con capitelli del primo cortile, il campanile, una vera 
da pozzo, finestre elegantissime del Rinascimento del primo cortile, 
e la veduta generale dell’ antica abbazia. 

• • Nella stessa «iVapoZ/ n. (aprile 1904) Antonio Colombo inizia 

la pubblicazione di uno studio su SanS’ Andrea delle Oams, inco- 
minciando dalla illustrazione storica del monastero, sorto nel secolo 
XVI con modesti pfincipii per volontà di quattro nobili e ricche 



llassegna bibliografica delV arte italiana^ 



105 



donzelle, Laura, Giulia, Lucrezia e Claudia Parascandalo e che col 
volgere degli anni acquistò rinomanza e splendore. In principio (nel 
1580 vi si professarono i voti solenni) il convento s' andò formando 
in un palazzo alla strada San Paolo ; nel 1583 le monache acquista- 
rono un terreno presso S. Agnello maggiore a Caponapoli essendosi 
resa necessaria, pel cresciuto numero delle monache, una sede più 
ampia, la quale ben presto fu costruita e ornata in seguito di lavori 
in marmo e decorazioni murali da artisti del seicento, tra cui il fiam- 
mingo Pietro Mennes che si impegnò di dipingere la Galleria di « d. 
monasterio » e il « Cammarone », Cornelio Avamrino e Giommo, 
pittori aneli' essi, Belisario Corenzio. ecc. 

^ ^ ^ Osi monumenta delTarte neo-campana nella basilica cristia- 
na di Teano, illustra nell' ultimo fascicolo dell'Arte (marzo-maggio 1904) 
Agostino di Lella. Si tratta di un' opera davvero notevole, non 
avvertita fin qui dagli studiosi, dell' ambone della cattedrale di Teano, 
che il nostro studia e confronta con altre opere di artisti neo-campani. 

Piemonte. 

^ La costruzione della Cattedrale di Saluzzo. (Ivi, Lib. Ed. 
di Bovo 0 Boccolo, 1902) è il titolo di un elegante volumetto estratto 
dal volume XV della Biblioteca della Società Storica Subalpina pub- 
blicato sotto il Patronato del Comitato per i festeggiamenti del IV 
Centenario della costruzione del Duomo di Saluzzo. Ne è autore 
Domenico Chiattone, il quale divide il lavoro, ben concepito e rigo- 
rosamente condotto, in sette capitoli. 

• Nel primo discorre dell' ambiente storico (artistico-politico) a cui 
risale la costruzione del Duomo ; nel secondo ritesse la storia della 
modesta chiesuola dedicata alla Vergine, sorgente un tempo sul me- 
desimo luogo occupato oggi dalla cattedrale; nell'altro intrattiene il 
lettore sulla importanza sempre maggiore della pieve di S. JMaria e 
dell' idea negli uomini di Saluzzo ve del marchese Ludovico II del- 
1' erezione di una collegiata con un Capitolo di canonici (approvata 
poi con lettere del 1481 di papa Sisto IV) ; indi accenna ad un pre- 
zioso Codice di atti capitolari che conservasi nell'Archivio del Capi- 
tolo in Saluzzo — ab anno 1486 ad annum 1517 — che con altre 
carte dell'Archivio Muletti e del Comunale di Saluzzo offrirono all'a. 
un corpo non ispregevole di fonti per la storia della costruzione 
della Cattedrale ; dice nella quinta parte dei lasciti per la erezione 
del grandioso tempio^ della posa della prima pietra, avvenuta l'8 settem- 
are 1491, delle gravi spese occorrenti, del contributo dei coloni, del- 
la comunità, ecc. Nella, ultima parte del volume è la descrizione 
della catteilrale, compresa la deturpazione decorativa dei fratelli Com- 



liasscgna bibliografica dclV arte italiana 



lOG 



mendatori Gautero ; i immerosi documenti in appendice cliiiidono il 
lavoro. Dal quale si rileva ehe nel 1499 benché non ancora termi- 
nata la chiesa veniva officiata. Neir aprile deiranno successivo si' 
orna la sacristia di armadi, si riadatta il grande crocitìsso ehe tut- 
tora si ammira nel coro e si appongono le « veri’crie » alle finestre 
(10 dicembre). Nel 1501 il grande edificio appare ultimato. Peccato 
che la bella, esauriente monografia del C. non sia accompagnata da 
illustrazioni della imponente mole, giustamente considerata fra le 
prineipali chiese del Piemonte. Ciò del resto nulla toglie alla bontà 
e serietà del lavoro, eseguito con tanta diligenza. 

» R. H. IIoBxmT-CusT neWsi Eassegna (VArte (aprile 1904) pub- 
blica il grande polittico della SS. Annunziata in Pontremoli elisegli 
crede di poter attribuire a Giovanni ^Massone di Alessandria, interes- 
sante pittore, i cui lavori, bellissimi ma poco conosciuti e apprezzati, 
si trovano al Louvre, a Savona e in S. Al. di Castello a Genova. 
La tavola, divisa in nove sezioni e chiusa in una bellissima eornice 
gotica intagliata e dorata, misura m. 2,08X1,40. Rappresenta, nella 
parte centrale la Madonna col B. in trono, fiancheggiata da quattro 
piccole tavolette recanti gli evangelisti; in alto, in tre tavolette se- 
parate, la Crocifissione, PAnnunziata e P arcangelo Gabriele; nella 
predella Cristo coi dodici Apostoli. 

^ ^ Di alcune eccellenti figure in legno scolpite dal trapanese 

Matera verso il 1709 e che ora trovansi a Monaco nel Museo nazio- 
nale bavarese, ragiona S. Romano wqW Archivio storico siciliano (fase. 
III-IV, XXVIl), esponendo inoltro interessanti ricerche biografiche 
sulP artista. 

^ ^ Su alcuni pittori vissuti in Siracusa nel Rinascimento 

discorre nelP ultimo fascicolo delPAr^e (marzo-maggio 1904) Enrico 
Mauceri. Il quale, dopo aver notato che Siracusa non fu estranea 
alla grande arte passata lentamente in Sicilia, svoltasi sopratutto a 
Messina sotto P impulso di Antonello, e d'aver constatato che in 
quella città, come in altri luoghi delPisola, le pitture del buon tem- 
po han subito una triste sorte, descrive una tavola abbandonata nel- 
la canonica del duomo, rappresentante S. Girolamo, col nome del 
pittore siracusano Marco Costanzo, e Panno 1468; pubblica ed illu- 
stra un altro qna Irò con la Santa Casa di Loreto, nel R. Museo di 
Siraeusa, rilevante l'opera di due pittori anclP essi sconosciuti, Ales- 
sandro Padovano e Giovan Maria Trevisano, i cui nomi si trovano 
associati nella detta tavola compiuta nel 1507. Del Trivisano è md 
iMuseo anche la pregevole tavola di Sant'Agostino, come si rileva da 



Uassegna bibliografica cleW arie italiana. 



107 



un’obbligazione che il pittore firmò nel settembre del 1508. Il M. 
sospetta che Alessandro padovano possa esser figlio di un France- 
sco di Lodovico, forse residente a Siracusa, detto pittor padovano in 
un documento del 1481 ; del qual maestro lo stesso M. potè trovare 
un contratto da cui si arguisce che Francesco di Ludovico si obbli- 
gava di dipingere un’ancona coi santi Cosimo e Damiano ; ma pur 
troppo di quest’opera non si ha pia alcuna notizia. Del Trevisano 
insieme con altre notizie relative a. lavori, pubblica il nostro una 
Crocifissione c V Annunciata che si trovano in duomo. 

Anche due altri nomi di pittori, afìTatto sconosciuti, comunica a- 
gli studiosi il Maucevi: Francesco Eagona e Gaspare Pirricono, am- 
bedue qualificati in alcune carte del 1523 e ’24 col titolo di pictor ; 
ina di essi nuli’ altro può aggiungere, poiché non si sa chi fossero e 
quanto valessero. 

Toscana 

pàttori fiorentini del principio del quattrocento è il 

titolo di uno studio che Pietro Toesoa inserisce nell’ Arte (Fase. 1-2 
1904); uno studio, come avverte subito Fa., che valga ad agevolare 
l’intera comprensione dell’ambiente artistico nel quale campeggiaro- 
no i maggiori pittori fiorentini della prima metà del secolo XV, non 
a fine d’ illuminare bruscamente figure rimaste sinora in una giusta 
penombra, ma che aiuti a determinare anche la personalità di alcuni 
degli artefici minori che soddisfecero in parto le aspirazioni estetiche 
del medesimo popolo dal quale sorgevano i grandi maestri. 

^ Di us:^ B*sc3u4e acquisto dell’Accademia delle Belle Arti di 
Siena, o cioè di un dipinto del Vecchietta (Lorenzo di Pietro), rap- 
presentante la figura di S. Lorenzo^ discorre nella Rassegna d’ Arte 
(febbraio, 1904) Guido Gagnola. 

Peleo Bacci, nel Bullettino storico pistoiese (a. VI, fase. 1-2). 
pubblica E^uo’jb clocumcnti su Rflaftco degli orgaoi^ relativi cioè a 
riparazioni e a costruzioni di organi eseguiti da Matteo di Paolo 
da Prato in società, in alcuni casi, con altri artisti del suo tempo. 

‘ In Jahrb d. Konig. preuss. Kunstsamìnhmgen, 1903, fase. Ili 
L. lusTi stampa un importante studio intitolato: Giovanni Pisano und 
die foskanische SkuBpturen des JalirlH m BsErliner ^useum. 

G. Poggi nella Rassegna Nazionale (giugno, 1903) discorre 
di alcuni rooenti lavori in Santa Boaria dei Fiore, fermandosi prin- 
cipalmente intorno alla tomba dì Antonio di Orso, scolpita nel 1321 
da Tino di Camaino e ricollocata recentemente al suo posto origina- 
rio dove era l’altare della Trinità. 

'"Aja Marcel Reymond nella Rivista d’ Arte (n. 5, 1994) pubbli- 



108 



Uassegna hiht iografica deW arte ìialkuKi. 



ca La Madone Corsini de Luca della Robbia, eh’ egli studia e con- 
fronta con altri lavori del grande maestro, concludendo eh’ essa appar- 
tiene airultimo periodo .dell’artista, e aggiunge : « Je considère la 

Madone Corsini, cornine ime des dernières oeuvres de Luca et j’y 
trouve un argument nouveu en faveur du systòme que j’ ai soutenu 
et qui consiste à penser que c’ est seulement sur la fin de sa vie 
que la polychromie a jouè un grand róle dan les oeuvres de Luca. 
La conseguence la plus notable de mon systèine est . de classer les 
Evangélistes de la chapelle Pazzi à la fin de la vie de Luca, au lieu 
d’ y vóir ime oeuvre de sa jeunesse, cornine Pont soutenu diver éeri- 
vains ». 

Nello stesso fascicolo G. Gronau inserisce una lettera di 
Giulio Parigi, architetto dei Medici, in data 1632, relativa ad un ap- 
partamento del Palazzo di Via Larga a Firenze, per la Duchessa ve- 
dova di Urbino la giovane Vittoria dei Medici, moglie dell’ assassina- 
to principe Federico della Povere. 

Giulio Ferrari Rassegna cV Arte delP aprile 1904 pub- 

blica una bella riproduzione grafica del Monumento Gonzaga a Gua- 
stalla, lavorato tra il 1559 e 1564, anno in cui il gruppo in bronzo 
venne fuso, da Leone Leoni. Il F. rifà inoltre la storia del monu- 
mento inaugurato nel 1594. Nel piedistallo lavorò anche Pompeo 
Leoni. 

^ ^ Lucy Olcott nel medesimo fascicolo riproduce un dipinto 
inedito di Andrea del Brescianino che si trova nella chiesa di S. 
Lorenzo a Bibbiano (Siena), rappresentante la Madonna col B. e i 
santi Giovanni Battista e Girolamo (?). Il dipinto passava per opera 
di .Baldassarre Peruzzi, mentre PO. vi trova tutti i caratteri del se- 
nese Brescianino, eclettico per eccellenza. 

^ ^ Livio Migliorini in Arte e Storia del 15 marzo 1904 discor- 
re brevemente della chiesa di S. Regolo in Vagli sotto, accennan- 
do più specialmente ad un lavabo di marmo bianco, che si trova nel- 
la sagrestia, il quale merita di essere « ammirato e. studiato mèglio 
dagli intelligenti ». 

- li Monumento funerario di G. Giacomo Medici nel duomo 
di Milano, eseguito dallo scultore Leone Leoni ili Arezzo nel 1560-62 
per 7800 scudi d’oro, illustra nella Rassegna (gennaio, 1904) 

Luca Beltramt, il quale anche riproduce, oltre P insieme grandioso 
del monumento, la statua di G. Giacomo Medici e le due figure sim- 
boliche rappresentanti la Milizia e la Pace. 

