Skip to main content

Full text of "Trattati sopra gli ottimi reggimenti delle repubbliche antiche e moderne"

See other formats


Google 



This is a digitai copy of a book that was prcscrvod for gcncrations on library shclvcs bcforc it was carcfully scannod by Google as pari of a project 

to make the world's books discoverablc online. 

It has survived long enough for the copyright to expire and the book to enter the public domain. A public domain book is one that was never subjcct 

to copyright or whose legai copyright terni has expired. Whether a book is in the public domain may vary country to country. Public domain books 

are our gateways to the past, representing a wealth of history, culture and knowledge that's often difficult to discover. 

Marks, notations and other maiginalia present in the originai volume will appear in this file - a reminder of this book's long journcy from the 

publisher to a library and finally to you. 

Usage guidelines 

Google is proud to partner with librarìes to digitize public domain materials and make them widely accessible. Public domain books belong to the 
public and we are merely their custodians. Nevertheless, this work is expensive, so in order to keep providing this resource, we have taken steps to 
prcvcnt abuse by commercial parties, including placing lechnical restrictions on automated querying. 
We also ask that you: 

+ Make non-C ommercial use ofthefiles We designed Google Book Search for use by individuals, and we request that you use these files for 
personal, non-commerci al purposes. 

+ Refrain fivm automated querying Do noi send aulomated queries of any sort to Google's system: If you are conducting research on machine 
translation, optical character recognition or other areas where access to a laige amount of text is helpful, please contact us. We encouragc the 
use of public domain materials for these purposes and may be able to help. 

+ Maintain attributionTht GoogX'S "watermark" you see on each file is essential for informingpcoplcabout this project and helping them lind 
additional materials through Google Book Search. Please do not remove it. 

+ Keep it legai Whatever your use, remember that you are lesponsible for ensuring that what you are doing is legai. Do not assume that just 
because we believe a book is in the public domain for users in the United States, that the work is also in the public domain for users in other 
countiies. Whether a book is stili in copyright varies from country to country, and we cani offer guidance on whether any specific use of 
any specific book is allowed. Please do not assume that a book's appearance in Google Book Search means it can be used in any manner 
anywhere in the world. Copyright infringement liabili^ can be quite severe. 

About Google Book Search 

Google's mission is to organize the world's information and to make it universally accessible and useful. Google Book Search helps rcaders 
discover the world's books while helping authors and publishers reach new audiences. You can search through the full icxi of this book on the web 

at |http: //books. google .com/l 



Google 



Informazioni su questo libro 



Si tratta della copia digitale di un libro che per generazioni è stato conservata negli scaffali di una biblioteca prima di essere digitalizzato da Google 

nell'ambito del progetto volto a rendere disponibili online i libri di tutto il mondo. 

Ha sopravvissuto abbastanza per non essere piti protetto dai diritti di copyriglit e diventare di pubblico dominio. Un libro di pubblico dominio è 

un libro clie non è mai stato protetto dal copyriglit o i cui termini legali di copyright sono scaduti. La classificazione di un libro come di pubblico 

dominio può variare da paese a paese. I libri di pubblico dominio sono l'anello di congiunzione con il passato, rappresentano un patrimonio storico, 

culturale e di conoscenza spesso difficile da scoprire. 

Commenti, note e altre annotazioni a margine presenti nel volume originale compariranno in questo file, come testimonianza del lungo viaggio 

percorso dal libro, dall'editore originale alla biblioteca, per giungere fino a te. 

Linee guide per l'utilizzo 

Google è orgoglioso di essere il partner delle biblioteche per digitalizzare i materiali di pubblico dominio e renderli universalmente disponibili. 
I libri di pubblico dominio appartengono al pubblico e noi ne siamo solamente i custodi. Tuttavia questo lavoro è oneroso, pertanto, per poter 
continuare ad offrire questo servizio abbiamo preso alcune iniziative per impedire l'utilizzo illecito da parte di soggetti commerciali, compresa 
l'imposizione di restrizioni sull'invio di query automatizzate. 
Inoltre ti chiediamo di: 

+ Non fare un uso commerciale di questi file Abbiamo concepito Googìc Ricerca Liba per l'uso da parte dei singoli utenti privati e ti chiediamo 
di utilizzare questi file per uso personale e non a fini commerciali. 

+ Non inviare query auiomaiizzaie Non inviare a Google query automatizzate di alcun tipo. Se stai effettuando delle ricerche nel campo della 
traduzione automatica, del riconoscimento ottico dei caratteri (OCR) o in altri campi dove necessiti di utilizzare grandi quantità di testo, ti 
invitiamo a contattarci. Incoraggiamo l'uso dei materiali di pubblico dominio per questi scopi e potremmo esserti di aiuto. 

+ Conserva la filigrana La "filigrana" (watermark) di Google che compare in ciascun file è essenziale per informare gli utenti su questo progetto 
e aiutarli a trovare materiali aggiuntivi tramite Google Ricerca Libri. Non rimuoverla. 

+ Fanne un uso legale Indipendentemente dall'udlizzo che ne farai, ricordati che è tua responsabilità accertati di fame un uso l^ale. Non 
dare per scontato che, poiché un libro è di pubblico dominio per gli utenti degli Stati Uniti, sia di pubblico dominio anche per gli utenti di 
altri paesi. I criteri che stabiliscono se un libro è protetto da copyright variano da Paese a Paese e non possiamo offrire indicazioni se un 
determinato uso del libro è consentito. Non dare per scontato che poiché un libro compare in Google Ricerca Libri ciò significhi che può 
essere utilizzato in qualsiasi modo e in qualsiasi Paese del mondo. Le sanzioni per le violazioni del copyright possono essere molto severe. 

Informazioni su Google Ricerca Libri 

La missione di Google è oiganizzare le informazioni a livello mondiale e renderle universalmente accessibili e finibili. Google Ricerca Libri aiuta 
i lettori a scoprire i libri di tutto il mondo e consente ad autori ed edito ri di raggiungere un pubblico più ampio. Puoi effettuare una ricerca sul Web 
nell'intero testo di questo libro da lhttp: //books. google, comi 



N/el". 11'*! i^ 6- loi 



V- 






* * 

I • ' 



1 



TRATTATI 



SOPR^ GLI OTTIMI AMOaiMEUfTl 



DELLE REP UBBLICHE 



ANTICHE E UQ2>ERNE 



DI 



M- BARTOLOMEO CAVALCANTI . 



• • 




MILANO 



Dalla Società Tipografica db* ChhSistQ ItkWmf 
' contrada di S. Margherita, M.* irxS« 

ANNO l8o5» 



■4- 




Ili 



VITA 



DI 



M. BARTOLOMEO CAVALCANTt 



TRATTA DALLA STORIA 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 



DEL CATALIBRB 



GIROLAMO TIRABOSCHI. 



•. • .' 



B 



^ ARTOLOMEO Cavalcanti fu di Patrid 
Fiorentino , e naèoài nobil famiglia nel 
]5o3. Negli anni suoi giovanili i tumulti 
della sua patria il costrinsero a trattar le 
armi piii che i libri . Ei die segno nondi^ 
meno non solo del suo valore^ ma antor 
della sua eloquenza ^ in una Orazione ^ che 



IV 

nel Fehhrajo del i53o. armato in corsa-- 
letto recitò in S. Spinto alla Milizia Fio-» 
rentina , e in urC altra , che disse nel Mag* 
gio dell' anno medesimo sopra la libertà (i). 
La prima fu data alle stampe ; ma letta 
piacque meno che udita . Nelle guerre de 
Fiorentini contro de Medici ei fu sempre 
del partito a questi contrario. Non fu però 
mai esule dalla patria , e solo nel i SSy. 
dòpo Vuccisione del Duca Alessandro , e 
V elezione di Cosimo y ei fece volontaria 
partenza dalla sua patria^ Credesi coniu^ 
nemente , cK egli allora passasse a Roma, 
Ma a me sembra verisimile , che fosse 
prima in Ferrara^ e me lo persuade la 
stretta amicizia cìi egli ebbe con Barto^ 
lomeo Ricci ^ e con Giambatista Pigna ^ 
l'esortarlo che fece il Card. Ippolito IL 
dFste a scriver la sua Rettorica y dal qual 
Cardinale ei dice ancora nella dedica di 
essa di essere stato incaricato di gravi 
affari presso il Re di Francia^ Arrigo IL , 
e il cenno che dà il Ricci in unn sua lettera 
del grado di suo famigliare a lui dato dal 
Duca Ercole (2) . È certo però ch'ei passò 
poscia a Roma , e che ivi fu assai caro al 
Pontefice Paolo III. , e da lui sovente 
adoperato in importanti negoziazioni ^ ben-- 
che al tempo medesimo ei non cessasse 



(0 V. Z^o Note al Fontan. T. I. p. $0* 
(a) Oper. Voi. II. p. 172. 



dal coltisi are i suoi studj . Il Pigna in certi 
versi a lui indirizzaci^ cosi gli dice: 

Et qui Pontificis Maximi ad arcana 

vocatus es, 
Seu mngous studiis nobilibus te retinet 

Plato, 
Seu Paulus proprìis , quae tibi curanda^ 

negotiis • 

Negli ultimi anni della sua Dita ritirossi 
a un onorato ozio in Padorva , ove mori 
nel i562. ^ e fu sepolto in S. Francesco 
coli' Iscrizione postagli da Giovanni di lui 
figliuolo y che vien riferita dal Tommasi-- 
Td[i). JLa Rettorica del Cavalcanti^ stam» 
yata la prima volta nel i55g. , e poscia 
molte altre volte di nuovo data alla luce 
si Ita in conto della migliore , che in que- 
sto secolo si pubblicasse. Essa ancora però 
ha il difetto alle altre comune , cioè di 
riguardare i precetti d'Aristotele , cornee 
infallihili oracoli , da cui sia grave delitto 
l allontanarsi y e il prendere a norma degli 
insti gnamenti ^ più l'altrui autorità , o un 
astratta speculazione , che la voce della 
natura , sola e vera guida , cui forte dee 
seguire nell' Eloquenza . Pregevoli ancora 
ne sono i Trattati sopra gli ottimi reggi- 
menti delle repubbliche antiche e moderne 



(e) Inscript. Patav. p. 345. 

Cavalcanti 



VI 

stampati nel i555. Un altra opera di so 
migliante argomento , cioè un Comento su 
tre primi libri della Politica d'Aristotele 
in Ldngua Italiana avea egli scritto , di 
cui parla con m.olta lode il Pigna in una 
sua lettera scritta nel 1 56g. 9 dicendo , che 
poco prima della sua morte aveagli ciò 
narrato il medesimo Cavalcanti^ e aggiu-- 
gnendo , eli egli temerà , eli essa cadesse 
nelle mani di qualche plagiario (i) . Ei 
tradusse inoltre dalla Lingua Greca nel- 
f Italiana la Castrametazion di Polibio. A. 
lui per ultimo Ju attribuito da alcuni il 
giudizio sopra la Canace di Sperone Spe- 
roni; ma non ifha argomento , che basti 
a provarlo. 

AVVEKTIMEJXTO DEGLI EDITORI. 

Con sommo nostro dispiacere manca 
a questo volume il solito ornamento del 
Ritratto delT Autore . Noi non abbiamo 
ommesso diligenza di sorte alcuna per ri-- 
trovarlo^ ma sempre inutilmente. Nondi" 
meno non disperiamo ancora di poterlo 
avere da Firenze. Il die se ci verrà fatto 
noi lo distribuiremo ben tosto a nostri 
Associati , siccome ffù fatto abbiamo con 
quello del Firenzuola . 



(i) CIL Viror. Epist. ad P. Victor, YoL 2* p, 4% 



VII 



LETTERA 



DI 



FRANCESCO SANSOVINO 



▲LL ILLUSTRE ED ONORÀTISSIMO SIONORE 



IL S16. 



TRAJANO MARJ 

Ambasciadore deU illustrissimo 

ed eccellentissimo Signore Duca' d Urhina 

presso a Sua Santità. 



M, 



Esser Bartolomeo Cavalcanti uomo 
notabile , non pur per l'antica sua nobiltà 
nella città di Fiorenza , ma illustre per le 
sue qualità così d animo , cornee di corpo ; 
scrisse laRetùorica^ libro veramente degno 
d'ogni commendazione^ ed abbracciato da 



vili 

tutto il mondo; perciocché avendo trattato 
di quella materia con facilità grande , e 
dichiarate molte cose oscure in Ermogenc , 
in Aristotele , in Cicerone , ed in QfÀintiLiO' 
no , ha fatto di modo , che ogni ingegno 
per mezzano che egli si sia capisce i ter^ 
mini dell* arte oratoria . Scrisse parimente i 
presenti trattati delle repubbliche , ne^ qua*' 
li disponendo le opinioni di Aristotele , e 
di Platone ad un medesimo fine , gli ac^ 
corda insieme , con ' tanta agevolezza che 
nulla pia; ed interponendo tra loro quel 
che ne dice Polibio , mostra finalmente • 
€juale sia l' ottimo governo delle repubbli- 
che. Opera non meno rara che V altra , e 
che merita d*^ esser veduta da galanti uomi- 
ni sì per le cose che ella contiene , e si 
per la memoria dell* autor suo . Questa 
adurujue mandando io fuori , come quella 
che essendo cara a me , credo anco che 
debba essere cara ad ognuno , ho voluto . 
che ella venga alla presenza di vostra si- 
gnoria prima come fattura di quel tanto 
onorato , e celebre gentiluomo , e poi come 
segno della reverenza die io porto a vostra 
signoria sì per la bellezza del suo grand" a- 
ninio , sì per lo grado che ella tiene pres- 
so a N. Santità per F illustrissimo , ed 
eccellentissimq Signor Duca d'Urbino mio 
Signore , e sì per l* amore che io so , e che 
io vedo infatti che ella mi porta . Percioc- 
ché cercando ella di farmi heneficio , come 
tuttavia procura con Sua Santità non pur 



^ I 



t , 



le Jehbo portar rwerenza, ma debbo aiu 
co esserle tenuto in etemo . Concìossiachè 
voi protettore della virtù, in questi anni così 
calamitosi e corrotti ^ quasi nuovo Mecena- 
te^ con pronto animo sollevando le altrui 
gravezze , vi acquistate non pur ^qria per-* 
petua , ma nome chiarissimo in tutte le 
corti df^'^più segnalati , e supremi Signori. 
La qual cosa non solamente avviene in 
questi tempi , ma avvenne anco sempre ne 
passati • Perciocché maneggiando voi tut- 
tavia negozj importanti , e di stato ^ avete 
sempre con fermo proposito e saldo , gio^ 
vate agli amici, d parenti , alla Patria 
ed al prossimo per tutti i versi , con tanto 
mag^ore vostra lode, con quanta sa ogni 
uno che '^i conosce e vi osserva . Potrei 
dir molte cose , più per satisfaiion mia , 
che , perchè io credessi di narrar a pieno 
quanto io vi sono obbligato; ma e la vo* 
stra modestia , e la mia natura non ricer- 
ca che io mi distenda pia \oltre . Le dirò 
solamente questo , che la mìa famiglia , 
quale ella si sia , riconoscerà sempre per 
suo benefattore il Signor Trajan Marj . 
£ che se questa penna così debole^ potrà 
qualche cosa , non sarà punto scarsa nel 
mandare cH posteri la memoria di quanto 
io le debbo . Accetti adunque con la pre^ 
sente opera , la servitù , la divozione, V af 
fetto deW animo ^ ed in somma quel tutto 
che io posso darle . Ed accettandolo tenga 
per fermo , che io non voglio , non posso , 



\ 



e non debbo se noti onorare , amare i é tV' 
gerire V. S. alla quale N. Signore Iddio 
conceda ogni bene . Di Venezia. AIU zitte 
di Novembre , MDLJCJC. 



XI 



TAVOLA 



DI TUTTA L^OPERA. 



JL rattato primo del Sig. Bartolomeo 
Cavalcanti sopra le specie delle Re- 
pubbliche pag. I 

Gradi • 67 

Opposizioni ••••••• ^ •• 79 

Trasmutazioni. * • 89 

JDel primo libr0 dèlia Politica à Ari- 
stotele. . *^ . . 107 

Agricoltori. iii 

Praxis • 118 

Unum ad unum • • 128 

Della felicità de^ Custodi • • . . . i38 
JDel principio e deW introduzione del 

governo delle città «143 

J) elle. Repubbliche miste i58 

JDella Politica. . ijS 

economica i85 

Tre lettere del Sig. Bartolomeo Caval- 
canti sopra la riforma duna repub- 
blica fatta da lui al Cardinale Santa 
Croce , che fu, poi Papa Marcello , 
§d al Cardinal di Tornane . . . ziQ 



Lettera prima al Re' Cristianissima 
Enrico Secondo in nome del Cardia 
naie di Ferrara • . 229 

Lettera seconda al Re Cristianissimo 
Enrico Secondo in. nome del ;^rdi' 
naie di Ferrara . • • . .' ^ . 287 



// Jine della Tegola 



« • • 



TRATTATO PRIMO 

DEL SIG. BARTOLOMEO 
CAVALCANTI 



SOP&A 



2e specie delle Repubbliche. 