* * //. Di una terracotta del Verocchio a Gareggi discorre ne 
L’ Arte (gennaio-febbraio, 1904) Carlo Gamba. La terracotta fu ti’o- 
vata dagli attuali proprietari della Villa Pareggi in sessanta pezzi 



ììaHHPjjna bihÌÌ0(jrafic i dell’ arte italiana. 109 

nella soffitta di una sala e dagli stessi signori Begrò bellamente ri- 
eomposta e collocata in una loggetta della villa; rappresenta la ri- 
surrezione e rivela la mano del Verrocchio, il quale, secondo il G. 
dovè eseguirla verso il 1460 per la famiglia de' Medici, che la storica 
Villa che conserva quasi intatta la maschia architettura del Miche- 
lozzo avevano abbellito di tante opere d’ arte. 

^ Nel penultimo fascicolo della rivista inglese, il Burlington 
magazine F. MASon ragiona intorno ad importantissima tavola 

dimenticata di Ambrogio Lorenzetti che si trova attualmente nella 
scuola comunale di Massa. Rappresenta la Madonna col Bambino in 
braccio circondata da angioli, con le tre virtù teologali ai piedi, e 
fìancheggiata da santi, martiri, apostoli, patriarchi e profeti; essa fu 
certamente in origine una pala d’altare, divisa in cinque pannelli 
d’architettura gotica con relativi pinnacoli, pilastrini e predella; ma 
oggi le antiche linee dell’opera d’arte sono profondamente alterate 
dalla rozza cornice in cui venne incastrata. Si tratta secondo il M. 
del capolavoro di Ambrogio Lorenzetti, dipinto molto probabilmente 
verso il 1330 per la Cattedrale di Massa, nel cui altare 1’ opera pre- 
ziosa, dopo un opportuno restauro, dovrebbe tornare a splendere en- 
tro una conveniente cornice, che un gentiluomo italiano, osserva 

10 scrittore, sarebbe lieto di offrire. 

*** Warburg in lUvista d’ Arte del maggio 1904 pubblica la 
fotografìa di un quadro di Benedetto del Ghirlandaio, rappresentan- 
te l’Adorazione delia Vergine, che si trova nella piccola città fran- 
cese di Aigueperse. La caratteristica più importante del dipinto con- 
siste nello « stile stranamente oltremontano, di modo che, senza il 
suggerimento dell’iscrizione, sarebbe diffìcile determinare se siamo 
in presenza di un fìammingo o francese toscaneggiante oppure di un 
italiano che lavori « alla francese ». Per la notevole importanza di 
tale doQumento artistico, che potrebbe dare una solida basse all’ana- 
lisi stilistica di una serie di opere fìnora enigmatiche, non dovrebbe 

11 quadro maiicare ad una esposizizione dei Primitivi francesi, per 
provare se un altro come 4’ animo autoctona di quegli artisti che si 
dicono primitivi non impedisse loro, .talvolta, un raffinato eclettismo. 
Epperò il W. si augura che il quadro del Ghirlandaio venga espo- 
ste nella Mostra dei Primitivi accanto a quel Peìntre des Bourbons, 
che è pur stato qualche volta confuso con Benedetto e che ha la- 
vorato per Pierre II de Bourbon' fratello .del connestabile Jean il 
quale, pavé, commise al Ghirlandaio il quadro di Aigueperse. 

* * * Nel medesimo fascicolo della Rivista fiorentina Girolamo 
Mancini stampa un articolo che è un vero contributo alla vita del 
pittore Don Bartolomeo della Gatta. Il M. infatti, con prove e do- 



110 



Rassegna bibliografica dell’ arie ìlaliana 



cmnenti alla mano riesce a dimostrare che Don Bartolomeo e Don 
Piero d’Antonio Dei da Firenze, nel 1479 semplice, monaco a S. Ma- 
ria in gradi e nel 1487 priore a S. Clemente, ambedue monasteri 
aretini dell’ordine Camaldolese, sono una stessa persona; che il Dei 
nacque nel 1448 da ' una famiglia d’orafi di vaglia e che quando il 
Dei o Don Bartolomeo della Datta collaborò agli affreschi del Si- 
gnorelli e di Pietro Perugino alla Sistina di Roma era nel fiore del- 
1’ età e quasi coetaneo ai due grandi maestri. 

In The Art Journal (gennaio 1904) C. Phtlippis rivendica 
a Pietro Torrigiani il medaglione rappresentante la testa di Cristo, 
che si conserva nella collezione AVallace. L’articolo è intitolato: A 
Rouiuicl by Pietro Torrigiano. 

*** Qu-tindo uscirà il presente numero della Rassegna, molto 
probabilmente avrà veduto la luce un volume del prof. Andrea Mo- 
schetti, edito dagli Alinari di Firenze, intorno alla Cappell^x degli 
Scrovegnl e gli affreschi di Giotto in essa dipinti. Intanto il M. nel 
voi. XX, disp. I degli Atti e Memorie della R. Accademia di Scienze 
lettere ed arti in Padova, pubblica 13 Giudizio universale di Giotto, 
un estratto cioè dello stu lio da lui intrapreso intorno alla mirabile 
Cappella degli Scrovegnl. Il saggio, una vera primizia per gli am- 
miratori dell’arte giottesca, che il M. ci dà del suo lavoro, dimo- 
stra con quanto amore e dottrina egli siasi accinto alF opera, che, 
non dubitiamo, varrà a farci apprezzare e gustare come si conviene 
le pitture del grande maestro, per nostra fortuna ancora quasi in- 
tatte. Non occorre aggiungere che la Rassegna si occuperà diffusa- 
mente dell’opera del M. non appena venuta in luce. 

Una bella monografìa, riccamente illustrata con nitide illu- 
strazioni da fotografie Lombardi e Alinari, su TAIIegoria polilica ne- 
gli effreschi di Ambrogio Lorenzetti nel Palazzo pubblico di Siena, 
stampa aoW Empori um (aprile 1904) Odoardo IL Gigliolt. 

^ Di Una Rasurrazione ,, di Benedetto Buglioni, discorre 
in Rivista d'Arte (nn. o-4, 1904) Peleo Bacci. Da diversi documenti 
che il B. riproduce dall’archivio del Comune di Pistoia si rileva che 
gli. operai di San Jacopo di Pistoia, con gli assegni di prete Gaspare 
sagrestano dell’ Opera, convennero di fiir fare allo scultore fiorentino 
Benedetto Buglioni una Risurrezione di Cristo, di rilievo, da porsi sul- 
1’ altare di S. Jacopo; che il Buglioni ricevè il primo acconto di (5 fio- 
rini d’oro larghi, il 9 maggio 1490, quando ancora, sembra, non aveva 
posto mano al lavoro ; che sul cadere del mese di maggio o ai pri- 
mi di giugno dello stesso anno il lavoro era a buon punto; che il 
80 luglio la Resurrezione era terminata e collocata sopra l’altare; o 
che, iiilìne, 11 lavoro gli fu pagato 20 fiorini. Molte e non li(“te le vi- 



liasaegna hibllotjrafica dell’ arte italiana. 



ili 



I con (lo subite (ialla preziosa opera del Buglione, la quale dopo esse- 
i‘(3 stata finalmente esposta alBinginrin dei ghiacci in un orto fu mu- 
rata sur una parete dei Capitolo di San Francesco. Dallo studio del 
B. corredato inoltre di buone riproduzioni, la bella figura delFartista 
s'illumina eli nuova luce e ci fa sospettare con Fa. che forse molte 
altre opere del Buglioni vanno sotto il nome de' Robbia, mentre sa- 
; ranno creazione della sua inano. 

I Nello stesso numero della lìivìsta d' Arte Jacques Mesnil 

stampa alcuni inventari del secolo XV e XVI de la Compagnia di Ge- 
sù péllegrino di Firenze; dai quali si rileva come detta Compagnia 
fosse ricca, oltre che delle masserizie comuni a tutte le compagnie 
di tal genere, di vere opere d'arte che il M. talora commenta con 
brevi note. 

^ Un quadro di Meri di Bicci si trova nella Pinacoteca mu- 
nicipale di Gubbio e rappresenta la Vergine che adora il Bambino. 
Ne parla Arduino Colasanti nello stesso fascicolo (3-4, anno II) del- 
1' elegante periodico diretto dal Supino. Osserva il C. che il quadret- 
to della raccolta eugubina è una riduzione del mirabile quadro che 
fra Filippo Lippi dipinse per la cappella dei Medici a Firenze, oggi 
nel Museo di Berlino : riduzione in cui però « c andata del tutto per- 
duta aggiunge il C., la grazia intraducibile del quadro del Museo 
di Berlino » poiché Neri di Bicci ricopiò materialmente le forme del 
maestro, senza saperne penetrare lo spirito. 

,4 In Nuova Antologia del 16 nov. 1903 Alessandro Chiappelli 
! commemora Masacsìo, in occasione delle recenti onoranze al grande 
I maestro, con un magistrale articolo, in cui, fra altro, è giustamente 
detto che degna onoranza a Masaccio sarebbe il restituire 1' antica 
' luce alla Cappella Brancacci, vero santuario sacro all'arte, .sottrarla 
I all'uso del culto, o almeno, provvista di cancellate, proteggerla dalle 
r possibili ingiurie umane; e infine liberarla dalle soprapposte pitture 
i decorative del secolo decimottavo, le quali spostano ed alterano i to- 
1 . ni degli antichi dipinti; e si augura che un giorno Firenze saprà a- 
I dempiere degnamente l'alto debito suo verso questo figlio immortale 
t della sua terra. 

Maud Cruttwell nell'Arce del marzo-maggio 1904 pubbli- 
p ca tre documenti del Verrocchio, interessanti, massimamente il pri- 
i ino, « perchè spiegano le condizioni private del Verrocchio, le qua- 
: li benché egli fosse stato di continuo impiegato dai Medici e dallo 

Stato di Firenze, sembrano essere state sempre incertissime, princi- 
palmente per motivo della famiglia di suo fratello Tommaso, della 
: quale egli si era incaricato. Nella portata del 1480 si vede ch'egli 

manteneva pure la famiglia di Tita sua sorella ». 



112 



Hasnegìia hibliografica dell' arte Ualiaiia. 



Nello stesso fascicolo delle bellissima rivista diretta dal 
Venturi Ermanno Loevinson narra, col sussidio di documenti, Se wi- 
cendG di, due quadri di Fra Bartolomeo, ledile tavole grandi con le 
figure di San Pieto e S. Paolo, che trovavansi anticamente nella chie- 
sa di San Silvestro a Monte Cavallo per cui erano state commesse, 
e che in epoca posteriore vedevansi nel palazzo pontificio nello stesso 
Monte Cavallo. I due lavori insigni, di cui quello colla figura del 
San Pietro il L. riproduce da una splendida fotografia dell’ Anderson, 
si trovano attualmente nella Pinacoteca del Laterano. 

* * Segue, nel medesimo fascicolo, Pietro Toesqa, il quale 
pubblica e illustra nuove opere di don Lorenzo B^onaco : una i\Ia- 
donna col Bambino in trono con ai lati quattro angioletti adoranti, 
nella Pinacoteca di Bologna,' erroneamente attribuita all’antica scuo- 
la bolognese, e il Cristo nel Góthsem'inl agli Uffizi, ritenuto opera del 
Trc'ccnto e attribuito allo stesso Giotto : la tavola cioè che si trova 
(‘sposta proprio in quel primo corridoio degli Uffizi come bene osser- 
va il T. in questo diligente studio, ove pochi passi bastano a por- 
tarci dinanzi all’opera certa di don Lorenzo Monaco la quale serve 
più. di ogni altra a convincere come anche l’altro dipinto apparten- 
ga al miniatore camaldolese. 

ITiiibrìa 

Le coppe amator]e del secolo XVI nelle maioliche di De- 
ruta formano argomento di un lireve articolo di 0. Scalvanti inse- 
rito nella Rassegna d’ Arte dello scorso marzo. 

» * ^ Nel III fase. (voi. Vili) del Bollettino della R. Deputazione 
di storia patria per RUnihria, L. Lanzi discorre de L’Antica cripta 
della cattedrale di Terni: rende conto cioè delle osservazioni fatte 
direttamente da lui nella cripta, ed espone congetture e proposte nella 
speranza che l’ interessante monumento venga presto rivendicato al 
culto della religione e dell’ arte. Accompagna lo scritto una doppia 
tavola con disegni della cripta. 

Veneto. 

« 

Ottime notizie e nuovi documenti , sui Caroto insieme con 
1’ albero genealogico pubblica il dott. LmUi Simeoni nell’ Arte del 
gennaio-febbraio 1904. 

Guido Gagnola, nella Rassegna d’ Arte del marzo scorso, 
richiama 1’ attenzione degli studiosi su due pitture che nò il Molmenti, 
nò il Ricci, i quali si sono* recentemente occupati delle opere di Ia- 
copo Bellini, non riconoscono come dovute al pennello di qiu^sto 
maestro. La prima di tali opere è la pittura su tavola rappresen- 
tante s. Crisogono, che si trova nella* chiesa di 1::^. Tommaso a Vene- 



113 



Rassegna hihliogralìca dell' arte italiana. 



zia, G che il Berenson ascrisse g'ià, non senza qualche incertezza, al 
vecchio maestro; la seconda si vede nella galleria Lochis di Berga- 
mo, al n. 230, e rappresenta la Madonna col Bambino. Troppo lungo 
sarebbe il seguire V autore ne’ confronti eh’ egli giustamente istitui- 
sce tra questi due quadri ed altri lavori sicuri di Jacopo, nell’ im- 
portante suo studio, modestamente intitolato Intorno a Jacopo Bzl- 
l'mì. Dal semplice esame delle illustrazioni che accompagnano 1’ ar- 
ticolo, si rileva la bontà delle ragioni adotte dal C. nella trattazione 
del suo argomento ; come buone ci sembrano quelle per le quali lo 
stesso scrittore vuole rivendicato a Gentile da Fabriano il quadretto 
con la Vergine seduta sur un atscino in mezzo ad un giardino fio- 
rito, col divin figlio ritto in piedi sul ginocchio destro, che si vede 
nel Museo Poldi Pezzoli di Milano. 

^ L’affresco e la chiesa della Madonna delle Grazie è il 
titolo di uno scritto che il D.’' Antonio G asparotto pubblica nel 
Bollettino del Museo civico di Bussano (Bassano, gennaio-marzo 1904). 
La chiesa fu costruita nell’ ultima decade del sec. XV per racchiu- 
dervi un’ immagino, detta la Milonna delle Grazie, dipinta sull’ in- 
tonico delle mura della città da un ignoto maestro del Trecento. La 
chiesa attuale « corrisponde in gran parte a quella allora costruita. 
Essa segue la linea delle mura della città ; anzi il suo lato orientale 
c formato da una porzione di esse, dove trovasi il miracoloso dipin- 
to : la porta si apre invece nell’ apposto lato di occidente. La forma 
deir edifizio è oblunga. Nulla di particolare e di artistico presenta 
la sua architettura, tranne il tabernacolo nell’angolo NE ed il sotto- 
posto altare coll’ immagine della Madonna : 1’ uno come 1’ altro opera 
evidentemente dello scorcio del XV secolo », adorne di bassorilievi, 
medaglioni e pitture della stessa epoca. 

^ Adolfo Venturi nell’ Arte del marzo-maggio 1904 pubblica 
ed illustra una scultura d] Damanica di Paris padovano, da lui ri- 
trovata nella raccolta del duca Massari a Ferrara : opera non di 
grandissimo conto, ma elemento nuovo che serve sempre più a di- 
stinguere 1’ opera del maestro (Niccolò Baroncelli fiorentino, al quale 
il plastico padovano dette coopcrazione nella statua equestre di Nic- 
colò III di Este, eretta a Ferrara di fronte alla Cattedrale nel 1451) 
dalle tante confusamente àttribuite a svariatissimi scultori del tempo. 
Riassume il V. la vita del maestro padovano a Ferrara, accenna 
brevemente ai lavori da lui fatti in quel tempo e rileva come lo 
stucco policromo della Raccolta Massari ha una grande evidentissima 
parentela con quelli dell’ anticamera del palazzo di Schifanoia, deco- 
rata dallo stesso Domenico di Paris nell’ anno 1467. 

E. Calzini. 



Uassegna bibliografica ddU arte italiana. 



114 



Della raccolta dei principi del Drago in Roma, A. Venturi 
ne L’Arte del gennaio 1904 illustra tre quadri, il primo di 'Domenico 
Theotocopuli, intitolato nel Calvario, il secondo del Morales, il l{e- 
dentore, e il terzo del Tiepolo, una deliziosa Madonna col Bambino. 
Il fantastico maestro, scrive giustamente il V,, che attinse così lar- 
gamente da Paolo, andò in questo gruppo più lontano nelle sue ri- 
ceiche, e prese a prestito da Giambcllino il bel volto roseo pensoso 
della Vergine. 

scultore veronese sconosciute, Francesco di Giu- 
liano, di cui nel Museo di Berlino si conserva un bassorilievo in le- 
gno 1 appresentante il bacile colla testa del Precursore riposante su 
un piedistallo e sostenuto inoltre da due putti alati, discorre in Ras- 
segna d’ Arte (gennaio 1904) Cornelio de Fabriczy. 

* " * bellissimo ritratto, di donna di Bonifazio, che occupa 
un posto eminente fra i pochi buoni esemplari delP arte italiana nel 
museo di Boston, discorre Mary Logan nella Rassegna d’ Arte dello 
scorso marzo (1904), in un articoletto, adorno di una bella ripro- 
duzione del quadro, intitolato : Di alcuni capolavori d’ arte italiana 
nelle collezioni americane. 

E. Calzini 



AMNU/SZI E NOTIZIE 



-- I “ Trionfi ,, del Petrarca. Del cospicuo volume donato dal Governo italiano al Presidente del 
la Repubblica francese, signor Loubet, si è occupata tutta la stampa italiana. Si tratta di un codici 
miniato a modo degli antichi codici, nel quale sono trascritti i Trionfi di iMesser Petrarca. 

Lo splendido lavoro è stato affidato per 1 ’ esecuzione al prof. Nestore Leoni, mirabile artefice del 
la miniatura, sotto la guida amorosa e sapiente del prof. Adolfo Venturi. I sei Trionfi occupano io( 
pergamene ; le illustrazioni sono tratte da dipinti dei migliori maestri del quattrocento e del cinque" 
cento contornate da vaghissimi fregi. Splendida anche la rilegatura del volume, eseguita^dal Casciani 
in seta rossa guarnita e sostenuta da un finissimo lavoro di argento cesellato e dorato sul quale spic- 
cano a intervalli degli scudetti smaltati a colori. Nel mezzo, in ismalto, è il ritratto del Petrarca. I 
codice è conservato in un cofanetto di vetro di Murano rosso rubino, della Società vetraria Venezia- 
Murano. 

— La Mastra d’arte antica senese si è inaugurata solennemente nelle antiche sale del palazzo pub- 
blico di Siena la mattina del 17 aprile, con l’intervento del Re e del Ministro Orlando. Il concorso del 
pubblico è stato grande sin dal primo giorno e continua sempre numeroso. 

— La Pinacoteca dì Perugia non è solamente, come dice il Bourget, la più sentimentale del monde 
ma è anche importantissima dal lato storico, perchè nelle sue diciassette sale si può seguire, passe 
passo, dalle origini alla decadenza, tutto lo svolgimento della scuola pittorica umbra che con la fioren- 
tina e la veneziana è generalmente considerata come una delle tre più originali e gloriose del Ri- 
nascimento. Ma di questa Pinacoteca finora non s’è mai avuta un’illustrazione che corrisponda ai pro- 
gressi della critica d’arte e al desiderio e al bisogno degli studiosi. Onde a questo utilissimo lavoro 
si è accinto da qualche tempo, con gli auspici del Municipio, il prof. Giidio Urbini di Perugia, che 
dell’arte umbra s’ è già occupato in diverse ptibblicazioni e ultimamente anche in un’applaudita con- 
ferenza tenuta a Firenze per invito della « Pro-Cultura. » Egli intende di dare un lavoro ampio e eom- 



Rassegna ìnbliograftca dell’ arte italiana. 



115 



piuto. Cominccrà da un proemio sulla formazione, le vicende, l’importanza della Pinacoteca c sui ca- 
ratteri generali della scuola umbra, a cui seguiranno concise ma compiute notizie biografiche e biblio- 
grafiche di tutti gli artisti; poi raggrupperà, per quanto sia possibile, cronologica oientc, in speciali ca- 
pitoli tutte le opere di ciascun autore, e di ogni quadro darà una particolareggiata descrizione, di- 
chiarandone e illustrandone il soggetto, facendone un’analisi stilìstica e tecnica, precisandone la pro- 
venienza c le successive vicende e indicandone o ricercandone 1’ autore, secondo memorie e documenti 
autentici, o tradizioni criticamente vagliate e molteplici c caute osservazioni comparative, a cui ag- 
giungerà la discussione dei più notevoli giudizi di storici e critici che se ne siano particolarmente oc- 
cupati e una diligente bibliografia, indici analitici ecc. ecc. Speriamo che il lavoro dell’ Urbini preluda 
ad un’opera di riordinamento, di cui la Pinacoteca perugina avrebbe tanto bisogno! 

— La callezione della principessa Matilde a Parigi venduta. La prima vendita di detta collezione che 
era la più importante e coiuprendeva quasi tutti i quadri antichi, ha prodotto 747 mila franchi. Due 
quadri del Ticpolo, rappresentanti scene del ca-ale di Venezia, furono venduti per 68 mila franchi, una 
piazza di San Marco del Guardi per 41,000; due altre vedute di Venezia per 32,000 franchi, una 
Bersabea del Bordoni con la sua firma e la data del 1552, per 21,000, un quadro del Bronzino per- 
31,000 franchi, e un ritratto del Francia raggiunse infine 12,500 franchi. 

— La cupola de! Correggio. Sono terminati i restauri ordinati dal ^Ministero alle pitture del Cor- 
reggio nella cupola della diesa di S. Giovanni a l’arma, e l’opera meravigliosa del grande maestro 
è stata liberata finalmente daU’impalcatura che per tre anni la nascose in parte ai suoi ammiratori* 

— 11 primo giorno dello scorso maggio è stata ’naugurata a Ravenna alla presenza dell’on. Rava, 
delle autorità e di ui grande numero d’invitati la Mostra romagnola. 

— Il Ministero della Guerra ha posto all’asta la forte za di Prato, il castello eretto da Federico 
II sulla metà del secolo Xllf. La notizia, molto giustamente, ha suscitato pci parte degli studiosi c 
degli amatori dei nostri monumenti le più vive proteste : staremo a vedere se queste varranno ad aprir 
gli occhi a chi non vuol vedere. D’altra parte, se ne vedono tante in fatto di monumenti vergognosa* 
mente abbandonati in Italia ! 

— La Galloria di Berlino si è arricchita or non è molto di un busto del vecchio genovese A- 
Salvago, eseguito nel 1500 dal Tamagnino, e di un busto in bronzo di fanciullo della maniera di An- 
tonio Rossellino, provenienti dalla collezione dell’imperatrice Federico; dì due belle Sibille di Gio- 
vanni Pisano, di una statua in bronzo di San Pietro, opera veneziana del 400, e di parecchio altre o- 
pere di maestri toscani ; della nota Risurrezione di Giovanni Bellini, già di proprietà di casa Ron- 
calli e di una Madonna di Lorenzo Monaco, 

— Ci scrivono da Urbino che la bellissima torre della chiesa di San Francesco ha bisogno dì 
scrii restauri. Le autorità del luogo hanno vietato da qualche tempo che vi si suonino le campane, 
ma non si è pensato a niente altro ; non si è provveduto cioè a nessun lavoro di restauro o di robu- 
i stamento per rimettere la superba torre allo stato primitivo. Giriamo la poco confortante notizia al- 
■! l’Ufficio regionale pei monumenti delle Marche, con la speranza che csoO voglia interessarsi di una 
costruzione di tanta importanza. 

f — Da alcuni mesi il Museo del Louvre ha ricevuto alcuni lasciti di opere fra cui varie di scuola 
;,j italiana di grande importanza: il lascito di S. A. la principessa iMatilde, quello del sig. Alberto Bossy 
e dei signori Doisteau e Maciet. Lo diverse sezioni del museo fecero anche acquisti considerevoli, fra 
cui alcune opero di G. Battista Tiepolo e di alcuno de’ suoi imitatori, 
b . ■ 

'1 — A proposito del celebre Santuario di Saronno, la c.ii cupola è adorna all’interno „dei meraviglio- 

“1 si affreschi di Bernardino Luini e di Gaudenzio Ferrari, nello scorso febbraio, come è noto, d’un tratto 
il si destò 1’ allarme che dette pitture già danneggiate minacciavano rovina : visitata con sollecita cura 
‘‘f tutta la cupola si potè constatare fortunatamente che le pitture si trovano in ottimo stato, ma che è 
if' necesssario tuttavia per la loro conservazione un re-itauro generale della costruzione esterna della cu- 
I pola. A tal uopo siam lieti poter assicurare che 1 ’ Ufficio regionale del monumenti della Lombardia 
■| sta p eparando il progetto ed il preventivo della spesa per il relativo restauro, 



116 



Rassegna hihliogi afiea dell' arie italiana. 