's 



JLi ìntenzion mìa è di discorrere sopra 
quello, che principalmente Platone ed Ari- 
stotele, e poi anche Polibio hanno detto 
deDe specie delle Repubbliche; e conside* 
r^ò qoante e quali ne hanno poste , i 
gradi 9 la contrarietà eh* è tra^ quelle ^ la 



a DELLE re;pubbliche 

trasmutazione , V origine e principio delle 
civilità e governi civili, e come ì detti au- 
tpri pajano che convengano, o no circa 
questa materia. Platone adunque trattò del 
governo . della città , ovvero > della repub- 
blica massimamente , e come in luoghi prò- 
pr j di tale considerazione ne^ libri della Re- 

Subblica ) ne' Ubri delle leggi , e nel libro 
el Regno . Pose ne' libri della Repubblica 
(come chiaramente si vede nel fine del 
quarto , e nel principio dell' ottavo ) ciu- 

2 uè specie o modi di repubblica • L' una 
elle quali è quella., chi egh intese di for^ 
mare in quell'opera come t)ttima e vera- 
mente retta , e quasi come un esemplare 
delle repubbliche ; la quale disse essere 
una , ma potersi dichiarare con due nomi. 
Perciocché, se tra i Principi sarà un uomo 
sopra gli altri eccellente , il governo allora 
6Ì chiamerà Regno; se saranno più eccel- 
lenti , si chiamerà stalo degli Ottimati . A 
questa specie di repubblica , soggiunge la 
repubblica ambiziosa, cioè desiderosa molr 
to d' onore e d' imperiò , e nella quale si 
desidereranno le ricchezze, e tale era la re- 
pubblica di Sparta e^ di Candia . La terza 
specie nomino governo di pochi , nellft 
qiiale vuole ohe regni il *desidjerìo delle rio 
cbesate e Y avarizia , e che il governa sia in 
mano de' ricchi. La quarta è. il governo 
del Popolo pieno di licenza e di varietà ; 
€ il governo è in mano de' poveri . La 
quinta eà /ultima è la Tirannide , edia 



TRATTATO I. 8 

queste cinque t specie fermandoci , accennò 
ancora, che vi erano alcuni modi di gover* 
no , e che sono quasi in mezzo , e come 
misti e composti dei semplici ^ ì quali ap^ 
presso i barbari e appresso i Greci 6i tro«- 
va vano , e di questi come * forme molto im-^ 
perfette e assurde , senza distinguerli edi« 
chiararli altrimenti, pdù oltra non ragk>nò; 
Ma nei libri delle leggi, nei quali Pmtone 
forma un' altra repubblica meno perfett4 
di quella, che esso forma per ottima, ne* li'^ 
bri della Repubblica nominò ( come si ve- 
de nei quarto libro ) questi modi di goYeri> 
jio: Il governo del popolo, di pochi, degli 
Ottimati, il Regno, e lece anche menzione 
della Tirannide. Divide anche nel. medesi- 
mo libro le repubbliche , un governo d'un 
60I0 , di pochi , di molti , senza dividerle 
in sei , come egli fece nel Civile. Ma ^r- 
che Platone , com' ho detto , intende ne' li^ 
bri delle leggi formare un'altra repubbli- 
ca , la quale non è alcuna delle specie ne 
minate da lui, ma è mescolata e composta; 
viene ad essere questa un' altra specie ; é 
eh" ella sia m^^colata e compoi^ta , e in che 
modo 9 egli stesso chiaramente lo mostra 
nel terzo libro . Là dove dice , che due so- 
no come madri de' governi civili ; * 1' nnk è 
il principato d' un scio , l'aJtra il gtrvernò 
del popolo; e da questi tutti gli altri go^ 
verni hanno orìgine , e tutte 1' altre forme 
variamente di quelle si compongoi^o , e oh'é- 
gli è aeeessario che la^ città jiartecipi ^^amh 



4 MLLE HEPUBBLICHE 

ibediie, dovendo ella essere libera e'pru* 
dente , e amica a se stessa. Alle quali tre 
cos^ , vuole che 'I Dator delle leggi debba 
risguardare . Nel sesto libro poi formando 
Platone i Magistrati della Repubblica con- 
cbiude cosi: la creazione adunque de* Ma* 

Sistrati fatta in questo modo, sarà una cosa 
i mezzo tra '1 governo d' un solo e del 
Popolo 9 il qual mezzo debbe la Repùbbli- 
ca sempre osservare • Circa la qual mesco- 
lanza e composizione , quel che conside* 
rasse Aristotele , e quello cbe m* occorra 
dire» si vedrà di poi , bastandomi per ora 
aver mostrato come Platone fece ne' libri 
delle leggi una Repubblica mista, che non 

I^ùò essere alcuna dèlF altre nominate da 
ui » che sono semplici , come si vede . Ora 
nel libro del Regno, egli dopo un lungo 
discorso che fa del governo della Città, fi* 
Xialmente e chiaramente determinò , che 
seJBe siano le specie del governo Civile, l'u- 
no è il governo d' un solo , che sia pieno 
di bontà e sapienza , è che abbia in sé la 
vera scienza civile e virtù di governare; 
con la quale, non avendo bisogno di leggi 
né risguardando a quelle, governi rettamen- 
te, intendendo solo alla salute di colovo che 
sono governati da lui , e questa specie di 
governo, che solo è la retta e la vera, di- 
ce doversi distinguere dall' altre specie non 
altrimenti che si conviene distinguere, e 
separar Dio dagli uomini . L' altre sei spe- 
cie pose dipoi come imitatrici di quella > 



* TRATTATO I. 5 

ora in meglio , ora in peggio imitandola ; 
e a trovaiTe procedette con questa consi- 
derazione , che 1 governo è d un solo ; di 
£>chi 9 di molti 9 ciascun de* quali goyemi 
vise in due specie , considerandone una 
come buona e governata colle leggi, T al- 
tra come iniqua e non retta con le leggi • 
Divise adunque il governo d*un solo in 
Regno, eh* è la buona , e con le leggi; ed 
in Tirannide » eh* è Y iniqua , e senza^ leg- 
gi. Quel di pochi divise in stato d* Ottima- 
ti , eh' è il buono, e retto con le leggi » e 
in stato di pochi, eh* è 1* iniquo^ e non se* 
Gondo le leggi . Il governo de* molti divise 
ip. popolare secondo le leggi , e in popo- 
lare iniquo, e fuor delle leggi. Essendo a- 
dunque queste le forme e specie del go- 
verno poste da Platone , potrebbe, e non 
senza ragiode^ parere a qualcuno eh' egli 
n* avesse parlato variamente, non avendo 
poste sempre le medesime specie , ne il me- 
desimo numero di quelle ; circa la qual 
cosa mi par che si possa considerare , pri- 
ma quanto ad esse specie, e ai nomi di 
quelle, come in tutti i libri all^at) di so^ 
pra egli ha poste queste medesime , cioè 
il Regno , gli Ottimati , lo stato di pochi ,- 
il governo popolare , la tirannide . Ma ben 
è vero, che nel libro tdel Regno egli Rivi- 
de . il principato d' nn sìdo , - come s' è ve- - 
duto ai sopra, in quelle due specie di re- 
gno , la prima delle quali è piuttòsto , divi- 
na 'die umana , e forse, questa ha qualche 



(J DBUE KlSPUBBLfcHE 

comspou'denza* e confermila con quella » 
éht egli pose nei libri del^a Repubblica» di* 
^tinguendo V ottima repubblica con due 
nomi. Divise ancora nel libro del Regno 
il gevamo popolare in due specie » il qua- 
le non aveva distinto nel libro della Re- 
pubblica 9 ma ne^ libri delle leggi avendo 
nominato Y altre specie , come poste da 
molti, aggiunse quella sorte di stato che 
egli formò , circa la quale si potrebbe for- 
se considerare snella avesse come composta 
qualche corrispondenza a quella , che egli 
cniamò ambiziosa nei libri della Repubblica; 
poiché dice , che V ambiziósa è tale , qual 
era la repubblica di Candia e di Sparta ,. 
della quale egli ragioìia come di mista- e 
t^oinposta nel 3 e 4 libro deHe leggi • Ma 
quanto a* nomi delle specie , non si vede 
Varietà, salvo che in quella eh* egli chiamò 
ambiziosa • Perchè V avara è chiamata da 
lui stato di pochi. Il numero poi di quel- 
le è quasi il medesimo , perchè se noi di- 
vidiamo r ottima repubblica formata da lui 
ne' libri della Repubblica in Regno e in Ot- 
timati, sei saranno le specie poste da lui 
itt quei libri , e sei quelle che e' pone ne* 
libn delle leggi , computando tra esse quel- 
la cV egli forma , e sei ancora quelle del 
libro del Regno , separandosi la settima 
quasi come cosa divina dair umane . Ma . io 
non Voglio pretermetjfcere di dire circa que- 
ste materia delle specie, che Platone ne* li- 
bri ddla RepabbUea prese le speeie ed il 



TBATTATO I., 7 

numero di quelle dai costumi (per dir cosi) 
deir auima nostra^ e la diversità di qudle 
•alla diversità di quegli accomodò ; fìerchè 
la.|)arte irascibile appetisce , e cerca Tono- 
re e la potenza , la qual parte 9 se troppo 
eocede in tal appetito ^ si converte in* vio- 
ieoza tirannica. L'immoderato appetito delle 
ricchezza nasce nella concupiscenza in mp- 
do, che quanto alle quattro specie ch'esco- 
no fuori della retta e vera repubblica , 
r ambiziosa é la tirannica si traggono- d^l- 
r irascibile ; V avara daUa concupiscenza ; 
Xio . stato popolare , perciocché egli è vario 
e composto di diversi costumi , secondo che 
piace a ciascuno , pare che massimamente 
dair irascibile insieme, e dalla concupisoen- 
za proceda 9 dalla quale concupiscenza prò* 
ceoerebbe anche una congregazione d* uo- 
mini in qualche modo ordinata 9 ed uno 
ttato 9 ne* quali gli uomini e i cittadini in*- 
tendessino massimamente alla dilettazione 
de' sentimenti e al contento delF appetito ^ 
s' alcuna congregazione mai si trovasse si- 
mile • Alla parte razionale finalmente ri- 
fonde , e da quella ha «principio V ottima 
e rettissima repubblica , nella, quale essa 
ra^one tiene il principato » e secondo Ja 
quale essa interamente e governata. Ma nel 
libra del Regno Platone determinò le sei 
specie in quanto uno ^ pochi 4> molti go- 
i^rernano con le 1^1 o fuor delle leegi,» e 
la settima 9 secondo la verascienzia ael go- 
vernare ^ non risguar dando allora lùriimma 



8 VEllS RSPITBBLICHE 

nostra 9 co^e iie^ libri . della AepubUica f 
I)€ncbè essendo Je medesime specie» ai m^- 
.desimi costumi di quella si possono acco- 
-modare, e cadono sotto la medesiioia consi* 
.derazione 9 cqm* anche quelli che pose ne* 
libri, delle leggi. Ora passand* io a ragionar 
di quello eh Aristotele ha ordinato circa 
questa materia , dico che seguitando egli U 
maestro Platone ( benché e' non ne facesse 
^menzione) disse, ch'egli è necessario » che'l 
governo sia in podestà d*un solo, o di po- 
chi» o di molti , e ch^ quando uno, o pò* 
chi , o molti governano , rìsguardando al 
bea vivere , e pubblico , questi sono gover- 
ni retti • Ma quando governano a comodo 
e utilità propria, cioè o d*uno, o di pochi, 
o di molti , questi sono governi non retti 
e che escono fuore di quelli che sono retti 
e buoni. Laonde pose tre specie o generi 
di repubblica retta, chiamando il governo 
d^un solo che governa a benefizio univer** 
isale, regno , il governo di pochi ottimi , 
repubblica d'Ottimati, o perchè, quelli che 
sono ottimi governano , o .perchè e' gover- 
nano rìsguardando a quello eh' è ottimo 
per la città. E quando il governo è in ma* 
no della moltitudine che raddrizza al ben 
pubblico, questa sorte di stato chiamò re- 
pubblica , dando a questa specie il .nome 
del genere , eh' è i^omune a tutte le sorti 
;di^ governo. Pose anche parimente tre sorti 
di governo non rette e degeneranti dalle 
rette. La tirannide, eh' è piincipa^o àljau 
che governa a sua propria utilità. Lo stato 



^ THATrATO I. 9 

i podUi che goyertiano a utilità' denticchi, 
il goTerno dei popolo ^ che rìsguarda al be- 
ne e comodo de poveri. Questi generi o 
spede di repubblica considerò Aristotele 
.^ter^ii formare in molte e diverse maniere, 
m. che ciascniia delle sei specie in più spe- 
cie specklissime , divise e distinse. Pose a- 
dunque cinque specie d*un principato d'un 
solo chiamato da lui regno , Funa è quel- 
la che fu ne* tempi degli eroi, e' questo 
principato era dato da principio per volon^ 
tk de' popoli 9 quelli , che o per aver tro- 
vate ea introdotte arti , o per mezzo della 
guerra, o per avergli raccolti e congregati 
msieme , essendo prima dispersi ; o con Ta- 
Tere acquistato e dato lor paese ad abitare, 
gli avevano beneficati , e passavano poi que- 
sti principati ne^ posteri come ereditar j ; é 
così erano secondo le constituzioni di quel- 
le nazioni, e secondo la volontà del popo; 
lo • Avevano questi He come capitani ge- 
neraìi somma autorità nel manéggio della 
guerra . Erano giudici, e principi di certi 
sacrifici • Un^ altra specie di regno si tro- 
vava appresso dei barbari, ereditario ancor 
esso , e constituito per legge ; benché que^ 
sii tali ne avessero podestà quasi tirannica, 
governando imperiosamente come i padro* 
ni i servi , e secondo la lor propria voloii- 
.tà ; e siccome quésto principato per que- 
sto conto era turannico , cosi ' aùco teneva 
del re^o , per esser secondo la consuetu- 
dme di quella gepjti^ e perchè elle lo vo- 



à 



» —y- 



,10 DELLE REPUBBLICHE 

levavto. La terza «pecle era anticamente ap- 

S vesso dei Greci , quando a> uno solo era 
ata assoluta podestà o a . vita , o per lem- 
))o determinato , e per un caso particolare^ 
ed era questo principato com' ana tirannìr 
de data per elezione , e del tiraunieo tene- 
va perche il goyerno era come tra padroni 
e servi, e secondo l'arbitrio di. esso Prin- 
cipe, ed era differente dal regno barbari- 
co ^ non perchè anche, questo non fóssQ per 
legge , e perchè gli altri* non lo volessino ^ 
ma perche e' non era per successionev e si- 
mile a questo pare < che fusse la dittatura 
de^Aomani. La quarta specie era -il. regap, 
ch^e si vedeva nella Repubblica di Sparta , 
il quale in somma era com' uno erraitario 
e perpetuo capitanato generale con assp* 
luta autorità -nella guerra « La quinta spe- 
cie 9 quando è ogni cosa in arbitrio e in 
podestà d' un solo . sì che e* sia signore del 
tutto assoluto; e siccome il padre della fa- 
miglia ha la podestà assoluta d' ogni cosa , 
e^^verna la casa a beneficio de* suoi, così 
questo Re, ehe ha assoluta podestà di. tutte 
ie cose comuni ^ le governa a beneficio co- 
mune, in modo che il governo della fami- 
glia è come un regno della famìglia, e il 
regno è come un governo famigliare d^una 
cLttà, e d* una. nazione . Ora - e* parve^ ad 
Ariste, che due f ussero le sorti del regno, 
delle quali e^òvesse avere considerazione, 
Tuna e di questo ^ assoluto^ l'altra di quello 
eh! era xiella Repubblica d^ Sparia ^ «oa** 



I 



TRATTATO I. II 

ciossiacosachè 1! altre specie siano qussi in 
mezzo tra aueste due ^. perchè elle hanno 
podestà o di meno cose, che nel regno as- 
tuta, o di più che nello spartano. Ma ò 
giudizio che la considerazione del capitana- 
to generale qual è lo Spartano , apparto* 
nesse piuttosto alle leggi , ohe alla constitu- 
zione deUa repubblica. Perciocché quella 
sorte di principato si può trovar quasi in 
ogni sorte di repubblica ; e perciò Aristo- 
tele vuole finalmente, che non sia propria- 
tnente specie di repubblica , e ferma la 
considerazion sua sopra il regno assoluto • 
Del governo del popolo pose cinque specie, 
le quali comprese poi in quattro. La pri- 
ma delle quali è quella , nella quale la pa- 
tria per legge è talmente ordinata , che i 
ricchi e i poveri participano parimente dello 
ttato , e sono di pan condizione • La se- 
conda è , quando i Magistrati si danno se- 
condo le facultà , in modo però che coloro 
che arrivano a un certo termine di facultà, 
possano aver Magistrati. La terza è quan- 
do tutti ì cittadini participano degli onori, 
eccetto quegli , i quali possano essere re* 
ousati o come bastardi , o come non nati 
di padre, e di madre cittadini • La quar* 
ta è quando ciascuno, purché sia citta- 
dino cioè libero , partecipa dello stato , e 
in queste quattro specie si procede nel go- 
vernate' secondo le leggi; La qttintar ed ul- 
tima specie^ è quando^ stando ferme Tallre 
^ndiaidni,^ il popolo governa a ^sua volò»- 



ti BELLE REiKIBBLi CHg 

tà , e tion secondo le leggi , ma per via di 
determiaazioni particolari . Lo stato di^po^ 
chi divise Aristotele in quattro specie, Ym^ 
na delle quali è , che i Magistrati si 'dia-* 
no secondo le facultà , le quali debbono 
essere mediocri , ma tante però , che-ba-' 
stiuo a far che i poveri , i quali son più ^ 
non possano partecipare dello ètato ^ la via 
del quale è aperta a tutti quelli, che han- 
no tante facultà • L' altra ' è quando i Ma^^ 
gistrati si eleggono secondo le facultà pie-, 
ciole, ma nondimeno maggiori che quelle 
della prima sp^cie^ e i medesimi Magistrati 
del numero .degli altri , si eleggono i com^ 
pagni in luogo di quelli che mancano , che 
cosi è constituito per : legge. La terza, è 
quando, i Magistrati si danno secondo le 
facultà che siano maggiori, e i figliuoli per 
virtù di leggi succedono in luogo de*padri 
mwti ; e in queste tre specie le leggi go- 
vernano. La quarta, è quando i Magistrati^ 
3Ì danno secondo le facultà, che siano an- 
che maggiori ,^ che nelF altre specie , e lo 
stato non si governa con leggi, ma ad ar- 
bìtrio di pochi, e questa specie tra gli stati 
di pochi . e simile alla , tirannide tra i go- 
verni d' un solo, e simile alF ultima specie 
dello stato popolare, tra i popolari gover- 
ni, e a quelle corrisponde . Della rqmb* 
blica degli ottimati pose Aristotele una spe*. 
c^^ propria e pura ^ e tal è quando gli ot« 
timjl. uqmjni governano , come di sopra è 
d^l4arat0 9 e tre speme improprie .e non- 



purè, per dir cosi, V una deUe quali è 
qaando nell'eleggere i-Maetstrati la repub* 
Uica ha rispetto alle riccnezse, alle virtù. 
ed al popolo, come si faceva nella repub- 
blica di Cartagine . La seconda j quando 
8^ ba rispetto solamente alla virtù ed al po- 
polo , come nella repubblica di Sparta • 
La terza ^ quando quelli stati che sono 
chiamati col nome comune repubblica , 
pendono più verso lo stato di pochi , e 
queste tre specie, che sono fuor della pri- 
ma , eh' è veramente governo d* ottimati , 
sono aristocratiche , cioè tengono dello sta- 
to delli ottimati. Delia Polizia, cioè di quel- 
la ' specie , che con questo nome del genere 
è nominata repubblica, non multiplicò ne 
distinse le spede , sebbene e* si vede , che 
facendola egli mista , ella può pendere più 
in una che in un' altra parte • E della ti- 
rannide ne fece tre , T una è quella che 
propriamente e puramente è tale , come di 




ipato 

niBtta da quelli Esimnezia ; le quali due spes 
cie ho dichiarato di sopra. Tali adunque e 
tante esser le specie di repubblica , deter- 
minò Aristotele , mosso da quelle ragioni 
che si vede ne' suoi libri del governo del- 
la città . Polibio nel frammento del sesto 
libro delle sue istorie vuole, che sei sian^ 
le specie della i^epubblica , cioè principato 
d'am ^lo, il quale egli iioagioa e disegna 