— Altri due quadri restaurati nella Scuola di San Rocco a Venezia. Com’è noto, il prof. Luigi Zcnnaro 
ha compiuto il restauro del quadro del Tintoretto raffigurante « Cristo dinanzi a Pilato » ed esistente 
nella sala dell’Albergo della Scuola di S. Rocco. L’esito eccellente di codesto primo restauro indusse 
il Guardian Grande della Confraternita ad affidare al prof. Zennaro la riparazione degli allri due di- 
pinti del Tintoretto, adornanti la medesima parete, ov’ è collocata la tela « Cristo dina'zi a Pilato » 
e rappresentanti l’uno 1 ’ « Lece homo » e 1 ’ altro la « Salita di Gesù al Calvario ». 

Col restauro di questi due quadri tutta una parete della sala dell’Albergo ha ora assunto un nu(j- 
vo aspetto di bellezza ; di fronte a questa rinnovata parete sta il grandioso c meraviglioso quadro 
della Cricifissione anch’esso penosamente deturpato da strani annerimenti ed alterazioni di toni. Sem- 
bra che la Confraternita pensi di affidare anche di questa tela il restauro allo Zennaro ; ma il prof. 
Cantalamessa, per la importanza eccezionale del lavoro, vorrà avere comune con una commissione la 
responsabilità della vigilfinza, 

— Un quadro di Raffaello ? Scrivono da Londra in data 25 corr. che l’antiquario Cromer, ben cono- 
sciuto in quella città « pretende di aver scoperto in una casa privata la “ Madonna del passeggio ,, 
di Raffaello, il celebre quadro da gran tempo perduto. Attraverso il sudiciume che ricopriva il qu.adro 
il Dromer credeva di riconoscere la mano del maestro, ed era pronto a pagare un.a grossa somma al 
proprietario, il quale però non conosceva il valore del quadro che egli possedeva, e glielo cedette quin- 
di per pochi denari. Furono subito fatti V2ri processi di ripulimento e a ogni nuovo ripulimento il 
quadro mostrava nuove bellezze, che convinsero sempre più il Cromer dell’autenticità della sua scoperta. 
Cosi, ora, egli è pronto a pagare cento sterline, a qualunque persona la quàle possa provare che il 
quadro non appartiene a Raffaello. 

a Questo quadro ha una storia assai interessante. Esso è il più piccolo fra i quadri importanti di 
Raffaello, misurando 69 centimetri di lunghezza e 26 di altezza. Carlo I lo comperò nel 1628 ; e quan- 
do Cromwcll vendette la collezione reale inglese, il quadro fu comprato per la collezione reale di Spa- 
gna. Questo quadro rimase cosi un secolo e mezzo i n Ispagna, fino al tempo delle guerre del primo 
impero durante le quali i capitani delle « guerriglie » si impadronirono di parecchi quadri di musei 
reali, per farne denaro per la guerra. Parecchi di questi quadri furono venduti in Inghilterra, e fra 
essi pare sia stato' venduto anche il quadro di Raffaello in parola. 

« Il Ch-omer crede quindi che il quadro da lui comprato, sia passato in Inghilterra nel 1811. In- 
fatti, la persona che glielo vendette, sarebbe un discendente di quella che lo comprò originariamente. 
Questo quadro rappresenta una « santa famiglia col bambino Gesù fra le braccia della Madonna ». Il 
tipo del bambino richiama alla mente un altro bambino di Raffaello, quello cioè della « Madonna di 
San Sigto. » 

Noi aggiungiamo che esistono diversi quadri di questa composizizione ; a proposito dei quali il 
Passavant non sa dire quale sia l’originale. Un esemplare della “ Madonna del passeggio ,, che è 
alla Galleria Bridgewater è attribuito al Penni. 

LArte in Famiglia. Guida Artistica per V arredamento diana casa. Terza ediz. illustrata con ‘ 
52 incisioni 'intercalate e io tavole. - Ulrico Hoepli, editore, Milano, 1904. Questo libro, diviso in do- 
dici lettere dirette ad una Signorina, è inspirato a un concetto di elevata medernità. Qu-ndi esso, lungi 
dal contenere una serie di massime teoriche, avvia alla pratica chi lo legge inquantochè il prof. ‘Me- 
lani, autore dell’ Arte in famiglia, crea egli stesso un quartiere e l’arreda in ogni stanza indicando 
quali mobili, quali tessuti , quali brenzi, occorrono a formare un’armonia estetica, consigliando il lettore 
anzi la lettrice, a combinare certe stoffe, certi colori, -certi disegni i quali non possono non produrre 
effetti piacevoli. Libro dunque di massime e consigli e guida prat'ca è, quest’ Arte in Famiglia, illu- 
strata da esempi e da modelli i quali chiariscono il testo. 

11 libro nei fregi nelle vignette, nelle tavole colorate, nelle ampie marginature, nella nitidezza del-, 
la stampa, nel frontespizio c nella legatura costituisce un lavoro il quale anche indipendentemente dal 
suo valire letterario e educativo, onora l’ Editore Hoepli di Milano, benché egli sia uso alle bello : 
.e splendide edizioni. Costa L. 5 > 5 o- 



Egidio Calzini, Direttore e gerente responsabile. 



Ascoli Piceno 1904. — Premiata Tip. Economica, 



ANNO VII. 



N. 7 - 9 . 



Ascoli Piceno, 1904 . 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

DELL’ ARTE ITALIANA 



Abbonamento annuo j j, 5 !■ Un num. separato Cent. 50 

I per I estero ...» 7 ) 

SOJviivlflJ^IO : C. J. Cavallucci, Aìidrea del Sarto (L’uomo) — Carlo Girgioni, L’ Esposizione 
dell' antica Arte senese. — R. Peruzzi De’ Medici, Il ferro battuto nella decorazione archi- 
tettonica in Firenze. — li. Calzini, Un’ aiicona di Cola d' Aviatrice. — Documenti: E. ScA- 
TASSA, — Recensioni. — Bibliografia: Opere di carattere generale; Abruzzo, Emilia, Lazio, 
Liguria. Lombardia, Marche, Napoletano, Piemonte, Sardegna, Sicilia, Tosca-na, Umbria, Ve- 
neto. — Annunzi e Notizie, 



ANDREA DEL SARTO 

L 'UOMO 

« Albert Diirer, And ea del Sarto, ont 

« passe pour des époux malheureux Ce n’ est 

« peut-ètre qu’un mauvais roman. Il nous suffit 
« que Diirer fut toujours attaché à sa femme et 
« qu’ Andrea alma profondement la sienne. 

(L. ArrèAt, Psychologie du Peintre) 

Nella seconda edizione della Vite pubblicata da Mess. 
Giorgio Vasari (1568) l’autore la precedere alla vita del pittore 
Andrea del wSarto un preambolo laudatorio glorificante la virtù 
somma di quel maestro le cui figure erano senza errori. Ma in 
ben’ altra guisa erasi espresso lo stesso scrittore nel preambo- 
lo alla vita del nostro artista nella prima edizione che vide la 
luce nell’anno 1550; inquantochè diffondendosi intorno alle 
qualità morali dell’ artista lo denunzia alla posterità quale uomo 
indegno del rispetto e della stima dei buoni. 

Proponendomi di mostrare a luce meridiana la falsità, P as- 
surdità dell’ accusa, chiedo venia se mi dilungherò nell’esame 
della specifica Vasariana che qui trascrivo : 

« Ercr in quel tempo, in via di San Gallo maritata una bellissima gio 
vane a un berrettaio, la quale teneva non meno 1’ alterezza ed la superbia, 
ancoreliè fusse nata da povero et ozioso padre; ch’ella fossi piacevolissima 
et vaga di essere volentieri intrattenuta et vagheggiata da altrui ; fra e’ quali 
dell’ amor suo invaghì il povero Andrea, il quale dal tormento del troppo 
amarla aveva abbandonato gli studi dell’arte et in gran parte gii aiuti del 
padre et della madre. Ora nacque eh’ una gravissima et subita malattia ven- 



118 



Rassegna bibliografica delV arte italiana. 



ne al marito di lei, nè si levò del letto, che si mori di quella. Nè -bisognò 
ad Andrea di altra occasione, perchè senza consiglio di amici, non risguar- 
dando alla virtù dell’arte, nè alla bellezza dell’ingegno, nè al grado acqui- 
stato con tante fatiche, senza far motto a nessuno,- preso por sua donna la 
Lucrezia Dei-Fede, che cosi aveva nome la giovine, parendogli che le sue 
bellezze lo meritassero et stimando molto più l’appetito dell’ animo che da 
gloria et 1’ onore per il quale aveva g à camminato tanta via. » 

Certamente stimando Andrea l’appetito dell’ animo più che 
la gloria et l’onore, non poteva preparararsi altro che guai so- 
pra guai in famiglia e nella società. Infatti questi non tardaro- 
no a manifestarsi. Udiamo il Vasari. 

« Era già ad Andrea non la bellezza della sua donna venuta a fastidio 
ma il modo della vita: et conosciuto in parte l’error suo, visto che egli non 
si alzava da terra, et lavorando di continuo non faceva alcun profitto; et a- 
vendo il padre di lei et tutte le sorelle che gli mangiavano ogni cosa, an- 
corché egli fosse avvezzo a tenerle, quella vita gii dispiaceva. Conosciuto 
questo, qualche amico che lo amaA^a, più per la sua virtù che per i modi 
tenuti, cominciò a tentarlo che egli mutasse nido, che farebbe meglio; 'et 
quando egli lasciasse la sua donna in qualche luogo sicuro et col tempo poi 
la conducesse seco, potrebbe più onoratamente vivere et fare della, sua arte 
qualche avanzo secondo che egli stesso volessi. Cosi adunque quasi disposto 
a volere questo errore ricorreggere, non passò molti giorni che gli venne oc- 
casione grande da poter ritornare in maggior grado, ch’ei non era innanzi 
che egli togliessi donna. » 

ùlanco male che nel momento volato la provviclenzi vol- 
gesse l’occhio sullo sconsigliato Andrea e lo favorisse di una 
occasiono grande, quale fu l’invito di recarsi a Parigj come 
pittore ai servigi di S. Maestà Francesco I re di Francia. Ma 
chi ebbe la malaventura di nascere a cattiva luna non poteva 
lungamente gustare la voluttà della pace dell’animo invocandola 
dall’oblio del passato. Il mal genio della Lucrezia doveva pef- 
seguitare il povero Andrea anche in Francia, esilio preparato- 
gli dalla sorte; ed ecco in qual modo: 

« Giunse a lui [da Firenze] una mano di lettere infra molte che 

prima gli erano venute dalla Lucrezia sua donna, rimasa a Firenze sconso- 
lata per la partita sua; et ancora che non li mancassi, et che Andrea avessi 
mandato danari et dato commissione che si murassi una casa dietro la Nun- 
ziata, con darle speratiza di tornare ogni di, non potendo ella aiutare i suoi 
come faceva prima, scrisse con molta amaritudine a Andrea et mostrandogli 
quanto era lontano, et che ancora che le sue lettere dicessino che egli stesse 
bene non però restava mai di affliggersi e piangere continuamente; et a- 
vendo accomodato parole dolcissime, quel pover uomo che F amava pur trop-' 



Rassegna bibliografica dell’ arte italiana. 



119 



po cercava sempre ricordargli alcune cose molto accorabili, talché fece quel 
pover iiomo mezzo uscire di sé nell’udire se non tornava la troverebbe 
morta. » Laonde intenerito elesse piuttosto la miseria della vita piutto- 

sto che l’utile et la gloria et la fama dell’ arte. E perchè in quel tempo e- 
gli, si trovava pure avere avanzato qualcosa et de’ vestimenti donatigli dal 
Ee et da altri Baroni della Corte et essere molto adorno gli pareva mille 
anni un’ora di ritornare per farsi alla sua donna vedere. Laonde chiesta li- 
cenza al Re di partirsi, promise a questi di ritornare fra non molto tempo 
e di portargli al suo ritorno, pitture, sculture et altre cose belle. 