14 DELLE lUEPUBBLICflE 

prima esser quasi per natura , e senzi^-re* 
gola e coustiluzipne alcuna ^ ottenuta da 
chi eccede gli altri di forze di corpo ed^ar«> 
dir d'animo 9 dopo qualche destruzione del- 
la generazione umana ,. causata da. diiuvj ^ 
' da pestilenze, da^ sterilità di terre» 6: da 
altri simili accidenti; e poi da queste, fa 
nascere il . principato ordinato v. e fondato 
nel volontario consenso del popolo » e rettQ 
con la ragione , e non col timore e con la 
violenza; il qual vuole che/ solo merili il 
nome di regno , come si può più partico- 
larmente veaere nel luogo detto, e in que* 
Sto regno considera , . che si governa a be* 
neiìcio universale della città. Pone anche .il 
governo degli ottimali, come retto , e ri- 
sguardante al ben pubblico ^ lo statp , del 
popolo ancora come buono, osservandosi 
in quello la parità e la libertà. Pose simil- 
mente tre specie di governo devianti dalle 
buone, la tirannide come principato, nel 
quale il tiranno seguita solamente e .senza 
alcun rispetto , il comodo suo proprio ; la 
slato di pochi , che sono tutti dati all' ava- 
rizia ed ai loro piaceri; il governo del pò* 
polo e della plebe, nel quale regna la li* 
cenza e la violenza . A queste sei specie 
rC aggiunse una , la quale vuole , .' che isia 
tnescolata e composta di regno, .dì stato 
d' ottimati , di governo popolare , e dice » 
che dì quésta soite era la repubblica de*^ 
Lacedemoni e Romana , e tale forma di 
reggimento celebra sopra ogn? altra , come 



TRATTATO t l5 

imTtHsokrmente dirò nei luogo suo • Ora 
Yoleud* io considerare , come coiìvengano 
e disconvengano questi tre Autori, ma 
principalmente Platone ed Aristotele, dico^ 
ohe ambidue con ven gotto in questo ^ ch^e-^ 
gli no hanno poste queste medesime specie di 
j^epubblica ^ regno , ottimati , stato di pon- 
chi , tirannide , governo popolare , repub- 
blica mista, non variando nei nomi di es^ 
se , se uon* in quanto la mista d'Aristotele 
è chiamata da lui col nome generale ^^ re* 

EubbHca. Platone non le dà ne' libri delle 
3ggf i dov' è la foì-ma , nome proprfb; ma 
solamente, dicp in che modo eirè mista e 
composta ^ e la nomiiia seconda , come par- 
ticolarmente dichiarerò. E se quella, che e' 
ehiama ambiziosa nei libri delk repubblica, 
è mtèta ( però che ella è tale quale €<ra, la 
Spartana , della quale e* ragiona come di 
mi^ta ) viene anche il nome ^eììa. mista 
d' Arist^ele ad essere diverso dal nome di 
quella. -Nel numero anche delle specie più 
generali , per dir così , pare che V uno e 
P altro quasi convenga, avendone posto A* 
ristotele sei specie, e sei Platone, se si può 
aiccomodarè la divisione di quella di Plato* 
ne , come di sopra ho mostrato . Conven* 
gono ancora in questo ^ che V un e Y altro 
divide r ottima repubblica in regno , e in 
stato d^ottimati'9 Platone in quel modo che 
dì sopra ho detto , Aristol eie dicendo nel 
fitie del terso? libro della Politica, che IW 
tkna i'ept:^U<^ è quella, che è goTemata 



l6 DELLE KEPUBBLldHF 

da uomini ottimi e d'eccessiva virtù ador" 
nati, o uno 9 o più ; disegnando per uno 
il regno, per più gli ottimati • E nel quar- 
to libro disse, ch'egli era il medesimo » 
considerar l'ottima repubblica, e trattar di. 
questi nomi regno, e stato degli ottimati • 
Non sono anche discrepanti in questo, che 
Platone ha tutte l'altre forme, eccetto l'ot- 
tima , per viziose , e che degenerino dalla 
rettitudine di quella , come si vede nel fi- 
ne del quarto, e nel principio del quinto 
libro della Repubblica, ed anche nel libro 
del B^no. Ma nel 4 ed 8 libro delle 
leggi disse particolarmente , che '1 governo 
popolare , quel de' pochi , e la tirannide 
non erano repubbliche, ma che piuttosto si 
potevano chiamare abitazioni di città, sedizioni 
e parzialità ; e Aristotele nel 4 libro dice ; 
che nel vero tutte l' altre specie deviano 
dalla rettissima repùbblica, ma che Tun e 
l'altro non considerando le sei specie a. ri« 
spetto , e in comparazione dell' ottima , o 
veramente retta, ma tra loro stesse, ne pon** 
gono tre, le quali Aristotele chiama rette 
e tra l' altre non rette . Platone nel libro 
del Regno descrive le tre chiamate da Ari*, 
stotele rette , come degne di lode e goyer-: 
nate con le leggi , e l'altre ftre per u con- 
trarlo. Aristotele considerò le rette secon- 
do r oggetto che hanno del ben comu- 
ne, e le non rette secondo l'oggetto dfsl 
ben proprio, co^e di sopra ho dichiarato; 
€ disse che ciascima delle non rette devia- 



TRATTATO 1. 17 

ta e tortceTa dal dritto della &U9. retta, cioè 
la tiramiide dal regao, e lo stato de* pochi 
d^ ^overao degli ottimati, il goYerno po- 
polare da quello, che col nome geaecale 
ila aominato Repubblica. Platone a ciasca^ 
na delle medesime , considerate da lui co* 
ìjoe legittime , per -dir cosi , soggiunse an-> 
che le medesime come non tali. Ma egli q 
da considerare , eh* Aristotele pose tre spe- 
cie d'oligarchia e tre di democrazia gover-: 
»ate jcon le leggi , e la quarta ed ultima 
ddl'una e dell* altra, non rette con le leg- 
gi , ma ad arbitrio di chi governa. Platone 
nel civile considerò neir oligarchia, e nella, 
democrazia, prese universalmente, e senza 
&rne altra divisione , eh' elle sono fuori 
del governo delle leggi, in modo tale^ ch^ 
e' non pare , ch^ quanto a questo conven- 
ghino r uno con V altro . Ne conviene an- 
che Aristotele con Platone della repubblica 
popolare, perchè Platone, ne^ libri della Re-: 
pubblica, ponendola senza distinzione, la 
considerò solamente in generale , e come 
deviante dall'ottima,- e come cattiva forma; 
e nel libro del Regno la distinse, dividen- 
dola com' h9 detto . . Ma Aristotele la pose 
irà le specie degeneranti e non rette , e 
in vece nella popolar buona data da Pla^ 
tone messe tra le rette la sua mista, nomi^ 
xiata da lui Rejpubblica; e perciocché io ha 
mostrato com' anche Platone ne pone una 
xaifitai , per miglior dichiara;^ione di quello^ 
che e Platone ed Aristotele hanno detta 
Cavalcanti z 



l8 DELLE REPUBBLICHE 

circa questa materia , dico ch'Aristccele nel 
quarta librò appone a Platone , ch^ egli 
annovera e usa solamente queste quattro 
specie , regno ^ ottimati , stato di pochi e 
governo popolare , e che la quinta specie , 
eh* è quella » la quale Aristotele col nome 
comune a tutte le specie chiama la Repub- 
blica, era scosa a quelli che s* ingegnavano 
d' assegnar il numero delle specie , perchè 
ella si metteva rade volte iu atto • £ nel 
secondo libro gli oppone , che s* e* pose la 
repubblica , la qual egli chiama seconda ne* 
libri delle leggi , come quella che tra tutte 
r altre specie fosse più comune , e potesse 
meglio accomodarsi a più città, arebbe for- 
se detto bene , ma ^ egli V ha introdotta 
come la miglior dopo la prima , che è for« 
mata da lui ne* libri della repubblica ^ non 
ha detto bene; perciocché qualcuno loder 
rebbe forse più la repubblica Spartana , o 
s' alcuna altra è che sìa più aristocratica • 
Oppone ancora nel medesimo luogo al me^ 
desimo Platone , che/- egli compone quella 
repubblica neMibri deRe leggi di governo 
popolare e di tirannide , le quali dice, che 
o assolutamente non sono repubbliche , o 
peggiori di tutte • Oltre questi gli oppone , 
eh* ella non tien punto del principato d*uii 
solo , come vuol Platone , ma eh* ella ha 
dello stato de* pochi e del popolare , epenr 
de più verso lo stato de' pochi.. Ora quan- 
to air opposizione delle quattro specie^ e 
dell'esser stata ascosa a Platone^ come agli 



TRATTATO I. ig 

altri • La quiata ino par da considera- 
re 9 che se Aristotele gli oppone questo ^ 
come detto da lui ue^ libri della repubbli* 
ca, siccome mostra l'inscrizione de' libri al- 
legati da Aristotele, eh* è la medesima che 
Platone pone ne' detti libri , si può rispon* 
dere, che Platone non solamente annovera 
qaelle quattro specie » ma anche una di 
più y come egli stesso dice che le fa cinque^ 
e quella, che fa il numero di cinque, è lam- 
hiziosa , qual era la Spartana , e di questa 
in altri luoghi Platone parla come di mista 
e composta. La onde si vede quante e quali 
specie Platone annoverò ne* libri della Re- 
pubblica ; e se Aristotele intendesse ancho 
in quel luogo , non solo de' libri della re- 
pubblica, ma delle leggi, e generalmente de' 
ubri ove Platone ha trattato di questa ma* 
teria. E da considerar quanto ai libri . del- 
le leggi , che nel quarto libro e' pone bene 
quelle quattro specie secondo T opinion di 
molti, e se ne serve a suo proposito in 
quel luogo , noh determinando ai questa 
materia còsi esquisitamente, come egli ha 
fatto ne' libri ddla repubblica e dei regno. 
La qual cosa sì può agevolmente compren- 
dere per quello, che di sopra ho detto cir- 
ca le speci^ poste da Platone in quei libri. 
Ma egli nominò anche la tirannide, sebbe- 
ne egli non l'accettò , come quella che non 
è atta a comporre e constituire una buona 
repubblica, e tale quale egli voleva forma- 
re. La qual co^a si vede chiaramente per 



^0 DELLE HEFUBBLICÌEiE 

queste parole, dice Platone sotto la perso^ 
pa dell'ospite Ateniese a Clinia: ma qual 
disciplina vogliamo noi dare alla, città ? ri- 
sponde Clinia, dichiara se ti piace, quel 
éue tu voglia dire il goverup del popolo 
o di fy)chi , o degli ottimati o il regQx> , 
perchè noi non pensiamo già che tu voglia 
dire la tirannide. E poco di poi dice Platone a 
Ciinia : tu vedi , o Clinia ,, ch'alcuni stimano che 
tante siano le specie delle leggi, quante sono le 
specie de' governi , a le specie de' governi 
sono tante » quante molti pongono , come 
poco di sopra abbiamo detto « Ma ch^ la 
specie mista e composta fosse ignota a Pla- 
tone, non si può dire in alcun modo, per- 
chè egU la forma ; e Aristotele ne parla co- 
me di mista , sebbene Platone non gU die- 
de il nome medesixno eh' Aristotele ; e se 
egli non l'annovera insieme con le quattro 
specie nominate da lui , quando ancora e' 
non r aveva dichiarata e lornxata , non da- 
va , come si vede principio a dichiararla e 
formarla. Non è dubbio alcuno, che aven- 
dola poi dichiarata e formata , e' la mette 
nel numero dell'altre specie, siccome anche 
considerando egli la repubblica Spartana 
come mista , ina ponendola sotto nome 
della repubblica ambiziosa, rinnoverò tra 
le altre specie ne' libri della repubblica ,. e 
nel libro del regno annoverò distintissima- 
mente le sette specie, che di sopra ho mo- 
strato. Ma come si può egli dire, che Pl^- 
tpne qomppnga queUa i^epu})blica di tirax^^ 



TRATTATO I. £1 

tilde 9 concìossiachè egli non T accetti^ co-^ 
me per le parole sue allegate di sopra si 
vede chiaratnente • Oltra che egli dice nel 
terzo libro delle leggi , che due sono quasi 
le madri de^ governi civili , dalle quali gli 
altri governi prendono princìpio , V u- 
na la monarchia , Y altra il governo popo- 
lare. Laonde nominando egli espressamen- 
te la monarchia e ricusando la tirannide ^ 
non si può intender del principato tiran- 
nico , com' anche 'si vede per quest* altre 
sue parole nel 6^ delle leggi , nelle quali 

{>arole è necessario , che e* pigli parimente 
a monarchia per la buona , e non per la 
tirannide • La creazione adunque de* magi- 
strati fatta in questo modo, sarà una cosa 
di mezzo tra '1 governo d' un solo e '1 go- 
verno del popolo . Oltra di questo e' non 
6Ì vede nelF ordinazione di quella repubbli- 
ca mista alcuna constituzione. e condizione 
tirannica ; ne si può opporre a questo quel* 
Io, che Platone dice nel 4 libra delle leggìi 
cioè che della tirannide si può fare un* ot- 
tima repubblica, perchè e' discorre in quel 
luogo, quanto sia^ facil cosa a un tiranno ^ 
che abbia certe condizioni , e col quale sia 
unito un eccellente datore di leggi , intro- 
durre nella città una ottima forma di re- 
pubblica , e non intende in alpun modo « 
che la tirannide entri nella composizione 
d'una buona repubblica, come chiaramente 
si vede nel detto luogo. E quanto a quello 
ch'Aristotele dice di quella repubblica, che 



r 



Z2 DELLE REPUBBLICHE 

non tieti punto del principato d' un solo ^ 
si potrebbe forse dire, che Platone ponen- 
dola in mezzo trai principato di un solò 
e dei governo di mólti , la discosta da que- 
gli estremi , sicché restando in pochi ^ ri- 
spetto ai molti i e in più che un solo, e* 
»ar eh* ella sia quasi una cosa dì mezzo . 
se Aristotele vuole eli* ella sia composta 
dello stato di pochi e del popolo, ella ver- 
rebbe quanto a questo ad esser composta 
come la sua , chiamata da lui col nome 
comune repubblica . E così Platone arebbe 
posta una repubblica mista, alla quale sa- 
rebbe quasi conforme quella d'Aristotele; 
e se la mista di Platone pende, come ^^uole 
Aristotele, più verso l'oligarchia , parrebbe 
che per questo ella f asse aristocrazia , aven- 
do egli detto nel 4 della Politica, che i go- 
verni nominati repubblica col nome co- 
mune , i quali pendono verso il popolo , 
sono cosi propriamente chiamali , e quelli 
che pendono negli ottimati , si chiamano 
piuttosto governo 4* ottimati . Ma chi con- 
sidererà la consti tuzione del M^^gistrato di 
37 custodi delle leggi , eh* è principale in 
quella repubblica, e il modo a* eleggere gli 
altri magistrati , e le condizioni t;he Plato- 
ne vuol che abbino <?osì quelli che hanno 
ad eleggere i magistrati , come quelli che 
hanno ad essere eletti ^ conoscerà quanto 
ella sia aristocratica. All'obbiezione che fa 
Aristotele, che Platone arebbe forse detto 
bene, s*ejgli avesse posto quella repubblica 



/ 



TRATTATO I. 23 

come più comune alla città, e non bene 
s egli r ha posta come migliore dopo la 
prima , si potrebbe rispondere» eh* egli è da 
considerare, che Platone stando ne suoi prin- 
cipi « la fa ragionevolmente seconda , per- 
ciocché la prima è fondata principalmente 
nella comunità delle cose , ond* ella «diven^ 
ga una quanto più è possibile, come chia- 
ramente si vede ne* libri della repubblica » 
e questa mista partendosi da quella comu- 
nione della prima , ha pei* fondamento la 
propria possessione delle cose, in maniera 
pero che si stimi le cose esser quasi comu* 
ni a tutta là città . Laonde essendo questo 
quasi il secondo grado di tali cose, quella 
repubblica meritainente è stata posta da 
Platone nel secondo luogo , siccome chia- 
ramente si comprende anche per le sue pa* 
role nel 5 delle leggi , dove dice cosi : A- 
dunq^e la prima città e repubblica e le 
ottime leggi sono dove, quanto più si può, 
ha luogo quell'antico proverbio , e con ve- 
rità si dicCi che tutte le cose sono comuni ^ 
tra gli amici . Se questo adunque è in al- 
cun luogo, o sarà mai che le donne siano 
comuni , e i figliuoli comuni , e la roba 
comune , e quello che con ogni studio si 
chiama proprio, da ogni parie si scacci dal* 
la vita umana , e si faccia quanto si può , 
che quelle cose ancora, le quali per natura 
sono proprie di ciascuno , diventino in un 
certo modo comuni , sicché e* paja che gli 
occhi e grorecchi, e le mani , veggano, oda- 



/ . 