. Perchè egli prese danari dal Re che di lui si fidava, gli giurò sul 

Vangelo di ritornare a lui Et egli cosi a Fiorenza arrivato felicemente 

si godette la sua donna alcuni mesi, et fece molti benefici al padre et alle 
sorelle di lei non già ai suoi i quali non volle mai più rivedere, onde in spa- 
zio di tempo morirono di miseria. Era già passato il tempo della tornata e 
fra murare et darsi piacere senza lavorare si erano consumati i suoi danari 

et quelli del Re. Cosi Andrea da una grandezza di grado venuto ad uno 

infimo si tratteneva et passava tempo. » 

Ita est; la gran parola è detta : « Sì erano consumati i suoi 
denari ET QUELLI DEL RE !, 

Questa Faccusa. Quali le prove? Nessuna! Basta forse l’as- 
serzione di un accusatore per dichiarare reo F accusato e con- 
dannare il suo nome all’ ignominia ^ No e poi no. La convinzio- 
ne morale non basta, ci vuole la prova provata; e quando que- 
sta manchi colui che accusa e condanna è calunniatore, è diffa- 
matore, è uomo disonesto. Non basta la buone fede a scusarlo; 
la giustizia, non può assolverlo. Questo dovevano saper bene 
Messer Giorgio Vasari e i suoi tempi. Questo dovevano saper 
bene coloro che sulla fede del Maestro hanno fatto pompa di 
immaginosa fantasia per aggravare la causa fiorettandola anche 
di più. Nullità briose alle quali sia Gogna perpetua la storia. 
Colpevole per leggerezza congenita il Vasari, colpevoli per asi- 
nità di cuore i ripetitori di lui ; anzi più colpevoli del primo, il 
quale nella seconda edizione delle vite aveva buttato a mare tutta 
la paccottiglia espositiva, tenendo fermo il fatto addebitato ad 
Andrea. Questa mezza resipiscenza, che farebbe dire a un ve- 
neziano << pezo e' l tacon che V buso, doveva mettere in gmardia 
gli scrittori posteriori, perchè il loro autore, non ^ coTifermando 
le causalità, le condannava; e senza cause a delinquere come 
sostenere la verità della colpa? Ma un'altra osservazione capi- 
tale è da farsi contro i pappagalli vasariani. Dove hanno essi 
trovato un principio, un fondamento di solidità nella archi- 



120 



Rassegna bibliografica dell' arte italiana. 



lettura del romanzo diffamatorio, del quale sono fatti protago- 
nisti attivi e passivila Lucrezia del Fede e Andrea del vSarto? j 

Quella narrazione è infetta di vizi di forma resi ancor più ! 
evidenti dalli artifizi rettorici posti in opera per ricoprirli. ; 

Quanta rettorica sprecata per vestir la menzogna! Come j 
si può credere ad un biografo che incomincia la sua narrazione • 
al modo delle novelle delle Fate: c'era una volta ecc. ? « Era. i 
IN QUEL TEMPO UNA GIOVANE.... ErA AD AnDREA NON LA 
BELLEZZA • DELLA MOGLIE VENUTA A FASTIDIO.... NhiN PASSÒ 

MOLTO TEMPO CHE GLI VENNE OCCASIONE GRANDE » e via 

di questo passo, da principio fino in fondo. E la minuzia dei 
particolari? e li scerpelloni nei dati di fatto? e quali scerpello- 
ni!: Andrea fatto nascere nel 1478 muore di 42 anni nel 1530! 
Vasari (e parla di sè stesso) nato nel 1512 era putto di non più di 
g anni quando, nel 1525, studiava con Andrea!! 

Le contradizioni, le discordanze, i fatti della vita di Andrea 
smentiti dalla cronologia delle sue pitture! Tutta questa ingem- 
mUura di sfarfalloni doveva mettere in guardia, ripeto, il Cinel- 
li ed i seguitatori contro il testo Vasariano. E tanto più corre- 
va loro l’obbligo di vagliare i fatti narrati nella prima edizione 
dappoiché essi sapevano, che il Vasari dolendosi dei suoi coa- 
diutori all’opera (*) dichiarava che « MOLTE COSE senza saiu- 
«. TA ED IN SUA ASSENZA VI ERANO, NON SAPEVA CO.ME, STATE 
« POSTE ED ALTRE RIMUTATE. » Questo lagno, unito all’ ostra- 
cismo dato a tutto quanto era narrato sul conto della Lucrezia 
e di Andrea nella i'*' edizione avrebbe dovuto esser interpre- 
tato non come un pentimento del danno dato dell’ autore, sibbene 
come dimostrazione contro COSA FATTA SENZA SUA SAPUTA, 
fosse pure per interpolazione o per mutazione. 

Con tuttociò fa colpa al Vasari di aver consegnato alla sto- 
ria lo scrocco di Andrea come fatto noto, spogliandolo delle causali 
che sole potevano dar modo di sfatarlo, e di avere commessa la 
ingenerosità, imperdonabile, di infamare uh uomo, che da venti 
anni giaceva nel sepolcro lacrimato da una vedova, da una fi- , 

(*) Prescindendo dagli aiuti letterari prestati a Mess. Giorgio da AnnibaL 
Caro e da altri letterati, è da ricordarsi il monaco olivetano Don Miniato ^ 
Pitti, che fu per la prima edizione collaboratore del Vasari. Per la- qual co- 1 
sa al monaco ricordato sarebbero imputabili le interpolazioni e le mutazioni 1 
lamentate dallo Scrittore, 



liassegna hihtiografica dell’ arte italiana. 



121 



giiastra giovinetta, ed infiorato dagli amici e dai discepoli fe- 
deli alla memoria dell’uomo ed alla venerazione all’ amato Mae- 
stro. 

Quando Andrea conoscesse la Lucrezia e quando la im- 
palmasse non sappiamo per notizia certa, tuttavia possiamo de- 
durre l’uno e l’altro fatto dal sapere: che la del Fede, nei Re- 
canati, rimase vedova fino dal 17 di settembre dell’ anno 1516. 
A questa data fa riscontro l’altra del 23 di maggio 1518 nel qual 
giorno ed anno, Andrea di Agnolo di Francesco confessa per 
atto pubblico di aver ricevuto da Bartolomeo del Fede la som- 
ma di fiorini Centocinquanta in oro « inier peaLniam numeratam 
et res vwbiles a titolo di dote della Lucrezia, figlia del detto 
Bartolomeo, e moglie di Andrea. 

Il matrimonio, come ognuno vede, sta fra queste due date 
e potrebbesi supporlo come avvenuto nell’ottobre 1517, secon- 
do opina Gaetano Milanesi, inquantochè la Lucrezia, madre di 
una figlioletta, avuta in prime nozze con Carlo di Domenico 
Recanati, berrettaio, non tanto per rispetti umani, quanto per 
rispetto alla figlia e per sentimento religioso avrà lasciato tra- 
scorrere r anno di lutto prima di convolare a nuove nozze. Ca- 
de quindi la supposizione del Biadi che Andrea si ammogliasse 
nel 1512 unicamente per dar tempo al tempo facendo trascorre- 
re cinque anni e dar ragione ad Andrea di fuggire la moglie 
disperazione. 

Dalla ricognizione di dote fatta da Andrea guizza fuori 
una smentita, se non due, al romanzetto Pittiano. Il povero et 
ozioso padre della Lucrezia era in condizione di assegnare una 
dote decorosa in numerario et in res mobile., e possedeva una casa 
in via San Gallo metà della quale faceva parte del capitale do- 
tale consegnato al nuovo genero, che doveva necessariamente 
essere ozioso et povero al pari di lui. Simili con simili, e imbran- 
cati co’ tuoi — . Infatti nel giorno successivo a quello della reco- 
gnizione dotale, Andrea in persona depositava nel Monte o Ban- 
co di S. M. Nuova la somma di 25 fiorini d’oro con la clausola 
molto circospetta: che morendo il depositante prima di aver ri- 
tirato il fatto deposito, questo si desse alla Lucrezia sua donna ; 
e qualora fosse passata di vita anch’ essa, il deposito si avesse 
a dare ai sitai eredi, a quelli cioè del depositante. Chi può ne- 
gare la eloquenza di queila clausola? La prima parte di essa 



122 



Rassegna ìnhliograflca delV arte italiana. 



fa testimonianza dell’ affetto che Andrea portava alla sua Lu- 
crezia, la seconda che Andrea non dimenticava la propria fa- 
miglia. Compiendo così in due giorni due atti, uno di onestà 
r altro di previdenza, Andrea prepara la sua partenza per Parigi 
avvenuta, probabilmente, sul cadere di quel mese di maggio 
del 1518. 

(Contiima) C. J. CAVALLUCCI. 



L’ ESPOSIZIONE DELL’ ANTICA ARTE SENESE 



Ilo letto di recente diversi articoli su questa Mostra, che tanti 
entusiasmi ha suscitati in Italia ed ho ricevuta T impressione che 
non vi sia troppo a lodarsene, sopra tutto per 1’ uniformità desolante 
alla quale sono ispirati. Dopo 1’ inno di prammatica all'iniziativa 
della dolce città toscana, V articolo si sviluppa, con una linea più 0 
meno sicura, traverso T arte che da Duccio mette capo al Sodoma. 
Naturalmente vi ha una bella parte lo spunto della processione so- 
lenne della madonna di Duccio, solennità enfatica che si legge in 
tutti i trattati d’ arte c che, come giustamente ha osservato un emi- 
nente critico, si ridusse ad una modestissima festa divota. Talun ar- 
ticolista arriva sino a parlare del contenuto della mostra, ma per far 
r elenco delle sezioni nelle quali questa risulta divisa. 

Tipico è il caso dell’ articolo comparso nella magna rivista ita- 
liana. Prese le mosse da certe ardenti frasi del « Fuoco » del D’An- 
nunzio — copiate un po’ troppo letteralmente — , passa ad una ras- 
segna dell’ Esposizione a volo.... d’ aquila, per venir subito ad una 
larga sintesi dell’ arte senese traverso i secoli, veduta con occhio 
sicuro e vera competenza, e tìnisce col parlare delle altre due mostre 
italiane di arte antica apertesi in questi giorni, a Brescia ed a Ra- 
venna. 

Pur troppo in Italia la critica non c così sincera quale potreb- 
bero desiderarla quanti in essa vedono uno strumento efficacissimo, 
necessario nell’ organismo dell’ arte. Che non sia indipendente la 
critica dell’ arte moderna, legata troppo spesso a meschinità di ve- 
dute e agli interessi di cenacoli artistici, si comprende anche troppo; 
ma che questa dipendenza si estenda alla critica dell’ arte antica e 
che questa critica si lasci impressionare da un apparato scenico, non 
si comprende affatto. Ora come va, che fra tanti critici, nessuno ha 



liassegiia hihliografica dell' arie italidna. 123 




ancora visto giustamente, o, meglio, non ha avuto il coraggio di 
dire il vero ? 



Importa precisarlo subito, senza blandimenti di forma: h espo- 
sizione senese non corrisponde alla lieta promessa con la quale fu 
bandita; essa non rappresenta in modo adeguato lo sviluppo delharte 
nella citth devota, quale si poteva pretendere in una mostra ordina- 
ta con tale specificato intendimento (^). A questo scopo, almeno ri- 
guardosa! nucleo principale della mostra, esisteva già una esposi- 
zione permanente in quella mirabile Galleria annessa air Istituto di 
di B. A., che è forse la più omogenea, la più armonica Pinacoteca 
d’ Italia. Vi aveva là un ricchissimo, prezioso materiale del quale non 
si volle profittare. Delle pitture di artefici senesi sparse nelle altre 
Gallerie italiane e straniere, non una ritornò, anche per breve tem- 
po, alla sua patria d^ origine. 

Con quali elementi adunque, si chiederà, venna formata la pre- 
sente mostra? E^co. Nelle abbazie, nelle parrocchie delle due pro- 
vincie di Siena e di Grosseto v’ era un numero di tavole, di pianete, 
di reliquiari, di calici; materiale ignoto, o, se noto, non molto in 
vista, il quale, esumato e raccolto^, ha costituito il nucleo fondamen- 
tale, cospicuo delB Esposizione. Aggiungete alcuni quadri molto co- 
nosciuti delle Chiese di Siena, alcune notevoli statue in legno, la 
gipsotepa delle opere di Iacopo della Quercia, ed ecco quanto può 
intrattenere proficuamente il visitatore. Poiché non vorrei essere 
frainteso. Anche così come sta la mostra è degnissima di un accu- 
rato esame, purché non si arroghi' il vanto di essere una rappre- 
sentazione completa delP arte senese. 

Ciò non toglie che non siano saliti ben alti gP inni al Comitato 
ordinatore. Vi é stata qualche esumazione felice, ma, per carità, 
lasciamo le rivelazioni. Ogni buon, critico non ha aspettato certa- 
mente questo giorno per comprendere Parte della città di Pia,, non 
ha attesa questa Esposizione, che direi in tono minore e che rap- 
presenta in generale la parte meno espressiva di quanto la pittura, 
la scultura, la miniatura, il ricamo, P oreficeria produssero. 

Dirò ancora che P Esposizione é troppo copiosa. Singolare appun- 
to, ma giusto. UiP Esposizione non vuole, o al meno non dovrebbe 
essere, per quanto posso umilmente giudicare, un Museo. In un Mu- 
seo -il raccoglitore appàssinnato accoglie ed accomuna qualunque og- 
getto significanfe, o meno, il cimelio raro, come P opera informe. 



(P Basterebbe, in mancanza d’ altri argomenti, a dimostrarlo il fatto die 
è stato possibile organizzare contemporaneamente a Londra un’ altra Espo- 
sizione proprio di arte antica senese. 



124 



llaHuegna hlhìiografica delV arte italiana. 



il duplicato inutile; per un raccoglitore non vi ha oggetto interdetto. 
Ora se del contenuto di questo ipotetico ^luseo V ordinatore voglia 
fare un’ Esposizione, non si contenterà di schiudere le sale agli ama- 
tori, ma sceglierà gli oggetti più osservabili e più espressivi. È ti- 
pico il caso recente dell’ P^.sposizione cartografica romana. Delle di- 
verse migliaia di stampe raccolte dal Direttore della Bibliotea V. E. 
se ne espose un numero relativamente esiguo, che dicesse in modo 
succinto il valore dell’ intera raccolta; altrimenti si sarebbe fatto 
del visitatore un martire. 

Egual criterio non pare abbia presieduto all’ ordinamento del- 
r Esposizione senese. E incredibile, ad esempio, il num^u’o — certo 
la maggioranza — delle tavole senza paternità, o con paternità dub- 
bia, le quali, ben si comprende, sono tutte opere scadenti, di scar- 
sissimo interesse, nè si capisce quale significato possano conferire, se 
non quello del loro ingombro e di un affaticamento inutile al visi- 
tatore. Non è il numero che arricchisce, ma il valore; per cui 1’ E- 
sposizione, che si dilata in quaranta ambienti, è relativamente po- 
vera, perchè non si volle trarne « il troppo e il vano ». 

Del resto, dei criteri che presiedettero all’ ordinamento ebbi ca- 
sualmente un esempio eloquentissimo : mi si permetta questo ricordo 
personale. Visitai la mostra il l." Maggio, cioè diversi giorni dopo 
r apertura. Di catalogo non si aveva traccia !, però si ricevevano le 
prenotazioni per 1’ acquisto, quando fosse stampato. In una sala un 
Signore vcmiva esaminando gli oggetti, ne giudicava il merito e ne 
dettava la descrizione per compilare le schede ! Ossia, si compiva 
allora, a mostra aperta, quel lavoro di analisi che avrebbe dovuto 
precedere le eventuali selezioni e l’ ordinamento definitivo. 

Pure la mostra ha avuto un reale successo, e sta bene. Solo, 
che esso va ricercato non nel valore intrinseco di essa mostra o ne- 
gli iperbolici articoli di certa critica compiacente, bensì ne gli am- 
bienti mirifici, di una regalità sontuosa ed austera, che dicono le 
virtù dell’arte senese meglio assai del contenuto. 



La prima Sala accoglie a pena gli elementi di quella che avreb- 
be potuto riuscire un’ interessantissima mostra cartografica della città 
e del contado di Siena. Vi figurano fotografie e rilievi della Chiesa 
di S. Antimo ed alcune infelicissime vedute seicentiste di Piazza 
del Campo. Non una pianta della città ! È credibile che non si po- 
tesse adunare una serie di stampe di monumenti senesi ? 

Dalle gelide ‘impressioni geometriche si passa sensa transizione 
ai fulgori della seconda Sala, alle oreficerie. La copia degli oggetti 
non vi è eccessiva e le forme sono monotone. I calici che il quat- 



llaHsegìia hiÌjUofj reifica ddV arte italiana. 



125 



trocciito adornò per mano di Goro di Ser Neroccio, gemmati nel no- 
do, ripetono una forma che era abituale in Toscana, neir Emilia, 
in Al:>rnzzo. Il seicento ha la palma con un ricchissimo calice della 
Chiesa di S. Maria di Provenzano, condotto con una delicata filigra- 
na di finissimo disegno, avvolgente dei rubini. 

Erequenti i crocifissi : tre del duecento, sotto P infiusso delP arte. 
. bizantina, adattati su croci di rame o di ottone. Procedendo nel 
tempo, P arte accarezza le forme del Dio martire, arricchisce lo stru- 
mento del martirio, come la croce trecentista esposta dalP Opera del 
Duomo, sino ad un notevolissimo crocifisso del secolo XVIII, nel 
quale la croce, in luogo della forma abituale più o meno adorna, si 
sviluppa elegantemente in cartoni e volute; non è più il legno d' in- 
, tamia, è una capricciosa cornice nella quale si adagia il bel corpo 
eburneo . 

E P arte barocca trionfa ancora in un piccolo reliquiario appar- 
tenente alla pia associazione della Misericordia, delicato e gentile, 
sì che regge il confronto con un gotico reliquiario attribuito al Pun- 
ga! e con altro delP Ospedale senese, che finisce in esili steli recanti 
delle gemme a guisa di fiori. 

Il seicento offre ancora una pisside assai elegante; tutti i secoli 
i turiboli odoranti e ripetenti le prime forme delP arte gotica. Bello 
fra i belli è quello della Chiesa di S. Maria di Provenzano. 

If oreficeria profana è debolmente rappresentata;, merita ricordo 
una saliera del cinquecento presentata dalla Biblioteca comunale, 
una saliera bronzea, geniale pei’ il disegno che si sviluppa con un 
motivo di conchiglie. 

Poco cP altro ci rimano da osservare; un vaso cP avorio con un 
baccanale, un’ enorme lucerna in argento con un paralume originale 
rappresentante il sole — che serve a dare ombra ! — ; tra le curio- 
sità giocattoli in avorio del secolo XVII. 

Trovano posto anche opere estranee alla scuola senese. Una Ma- 
donnina col bimbo ricorda la dolcezza di Benedetto da Maiano; un 
busto di S. Caterina è opera del fine scalpello di Mino da Fiesole; 
una Madonna in terracotta mi torna a mente il fare di Desiderio; al- 
tra Madonna in istucco dipinto pare preluda alle terrecotte robbiesche. 

Ma ben più che P accolta,/ delP oreficeria, cantano la gloria del- 
• P arte senese gli affreschi che su le pareti di ciuesta meravigliosa 
Sala dipinse con finente eloquenza pittorica, con profondità di filo- 
sofo, con sapienza di cittadino Ambrogio Lorenzetti. 

* 

E ascende il poema del colore e della bellezza nella Sala del 
Gran Consiglio, santuario della pittura senese, che avrebbe dovuto 



126 



Bassegna hihliografica delV arie italiana 



rimaner libera da qualunque og-g-ettò. Com' è possibile osservare con 
occhio diligente le piancte, le dalmatiche, quando lo sguardo corre 
irresistibilmente alla pia figura di S. Caterina del Vecchietta, al mo- 
desto S. Bernardino di Sano di Pietro, alP eroica figura di S. Vitto- 
rio del Sodoma, così salda e sicura nel sentimento sereno della pro- 
pria forza, che si direbbe animata dalla mano del Mantegna ? 

Anche qui si accolgono alcune oreficerie. Due rose d' oro; P una 
dono di Pio II alla Repubblica di Siena — è opei-a di Simone da 
Firenze,, del 1459 — ; l’altra (del secolo XVII) donata da Alessandro 
VII al Duomo di Siena. Paci, calici smaltati; fra altro una croce 
processionale del Comune di Lucignano, della prima metà del se- 
colo XV. 

Mirabilissimo un reliquiario gotico in forma di tempietto, sor- 
gente su ricco piede adorno di figure argentee su fondo cupamente 
azzurro. Il tempio sale in un fusto che si dilata in rami ed in foglie, 
quasi simboleggiando le preci salienti al cielo. 

Di pianete, di dalmatiche, • di piviali^ di copricalici v’ ha una 
ricca raccolta, però scarsa di varietà e che affatica gli occhi. Eccel- 
lono su tutte la pianeta del principe Chigi di Roma, recante la Sto- 
ria della passione, in ottimo disegno e in perfetto ricamo ed un ric- 
chissimo paliotto del principio del secolo XV, appartenente alP ospe- 
dale di Siena. 

Un lenzuolo, stile rinascimento veneziano, una trina che pare 
un’ alga, un corporale del primo cinquecento, di disegno fittissimo, 
recante nel mezzo i simboli della passione e più e più trine a punto 
di Venezia stanno tra le migliori cose. Anche vistosissimo un abito 
in istile Luigi XIV, in bianco e azzurro con guarnizioni in argento*. 

Qual cosa più mistica e più pia, di un sentimento così timida- 
mente raccolto d(dla vicina Cappella del Consiglio? Nel vestibolo an- 
cora altre pianete, altri campioni di trine e lì presso quella trina 
della cancellata, che accede alla Cappella perduta in una penombra 
misteriosa piena di un silenzio grave di cose, quasi i sc*coli devoti 
vi orassero. 

Non credo che da altro ambiente, per gli stalli che scolpì Dome- 
nico di Nicolò, per gli affreschi di Taddeo di Bartolo, rappresentanti 
la morte e 1’ assunzione della Vergine, per la Sacra Famiglia del 
Sodoma, parli con sì potente voce 1’ anima ingenua, dolce e amorosa 
della Città che si votò alla Madre di Dio. 

* 

Spero non si vorrà parlare di rivelazioni in fatto di miniature, 
in genere di un valore relativo, sopra tutto per chi abbia presenti i 
fulgori dei corali della Sala Piccolomini alla Cattedrale. V’ hanno 



Rassegna bibliografica dell’ arte italiana. 



127 



codici preziosi sotto il rispetto bibliogratìco, cui V arte aggiunge va- 
ghezza, ma nulla più. 

Del secolo XII una Bibbia di proprietà deLComune di Montalci- 
no e il « De Ci vi tate Dei » di S. Agostino: appartengono al secolo 
seguente diversi corali ed al XIV il « Gratiani Decretum » con mi- 
niature dal disegno preciso, linissimo, dalla vivacità dei colori, dalle 
tìsonomie espressive, diversi corali della Cattedrale di Chiusi e il 
celebre « Caleffo deir Assunta », il migliore della mostra, miniato 
nel 1336 da Nicolò di Ser Sozzo Tegliacci da Siena e che per la dol- 
cezza dei volti fa pensare alB Angelico. 

Più fecondo il quattrocento. Corali alluminati da Giovanni di 
Paolo, da Sano di Pietro, da Pellegrino di Mariano, da Gioacchino 
di Giovanni Semboli. Di quest’ ultimo v’ ha una serie di codici fatti 
belli da un densissimo intreccio paziente di elementi geometrici, che 
potrebbero fornire materia di studio a molti decoratori moderni; 
tali le « Satire » di Giovenale, i Saturnali » di Macrobio, gli 
« Historiae Augustae Scriptores », P « Historia Justini », la « ^toria 
Naturale » di Plinio. 

Sano miniò anche lo « Statuto dell’ Università di Mercanzia » 
del 1472. Pure notevoli un Messale che Pio IP, mentre era ancora 
Cardinale fece alluminare di figure gentili, ed un Corale, dove sono 
rappresentati i funerali di S. Benedetto, composizione che ricorda 
molto da vicino i funerali di S. Francesco di mano di Giotto in S. 
Croce. 

* 

Degnamente rappresentata è la scultura in legnò e in terracotta. 
Non parlo di alcuni mobili antichi intarsiati, di valore stòrico, dt 
diversi cofani appartenenti a vari secoli, ma delle statue a policromia 
del Cozzarelli c di Jacopo della Quercia. In due statue di Santi fre- 
me la vita infusa dal forte campione della prima rinascenza e più 
vibrante ancora in un busto di giovanotta, che rivela lo studio diret- 
to del vero, nel S. Nicolò impressionantissimo ed in cinque splendide 
statue in legno dorato — la Madonna, S. Paolo, S. Matteo, il Battista 
e S. Antonio Abate — provenienti dalla chiesa di S. Martino. 

La S. Caterina di Neroccio sembra preludere alla maestà del So- 
doma, mentre l’ Annunziata e Gabriele dicono la dolcezza ingenua 
dei primitivi e la Maddalena il verismo donatelliano. 

Il Municipio di Recanati ha inviato un Santo Vescovo con frati 
inginocchiati, oranti, scolpiti in legno non dipinto da Lodovico di 
Siena' (1395). 

Adusto e fiero un Battista del Vecchietta, grande statua dorata 



128 



Massegna bibliografica delV arte italiana. 



dalle labbra dolenti, mentre il Battista del Cozzarelli, in terra cotta, 
per il verismo fotografico richiama il Mazzoni. 

* 

Traversata la Sala monumentale che mette una nota d' arte mo- 
derna e di vita contemporanea con gli affreschi del Maccari, del 
Cassidi, deir Aldi, si accede alla sezione più fosca della mostra, an- 
ello per la severitù degli ambienti, ma vi fiiremo una più che rapida 
corsa. 

Si addensano i cancelli, gli alari di antichissima foggia, chiavi 
di struttura complicatissima, un cofanetto metallico dell' Ospedale di 
Siena; sono mortai, campane, candelieri, anfore, un tabernacolo della 
Compagnia di Fonte Giusta, che ricorda quello del Duomo, di mano 
del Vecchietta; un curioso esemplare di licenza di porto d'arme con- 
cessa dalla Balìa di Siena. E ancora: testiere di cavalli, staffe, morsi, 
spade pugnali, elmi, alabarde, lancie e balestre, tutti i testimoni della 
dura arte della guerra. 