24 DELLE REPUBBLICHE 

no ed oprino a Comune , e che tutti eli 
uomini lodino e biasmino unitamente le 
cose medesime, dilettandosi delle medesime, 
contristandosi delle medesime; e finalmente 
che le leggi , quanto si può siano tali , 
ch'elle facciano, che la città sia una il più. 
eh' è possibile. Non potrebbe certamente 
alcuno porre teriiiine più retto e migliore 
della virtù , che nell' eccellenza di queste 
cose. Ora se questa tale città gli Dei, o fi- 
gliuoli degli Dei più insieme abitano in al* 
cun luogo, vivendo in questo modo, viva- 
no certamente con somma contentezza. La- 
onde non è necessario considerare altrove 
r esemplare della repubblica , ma seguitan- 
do quésta, è da cercare di farla simile quan- 
to si può . Ma quella repubblica, la quale 
noi tentiamo ora di formare, formata ch'el- 
la sia, si approssimerà in un certo modo 
air immortalità, e sarà, se non nel primo, 
aln^eno nel secondo luogo. Ma della terza 
repubblica , se a Dio piacerà , determine- 
remo poi ; e ora diciamo , che repjubblica 
sia questa , e in che modo ella si faccia ta- 
le. Primieramente adunque di vidansi a sor- 
te le cose e le possessioni, e i campi non 
si coltivino a comune, perciocché questa è 
cosa più grande, che questo modo di gene- 
rare e di nutrire , e . questa maniera di di- 
sciplina non può ricevere. Ma nondimeno 
facciasi la distribuzione con questa inten- 
zióne, che ciascuno .pensi che la sorte sua 
sia comune a tutta la città • Ecco come Pia- 



TRATTATO f. 2& 

Ione, fondando la prima repubblica , nella 
comunione delle cose, e questa nella prò-* 
prietà , con rispetto però del pubblico , la^ 
h e chiama seconda , seguitando i suoi prin- 
cipi, i quali se Aristotele abbia ^veramente 
distrvttti in quella parte del 2 della politi- 
ca , dove riprende V ottima repubblica di 
Platone , stimo che sia cosa degna di gran 
considerazione, e la lassarò discorrere, e 
determinare da quegli, che di maggior dot- 
trina e di più esquisito giudizio , che in 
me non è, sono adomati. Oltra di questo^ 
seguitando pure i suoi principj Platone la 
fa seconda anche per quest* altra ragione , 
eh' ella è retta con le leggi , e non con la 
sapienza e bontà del governatore della re- 
pubblica, che è il secondo grado , com' egli 
afferma nel libro del regno, dicendo cosi, 
essendo retto governo della città quel solo 
che noi abbiamo detto , è necessario con- 
servar gli altri governi, che si servono del- 
l'ordine di questo, mentre che e' farà quel- 
lo che noi lodavamo poco fa , benché que- 
sto npn sia rettissimo. Risponde Socrate^ e 
che è quello ? soggiunge Platone, che nes- 
suno ardisca di commetter cosa alcuna con* 
tra le leggi ; e chi ardirà, sia punito nella 
vita e castigato con ogni estremo supplicio; 
e questo è rettissimo e onestissimo nel se- 
cóndo luogo , perchè nel primo luogo si 
ha a porre quello che ora e stato detto. E 
nel 9 delle leggi, parlando prima del go- 
verno secondo la sapienza e la ment^,. je 



a6 DELLE REPUBBLICHE 

poi deir altro che sta nelle leggi, dice cosi: 
Ora <}ucsto non si tfova in alcun luogo , 
ma ne apparisce un minimo che ; laonde 
conviene eleggere quello eh' è nel secondo 
luogo , cioè r ordine e la legge , che veg- 
gono molte cose , ma non possono vederle 
tutte. E tanto bastando avrei detto di que- 
sta materia, e passando a Cagionare del re- 
gno dico , che avendo posto Platone due 
specie di regno, come di sopra s^è. veduto, 
e pare che quel regno , sopra il quale A- 
ristotele ferma la sua considerazione chia- 
mata da luì evvasilia , cioè regno intero e 
assoluto, risponda a quel regno che Platone 
pose nella settima specie del governo della 
città , perchè Y un $ Y altro lo fa assoluto 
signore del tutto , e celebra il suo governo 
per rettissimo e verissimo; e non sottopone 
quésto re alle leggi, ma vuole ch'egli stes- 
so sia legge , e per la singolare eccellenza 
di virtù e sapienza , con la quale egli ec- 
cede tutti gli altri, egli sia degno di go- 
vernare, e meriti che tutti gli cedine e gli 
ubbidischino , e sia come un Dio tra gli 
uomini; ed ecco come Platone parla di que- 
*8to governo nel libro del regno. In questo 
modo r uomo savio e buono governerà sem- 
pre a salute di quegli cbe sono sottoposti 
al suo governo ,> non altrimenti che '1 noc- 
chiero che riguarda alla salute de* navi- 
ganti e della nave. Perciocché siccome que- 
sto salva i naviganti non in regole o pre- 
cetti scritti , ma nel!' arte del governare , 



TRATTATO I. Z^ 

quasi in ufia' cerla^ '^gg^ fondandosi , così 
nel modo medesimo appresso di quelli che 
sanno in questo modo governare e la retta 
amministrazione della città « usando essi la 
Tirlù deir arte , ch*« miglior di quella del- 
le leggi, e in un altro luogo dice cosi: Bi- 
sogna adunque , siccome pare , che queste 
tali repubbliche, se elle hanno ad imitar 
bene quant' elle possono , quel vero gover- 
no d'un solo, che con Parte governa, es- 
sendo poste le leggi, non faccino mai cosa 
alcuna centra le leggi scritte e centra la 
consuetudine della patria. Dice ancora: q-uan- 
do adunque un solo governa secondo le 
leggi , imitando quello che ha la scienza di 
governare, noi lo chiamiamo re, non distin- 
guendo col nome quello che con la scien- 
za da quello , che con V opinione secondo 
le leggi, governa, e poco di poi. In que- 
sto modo è nato il re, come abbiamo det- 
to , e il tiranno lo stato di pochi , il go- 
verno degli ottimati e quel del popolo, sop- 
portando gli uomini mal volentieri T impe- 
rio d'un solo, e diffidando che si possa tro- 
vare un uomo degno di tal imperio, e che 
possa e^ voglia con la virtù e con la scien- 
za governando santamente e giustamente , 
dare a ciascuno quello che gli conviene. £ 
poco dipoi : Ora perchè e' non nasce nella 
città un re tale, quale udii sciami delle 
pecchie , che subito da principio e quanto 
al corpo, e quanto ali' amimo eccede tutti, 
è necessario che convenendo insieme gli U9- 



28 DELLE REpCBBUCHE 

mìni, faccino le ìeg^ì seguitando i vestigi di 
quel verissimo governo, e nel luogo alle- 
gato di sopra chiamo retto governo quel 

. solo ^ eh* è fondato nella sapienza e bontà 
di colip che regge ; e del medesimo dice 
anche cosi : Perciocché quella settima spe- 
eie di governo si debbe distinguer dagli al- 
tri governi, come Dio dagli uomini , e in 
somma per tutto, il libro del regno va ra- 
gionando di questa specie di regno cfonfor- 
memente ai luoghi sino a qui allegati. 01- 
tra di questo nel nono delle leggi ne parlò 
anche in questo modo: certamente s* alcun 
uòmo per divina grazia fosse di tal natura 
dotato , che e* conoscesse il ben pubblico , 
e a quello generosamente e sempre inten- 
desse costui , non avrebbe bisogno di leggi 
«che gli comandassino ; perciocché nessuna 
legge, nessun ordine è migliore e più ec- 
cellente della scienza , né si conviene che 
la mente sia sottoposta , e eh' ella ' serva ^ 
ma piuttosto si conviene , eh* essendo cosi 
vera e libera, ella comandi a tutti. Ma ora 
ella non si trova in alcun luogo , e appa- 
risce di quella un minimo che; laonde si. 
debbe elegger quello ch'é nel secondo luo- 
go^ V ordine^ dico, e la legge che veggono 
moltissime cose , ma non le possono veder 
tutte; e perciocché Platone ed Aristotele 
considerano qti^sta grande eccellenza anche 
in più d' una j ma però in pochi , veggia- 
mo come e l'uno e l'altro, mentre che e* 

^; descrive brevemente la grande eccellenza di 



TRATTATO I. 29 

Juesto re , tocca anche questa parte , e 
ice Platone nel libro del regno : tu hai , 
come credo , inteso bene , secondo questo 
ragionamento , che U retto governo, se mai 
è retto , si debba cercare in un solò, o iu 
due , o in pochi , e nel medesimo libro , 
nessuna moltitudine d' uomini può eccede- 
re in quella disciplina, con la quale la città 
è > governata secondo la mente, ma e* con- 
viene cercar quel retto governo o appresso 
d*ua solo o appresso di pochissimi. Ora 
vediamo quel eh* hàT detto Aristotele di tut- 
ta questa materia. Nel quarto adunque del- 
la politica , dopo un lungo discorso , dice 
cosi .* ma se sarà un solo , o più d* uno , 
mia non però tanti che possìno fare il pie- 
no della città ^ i quali eccedino di tanta 
eccellenza , che la virtù di tut.ti gli altri e 
la potenza civile non sia da paragonare 
con la virtù di quegli, se e^ sono più, o di 
quello s'egli è un solo; certamente questi 
tali non si debbono porre per parte della 
città , perchè gli altri farebbono ingiusta-: 
mente, se essendo tanto disuguali di virtù, 
si stimassero d«gni di cose pari a quegli^ 
ai quali sono cosi disuguali e inferiori ; con-, 
ciossiacosachè un uomo tale sia da tener 
com' un Dio tra gli altri uomini. Laonde è 
manifesto , eh' egli è necessario, qhe le leg- 
gi si faccino tra quelli che sono pari di 
condizion naturale e di potei^za civile. M^, 
per quelli altri non è la legge , che nel ve- 
ro $are]()be da ridersi <^i colui dbie teat^$$Q.^* 



N 



3o DELLfi REPUBBLICHE 

di dar legge a loro. E neir ottavo libro del- 
r etica disse per mostrare V eccelleaza del 
re : perocché non è veramente re , se non 
ha in se quelle condizioni , che lo faccino 
sufficiente per se stesso a governare , e se 
non eccede in tutti i beni. E in un altro 
Itiogo del terzo della politica dice così : ma 
neir ottima repubblica è gran disputa non 
se ecceda alcuno negli altri beni , come in 
, potenza , in ricchezza e moltitudine d'ami- 
ci ; ma s' egli eccede in virtù che paitito 
s* abbia a pigliar di lui , perciocché non pa- 
re che questo tale sia da esser scaccialo ne 
mandato in esilio, ma né anche da esser 
sottoposto al governo, e imperio di altri; la 
qual cosa sarebbe come se dividendo il do- 
minare , stimassimo convenirsi , eh* anche 
Giove fosse sotto T altrui imperio . Resti 
adunque quello che per legge di^ natura 
par cne sia giusto, cioè che tutti a un uo* 
mo cosi fatto ubbidischino in maniera, che 
tali uomini siano perpetui re nella città . 
£ per la quinta specie del regno pose 

a nella, eh* é quand' uno é assoluto signore 
*ogni cosa, il qual luogo -^abbiamo allega- 
ta di sopra con le proprie parole, e altrtv 
ve pur nel medesimo libro dice. Ma di 
quel regno assoluto, eh* è quando il re go- 
verna il tutto secondo la volontà sua, si ha 
ora a trattare . E in un* altro luogo dice : 
quando adunque accadrà, che tutta una fa- 
miglia, o un solo tra gli altri ecceda tanto 
di virtù , che la virtù di quello avanzi la 



TJUTTATO I. 3l 

Tirtù di tutti gli altri , allora è giusto che 
a tutta quella famiglia appartenga il regno» 
e quell'uno fia re con somma potestà di 
tutte le cose, perciocché, come già è det- 
to , la cosa sta cosi non solo per conto di 
quel giusto, che sogliono pretendere tutti 
quegli, che ordinano repubbliche cosi, di- 
co, quelli che ordinano le repubbliche a- 
ristocratiche , e quelli che Toligarchìche, e 
quelli che le popolari constituiscono, perchè 
tutti questi stimano, chel governo si deb- 
ba dare secondo l' eccellenza , benché altri 
altr^ eccellenza e non hi medesima, seguiti- 
no e intendino. Ma ancora per la ragione 
eh' io ho detto , cioè che non si conviene 
uè ammazzare , uè mandare in esilio , né* 
per via dell'ostracismo scacciare e confina<« 
re un uomo così fatto , pé anche si con- 
viene che scambievolmente e' sia sottoposto 
al governo d'altri^ conciossiacosaché la na- 
tura non patisca , che la parte ecceda il 
suo tutto , il che avverrebbe se un uomo « 
la virtù del quale eccede di tanto quella 
degli altri tutti , fosse governato • Resta a- 
duuque questo solo> che gli altri ubbidischi- 
no a questo tale uomo, e ch'egli nonscam.'* 
bievolmente ma assolutamente regni; e nel 
settimo libro dice cosi : se adunque alcuni 
eccederanno Uinto gli altri quanto si stima, 
che gli Dei e gli eroi eccedino gli uomini . 
parimente essendo molto superiori delle qua- 
lità del corpo , e poi anche dell' animo, ia 
maniera chj^ 1' eccellenza di tali che ^ovcr* 



32 DELLE REPUBBLICHE 

ìiino, sia senza contraddÌ2Ìone, e manifesta 
appresso di quelli che siano governati , è 
òòsa certa, ch'egli è meglio che quelli sem- 
pre governino, e questi siano governati 
sempre. E in un altro luogo del medesimo 
libro dice : sf adunque qualcuno avanze- 
rà di virtù e di facoltà , da operare in tali 
azioni, eziandio quelli che sono ottimi ^.o- 
nesta cosa è seguitar questo tale , e giusta 
cosa ubbidire a un uomo cosi fatto. E Didi- 
ma aveva determinato che *1 governo scain- 
bievole era onesto tra i pari e i simili, Ve- 
desi adunque chiaramente quanto è parso» 
ch'Aristotele convenga con Platone di que- 
sta specie di ^egno , e di questo re , uèl 
qitale Aristotele considero eh egli diede an- 
che in quella potenza civile'^ e facpltà di 
operare in tale amministrazione , che ne' 
luoghi allegati dì sopra ha detto • Platone 
ancora disegna anche T eccellenza di quel 
re dalla parte dell' animo e del corpo, co- 
me di sopra si vede. Ma e* pare anche che 
8Ì possa -dire , che 1 governo , il quale Pla- 
tone pose per un membro della divisioa 
deir ottima ^repubblica fatta^^da lui nel 4 li^ 
bro della repubblica , come di sopra è det- 
to , sia il medesimo , che quiello ch^ egli ha 
descritto neMuoghi allegati di sopra. Con- 
ciossiacosaché queir ottima repubblica sia 
fondata massimamente nella virtù di cl^i 
governa , e eh* ella tenga quasi più del di- 
;vino che deir umano , come e per la cou- 
fiiiuuon ài quella^ e per le parole di e^Q 



i 



TiUTTÀTO I. 33 

Plafone in alcuni luoghi si può agevelmea* 
te comprendere ^^ Laonde mi sovviene' an« 
che di considerare , come e egli e Aristo- 
tele hanno per cosa molto difficile, clie si 
iìraovi un regno e un re tale , quale essi 
hanno 'posto , la qual cosa è manifesta à 
chiunque considera , eh* egli è quasi impos* 
BÌbile trovare uno di così eccessiva virl-à e 
di così eccellenti qualità^ che superi tutti 
gli altri di tanto , quanto di sopra è stato 
^dichiarato. Mostrò Platone questa difficoltà 
ne^ luoghi già aliati nel libro del rc^no» 
quando e^ dice, che gli uomini si diinda* 
nò, chie si possa trovare un uomo che sia 
«tegno di tanto imperio ec, e che non nasce 
un re così fatto • E quando nel 9 delle les* 
gi dice , che se si troverà alcun dotato di 
tal natura per favor divino ec, per le quali 
parole attribuendo (|uesta così grande ec- 
'cellenza alla grazia' divina, si comprende 
q[uanto egli stimò che fosse difficile il tì^o^ 
varia; e nel 5 libro della repubblica mo- 
stròy quanto difìficilmeate si poteva mettere 
e trovare in atto tal republ^ica, là dove e^ 
dìsputa se quella repubblica si può trovare 
in atto , e conchiudendo eh* ella è cosa 
molto difficile, dice che la natura ha fatto, 
che r operazione e V atto arrivi manco alla 
srerità delle cose, che *1 parlar, col quale si 
descriTono • £ soggiungendo dic^ queste pa- 
role : non mi constringere adunque a mo* 
strarti a dito le cose, che siano tali , quali 
jio descritte. Ma se noi potremo trovaci 
CwulcanU d 



j 
\ 



84 DELLE REPUBBLICHE 

in che modo rordinazif>iie delk r€!fmbbliei| 
s^ accosti il più a Impresso che si può alle co- 
se dette, e^ bisogna confessare, cbe noi ab* 
biamo trovata come si possiao fare le còse 
che tu órdini E liel 6 dice , conehiud«A- 
do il suo ragionajQcieoto : ne ì^6\ fìngiamo 
cose impossibili; ma nientedimeno noi ati* 
cora abbiamo conceduto , eh* elle sone dif- 
ficili. E nel fine del 9 parlando della re-^ 
pubblica eh* è forma , dice così : ' La <{uà}e 
e in parole solamente , ma in terza non è 
;ià siccome io stimo ^ ma forse V esemplar 
li quelfa è in cielo ec. Aristotele nel 7 
della politica in quelle parole , che segni^ 
tàndo in un luogo allegato di sopra a pro- 
posilo del re assoluto , dice cosi: Ma per- 
ciocché questo noìi si può facilménte por- 
re, ne anche quello che Sìlace dice dei re 
d^Ii Indiani , i quali accedono tanto i loro 
sudditi , è manifesto che per molte cause 
è necessario , che tutte parimente e scam- 
bieyolmeiite pàrticipino dei governare ed es- 
ser governati ^ perciocché i simili e pari 
debbono essere nel medesimo gfado e in 
pari condizionò ec. Enel 4 libro chiania il 
vérp regno divinissimo, dai quale epiteto si 
comprende chiaramente la difficoltà, siisco- 
me anohe dall-aver detto, che Y uomo re* 

§lo é di queUa eccellenza dotato eh* egli ha 
escritto ^ e come un Dio tra gli uomini ec* 
Ma e* potrebbe parere a qualcuno, eh* Ari* 
itotele si contraddicesse in questa matma 
del regno assolntt) » perocché egli & poeto 



TRATTATO I. 35 

e dicliumato « come si vede» questo princi* 
palo di un solo» questo reguo <:ssere eoa t^* 
solato imperio sopra ogni cosa, e non sot« 
toposto a leggi. E dair altra parte se gli 
può . opporre , eh' ^li ha detto nel quarto 
libro della politica, eh* ^U è necessario far 
)e leggi , e ohe quetie che sono rettamente 
po5t€^ tenghino il principato ^ e ohe quelte 
ehe governano ^ o sia uno o siano più» ab* 
biano autorità in quelle oose » delle quali 
le leggi non possono esquisitameote deter-- 
minare , non potendo esse dichiarare cgnr 
cosa nell' universale determinazione » e che 
le jeggi debbono essere accomodate alle ape* 
eia deUa repubblica e perciò essere neces« 
sarto 9 che le leggi convenienti alle repub- 
bliche Fette siano giuste » e le convenienti 
alle* viziose e deviatiti dalle rette » non sia** 
Bo gi^ste^ e che si debba piuttosto elegge* 
re» che le leggi comandino e governino , 
che un uomo solo tra i cittadini, e che ae 
fosse meglio che il govervo fosse iu pia 
d' uno per la medesima ragione , è neces* 
sarto far che quelli siano conservatori e mi* 
nistri delle leggi » e cl^e chi vnole che Tim- 
jperia sia nelle leggi , vuole che Dio Cs le 
leggi governiuò; e chi .vuole che Timperio 
aia neU' uomo, . aggiunge la bestia > perone e 
r appetito e simile a quella 9 e V ira torce 
dalla via. diritta eziandio gli uomini che so* 
BO ottimi 9 e che la legge è mente .sen^a 
appetito^ oioj^ senza passioni. £ nei medesi^ 
Bi» libia dice f dh*' egli è niecessario sapere 