Accanto è la gipsoteca, che vede per la prima volta insieme u- 
nite le opere di Jacopo della Quercia, da Fonte Gaia al sarcofago, 
magnificamente riprodotto, d' Ilaria del Carretto, dalla porta di S. 
Petronio ai bassorilievi di S. Frediano in Lucca e del battistero se- 
nese. Trattandosi di copie e di opere tanto note non mi arresto a 
parlarne. 

L'idea di unire le opere di Jacopo fu buona, pari a quella che 
ispirò, quantunque fosse tanto semplice, la ricomposizione dei fram- 
menti autentici di Fonte Gaia su quella agile e pittoresca loggia libe- 
ra ai venti, che salgono, insieme ai ricordi dolorosi di Monte Aperti, 
dalla verde valle dell' Arbia. Idea lodevole, ma lasciamo in pace la 
genialità. 



Scarsissimo di valore è la raccolta delle ceramiche. Un rilevante 
numero di rozzi vasi da farmacia, di forme poco variate a boccale, 
cilindriche, doppiamente panciute, con tinte su le quali predomina il 
verde. Piatti, ovicre, fruttiere, mattonelle, che portan dipinti santi, 
putti, uccelli, di rado composizioni, come il martirio di una santa, 
d(d giocatori, più spesso paesaggi. Ancora: due piatti a graffito, un'o- 
viera del seicento ed altri piatti a riverbero. 

Un cofano del cinquecento, dei Conservatori riuniti porta una 
mattonella figurante i manigoldi che crocifiggono Gesù. 

E veniamo infine alla pittura, intorno alla quale ho espresso sin 
da principio il mio giudizio: una raccolta die è un utile complemento 
alla Galleria dell' Accademia. Seguirò, come ho fatto sin qui. Lordi, 
n amento della mostra, anche con maggior rigore. 



Rassegna hibliografica dell’ arte italiana. 



129 



I. Sala — Incomincio dalla meravigliosa e sì nota tavola di Mat- 
teo di Giovanni, che era nella chiesa di S. Agostino di Siena, Nes- 
sun 'altra opera di tutta la pittura senese è così impressionante, così 
terrifica. Rappresenta la Strage degii innocenti e Matteo ne ripetè 
r insieme per il pavimento del Duomo. Dalla grande composizione 
architettonica del fondo balzano in un viluppo orrendo le madri coi 
bimbi e gli aguzzini, al cenno feroce di Erode. E la mano dell'artista 
che ha segnato senza tremare, con cura minuziosa da alluminatore, 
ogni gesto, ogni dettaglio della scena raccapricciante, ha comunicato 
all' opera tale intensità di vita, che 1' osservatore subisce l' illusione 
di esser divenuto sordo, poiché non ode le gride delle madri, i ge- 
miti dei morenti. 

In istrano contrasto è il vicino trittico di Giovanni di Paolo, del- 
la Collegiata di Asciano, figurante l'Assunzione della Vergine con 
S. Nicolò e S. Michele, dalle fisonomie inespressive, dagii occhi sla- 
vati, all' infuori di quest'ultimo, del S. Michele, il più vitale e che 
si direbbe di altra mano. 

Ben più efficace e vigorosa è la Deposizione di Bartolomeo di 
Eredi proveniente da Montalcino : v' è un tentativo di composizione 
— l' opera rimonta al 1388 — , vanno dettagli veristi notevoli ; ad 
es., S. Nicodemo che estrae il chiodo dai piedi di Gesù con le tana- 
glie. A parte deficienze tecniche, v' è espressività nei volti fortemente 
segnati. 

Montalcino ha pure mandato, dello, stesso, un'Incoronazione della 
Vergine — opera del 1383 — , con angeli musicanti, sui volti dei 
quali erra già una dolcezza che accenna alla grazia di Sano. 

Del Pacchiarotto, un artista del tardo quattrocento e della prima 
metà del cinquecento — ■ si vede di qui che 1' ordine cronologico è 
stato poco rispettato in questa sala — , abbiamo una Madonna con 
4 Santi e nella lunetta sovrapposta una Pietà con 2 Santi. Quantun- 
que opera falsa nelle carni o rosse o grigie, ha notevole animazione. 

II. Sala. — Di una nettezza tagliente nel disegno, che ricorda 
il Francia ed i Fiamminghi, il S. Girolamo di Matteo di Giovanni. 
Qua e là, a terra, su lo scrittoio, entro scaffali i libri: il cappello car- 
dinalizio è posato su la parte più bassa dello scrittoio. 

Sinalunga ha mandata una lunga tavola del Cozzarelli, di una 
composizione non frequente. Figura il battesimo di Gesù con tre an- 
geli, S. Girolamo che, inginocchiato su le rive del Giordano, scrive, 
e S. Nicolò. Rallegrano la scena alberi con pomi; in tutto il dipinto 
scarseggia la luce. 

Del Berna, il continuatore dell' arte di Duccio e di Simone v' è 
una Madonna col bambino, dai tratti angolosi, coirgli occhi a mandorla, 



130 



Rassegna bibliografica dell’ arte italiana. 



Ed ecco per la prima volta Sano, con una Deposizione così fìac-. 
ca, che non parrebbe sua se non fosse lìrinata. 11 corpo di Cristo e 
ingenuamente rigato dal sangue. 

In queste due prime sale, sono inoltre raccolti vari disegni del 
Beccafumi, di Francesco Vanni, di Francesco di Giorgio, del Sodoma. 

III. Seda. Vi trionfa il fecondo Bcccafumi con due delle sue più 
belle opere. L' una è V Incoronazione della Vergine, la ben nota tela 
della sacrestia di S. Spirito. Più che la Madonna in alto con gli an- 
geli, in festa, sono impressionanti S. Paolo, S. Pietro ed il Battista 
in ginocchio; questi ultimi due volgono lo sguardo al cielo estasiati. 
Potente lo scorcio della testa di Pietro. Bello il paese aprico, forte 
il colorito : da tutta la tela emana energia e -vitalità. 

Il S. Michele, proveniente da S. Maria del Carmine, ha una forte 
originalità che accentua i caratteri cosìjpeculiari dell’ autore. Chiaro- 
scurista unico senza mezzetinte, dai rapidi passaggi dall’ombra alla 
luce sfrangiati, così che la prima impressione dei suoi quadri è quel- 
la di aver dinanzi un cielo tempestoso solcato da nubi flagellate dal 
vento, si direbbe che dal suo pennello fluisca la luce a lottare con 
le tenebre. 

In questa tela ne 1’ alto è il cielo festante di luce, col Padre E- 
teriK' ed una gloria di angeli, in basso sono i bagliori sinistri del- 
l’inferno, al centro S. Michele, avvolto dallo tenebre. 

La Chiesa del Carmine ha mandato anche l’Ascensione del Pac- 
chiarotti — Cristo entro mandorla iridata, l’Eterno Padre con angeli 
in alto; la Madonna con gli Apostoli in basso — ; la composizione è 
chiara, le teste belle, espressive. E sempre dalla stessa chiesa una tela 
di un tardo artista, il martirio di S. Bartolomeo di Alessandro Ca- 
solani, nella quale l’efficacia della rappresentazione che dà i brividi, 
redime le deficiimze del colorito, la fiacchezza del disegno, la slava- 
tura pittorica propria dell’ epoca. 

àlatteo Balducci, 1’ artista d.d dolci serafini, ha una tavola man- 
data dalla Chiesa di S. Spirito; diverse cose, ma non sempre inte- 
ressanti, il Fungai, Girolamo di Benvenuto. 

Sono quasi tutte opere di grandi dimensioni, che, unitamente agli 
arazzi dell’ ospedale della Scala e ad una magnifica raccolta di pa- 
liotti, decorano sontuosamente questa sala regale della pittura senese. 

IV. Sala. — La mia rassegna diviene più rapida, in rapporto al 
minore interesse. Opere deboli di Duccio, di Segna di Tura, opere 
di carattere bizantino. 

Un cofano con imprimiture e figure araldiche. Un ricco e curio- 
so stipo in ebano con istorie in avorio, rappresentanti argomenti di 
favole, 



-131 



Rassegna bibliografica dell' arte italiana. 



V. Scila. — Altre tavole di D accio, di Sogna di Tara, inoltre dei 
Lorenzetti, di Taddeo di Bartolo, di Simone di Martino, rappresen- 
tati assai meglio alP Accademia. Altri cofani, 

FI. Sala. — Opere minori di Bartolo di Frodi, di Paolo di Gio- 
vanni di Giacomo dì Mino, dei due Lorenzetti. Un ricco paliotto. 

VII. Sala. — E’ tutta dedicata ad opere* di Sano di Pietro. Chi 
ricorda le trionfali sale della pinacoteca senese, nelle quali s’ accol- 
gono le tavole dagli angeli carezzevoli delP Angelico di Siena, non 
pn5 che provare una- fortissima delusione in questa colluvie di opere, 
per alcune delle quali mi si permetta di esprimere fortissimi dubbi 
quanto alla paternità. Sono degne del dolce delicato maestro la ta- 
vola del Barone Segardi, rappresentante la Madonna col Bambino, 
4 Santi e 2 angeli, la tavola di egual soggetto del Conservatorio fem- 
niinile di Siena, l’altra tavola della parrocchia di Frontignano con la 
Vergine, il bimbo con cardellino, S. Bernardino ed angeli; ma, ad 
esempio, per non citare altro, il ritratto di S. Bernardino della par- 
rocchia di Castelmiizio c una copia — ed una brutta copia — del- 
P altro ritratto dello stesso santo appartenente alla parrocchia del- 
“ l’Osservanza di Montalcino. 

In questa 'sala v’hanno tre cofani antichi rilevati e dipinti. 

Vili. Sala — Poche cose di Taddeo di Bartolo. 

Un intermezzo c dato da una raccolta non molto ricca di mobili 

, di tarsie, di mensole, ecc. Il Duomo d’ Orvieto ha esposto un altissi- 

Ino stallo; la Contrada dell’Onda un cancello di cappella in legno. 

■ Certo non si ricorrerà a questi soli esemplari per giudicare della 

gloriosa arte dell’ intaglio e della tarsia senese. 

IX. Sala — Matteo Balducci, della prima metà del cinquecento, 
^ ' ha un trittico, con allegorie, così care al suo tempo. Un cane, sim- 
bolo di fede, della carità il pellicano, la fenice che arde su la pira, 
allegoria della speranza. Bello il paese solcato da un fiume. 

Di Giovanni di Paolo una Madonna col bimbo ed angeli musi- 
canti; del Pacchiarotto una bella Vergine col bambino e due Santi, 

• di rara efficacia coloristica ed altre cose minori del Sassetta, di’ Gio- 
vanni di Pietro, di Matteo di Giovanni. 

^ Diversi pali()tti, tra i quali uno superbo veramente del Semina- 
rio arcivescovile. 

X. Sala — Proniiscua e di interesse anche minore delle prece- 
denti. Oltre a pochi dipinti degli artisti su- ricordati, vi sono scaden- 
tissime opere di scuole toscana ed umbra. 

XI. Sala — L’importanza va sempre diminuendo. E’ osservabile 
una tavola del Pacchiarotto appartenente al Sig. Antonio Palmieri 

, Nuti : una sacra Famiglia con angeli ; uno di questi offre al bimbo 



132 



Rassegna bibliografica dell’ arte italiana. 



un pomo. Il disegno non vi c del tutto coiTetto, ma il colorito è ar- 
monioso ed efficacissimo. 

XII. Siila — Dipinti di .Francesco Vanni, del Bcccafumi, del 
Sodoma e della sua scuola. 

XIII. Sala — Bella una santa Famiglia col Battista, del Sodo- j 
ma; sopra tutte gentile la testa della Vergine. Notevole una tavola 
di Giommo del Sodoma con la nascita di Maria. Del Bacchia, di Bai- | 
dassarre Ber uzzi, del Vanni cose scadenti. 

ATT^ Sala — La pittura senese non vi ha ormai più a che vede- : 
re. VMuinno cose infelicissime di Rutilio Manetti, un senese delBul- > 
timo cinquecento, tele di Annibaie Caracci, delle frutta del Gobbo i 
delle frutta, di evidenza fotografica, una magnifica tela di Michelan- ( 
gelo di Caravaggio, rappresentante dei giocatori, di un realissimo j 
impressionante. ' 

Stampe del Bertolozzi, disegni del Manetti, entro vetrine. 

XV. Sala — Fotografie di opere di Jacopo della Quercia, clic 
si rendono inutili per la maggior parte, trovandosi esse opere qui ri- 
riprodotte in gesso. 