I 



36 DELLE REPUBBLICHE 

le differenze delle repubbliche qnaiit' eì\^ 
SODO', e com' elle si eompotaghino , e <*dìa^ 
seguentemente vedere e le leggi che siano ^ 
ottime , e quelle che siano accomodate ikI 
ogni sorte ai repubblica , perchè le leggi* 
si debbono accomodare alla repubblica , e 
tutti a quella raccomodano, è non la re-' 

Eubblica alle leggi, e cbe'i magistrati. debb- 
ono governare secondo le leggi, e guar- 
dar eh' elle siano ^osservate . £ nel 4 libro 
disse cosi: perciocché dove le leggi non tea*' 
gono il principato , quivi non e repnbblì^ 
ca ,; conciossiacosaché e bisogùo, che le l^gi 
abbiano lo imperio sopra tutte le cose , e 
che i magistrati e la. repubblica giudichino^ 
de' particola ri. Dice ancora nel 3- libm, 
che cittadino comunemente è queHo , eki^* 
paiticipa del governare e delP essel^ gover-^ 
nàto , e eh' egli é diverso sec mdo le spe- 
cie della repubblica . £ nell' ottima repub^»' 
blica è cittadino quello^ che può e vuole 
ubbidire e comandare, affinché la città viva 
virtuosamente; e quello che esso descrive 
per assoluto re ^, dice che non è parte del« 
la repubblica • £ in un altra luogo del me^ 
diesimo libro avendo prima detto, che se gli 
uomini virtuosi aranno sempre V imperio 
d' ogni cosa , tutti gli altri resteranno sen-^ 
Ea cn^ri non avendo le' dignità civili, sog- 
giunse, che se un solo più virtuoso ara la 
podestà del tutto , questa sarà cosa che ter-« 
rà anche più dell oligarchia; e cb^ cosi 
pia persone resteranno senza onori e din- 



tHATTÀTO 1. ^ 8'J^ 

golia ciyUi . Questo adunque e alttre rimili 
cose par, che si possinò oppor ad Aristote* 
h' circa auesta materia. Ora per la soluzipne 
di questi aabbj e di questa difficoltà si rispoa- 
de, quanto a tutto quello ch*è detto » ch^ 
sia necessario far ' le leggi e eh* elle tengano 
il principato , e eh* elle s* accomodino alla 
forma della repubblica , e che i magistrati 
siano interpreti ed esecutori di quelle; e 
che la legge, come quella eh* è mente sen- 
ta appetito , debbe tenere il principato ec. 
Si risponde , dico , che Aristotele stesso 
scioglie questi dubbj e risolve queste diffi*^ 
colta , quando nel luogo del 3 libro alle- 
gato di sopra , dopo lunghi discorsi dice 
così : ma circa quel regno assoluto , eh* è 
quando il re governa tutte le cose secondo 
la volontà sua , pare a qualcuno , ohe sia 
còsa contra natura, eh* un solo abbia 1* im- 
perio sopra tutti gli altri cittadini ^ dove 
la città sia composta di persone simili* Fer- 
ciooehè egli è necessario , che a quelli che 
sono di qualità naturale simile , il medesi* 
mo sia giusto , e la condizione e dignità lo^ 
ro. ^sia la medesima secondo ^ la natura • 
Siccome adunque sarebbe nocivo ai corpi 
degli uomini che non sono pari, che usas- 
sero ciibo e vestimento pare, cosi anche si 
debbe' determinare degli onori. Il medesi- 
mo adunque accadere, se gli eguali aranno 
il diseguale. Laonde è giusto che i pari 
non più governino , che/ siano governati , 
QUI che. scambievolmente e governiup» e sia'^ 



88 tfELLZ BEPCBBLICHE 

pò eoTeròaii. E questo m odo ^ già legg^^ 
p^rcnèr ordine è legge. Per la qaal cosa 
e meglio che M principato e fi governo sia 
nella legge 9 che in qualcuno de* cittadini . 
£ qud che segue sino a quel luogo, dove 
concfaiudendo il discorso dice: ma forse la 
cosa sta cosi iu qualche caso, e in qual* 
eh* altro^ sta altrimenti. Perchè altri uomini 
8OU0. atti ad esser governati come setvi da* 
padroni ; altri con governo regio, altfi con 
governo civile ; e altro è il giusto è Futile 
in ciascuna di queste forme di governo, 
cioè clxe il giusto e ¥ utile ordinato ad una 
':5Òrle di governp, è diverso da quello eh' è 
ordinato all' altre . E quel che segue , ^«o 
a quel luogo allegalo già da me, dove e* 
determina, che se tutta una famiglia o un 
sol uomo saranno di si eccellente e singo- 
lar virtù e qualità , eh* egli eccedino la 
virtù di, tutti gli altri, è cosa giusta che in 
quella famiglia stia il regpo , e quell'uno 
sia re^con intera e assoluta potestà ec. £ 
questo medesimo , circa il governo che si 
convenga tra quelli, ch'hanno qualche e* 
gualità e similitudine tra loro; e cirra il 
governo eh' è onesto e giusto dove àia. la 
lisugjualità, eh* egli ha descritto, coufettnò 
in piti luoghi del settimo libro , <)ome si 
vede di sopra . E adunque manifesto che 
Airistotele, air ordine del governare e del- 
l' esser governato seambievol mente « il qual 
V ordine e legge , ed ali* altre leggi ai /^ora , 
secondo le quali i magistrati^ cdfil0"^;jter- 



«UTTATOX, 3^ 

preti ed esecutori di quelle , debbono am-' 
aaiaistrare le cose pabbltche> da luogo tra 
quegli che hanno qualche parità e simili^- 
tadme tra loro : e ^^ esclude da quegli, tra 
1 qaali sìa tanta disugualità e disproporzio* 
ne per la somma eccellenza d'^altri, quan- 
Itegli ha dichiarato» ed a quello che s^ op- 
pone phe i governi debbono avere leggi 
eoQvenieuti a loro, e che conseguentemente 
le debba avere il regno , rispondo eh' egli 
è da considerare , che 'Aristotele avendo 
provato con lungo discorso , eh' egli è ne- 
cessario far le leggi, soggiunse poi cosi : # 
se questo è , conviene che le leggi siano 
accomodate alla forma della repubblica , e 
chele leggi delle repubbliche rette sia- 
no giuste , e delle contrarie non siano 
giuste» Onde è manifesto, che e' non dice 
the sia necessario, eh' ogni sorte di repub- 
blica retta abbia le leggi ; ma vuol dire, che 
quando le leggi saranno accomodate al go- 
verno retto , elle saranno giuste , ma dalla 
consti tuzione delle leggi eccettuò e liberò 
poi nel processo delle leggi «dell' cpera ^ il 
Regno assoluto ^ determinando la cosa di- 
rutamente e particolarmente > e dichiaraa'^ 
do anche in molti luoghi , tra che abbino 
luogo le leggi e ammettendole nell' altre 
specie di repubblica • Ne repugna anche 
quello eh' egli ha detto , cioè che dove te 
leggi non tengono il principato , non è re- 
pubblica, perchè si potrebbe dire , che nel 
reguo assoluta è , ^ govi^rna la legge» f^h' è 



/ 



» • 



4P DELLE nsnxpBSAcn^ 

nella mente del re piena di virtù ,*e per^^ 
ciò è jtanto miglior legge, avendo: ,egU det- 
tò j cbe quell'uomo tanto eccellente è .1^- 
gè . Ma a questo si opporrebbe , che doye r 
Aristotele ha detto tal cosa , e dove e' parla . 
delle leggi , egli intende delle leggi che con- 
sistono nella scrittura o nella con^uetùdir 
ne e costumi , alle quali egli dà ancb€| 
maggior autorità che all^ scrìtte • E rpercio 
dico , che questa sorte di governo regio e 
assoluto esce dalla natura qomune degli al* 
tri governi , e tenendo del divino^ trapaa^ 
i termini della città e società civile , la qua-^ 
le vArìstotele considera tra gli uomini i i^ 

aùalche modo pari e simili, siccome si ver 
e, e nel settimo libro > là dove dice : Ja 
città è una certa compagnia d' uomini ^^ 
mili* E nel quarto libro dice : la città vuo- 
le essere composta di pari e simili, qqantQ 
pi^ si può; ed il medesimo ' espresse chia* 
raniente in altrì luoghi. E quapdo e^ pro- 
nunciò dove le leggi non regnano non è .re- 
pubblica , vuole allora mostrare che V ulti* 
ma specie del governo popolare, nella qua- 
le , come in questo trattato ho detto .^ il 
popolo è signore del tytto , e governa no^ 
con le leggi, ma per via di determinazi^nj 
particolari, non è propriamente repubblica 
popolare . Ma a quello che si oppone , c^^ 
se un solo ara sempre in mano il governo, 
gli altri resteranno senza onori , di che s^ 
guita anche , che e' saranno nimici di quel 
governo, com,e eg)i altrove ha detto.., eoa- 



ttà& ehe questo inconVenìeute sareLbe do^ 
Te fosèe qualèbe parità e sìinìglianza. E non 
tasta disparità quanta è dichiarata ; per- 
ciocché dove fosse questa parità e simi^ 
gliénsa, nessuno resterebbe disonorato ^ seu^ 
za il suo grado » ne malcontento e nimica 
del governo, J>er cagion d* esser sotto il go- 
verno d'uno » ch'ecceda tanto tutti gli al- 
tri , anzi in questo caso verrà ciascuno a4 
avere tutto quello che se gli conviene , e 
manterrà 1' onore e il grado suo , e di ciò 
resterà contènto, come di cosa giusta e uti« 
le. È se- 6* pare per la diffinizione del cit* 
ladino^ che il re assoluto non sia cittadi- 
no; e però non debba governare, è da con- 
siderare, ciìé Aristotele lo cava della natura 
e cobdizione del cittadino. E come eMofa 
più che uomo , lo fa conseguentemente più 
che cittadino, volendo che per la sì ecces- 
siva e disproporzionata sua eccellenza, che 
e* sia com' un Dio fra gli uomini, sicché 
di lui non si ha a verificare quello che si 
dice del cittadino. Restando adunque sciòlu 
i dubbj e dichiarate le difficoltà m qiiesta . 
materia , è manifesto che nelle determinar 
ziòai d'Aristotele, non è contrarietà o repu- 
^nanxa alcuna , ma convenienza grande ; e 
avàld^ìo discorso abbastanza d^ regno as- 
soluto, passerò ora a considerar, come Pla- 
tone ed Aristotele convenghino o disconr 
venghino circa il regno che ha le leggi • 
Questo èsser stato posto da Platone, è ma- 
lùfesto per quello che in questo ti^atlato si 



4a DELLE UEFOBBLICHE 

^ vede» Ari$totele -ancora ha coimderato qafi« 
éta. sorte di principato., poicb' egli ha po« 
sto il regno tra le forme di repilbbiicho 
rette 9 ^e ha detto,- che te leggi $1 debbono 
accomodare alle repubbliche^ e che le 1^% 
gi di repubbliche rette ^ono gii;^te; e nel 

3uiato aice» ohye nelle repubbliche ben or-' 
inate si debbe principalmente provvedere 
€ guardare t che non si faccia coatra le leg^ 
gi e le cojQtstituzipni • E in un altro luogo 
dice, .che la più importante cosa in ogni 
repubblica è , che per le leggi , e con ogni 
altr' ordine si provegga oh' e' non sia lecito 
ai magistrati guadagnare^ e che la princi- 
jpalissima posa sopra tutte per la conserva- 
£Ìon della repubblica è ^ cne T educazione 
e disciplina aei cittadini sia conforme alla 
repubblica. Perciocché le leggi quantun- 
que utili , e le cose determinate dal con- 
denso di tutti quelli che governano, npu so- 
no di alcun giovamt^nto , e quel che se- 
gue. Da' quali luoghi^ siccome da moli* al- 
tri si raccoglie chiaramente, eh' e' vuole le 
leggi in ogni sorte di repubblica ^ e conse- 
guentemente nel regno; oltra di questo tra 
le quattro specie di regno eh' egli nomina 
fuor ^deir assoluto e perfetto, il regno del 
tempo degli eroi era tale , e uel principio 
e molto più di poi , che e' par che quei re 
non avesseiT) somma ed assoluta potestà 
d' ogni cosa , e la constitusione di quegli 
era secpndo la le^e e il costume di quelle 
inazioni «^ U regno eh' era nella repubblica 



TRATTATO f . . 43 

Spartatsa dice Aristotele, che tra i regni 
cbe si reggetano secondo le leggi , pareTa 
massimìamente regno. E questo disse forse^ 
perchè ì re non solo erano creati per leg^ 
gè 9 ma anche facevano V officio loro se-^ 
condo le leggi , coneiossiacòsachè non aves^ 
sero snprema podestà se non nell* ammini* 
strattone della guerra. Onde Aristotele vuo^ 
le, che quel regno non fosse altro per dir 
in somma , che un perpetijp capitanato ge« 
nerale della guerra, e che veramente e'noa 
sia ^ecie di repubblica, potendosi trovare 
in aitile specie di governo , come di sopra 
è detfco, que' due principati cbe si trovano 
r uno appresso i barbari , V altro appresso 
a Greci , erano per legge e per costume di 
quelle nazioni. Ma participavano e del re- 
gno e della tirannide, ed èrano quasi una 
cosa .di mezzo tra T assolato e lo Spartano, 
come df sopra s^-è ;vèduto'. E poiché Ari- 
notele dice bel quarto libro della Politica, 
che aveva determinato di quel principato 
eh* era sommamente regno , intendendo del 
remìQ assoluto , ne seguita , che anch*^ altri 
pnncipati fossero regni • E che non essendo 
assoluto, fossero in qualche modo secondo 
le leggi • Oltra di questo , avendo detta A- 
ristotele nel luogo del terzo librò allegato 
di sopra ^ eh' egli è necessario eh* eziandio 
il re^ il >qual regni secondo le leggi, e non 
fificcia cosa alcuna di sua volontà, econtra 
le leggi , abbia forze da poter difendere e 
Qcnservàr le Ic^gi , lEion k dubito alctin^ , 



y 



'44 DELLE. KEPUBBLICHE 

ch^ egli intende del r^no con le leggi # & 
nel medesimo libro ponendo alcune 4iffe- 
renze tra 1 regno e la tirannide dice, che 
la guardia dei re è di cittadini ^ e la guar- 
dia de* tiranni è de' forastieri ^ perchè l re 
signoreggiano ^secondo le leggi., e di con- 
senso de^ cittadini ; i tiranni contra la vo- 
lontà de* cittadini . £ ragionando nel 5 li- 
bro della' corruzione delle monarchie^ e 
avendo detto a un certo proposito» che la 
maggior parte de* tiranni si. fecero un tent^ 
pò - di capi e adulatori del popolo , -.sog- 
giunse, che le tirannidi di prima si.facefav 
no^ perchè i re trapassavano le constituziot 
ni e costumi della città, iutendendo a un 
principato più imperioso ^ come di padro- 
ne. E ' neK medesimo libro ragionando della 
corruzione del regno , dice che quanto aliai 
corruzione intrinseca , per dir così , e' si 
corrompe in due modi , 1* uno de' quali è 
quando quelli che participano del governo, 
cioè deir opera di quelli i re si servono a 
governarsi, disuniscono e sono sediziosi; 
Filtra quando i re s'ingegnano di gover- 
nare tirannicamente, volendo avere rimjpe- 
lio sopra più cose, e contra le leggi. Oa- 
d* è. manifesto, che in tal principato è cir* 
conscritto dalle leggi , poicnè il principe le 
tra{)assa , e vuol &r contra quelle. Ma per 
contrxi^rio par che si possa opporre, che a- 
Tondo egli ddtermiiiàto, che le leggi abbia^ 
no luogo tra i pari. e. cimili, e che ira. que- 
sti il goteri^) d^lia essere scàisibievolniei^ 



•trattato f.' 45 

te participato , egli uoTi ammdta il gorer- 
no d- un solo, il i*egno;, tdtco , coni le legr^ 
gi, sìccón^e anche pare che lo ricusi: .in 
a uè! luogo allagato di sopra, dove dice, of 
Simo leggi o non vi siano ; ma esso re né ~ 
sia ]à legge ec, ;« della qual disìungitiva 
nondimeno egli ammette il secondo mem- 
bro, approvando il re in quel caso d*eccel- ; 
leóza , ch^ egli più volte ha dichiarato . E. 
nel 8€tl;imo libro disse , come di sopra ho 
referko, che per molte cause era neces$a- . 
rio che tutti parimente governassino e fos* 
sino governati , e quel che segue . E nel: . 
quinto libro dice , che *1 regno perpetuo se 
e* fosse tra gli eguali, sarebbe ineguale, on- 
de salita , che non salvando quella egua- 
lità di proporzione, che egli intende eh* e* 
sia ingiusto. 01 tra di questo sì può argò^ 
montar così : Se Aristotele ha posto tra le 
spede de* governi retti il regno , o egli ha 
inteso del regno assoluto , o di quello che 
è circonscritto dalle leggi, ma e' non par 
eh' egli abbia inteso del regno assoluto , 
perch'egli-ha detto, chei governi retti han*-. 
no le leggi giuste, e T assoluto non ha leg- 
ge ; e del regno non le leggi , come può 
egli avere inteso , non Y ammettendo , sic-» 
come per i luoghi ora allegati par che si 
comprenda . Ora per risolvere tutta quesla 
difficoltà io dico, ch'Aristotele non approva, 
né ammette il governo assoluto d'un solo , se 
non dove ^ sia tanta disugualità e dispropor- 
ÙOM , quani" egli ha dichiarato» Ma dove , 



j 



^ 



46 DELL! RSFUBBLICRB; 

quella non sia, e vi é con^egaentem^iHr 
'gualche egualità e somiglianza , vuole che 
m questo caso il governo d.*un solo, o con 
le leggi o 6exi2;a le leggi , uon sia uè giu^ 
sto né utilq, ma che il governo sia parti- 
cipato scambiei^olmeute da più , benclìè del 
luogo poco di sopra allegalo dove dice ^ che 
il regno perpetuo tra gli eguali è ineguale, 
jsi possa torse argomentare , che la somm% 
podestà d' un solo , s^ ella fosse per tempo 
determinata, e partecipata ìa qualche mo* 
do scambievolmente , sarebbe più ragione- 
irole e più eguale e civile, e eoe oome tale 
tgìi non la ricuserebbe interamente • Mia 
Bieutedimeno e'si vede,ch*egli tanto abbonisce 
queste monarchie, che discorrendo;^ nel terzo 
libro -del governo d* un solo , e di più bujoni^ e 
virtuosi , dice cosi : se adunque il gov^erno 
di più che siano buoni e virtuosi , e sAato 
d'ottimati , e il governo d' un solo che sia 
tale, che è regno, certamente sarebbe da es- 
sere eletto. dalle città piuttosto il governo 
degli ottimati, che il regno osia Timperio 
.€on potenza o senza ,, purcliè se ne possi 
trovare più, che siano simili di bontà» Stan« 
do adunque questa determinazione e questo 
fondamento , aico, che quando Aristotele con» 
sidera il regno con le leggi, lo considera come 
forma di governo che si possa introdurre, e che 
si trovi. Ed egli fa menzione di molti regni, 
«he nojx sono Tassoluto , ed il perfetto. Ma 
e* non gli pare ne giasto, né utile, e lo 
eoQcederebbe forse più tosto a vicenda che 



' «ìArrAto'i. 47 

pei^peluo, come più ragionevole. E quanto 
e^ii iTfdim] più tx>sto sempre ài governo dì 
piùj che d*uno,' e con le leggi , si vede in 
tnolli luoghi , e tra .gli altri nel principio 
dèi 4 lìb]t>y volendo egli, che dove le leggi 
mancano; sia cosa più ciusta che molti più 
tosto che on solo, abbia autorità • E co&i 
non sì contraddice, e Tuna e Tallra parte 
-àtUsL sua speculazione si salva, e sta insie- 
ine . E air argomento fatto eh* egli non ab^ 
bia potuta intendere del regno assolato ^ 
né del cifconscritto dalle leggi , rispondo ^ 
die in quel membro , che è nominato re- 
l^no nella divisione della repubblica, è senza 
aleuti' dubbio compreso il regno assoluto , 
il quale è rettissimo , e principalissimamente 
regno « com* egli ha detto , né debbe far 
dimceltà quello che si dice delle leggi con* 
venienti alla repubblica , essendosi dichia« 
rato di sopra quel luogo abbastanza • ^ Ma 
quanto al regno con le leggi; se si dicesse 
che Aristotile Tavesse am^he compreso in 
quello membro, e si aggiungesse che uu 
principato governato con le leggi « e coti 
itìtenzìon del bene universale delia città , 
fosse e retto ed util^e, risponderei eh' egli 
4'avesse compreso , e che quaùto alK inten- 
zione del Re , non si può negare, ch^ella 
non fosse retta. Ma la constituzion di quel- 
lo , e massimamente perpetuo , non è né 
retta , nò giusta , agni volta eh* eJla sia tra 
quegli y che hanno parità , e somiglianza 
lit loro « com* è detto p non conv^^ieado 



^48 * DELL1& nEFT^BBLICHE 

Il tal sogjgetto il goveraò d* un salo , 'e^mà^^ 
simamentè proprio . Ma il gòverao di più^ 
e' scàmbiévolixtente , e la rettitudine è ^poti-' 
véiiicaza de* governi ricerca molte còìkIì* 
zioni 9 e principalmente la consideìt^àzidti 
del soggetto , della qual cosa Aristotele nel 
3. libro, dopo l'aver detto: > eh* altri 'torio 
atti ad esser governati come serti da* -pa- 
droni , e quel che segue nel luogo allegata 
di sopra; soggiugne poi: Quella móllltudi- 
ne è atta ad esser governata con impei^b 
regio , che per natura è abile et sopportar 
una famiglia in virtù per il principato ùi- 
vile ; e nel 7. dice cosi : Perciocché Ton^ 
jsto ed il giusto tra i simili" consiste nei 
governar scambievolmente 9 pelxhè questo 
-e regnale ed il simile, e ritreguale tra; gli 
eguali, e il lion simile tra i simili, è coù 
natura, e nessuna cosa con natura è one- 
sta . E nel quinto libro , laddove ragiona 
della corruzione de* regni dice così : Ma 
ne* nostri tempi non si constituiscono regni; 
E ' se pure si constituiscono sono monarchie, 
e più tosto tirannidi . Perciocché il regno 
é cóme imperio , il qual ali uomini volon- 
tariameate ricevono , e che ha la somma 
podestà d'ogni maggiore cosa, e molti sono 
simili e pari , e nessuno si trova tanto eo 
celiente sopra gli altri, ch'egli sia pari al* 
la grandezza e digibità dell* imperio v Dal 
qua! luogo si comprende manifestamente, 
che Aristotele fuor di quella gran disugua- 
lità, ha per regno, per dir cosìi ìi 



Srìo ^ ^poco giusto , e poc' utile il priacipato 
*U9 :splo in qualan€[ue mpdo formato, ed 
io. àoianoia vuole , che le l?ggi comaudiao ^ 
e: che i^ goyerho. sia . più .tosto parlicìpato 
d^iL molti » . che dato .a, uno , eziandio sc^im* 
Ji^jeTolfueute^ cqme si vede* Avendo io a* 
4uxiqae.dixAostrfito per quello cl^ mi pare» 
che sta stato determinato da Aristotile circa 
il. j^^^guo,' assoluto» e con le leggi» e com'è* 
ConTepga con Platone del regno assoluta ^ 
mi r^e^ta a dire per conchiudére questa par- 
te ,. qh^i quanto al regno con le leggi mi 
par che .Aristotele convenga con Platone ia 
qijyai^to Tuiio e Faltro loda. Ma Platone lo 
pone tra . qu<^le tre spezie di governo, che 
procèdono, con le leggi » e sono dopo il 
rettissimo quasi mutandolo in hene , e lo 
^ieue per il migliore, i Aristotele non Tarn* 
mette facilmente.» e non l-wprovf^ molto , 
inclioando .più al gorerao, di m,oIti scam- 
hieVolmente » che d'un sola , dove non sia 
f]ìiella disugualità ch'egli ha . dichiarato • E 
tanto avendo, detto di questa materia , non 
passerò. con silenzio lo stato degli ottim^i» 
circa al quajie rcoivsidero , che avendo dcttp 
Piatone » come si vede in qujesto trattajta » 
fChe^ì governo rettissimo e foudato nella 
vera scienza» e. virtù del governare» si deb- 
be cercai^eo in un solo, o in pochissimo.* 
fi che 4]ues(a forma di . governo » è ^me 
imitato dair. altre spezie di .repubblÌ4;he»trdt 
le quali e^ pose raris^ocrazia , si può p^Q**- 
a»tr con, qu^ciie ragione» che ^Platone in- 
Cavalcanti 4 ' 



leMU {^èi* il gcvverno .rettissimo di poefai 
Kna ar i^iv>cra2i£i , €he per la ecMHetìzA di 
teli^ uommi , nr>h abbia bisogno "^d^ssfHsrtM^ 
f^o^a a )^$gi'> '-e che sia fondata, ndia 
fiGÌ€!iza-e virtù citile , talmente " ^'elhi^ Mi 
tbnSotme al reto ttffit>.' E che ài ^questa 
tale arii^tocfazia , sìa imitatrice ramtocirasid 
"^hé si gorema con le leggi . E sé bea fo- 
tóne non nomina •quel goveliu^ reuisnioo 
di pochi con distinto nome > là dct'egtf^tie 
' Ilario / esso nrpnteditneno n^' libii^ dóllr w^^ 

ftihbìicA , come di sopra si vede , dice abe 
ottima I èpubbKca , la quale è una spetsie^ 
ti dichiara con due ìiomi ,' perchè se '^tl^a 

Sielliehe sono princfpi , be* saranno tìSfpta 
^ i "altri eccellenti ^ il gbvtei*nb ìsi i^^iiaéierà 
regno ) se più eccellenti, aristoci^zia'^isi no« 
nitierà . Questa sentenza pai*e eh' esprima 
Aristotele nel 4 libro della politica » là do- 
\é dice , che il considerare l'ottima f^nb- 
blica, è il medesimo % che disputare di que- 
sti nomi regno ed aristocrazia, perchè Tatia 
é 4^a1tfa mahiera di governo vuole esser 
consti tuHa secondo la virtù. La qual' però 
sia accompagnata dalle cose ^€k:essarie , e 
eòmode alia i^ita fcivile'. Ma se quttté'è^. 
efae diremo noi della aristocrazia pofttft 'da 
Aristotele. Potrebbesi forse dire, eh^e^i stati- 
do ne* suoi ' fondamenti dareUb^ lin* aristò- 
fcrazià simile al regno assolato ; se # si 
tronrassé in pochi quella gi^ànde ine^fiffilk , 
fe diSproporÉÌóiie con gli alfri, eh* egli ha 
determinato ; p^tkè «gk W detto' tiel^^fuiuK> 



\ 



^ 



,&a:13>F^, ^ìxìm ci possiamo ricordare >oIm^ 

.^e et'fodae unqs o pia d^uaa taiuò sum^» 

ri^re^li altri di virto e di poteoea oiniiaf 

cbe la tirtà e potenza civile degli altri. noci 

>|»s«e ^WBparabile con quella d*ano /O^ di 

pìà:^*que' laH' non »i debbono stimare tMiM 

^la oHià • Ma un nomo cosi fatto e. co* 

ìm\jm J)ìo fra gli uomini-, e con le leggi 

ndnr si fanno per loro ec* Ed il medesimo 

^jicoittiderùi anche nd luogo del settimo libro 

«^egetfo 4i 'Sopra cfuando e* disse: Se aduoM» 

^ae^v^* sajmnno alcuni tanta eccellenti sopra 

gU altri ^ e quel ohe s^ue. £ nel fine del 

ctfuarto i^UImpo dice così: Ma adendo noi de- 

termìnaito ^ ^e tre siano i modi di governi 

retM' , tra i quali quello necessarìan^nte è 

ottimo, nel quel sia un solo o tutta la fa- 

»-9U^ia, , o una mdititndine che ecceda ^i 

altri tutti .di yi]:!tii, À- che questi possine 

essere «vernati, e questi possmo govemaiPi», 

aflBn^ del menar quella vita che è da es-. 

s^e detta sopra^ ogn* altra. Ed avendo io 

'dichiarato di sopra, che la virtù deiruomo 

bupno^ e dell' uoma cittadino neir ottima 

.repoi^Iica è la medesima, non è debbio 

alciifip^, che nel medesimo modo , e per 

meuo delle n^esìme ' cose , si fa Tuomo 

buoso , e si constituisce la città che sta 

Tstt^k , a col governo de^li ottiqu , o col 

regno % De^ quali luoghi si p^i^, Vio^non 

la\|iganno ,. r^ecorre cb* e* pare che Ai-istcì* 

tele f e Platone abbino 41 medesimo- concot- 

4o^^ qmmtQk a qm^a 



Btocra^ia. E che più ramtocra2ia.jabqp^0na|^ 
da Aristotele .cogrrisponda al^V ^nstocrazia « 
che pare { che sia compresa da PUtoaey nel;- 
Tipìxiipa reapufablica, .e nel. rettissimo goyer* 
BO,r come di sopra s*è diòhi^rato; ma lie^Ia^> 
cosa; stesse così , ci reste:rebhe a ..considerare 
quello che senta Aristotele dell* aristopr^^^a. 
con le leggi, e. si potrebbe forse dire cmasi 
cose simili * a quelle , ^ eh' io ho . detto della 
mente sua circa il regno. circons0ritto ^ (& 
gOYCroato con le le^gi , poiché e* Yuojb^ 
che dove non è quella grande inegualità,, i 
cittadini x^e hanno tra lo^ro la ^ parità, ai* 
chiarata participino del governare ^ e> d0U, 
Tesser governati scambievolmente^ .e jsfh^ 
tra. i pari e i simili abbino luiogo le l^ggiv 
Ma ^niefutedimeno considerandpsi, come pare 
^VArìstotele proponga universalmente il gc^ 
ter no, di più a quello. d*un solo, dico qhe^ 
gli. dà l^aristocrazia con le leggi , e più to« 
ato.cbe il governo dVn solo con .le l^^gi -e 
.raristacrazia forse scambievolmente participa 
in modo, che quelli cittadini i quali fosse- 
ro anche alquanto inferiori di virtìt^ partir 
'CÌpa§sero del governo in quanto si conTiene» 
siccome si può raccorrò da molti .luoghi ^ 
e 4mecialmente da quello eh* è nello ottayo 
deir Etica, quando e' dice chela comunità 
e. compagnia del marito e .della moglie pare 
^istacra^a » pierciocchè il marito ti^e, il 
principato 9 e governa seconda la dignità 
«uà , <;:d.in quelle «cose che a lui si Qonyen* 
l^ono^ air:aii^rità..ed al ^yerno, d^!Ì% ino* 



1^ ;- 1às»b!ànda quelle eh* a lei- si convcfri-t 
gono . E se ir marito vuole avere il * domi*- 
aio ' d\5giit cosa ^ il govèrno allora degenkera^^ 
é si^ trasiiiuta in oligarchia', ónde manife-; 
'Starnante si comprende coin*egU intenda^ ^ 
cbe fi governo aristocratico sia partecipato» 
miatidò si conviene , anche da quelli che 
fossero inferiori di virtù e qualità • E poi' 
che tra "persone cosi fatte caggiono. le leggij^ 
il vede chiaramente cVegli da ratistocrazia:^ 
con le leggi. E se questo è, già è mani-^ 
fe$t<t^ come e quanto e* converrebbe coi:^ 
Fiatone • E conciossiacosaché avendo ramo* 
nato. in questo trattato del regno, e dello 
stato degli ottimati , ne^ quaU consiste IW 
tima repubblica nominata con questi due 
nomi, còme di sopra 'ho detto, e conside- 
rando io eh* Aristotele in qualche luogo della^ 
Politica ragiona del regno, e dell' aristocra-^ 
zìa còme Ae* governi Cn abbiaùo pure qual- 
che: importante differenza tra loro, io di-' 
chiarera particolarmente in un discorso a 
parte in quel che éon^ista la differenza di 
óuèsti governi • Ed ora passerò a consi- 
derak*e , come paja che Polibio V accordi 
eonV Platone e con Aristotele, e discordi 
da quelli circa le spezie della repubblica ^ 
accomis nel principio di questo trattato ^pro*» 
post » Avendo adunque Polibio posto le se! 
Spezie esemplici, ed oltra quelle datane una 
mistft e compose, quanto alle spezie $em« 

?lici conviene con Aristotde del regno dd^ 
aristocrazia, delk tirannide, dellflji pligaif» 



$4 DStL^ mmjfiBlt'CHS 

chia> del goveroo popolare e nótt rrtitò'V 
Sia ad rètto popolare eh' cgH* pòàe , non 
connene con lui ; conciossiacosaché Arìstò-^ 




pui>l>Iì 

generale repubblica • E «e bene PoKbiò ne 
fa una mista, olirà ch'egli non la & tiel 
modo che fa Aristotele la sua/ egli- là ce* 
ìebra anche per la miglior di tutte. E Arn 
jstotele mette la $ua mista neir ultimo Ido^ 
delle rette. Benché la considera com' ottima 
non assolutamente , ma come qudlà <5h' è 
più comune , e può accomodarsi a più cit« 
tà , ir che dichiarerò nel seguente discorso» 
e così Polibio ifiene anche a porre una spe- 
zie di più tra le principali e mii generai 
che pose Aristotele, poich' egli- ne |x>tie 
sette , ed Aristotele ne pone sei • Laonde 
è manifesto com' egli convenga o nò con 
Aristotde ({uanto alle spezie » e quacnto al 
numero di quelle. Ha poi qualche conve- 
Tiienza con Fiatone in questo , che avendo 
posto Fiatone in tutti ì luoghi allegati di 
sopra queste spezie, cioè il r^ino, ^gli ot- 
timati 9 lo. stato de pochi , il gorémo pò* 
polare,* la tirannide, ed areildo divìso in 
qpàlche luogo il coverno popolare in retto 
e non retto , Polibio ancora pone le mede- 
sime spezie. £ quanto alla repubtKca mi* 
sia di Polibio, già si è veduto come anche 
Platone dà e forma la mista ne* libri d^e 
léggi ^ sebbene là mista di Polibio k difCe* 



. fRATTAXO ,h 55 

r^t^ 4Ìa)U mista di ÌPIatone . Ma non è 
già.foi^se dlfferisnte d^^U' ainl>izio9a posta nf^ 
libisi delIpL re|U]^bbUca , e considerata altrove 
dn ÌAÌ jcptne, n^ista .. Ma .circa il, numero 
pai che \PQUbio qon la su^ mista fa la set-^ 
toM, spaile «ipoi: cb^ei convenga col nùoiè* 
ix^'dCill?^ spezie. po$te/da Plotone nel civile» 
salva xbe quella che quivi fa^ la settima 
spesela f slion è repubblica^ mista .ma sem-^ 
p^iye > ed A^.q^el^rQgno vero e solo retto> 
cb*è statQ da p^^ dichiarato in quel libro ^ 
$ì ^^agipna . d* alcupa spezie mista» e circa 
le spe^e J^ste da Platone ne* libri della 
repubblica, e delle leggi, quando elle si pò* 
ie§sin0 ridurre a sei » come di sopra ho 
ra^onatQ » non converrebbe Polibio col nu- 
mero di quelle » ed è facil cosa compren- 
dere ip quel che e' convenga o no d'esse 
jpi&iìe poste da fiatone nei detti libri • Ma 
di tutta questa m,ateria parlò Polibio» co^ 
m* ho detto» più generalmente è menò di- 
stintamente cne Piatone ed Aristotele » € 
.pi^. tosto come uo.mo^, pratico che come spe- 
culativo » siccome e per il modo di trattare» 
e per alcune sue parole si può comprende- 
re. .Oltra che avendo esli' letto i libH di 
fiatone» del. quale in alcuni luòghi e* fa 
X meò^ne» non,^ pare , che e* penetrasse ali* «- 
squisite speculazioni ^di quelle» ovvero non 
,lo s^]|uto interamente, per quello che si 
ved^ • Ma non si^ può già considerar queste 
in Polibio » quanto alfa dottrina «4 ^^^^ ^!^^ 
,d^AxistQtele » Per<;hè joiei tempi di PoÌibÌ9 i 



"'«'■■ • •• , . T ».♦.♦, V . *. 



S6 DELLE HÉFUBBLICHE 

libri d*AristotéIe non erano ancora stati. 
IroYatifXiè i Romani ne potevano aver no* 
tizia , conciossiacosaché Polibio fosse ne' 
tempi delFAffncano minore, col quale e' 
fu in Affrica, ed appres$o del quale eV fu 
in grandissima stimazione^ ed i libri d'Ari- 
itotele fossero trovati e condotti in Roma 
di poi che Siila prese Atene, siccome rife- 
risce Strabene , e dall' Affricanò minóre a 
Siila vi corse tempo di molt' anni ^ come 
particolarmente si può vedere. 



Il fine del trattato primo . 



^1 



r •. 



' GRADI 



TRATTATO SECONDO. 