XVI. Sala — Bocliissime tavole di scuola umbi’a. Uinv ^Madonna 
con bimbo e due serafini ha un’ espressione dolcissima e dolente. 

Siena, giugno 1904. q 

Carlo Grigioni. ! 



IL FERRO BATTUTO NELLA DECORAZIONE ARCHITETTONICA 

IX Firenze ■ 



’ I 

Nel trecento il sentimento gentile del nostro popolo s’ espan- t 
eleva dall’anima semplice in una fiorita di canti e B idea va- 
gheggiata nella freschezza naturale della imrnag'ine si andava | 
esplicando con la linea sul marmo e sulla tela. Tale esplicazio- 
ne artistica rigogliosa non si limitava alle tre arti maggiori, 
ma si stendeva, quasi inconsciamente, a tutto ciò, che nella vita ! 
può prendere una forma duratura; un ninnolo di Signora, una' 
conocchia per filare, ogni più piccolo utensile domestico era l 
costretto a ricevere la bella ed individuale impronta di una , 
moltitudine di operai ignorati; non è dunque da meravigliarsi I 
se in questi tempi B arte scoprisse una buona materia anche 
nel ferro battuto e se in Italia, riconosciuti i suoi caratteri de- 
corativi, lo si adottasse nella decorazione architettonica. 



Il 

1 Rassegna hihliografica dell’ arte italiana. 133 

I Firenze, fra le prime città d’ Italia sembra avere avuto un 

, ; culto speciale per F ornamentazione in tale metallo ed è per 

F questo che mi son proposto di parlare brevemente dei torcieri, 

'I lumiere, inferriate, ecc., che adornano gli edifizi di questa città, 

i I porta-torcia, di cui ci rimangono solo due modelli, servi- 

I rono, come lo indica il nome stesso, a sorreggere torcie a ven- 
i to nelle grandi circostanze e furono accordati solo ai più bene- 
i] meriti cittadini. Il primo modello, che perdurò, in sostanza, fi- 

ù no al sec. XVIII, consistette in un campanellone pendente da 

: I un braccio verticale, terminante in alto in un piccolo anello fis- 

so ed orizzontale. Molte furono le varianti apportate a questo; 

f' il’30oe la prima metà del sec. XV ebbe invece del campanellone 
I una specie di ancora, che servi anche a legare i cavalli, e men- 
1 tre il ’qoo si distinse per 1 ’ incisione del noto disegno ad X ed 

il ’^oo per gli arabeschi, blasoni ed emblemi araldici rilevati c 

J scolpiti bellamente, il ’ 6 oo e ’yoo fecero cingere gli orli del cer- 

'j chictto orizzontale con due rigonfiamenti o cornicioni. Simili, 

' se non eg'uali, furono anche i reggi stendardi, che lo stile ar- 

ì stico del tempo successivamente influenzò; nel sec. XVI pren- 

I dono le forme più svariate, a volte imitando le mensole ed i 

!i cornicioni degdi edifizi, a volte raffigurando foglie e chimere. 

' Il secondo modello dei porta-torcia, invece, più semplice 

del primo, si faceva a guisa di anello, il quale, tenuto obliqua- 
mente da una staffa infissa nel muro, fu posta, per lo più in- 
sieme ai sciorinatoi e le porta portiere, ai lati delle finestre dei 

! piani superiori. 

Quei bracci, che sui vecchi palazzi vediamo sporgere a foggfia 
di uncino e dal quale, il più delle volte, pende una sbarra reggente 
un anello, furono chiamati sciorinatoi, perchè sul palo o pali, che 
essi reggevano obliquamente venivano stesi i panni ad asciugare. 
In Firenze furono semplicissimi e mentre in altre città della To- 
scana li vediamo sormontati da gigli e teste di animali, nella 
wSavoia raggiung'ono un fasto d’ ornamentazione tale da ricor- 
dare vivamente 1 ’ arte decorativa Francese. Porta-portière furo- 
no detti, invece, quegli arpioni, . infissi poco sotto all’ architrave 
delle finestre, ehe servirono a sostenere una tenda e più tardi 
I uno stoino. Il ’300 li fece a foglia di quercia, un poco a sbalzo: 

i il ’qoo come un gancio larghissimo, spesso decorato con 1 ’ X ; 

il ’ 5 oo come un nastro ripiegato all’ insù ed accartocciato al- 



I 



V 



134 Rassegna hihliografica 'dell' arte italiana. 

V estremità, aceartocciamento ehe vedremo sempre più gonfiar- 
si nel ’óoo e ’yoo. Nella lavorazione antica del ferro battuto bi- 
sogna osservare anche la flora, che variando a seconda delle 
regioni, ci può indicare la nazionalità del lavoro; il magnano 
cercando naturalmente quel fiore o fogdia del suo paese che si 
ricollegava con qualche patria leggenda o che fosse 1’ emblèma 
del suo popolo. Così i lavori germanici ci mostreranno una co 
stante riproduzione del Carduus benedictus , poetizzato da una leg- 
genda nordica e cosi anche il magnano di Firenze riprodusse 

V Iris fiorentina quanto e dove più potè. 

Altra decorazione architettonica in ferro battuto, posta per 
lo più agli angoli degli edifizi e concessa solo raramente ai 
più influenti della città, furono le lucerniere o lanterne a falò. 
Di queste poche rimangono intatte a Firenze, ma quel che re- 
sta è tuttavia importantissimo monumento storico d’ arte. I fa- 
nali deir antica porta vS. Niccolò, dei palazzi dell’ Arte defila 
Seta e dei Quaratesi, oggi Pisani, ornati col solito disegno 
ad X e con le sprang'he verticali sboccianti in giglio, so- 
no bei esemplari del secolo XV ; splendido pure il lampione 
del Palazzo Riccardi, che per essere eseguito con grande per- 
fezione di dettagli, vien attribuito al Caparra, ma a queste ben 
superiori sono le lanterne dei Palazzi Guadagni e Strozzi, che 
ci rivelano la mano di un artefice, veramente grande, veramen- 
te artista. « Vedesi in quelle himiere, cosi le descrive il Vasari, 
maravigliose le cornici, le colonne, i capitegli e le mensole salda- 
te di ferro con maraviglioso magistero : ne mai ha lavorato moderno 
alcuno di ferro macliine sì grandi e sì difficili con tanta scienza e 
pratica ». Queste, insieme agli altri ferramenti dei detti palazzi, 
« furono da Nicolò Grosso Caparra, fabro fiorentino, con grandissi- 
ma ditigenza lavorate {^) ». 

Fino dal sec: XIII le inferriate, eseguite più per difesa 
che per ornamento, erano semplicissime e ne abbiamo una pro- 
va palese in alcune grate della chiesa di S. Miniato in Monte, 
dove vediamo .sbarre incrociate tenute solidamente insieme per 
mezzo di anelli. Coll’ andar del tempo i fabbri, ispirandosi for- 
se alle vetrate di quei tempi, introdussero un disegno geometri- 



(’) Vasari — « Le vite » — Firenze — Sansoni — 1881 — Tomo I^ , 
pag. 445-7, 



Rassegna bibliografica dell’ arte italiana. ' 135 

co, ottenuto col collegamento di una serie di circoli più o me- 
no grandi e da questo disegno, per un facile sviluppo dì linee, 
passarono ad adottare quel caratteristico modello, detto oggi 
del' quattrifoglio, che rappresenta la corrente gotica infiltrata 
in .Toscana e che tanto armonizzò con la sobria architettura a 
sesto acuto. E’ interessantissimo l’osservare come l’avvicendarsi 
dei tempi, dei costumi e degl’ intendimenti artistici, in un pe- 
riodo di quasi due secoli, abbia influito su tale disegno, arric- 
chendolo di ornati - supplementari, pur lasciandone intatto il pri- 
mario motivo e sentimento. Il profilo d’ un quattrifogdìb fu da 
principio ottenuto col traforare e ritagliare una lastra di ferro ; 
più tardi si esegui tale disegno con quattro semicerchi saldati 
insieme alle estremità; più tardi ancora s’inserirono fra le congiun- 
zioni delle curve alcune punte secondarie, sboccianti in trifoglio; 
si rinchiusero quindi i quattrifogli in quadrati ed in circoli; si 
sormontò il tutto con cornicioni dì bandone traforato, rappre- 
sentanti tralci di vite, foglie di acanto, fiere, iscrizioni ed infi- 
ne blasoni. 

A S. Miniato in Monte vi sono due inferriate di somma 
importanza, 1’ una composta di cìrcoli e 1’ altra di quattrifogli. 
Quest’ ultima, in Firenze forse la più antica del suo genere, e- 
seguita da un certo Pietrucci da Siena, fu donata nel 1338 da 
una Donna Lena Bottìcini, per cing*ere l’altare soprastante le- 
ceneri di S. Miniato. (^) 

Oltre a ciò la rosta a quattrifoglio della Cappella degli 
Spagnoli in vS. Maria Novella, eseguita probabilmente insieme 
ad altri ornamenti nel 1366, è una bella produzione del sec: 
XIV, ma senza dubbio assai più importante è 1 ’ inferriata della 
Cappella Rinuccciiii in S. Croce. <.< Apì'esi la cappella con un ar- 
co a sesto aeuto, e la chiude per una porzione un bellissimo caneella- 



(b Vedi articolo su S. Miniato in Monte nel « Nuovo Osservatore Fioren- 
tino » — 25 Ottobre 1885 — pag\ 175. 

« .... nel 1335 si pensò ad isolare dai fedeli F altare di S. Miniato, per- 
chè più devotamente vi si celebrasse il culto divino, e troviamo che Madon- 
na Lecca (sic) vedova di Banco Botticini, donò per quel fine cento fiorini 
d’ oro, i quali servirono per prima cosa a pagamento della bella graticola di 
ferro, che separa lo spazio voluto da quello dei fedeli, lavoro che fu degna- 
mente eseguito nel 1338 da Pietruccio di Betto, chiavaiolo, 0 come diremo 
oggi magnano. Senese, » 



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Rassegna bibliografica dell’ arte italiana 



to in ferro, che per squisitezza di lavoro vince quanto di piìt bello 
condussero in siffatti magisteri il Caparra (?), e quanto suol farsi og- 
gi coi perfezionamenti portati iielP arte fusoria. La iscrizione,.... che 
forma quasi V orlo d’ un vago ricamo, e in caratteri longobardici rile- 
vati e messi a oro ; 

Anno M. C, C. C. L. XXL Ad honorem nativitatis-B. Mariac Vir- 
ginis et S. Marine Magdalenae - Pro anima Lapi Rìnuccini et dc- 
scendentium. » 

Così lo descrive il Moisé (') e bella sarebbe se la maravi- 
gliosa finezza del cancello, propriamente detto, fatto a guisa di 
finestra gotica — molti anzi hanno creduto di riconoscervi una 
delle bifore di Or vS. Michele — non facesse sembrare pesan- 
te le fiancate a quattrifoglio. 

Più elegante e più proporzionata, invece, sebbene un po’ roz- 
zamente lavorata, mi sembra la grata quattrocentesca della Cap- 
pella Bartolini - — Salimbeni in S.. Trinità, il cui disegno, credo, er- 
roneamente viene attribuito a Lorenzo ^lonaco. Del resto quanto 
fosse divenuto di voga il disegno a quattrifoglio ce lo prova il 
fatto che Andrea di Clone Orcagna, chiamato dai capitani di Or 
S. Michele ad erig*ere un tabernacolo alla Nostra Donna, quel suo 
miracolo di colori e di linee, lo addottasse per i « ricignimenti 
di bronzo, diligentemente puliti, che girando intorno a tutta l* opera, 
la racchiuggono e serrano insieme di maniera che essa ne rimane 71011 
meno gagliarda e forte che in tutta le altre parti bellissima; » (^) c 
quanto fosse aumentato 1’ uso del ferro battuto nella decora- 
zione architettonica in generale, ce lo provano i grandi maestri, 
che non più disprezzano l’opera e l’aiuto dei magnani; ce lo 
rivela quel bell’ originale che fu Iacopo della Quercia, a cui in 
data dell’ ii febbraio 1435 « e rimesso V allogare il lavoro della 
gratieola di ferro per la cappella del Palazzo Pubblico di Siena; » 



^ Moisé — « S. Croce » — Firenze — a spese dell’ A. 1845, pag. 15’8. 

C) Vasari - Op. cit. Tomo I, pag. 606. Vedi anche P. Franceschini. 
« L’ oratorio di S. Michele in Orto in Firenze » — Firenze — Landini, 1892 
pag. 58: 

« Nel 1366 si inalzava quella elegante balaustrata, formata da leggeris- 
sime e leggiadrissime membrature di marmo ed ornative ogivali di compas- 
si in bronzo, disegnata in modo da non impedire minimamente la vista del 
la parte inferiore del tabernacolo, ed eseguita squisitamente da Pietro di 
Migliore, Orafo, >>