JlXanno le specie delle repubbliche gradi 
Ira loro y ne sono parimente buone , e pa- 
rimente rìee . Platone determinò ne* libri 
della repubblica, che quella repubblica la 

Sale in essi forma , sia sola retta e per- 
la' ^ e cosi TÌ6ne a porla in quel supremo 
anzi unico grado che le conveniva. Airaltre 
quattro spezie nominate di sopra , le quali 
egli bia per degeneranti dall' ottima , e per 
▼mose, aiede quest* ordine. Nel primo luogo 
)>09e quella cn egli chiama ambiziosa, per- 
docch ellaìn parte imita Tottima repub- 
blica ritenendo qualche cosa di quella , in 
nrte tiene delF oligarchia , come quella che 
e nel .mezzo^tra Tuna e Tal tra , ed ha àn- 
ch« qualche cosa sua pMprìa , sicché ella 



S& DEIXB lUBPVVBClCRE 

Boa è infceraioeate buaiia , ma :è ^ m. uu 
certo modo : composta ^t. buona ^ di cattiva^* 
com'egli' 9te^' "-"' "" j-i * 

Oltra ai xj^et 
principaliaenl 
pliazioite dello stato « alla potenza ^ ed in* 
somma air onore 9 e le. vittorie ^li aciqai$tì«^^ 
e la potenza pare che sogliono consegui^ 
fare al valore • ^ E Tonòre. è stato datian^'ìto 
dadi antichi filosofi premio della yijrtù^ «f^no 
dea opinione che si ha della benificensa di 
qualcuno^ dal quale per mezzo delle virtù ^ 
che portano beneficio agli uomini f. si coQ'^ 
S^uisce, e si sp^a bene.. E anche ppmw 
nato r onore compagno della vi^rtùt^ e tal* 
mente congiunto con essa , che coafte, omf 
bra il corpo seguiti» benché P onore ^deh^ 
bedare, il.^uale.nel vero si; dd>be dar^^l- 
te perfeeioAi deU* animo ^ come ^e rislk 
morali specialmente 9 ed anche raU^'inteilfittir 
Ye, si dia ancora a- moli* altre cose^ come 
«t qualche perfezione del óQrpo , qual è la 
i^elleoa « . la^ gagliardia 9 e forsa molto più 
vd aksani beni estrinsechi , ^come alla . no- 
'btltà^'alle ricdiezze, alla polene» e similii 
i <]piali beni pajono nel pnino» aspetto d^ 
«gni^d^onorei^ma e* pare anche che, questo 
^fiore sia massimaménte dovuto a coìovaf^ i 
^nali ^arendot sempre rianimo pieno di de* 
*aide«iot d» vittorie 9 -di potenza^ d* imp«rÌQ9 
^aeecedoti^o g^i altri di grandezza e -di «alor 
d'4immo 9- a per ìHaK sono- reputati ^9 ^ Jopae 
^mMe^ che ^«ta ;gyJ>hlica. iiiofeiaos»i>a 



]fer <»^ett09 tomegaàsL querce simili Mndv^^ 
tàcm. MKa neUa perfetta repubblica si trcH* 
T£r ){iidr ònoiie eoe svilita la Tirlù, e le* 
dosi^ €he.yerameatè^ e araKa aloan dubbio^ 
É&ùó dégne d* onore; e x^uesto tale onwe « 
che è GOQgintilo con le^irtù^ noa tk anehtf 
rcggétl6 ptr se stesso di qaeUa> rejHibHt'* 
Ofty. siccóme quell* altro onore è oggetto per 
Et stisssRO ddki repubUìea ambiziosa • Ma 
sicMme Ì6 non- intendo ' di parlare in que* 
sto luògo ^ù ampiamente ed esquisitamen* 
te'deH*an6l*e ^ cosi tanto avendone detto in 
^(itestó pi^posito, conchiudo che per.les<H 
pràddette cagioni , kr repubblica ambiziosa 
tiehe tra le quattro specie il primo grada. 
Nei sec^ì^o grado pose poi Platone lo stato 
di pochi 9 tutto intento alle ricchezze e al« 
ratàtisfia, il quale oggetto « tanto men de- 
jpìo di quello che ha la repubblica ambìh 
tiò^a ,' quando è men degmila roba che 
Sonore ^ T^ippetito ideila quale cade, eo^ 
HEi^^è'n^to, ne^li animi bassi e più lontani 
^daUa Vii^ù , ohe T appetito deli onore • E 
la Tifa di ccrtoro che si hannor peoposto» la 
itb& per fine , non può essere! se non titf- 
lexità, e là cosa la quale essi cercuno d^ae- 
^tare, è Ordinata interamente ad altro fi^ 
he; pe^iocchè le ricchezze servono- al cor- 
po per Je necessarie e conreaéreli oomodt- 
^ «H'^ello, e mirammo per ie^nesie o- 
'fwnizjbni . Nel «cx«a grado" ò la repubblica 
jp^lare, il goyama dbHav quale |e in lùa- 
^44f po^ p. a ia eisa Mgaii>aa* estoania 



6à D£LLB RSmiJBBtJQHE 

lìc€^bia, 'vì^ndo ctasciino come gH'^iAS'^^'i^^ 
seiiaa jl ìteno détìe leggi ^ onde -ìa (}«i«Hà^ 
ogni oosa è lecita , e ^ua questx> 'imaM ùna^ 
confusione, e uà disordine iacredriliifie i* ^ 
p^ questo t e per altre sue CotidizioMèr 
qw&sta repubblica mc^ò facile 'a cot^cira** 
persi e a rovinare, e molto lontana 4Gilt*<^^ 
tima repubtbKca . Benché Platone ,^ oonsidfl^,' 
rando. cne per la varietà deVcos*unii d^ è^ 
com^ un seminario di tutte le solali di «*g-: 
gimenti , giudiòiii che i savi ne ^€l>bG^noC 
tenere qualche conto^ come di qi»e)tei;ilèll«^ 
quale . e pptrebbono pur cavar T altre l«^ 
nòie', e anche una forma di governo , che 
avesse qualche corrispondenza co|i rc^iDSU 
L'ultifiio Ixiogo è assegnato da Piirtone alla 
tiira^nide, come quella 'che tra tutte Tàltm 
^pecì^ è più remota dalla repubblica reità 
e jperfetta^ e lacbiatna quarta ed e^treuM 
infirmila della città. Ma nel libro dd f egno^ 
avendo diviso le , forme de* r^gimenti nel 
modo, che nel. precedente trattato si è ve- 
duto , diede il supremo grado al regnò del 
sapiente, come a quello che assolutamente 
V ottimo. Di poi pose i; governi secondo ^e 
^^6g^i^ quest^ ordine : il regnp^ Io stato de- 
^i ottimati 9 la. repubblica popolare; e i 
reggimenti fuor delle . leggi dispone pari-» 
B[l^eate^cosi: la tirannide. Il governo de' po^ 
obi f lo stato popolare^. Onde è manfifeatp 
,a qual regeimento^ e^ dia il primo , a ^tia- 
le il secondo «a- quale il tèrzo ed ultimo 
gCado dell* una 4t dati* altra ordmé^. Ma n^ 



. TRATTATO IK ' ^f 

Yibti ddle leggi dopo T ottima repubUica 
fondata da lui neMilbri d^a repubblica, die<« 
de il swpado luogo a quella , che ' in essi 
lijbri ioiamò 4 e la caìamà seconda per le* t^ 

'^m che aeir altro discorso ho dÌGbiaratatf 
Nomino ancora nei medesimi libri lo slata 
del popolo , di pochi , degli ottimati ; il re^ 
god r- la tiranniae , come di sopra adissi v 
e/pi^ modo di (livìsione, conforme aiU 

• divisione fatta nel civile , pose il governo 
d* M^ 6dk>, di pochi , di molti , benché sei»- 
flsa i'<(li6tiiiguere tali membri , e senza ridarli 
ars0l/>come e* fece nel civile, avendone 

Stm nomkiato poco innanzi al luogo di UA 
ivisioQe quei cinque eh' io -puf ora ho -ri* 
•ffrìlo, i ^qnali » come. si vede, sono mem* 
bri" di quella tripartita'e generale divisione* 
Ora, seUieoe Platone nominò confosame&te 
e masiSL oi^dinq tali reggimenti , nientedime- 
no adendo egli detto che: la tirannide^, lo 
staio di. pòchi, il governo del popolo, ch^ 
*sono i governi corrotti e cattivi , non sùf* 
no repubbliche ma piuttosto abitazioni di 
'Cttt4 .e sedizioni, «pare che seeondo l'ordine, 
col quale egli . ha ^ posto questi reggimenti ^ 
abbia anche dato loro i gradi , e messo -nel 
supremo e primo grado di corruzione * U; 
«tiraiHìide, nel secondo lo statò di poclii», 
nel terzo il geyerno popolare : Ma delle du^ 
sp^l€Ìe> di repùbli^ica retta che restano; cioè 
il regno e gli ottimati , che dinamo noi , 
poiché dopo r ottima repùbblica egli ha po^ 
'Aa nei «mondo g]?ado la ; sua. mista? 



\ 



6i DEtCS fnSJraVBE^CHS / 

«daaqoe che e* pare » p<^ -qo^flo cAift, 
«ino a qai si vede^ che Platone abbia <^a« 
xiamcsQte parlato dei gradi de* jreggimemi , 
perehè» pmto cbe i»èi libri della jfepubbUoa 
« nel oiriie «* dia il primo làbgo; M gover* 
.no d'utiOy.o di più sapienti, OM»e. egli 
dà , e che in tale governo ria eom{ffe8o. il 
regno e T arislocrazia , nou pare che lei!^ooii* 
venga seco stesso de* gradi deir^ti^. specie; 
jconciossiacosaehè neMibri, della xepnnUióa 
.6* ponga- nel secondo luogo, tihVò di prijoo 
tra le quattro specie che e*pom dopo Tot- 
>tima, e come degeneranti » daqm^jyia. la- ?•• 
pubblica ambiziosa^ e conae^naotemeadeo 
T altre « come s* è Tcdnlo^.e nel oiyile do- 
po il gorerno de* sapienti . dia il aecósido 
inogo cb* è. il . pHiao ^do .tra. qutt re^* 
f;imenti legittimi , per direo^» al . iregno-y > il 
qual non corrisponde alla ffepubbUoak ao»- 
Jbìziosa • Ed i gr^di deiraltr^ specie eke 
'Seguitano dppo la repubblica ambisios^ non 
corrispondono ai . gradi delle ^eciè poste 
nel civile » salvo che neir una e nell* >aka 
x)pera e* ^oé la tiraomde nel primo . gm^o 
di corruzione, e la Cei Ìontam$sÌma sopra 
< tutti i reggimenti dellVottima repubblica « 
JSIa nel civile pone la repubblica popolare 
jciittiva nel terzo grad<) delle non rette • E 
twi libri della repubUioa pose il governo 
dell popolo , il quale og^ confiderà in ^v^ 
.luagO|;enisralm:ente.» ^ senza distinzione ^nel 
secondo grado di corruzione , poiobè q^ 



j : rPBUsnxroin. - £^ 

jAr nifim^ in siano quelle che più si.aliòTki^ 
tansMÒ • dalia : rettissima ^ . e >poQendo la re*' 
ptkUbttcs' popolare r mnao» alia iiraimide 
.icbe À vei prtm^- grado di corrazbtie , e 
IdfltauissiflW dalla perfetta TepuU>UGa^> vie* 
ne a^^penre la 'popolare nel secondo arado«i 
La 'Sfatta di pochi ancorarne* libri della ^a^e* 
ftàahLìiSSL ]pose mei mezsd tra V ambiziosa 
e^ki'' popolare » e nel civile tra la tiranni* 
de ìe m -popolare é E circa le specie poste 
IM^ 'libri delie l^gi sì vede anche varietà 
nei gmdi di qudie y e dell' altre poste al<- 
ffo9é yspereiiè egli dà alla-rapubblica mista 
^ hicKo^'dc^ f ottima, la quale cosa non 
*conV2ene con alcuna delle Specie poste ne' 
fibrr delk repubblica e iid civile. OitrA 
di^qtieBlo faceìido egU lùenzione , conQtóÌM> 
deiui^y dei regtioy e degli ottimati, pare 
^^ #^v abbialio il Inogo dopo la ..mista, 
liomMòtQ da lui seconda; la qnal co^ non 
4(K>tivefrebbe con i gradi di quelle due ^pe- 
^e -posto anche negli altri libri ; ma e' par 
bene cbe circa i gradi della tirannide, del«> 
fnligarchia^ del governo popolare, non sia 
discrepanza di quello eh' egli ha detto mas*- 
d^mdiìieiite nel civile • £ circa la tirannide 
nferà' varia anche da quelìo eh' egli ha det- 
to ne'' libri deHa repnbblica, ne' quali lilMri 
-é^ insiderò coinè ciascuna di quelle cin- 
"qoe ' specie si tramutava ilella prossima , 
^SKx^aè da' qu^l suprema grado di perleztone 
^ir oiiima repubblica si cadeva nell'estre- 
'Hfb '{indo di Corraziùi^ » cioà nella liraa- 



f "^ 



X 



W ' • 

04 DELtE BXPUBBraCHS 

xiide di grada iu grado, la qual cosa dif 
chiarerò Bel trattato della trasmutazione 

^ ddle repubblicbe ; Ma. nel civile non prò- 

. cede Platone con questa eonsiderazione , sì 
che non corrispòndeddo interamente le sper 
eie poste in quel libro alle specie de* lÌDri 
della repubblica, non possono anche con- 
Tcnire i gradi, di Quelle con i gradi di quel- 

, Faltre. E benché Platone ancbe nel civile 
ponga quelle sei specie come* necessarie e 

. come imitanti la retta ora ìa meglio , ora 
in peggio i e che secondo questa conside-» 

. ra2done e' pàja che ell'abbiano qualche con^ 
formila con le torte, e degeneranti dalFot* 

' lima, nientedimeno ne* libri della repubr 
blica e' considero tutti i reggimenti fuori 
dell'ottimo e vero , come non retti , torti 
e devianti dal yero. E nel civile . e' censi* 
derò le specie che pose non col rispetto d^ 
r òttima e rettissima, ma cotne tra loi:o a^ 
vevano natura quasi di rette e non rette 
dopo quelle • E avendole distinte con altra 
ragione, come si è veduto , non ha potuto 
jion variare in qualche modo nella consi- 
derazione de* gradi di quelle, ai gradi del- 
raltre. Quanto poi alle specie poste ne* li- 
bri delle leggi, si può forse dire che com- 
{^ >rendendosi, come più volle ho detto, nel- 
* ottima repubblica il regno e raristoerazia, 
.e ponendo Platone nel secondo grado la 
sua mista , egli viene a lasciare il pmno 
graderà quelle due specie senza distinguere 
ì gradi tra loro. E se quella mista corri** 



TRATtATÒ n. 6^ 

Sponde \n qualche modo air ambiziosa , ver- 
lebbe PJatoae ad ^ver posto nel secondo 
grado r una e Toltila, benché e' consideri^ 
come ho detto, T ambiziosa come torta e 
degenerante « La qual considerazione e* non 
ia circa la mista . £ nondimeno là pono 
fuore deir ottima , eh* è rettissima, ma vuo-' 
le eh* ella sia retta nel secondo luogo . E 
tanto bastando aver considerato circa i gra- 
di delle specie della repubblica poste da 
Platone , passerò ora a ragionare de* gradi 
delie specie poste da Aristotele, il qua! die- 
de il primo luogo tra i reggimenti retti ai 
regno, il secondo agli ottimati, il terzo a 
quello che col nome del genere chiamò re* 
pubblica « £ tra i non retti e devianti dai 
retti , pose nel primo luogo la tirannide , 
nel secondo lo stato de* pochi , nel terzo 
ed ultimo il governo popolare . £ percioc-* 
che io ho disputato nel precedente discor* 
so di quello che s* abbia a sentire del re- 
gno e deir aristocrazia con le leggi secondo 
k mente d* Aristotele, basta eh* io avver- 
ttsca in questo proposito , che dopo il re- 
gno perfetto , e quasi divino , e dopo l* a- 
ristocrazia simile a queib , pare che si a- 
vesse a dar luogo al regno , e dell* aristo- 
crazia con le l^i , ' se però le considera- 
zioni eh* io ho fatto sopra queste specie 
nel precedente trattato, wmo qualche dif- 
ficoltà, e quanto alle quattro specie di re- 
gno oltre air assoluto, e principalissimo no- 
minate e dichiarate da Aristotele, è da con- 
Cavalcanti 5 



i 



66 i)zisLz jtiWomiicKE 

siderare, ohe avendo egli poc* esdtiso. 3 ve* 
gno 9 ch'era nella repobblica Spartana^ per 
)a cagioiie che si i^ede nel trattalo prece» 
devte» e il re^o. barbarico e r&imKexia 
de* Greci come monarchie : tirannide. » ti 
refita solo il reguto del tempo de^i ^poì^ 
il quale tra quelle sorti di regno può le- 
i>ere il primo grado • Dell* aristocrazia fect» 
Aristotele tre specie » e dopo la prima e 
vera aristocrazia , la qaale tiene il primo 
grado, nominò quella, nella /quale si. Ira 
rispetto alla ricchezza, alla virtù ed al pò* 
polo, e quella nella quale si ha rispetti» 
«olamente alla yirtù ed ^l popolo , i gradi 
delle quali si posabnò considerare forse, «so* 
Qondo che Y una è piii vicina dell' ahra , 
alla vera aristocrazia. La qual cosa pare 
ohe ai possa esaminare in quanto è più o 
inatioa mista Tuna dell* altra, o in quanta 
si ha più rispetto alla TÌrtù neir una che 
xieiralfo^, secondo le quali considerazioni 
Tu^a, sarebbe più ddl* aristocrazia. Mb, A* 
tìditkeie dice nel quarto libro, della Politi^ 
ca , che la mistura della libertà , delle rie* 
ehezze, della virtù si debfae chiamare stato 
di ottimati più d* ogn* altro governo aristo* 
cvatico fuon della vera e prima aristocrama. 
£ per quella parola libertà bi comprende il 
popolo, del quale dia è propria. Nel terzo 
ed uhimo luogo pare, che si debbono porre 
quelk repubbliche, noihinate cosà col nome 
oomnne^ le quali pendono più verso lo stato 
di podbi* £ perciocché di q[ttesta sorte di 



TttÀTrATo n; 67 

tt|>a1>bKca' Aristotele non determinò^ né di» 
stinse* le' specie y è cosa ragionevole che es- 
sendo ella una .mistura di stato di pocbi ^ e 
di governo popolare ; e non si potendo far la 
mistura a punto ^ quella repubblica che 
fosse in meglio mescolata e temperata » sic^ 
ebè meno pendesse nello stato di pochi o 
del popolo , tenesse il primo grado, e con- 
seguentemente quella^ che a questa fosse piik. 
vieina , e più simile, avesse Taltro luogo. 
Ma tra le repubbliche corrotte diede Ari- 
stotele alla tirannide il primo gradp , peiv 
ehè neoessariameute quella è pessima 4 la 
quale é la deviante e degenerante propria.* 
mente dall'ottima e divinissima , cioè dai 
ragne perfetto , e che a quello è opposta^ 
è cosi è lontanissima sopraitutte dalla na- 
tura delle repubbliche, e meno di tutte è 
irepubblica , coihe dice Aristotele. Questa h 
quella, la quale e massimamente tirannide 
e senza sindieato governo imperiosamente 
govet^ e comanda tutti i simili e miglio^ 
ri, e a utilità sua propria non a beneficio 
di questi ; onde avviene che questo goverw 
no è eontra la loro volontà . U altre due 
specie di tirannide sono certe monarcfait 
de' barbari 5 e T Esimnezia de' Greci , come 
dì sopra bo detto, delie qmji fors^ il prin- 
cipato de' barbari merita d' esser posto nel 
imsendo luogo , e nel terzo qud de' Grecia 
eome si può considerare per le^ condÌ2Ìom 
e dàf&renze di qu^li, dichiarate «el disoof^ 
'io precedeste* Lo stilo di podai tiene il 



68 DELLE ' REPUBBLICHE 

secondo grado dopo la tìranaide^ peroioe* 
che il governo d^H oltimaii è molto lon-^ 
tano da questo reggimento . £ tra le quat- 
tro specie dello siato di pochi , nel primo 
grado di corruzione è quella, che bel Irati 
tato precedente^ è posta nel quarto ed vi- 
tiino luogo la quale, è tale tra le <Jifia^ 
cbìe^qual è la tirannide tra le monarcbie) 
e r ultima specie del governo popolare ti^ 
le . democrazie . Nel «econdo grado è quella 
che la precede nel terzo . L' altra nd quai»-: 
to ed ultimo y la prima , salendp co^p^r 

Sradi dair ultima alla prima • Alla repiihi 
lica popolare assegnò * Aristotele il terzo 
luogo delle tre specie cattive e coirotte. 
,Ma tra le quattro specie di quella v comift* 
dandosi pur dall' ullima e andando :verso 
la prima 9 il primo grado tiene .quelld) che 
Ara le democrazie è tale , quale è tra k 
monarchie la tirannide e tra le : oligarchie 
r ultima specie nominata dai Greci dina- 
6tia , e conseguentemente ha il suo grado 
ciascuna dell' altre tre specie. Ora percipc- 
che Aristotde considerò F ottima repubblka 
in due modi 9 r uno de* quali è in quanto 
'elV è ottima assolutamente, se si potesse a- 
vei,4a tale , quale si può desiderare , come 
è il regno e 1' aristocrazia ; l' altro in quaiv 
to: gli uomini possono più facilmente conr 
seguirla, ^ in quanto ella si può aceomo* 
dare a pie città ; e questa è quella , 'Oon« 
^ideranao&i per ora la materia, cheè^oDAr 
.pQ4a.di .cittadini ' mediocri e pari di ^^ 



ItlW^WB 



peggpore 
determinato che 



TRATTATCr n^ '^ 6^ 

^one. E. massimameule quanto alle r4#u 
cèetze ardi>ke questa repubblica , secondò 
questa coiisiderazioiie , il. primo luogo, sic^ 
come ha il regno , e T aristocrazia il primo 
oome ottima assolutamente. Ne è difficit 
oosa a ocmoscere quale delle altre specie di 
repubblica y poiché si sono poste più spe^ 
de di oligarcnia e di d^nocrazia, si avesse 
a porre nel primo luogo, e qual nel se-* 
GOodo, per e«ser quella migliore e questa 
, e conseguentemente negli altri 
ato che sia quale è l'ottima repub- 
blica ^ perehè è necessario che quella sia 
migliore ^ che ali* ottima più s* avvicina ; e 
qudla peggiore , che più si discosta dal 
meszo^ o mediocre, se già non si avesse a 
&r gitjidicio della bontà della repubblica i 
fecondo che conviene a] fine propostoci 
della città . Perciocché s* egli è bene più 
da esser eletta per natura sua più una for- 
ma di repubblica, può nondimeno accade-* 
re cho non quella, ma una diversa da quel'- 
la sia a qualche soggetto più accomodata e 
più utile , come determina Aristotele nel 
quarto della Politica. E tanto \ia detto cir- 
ca i gradi delie repubbliche, secondo la 
mente di Aristotele. Ora veniamo a Poli^ 
hio, il quale avendo posto sette specie di 
repubbliche , come nel precedente trattato 
si è veduto , diede.il primo luogo tra le 
buone a quella che è composta di regno , 
di stato di ottimati, di governo popolare; 
e tal vuole che fosse la repubblica de' La« 



éedettoni , ' e quella de' Romani • £ a ' |)rt&^ 
rtre questa repubblica mista a tulle TaUre 
specie semplici , fii indotto da questa ra^o* 
i^e, cbe ciascuua delle altre semplici èpo* 
éo stabile. Perciocch'ella degenera e si tras- 
tauta facilmente in quella sorte di yimsa 
repubblica che V è li'iciiìa , e quasi con- 
giunta come il regno nella tirannide, Io 
stato degli ottimati nel goyerno de' pochi v 
il governo popolare retto nel Ueensoso e 
violento. Ma la ben composta e tempebta 
repubblica vuol cbe sia più ferma e più 
durabile, perchè ciascuna dì quelle parti 
o specie delle quali eli* è composta , r si m)- 
Meogopo r una T altra , e non permettono 
che una evedendo troppo degeneri n<A vi* 
Eio vicmo , ma che si mantengbi m quel 
corpo civile una certa egualità e un bóon 
tempei*amento tra le parti dette , e tra que- 

fu umori che lo conserva lungamente • 
>ando adunque Polibio il primo gradala 
questa repubblica cosi composta , ne segui- 
ta 9 che 1 altre specie rette le siano infe* 
riori , e che i gradi di quelle si raccolga- 
1X0 dair ordine 9 col qual egli T ha poste» 
sicché dopo Tottima , il regno abbia il pi> 
mo luogo, gli ottimati il secondo, il go^ 
verno popolare retto il terzo ; e tra i reg* 

Simenti cattivi e corrotti sia nel primo gra- 
o la tirannide , nel seco ti do lo stato di 
pochi, nel terzo il governo popolare licèi> 
i^ibso. Avendo io adunque ragionato abha- 
Uaàza de^ gradi de' reggimenti^ resta ch'ie 



\ 



TllAlTÀTG IL 71 

€0|i8Ìdcrt la convenieiua e discoaTeciienea 
tb*è lra> i detti autori iti questa matem^ 
Laonde dice , che e* pare che Platone ed 
Aqstotele convengano di gradi del regno» 
è 4^gii ottimati^ ed in somma de* retti gor> 
verni, salvo che Aristotele invece del go^ 
verna popolare jretto , posto nel civile da 
Piatane nel terzo luogo, pone la repùbblica 
mista , e nomimta col nome comune ind, 
terzo grado . E qo^Ato ai gradi dalle rc^ 
paUDliche non rette e deviami , conviene 
Aristotele con Platone de* gradi della ti-- 
raanidie, dello ^ato de* pocni^ delta repub- 
blica popolare 9 secondo che Platone gli ha 
posti nf^ civile e ne* librr delle leggi . Ma 
e* Hkoa par già , che e* convenga de* gradi 
de* medesinati r^gimenii ««l n^^Ai^ ^^ p]^, 
tone ali ^a posti ne* libri della re]^j^iui^ia], 
perche cominciando noi dalla tirantf4e che 
e nel primo e supremo grado di convzio- 
ne 9 il governo popolare generalmente W 

5 reso il luogo suo dopo quella, e lo stalo 
è* pochi, dopo essa repubblica popolare , 
in modo che Aristotele non conyieoe àA 
gmdo f uè del reggimento popolare , né del» 
to stato de* ]ppchi . Oltra di questo è da 
considerare, cke Aristotele dice nel quarta 
della Politica, che lo ^ stato popolare tra tut« 
ti gli s^ti non retti, è temperatissin^o » E 
che alcuui tnnans^i a lui , intendendo di 
Platope , dissono il medésimo « Ma per al* 
tro rispetto , e per altra consìderazio-' 
n^ ^ perchè Platone pudico che umx- 



fp^ BELLE n*FUBBtf€HE 

do le reptibbHche tutte buone, oojtie Y o^ 
ligarchia , e le altre , la pòiM>larfe imse: tra 
tutte la più cattiva , .e essendo 4iatliye fesse, 
la ttiìgUore, ma noi^ soggiunge Aristotele;^ 
diciamo , che tutte queste degeuerapo ^ e 
escono fuore del retto, e che non ^ bet 
he a dire , che T oligarchia sia n^gliare 
runa dell'altra, ma sibbene meno' càttivajper 
queste parole di Arislolele si vede^ , eh' ©- 
gli imputa piatone di due cose, l'urna è eia 
e' chiama buone le repubblica© cattiti « 
degeneranti dalle buone; Taltra che HaEonie 
non doveva dire , che una fosse miglile 
deir altra ma meno cattiva. Ora io per una 
tacere quel poco che mi occórre in qiiesto 
luogo, dico, che Aristotele fa la repubbìicfii 
popolare pw tpnapcrata <li tutte, perciocché 
.«uf^» ^iiella che degenera dalla repubblica 
'notaio eon il nome comune, e a quetia è 
oppt^sta,. la qual repubblica essendo la naieu 
>aoiia tra. le rette, e buone, ne seguita 
che^ qi^eUa che da lei degenera sia la meno 
cattiva tra le degeneranti , e corrotte , aie- 
come il medesimo Aristotele disse nclV ot-» 
tavo libro dell' jEtica, che elF era > meno coat- 
tiva, perchè ella usciva fuore poco della na- 
tura della repubblica,' e che elle coi\fiaavaiM> 
insieme.Ma Piatone il quale,Aristotele dice che 
anch' egli dette questa mediocrità , e questjo 
liemperamento della repubblica popolare,, 
risguardando ad alto , ebbe forse riguardo 
a questo, che e' Ja pose ausasi sul confila 
tra^ le buone e Ie,^ttive » benché da qneUo 



^e scgme si pob"^ forse più facH^^nte 
eoBosoene htcav^a cbea ciò Io iposse* Ma 
quanto a quf^o cbe Aristotele oppone a 
Platone, dell'aver' chiamate tutte le repub* 
Uiche fauonf dico ^ cbe come si può vedere 
nel libro d/i^SL repubblica , laddove si tratta 
tolta •^^iie'ta materia , Platone propone di 
Toler «esaminare quale delle repubbliche non 
rette ckiamaudo non rette tutte le sei spe* 
zite yomi^nate a quella settima, ch'egli oa 
«e|3^rai(h da tutte Paltre , quale dico , essen- 
dr queste hon rette tutte difficili e moleste 
f vìvere iu quelle , sia la meno difficile, e. 
quale la più difficile e fastidiosa,, e divi-», 
deodo le repubbliche in sei spezie, com'è 
detto ,. e ponendone tre spezie , dico cosi , 
come legittime, e tre come inique , dice 
che'l regno congiunto con le buone leggi , 
è ottimo tra tutte le sei; ed il priticipato 
che- è fuor ddle leggi e iniquo, e quest'è 
la ticaanide ^ è difficilissimo , e molestissimo. 
U governo de' pochi , parendo verisimile, 
cbe comprenda m esso il buono ed il cat«^ 
tivo , cioè l'aristocrazia , e l'oligarchia , pose 
nei mezzo, come il poco è mezzo tra uno 
e molti • JE venendo stilè stato popolare 
senza. distinguerlo, e similmente compren- 
dendo il buono ed il cattivo, che cosi si 
contìnua bene il suo discorso , che questo 
è debile, come quello cbe comparato con 
gli altri , non può fare ne gran bene ne 
gran male , ed inferisce che tra i . governa 
legittimi questo è pesiivfio ; e p^ qn^ta 



«i pai. intendere il legltUmo , e UKk^^Mmt^ 
Otti ottimo -j cioè <|ttel g<svei!iu> poppare 
c^ sì pone ira gli laiqul ; e jioggiiiiisige poi 
-oltimamente^ e condizio^almeit^ parlando^ 
che se latti i governi dissero i^ oompotfi* 
e mal temperati, ai vorrebbe i^no. viv«ii^ 
nel popolare che in tutti. Or se ^j^iesto fosso, 
il seotìmento delle parole dì Platóqbe i hodi 
arebbe luogo TobbjeKione che Ari^totieìi» §sk^ 
€Ìt^ egli abbia detto , che tutteule irepubblcbe 
siano buone. La qnal cosa par# che fm\fo 
meno si possa onporre a Platone, c^uanto ^ 
tìi vede chiaramc jlìx:. , eh* egli ha di3tiatQ U 
sei spesie secondo le buone e le cattive 
leggi • ^ siccome Platone le ha tiitte per 
non rette ^comparandole con qiieUa s^iltinM, 
e separata specie* Ed - Aristotele n^^lla Poli- 
tica dice anch' egli, che tutte le altre aporie 
sono nel vero devianti dalla ottima repub* 
lilica , cosi anche Platone ^nsiderandole 
Ira loro istesse, le distingue conie legittime 
ed inique, ed in somma come buone e 
Tee^ come particolarmente nel libro del 
regno si vede* Ma se noi volessimo tiiteu- 
dere piuttosto^ che Platone avesse ragionato 
deUa repubblica popolare cattiva soic^ineiite, 
si |)otrebbe forse dire, che le parole^ d^^sso 
jsnonano piuttosto così , che se tutte le re- 
pubbliche fossero buone , la popolare sa- 
rebbe la peggiore di tutte , se eattive , sa* 
rebbe migliore. Resta dunque solo Fimpa- 
tazione , eh' Aristotele dà a Platone dì quel- 
ite improprietà di parlare^ Ed io. l^sciaadi^» 



I 



TRATTATO n. ^|^ 

i}^gludScio di queste <;o$e a* più iialellìgenti 
e gtudisiosi di me , mi contento- d^àTerof 
detto quello cbe sopra ciò aveva f^onside^ 
rato . Ora passando alla convenienza e àìh 
scoiìvenien^.a di Polibio con Platone e con 
Aristotele dico, che avendo anteposto fo^ 
libio la repubblica mista a tutte le altre, 
fioó conviene de^ gradi del regno , e del^ 
Tiiristocrazia né con Tuno ne con T altro ^ 
percbè appresso di Joro quelle semplici e 
mre spezie di repubblica tengono i prtnH 
neghi , ne conviene anche del: grado- delia, 
taiisla, perchè Platone dà il secondo luogo 
Blk sua mista formata da lui ne* libri delle 
leggi .^E se Tambizìosa, posta da lui ne* li- 
bri ddla repubblica , sì avesse da conside- 
rare come assolutamente degenerante , e 
viziosa , arebbe anche questa il secondo 
It)iogo , e seguiterebbe dopo Tottima^ come 
si vede ne* libri della repubblica. Aristotele 
pose poi la sua mista « nominata col nome 
comune repubblica, nel terzo luogo, E per^ 
ciocche Polibio compone la mista ed ottima 
repubblica di quelle tre spezie cbe di sopra 
^ ho riferito « non voglio tacere che Aristo- 
tele nel secondo lim*o della Politica dice% 
che molti dicono che e' conviene, cbe J' ot- 
tima repubblica sia composta di tutte 1^ 
spezie. E perciò lodano la repubblica* de* 
Lacedemoni come composta di regno ^ dV 
ligarchia , e di demorazia , conciossiacosaché 
il regno apparila nei re « Foligarchìa» nel 
teoato, la dediocrazia nel miagbtrato dcjgjii 



7& DELL1E? RW^B»LKHE 

efori. IVIa che alcuai altri d^icono, cfatQ.relq4 
ria è tirannide, e che la demoor^iiiia; ,$i 
Tede ip que' conviti pubblici , i. quali «essi 
Xi^ced^moni usavano , ed in aUre cose, dell^ 
vita giornalmente • Ed in un gitro luogQ 
del medesimo libro dice , che dovei^dosi 
mantenere e salvare la repubbHcftì è ne^oesr 
sario che tutte le parti della città vegline 
che quella si conservi , e che tutte si maur 
teughino nel medesimo stato. Laonde; d^c^, 
che i re della repubblica Spartana si cQn<r. 
tentavano dello stato loro , per rispettoì d!^ 
gradò eh' egli avevano • E gli uomini d^^of 
celienti virtù si contentavano per rispetto 
del senato , perchè la dignità sexiatoria <^ra 
il premio delta* virtù , il popolo si conteciT 
lava, per il magistrato degli efori, il quale 
di .quello si eleggeva. Onde st.compx*eadev 
che quella repubblica pareva composta dì 
regno, di aristocrazia, e di governo popc^ 
lare. E • nel 4. libro della medesima opcira 
va discorrendo, che ell'era temperata in ma-, 
xuera , che alcuni si mettevano a dire eh* el»* 
Fera popolare . per molte sue condizioxu 9 
ed altri eh' elF era un ' oligarchia, per avere 
molte cose oligarchiche, come quivi partico- 
larmente riferisce. Ma che in quella fosse il 
regno Tha detto in molt' altri luoahì , , ol** 
tr! a quello , nel quale e' ragiona della spe- 
zie del regno, benché nel medesimo libro» 
laddove e' pone Le due spezie di aristocrah 
zia , oltre alla vera e* consideri la repob^ 
Jblioa Spartana, come upa mistura, di d^ar 



TRATTATO It. ' 77 

mocram, e di virtù, cbe è tanto, (jùanto 
dire d'arislocrazia , comprendendo forse in 
^udla' anche Itf parie del tegno , ' o forse 
notì consideraiido quel grado regio, il quale 
determinò che non faceva spezie , e che 
per non esser altro che un capitanato ge- 
ueralè perpetuo , si possa trovare in altre 
specie di repubblica. Ma in qualunque 
modo la cosa stia, Aristotele meue quella 
repnlbblica tra le aristocratiche, come di 
sopTra si vede^ e quasi in ogni parte di 
quella considera molti difetti nel secondo 
libro d^|la Politica • Di questa repubblica 
ragionò Platone nel terzo libro delle leggi, 
come d'un regno temperato per mezzo del 
senato, e del magistrato degli efori. E cosi 
¥Ìeae a essere una repubblica composta di 
r^no, d'aristocrazia , e di democrazia. Ma 
nel quarto libro fa dire a Megillo , che 
non sa come s'abbia a chiamare la repub- 
Uica Spartana , perchè ella par simile a 
una tirannide per cagione della podestà 
degli efori , e qualche volta similissima so- 
pra ogn' altra alla repubblica popolare , e 
ch'egli è conveniente negare, e n' ella sia 
stato d'ottimati ; e che il regno in quella 
è perpetuo ec. De' quali tutti luoghi si può 
raccorre in che modo sia stata considerata 
la composizione di quella repubblica, e da 
essi Platone ed Aristotele, ed anche da altri, 
ed in qual gi*ado ella debba essere posta, 
e quanto' Polibio conve^nga con loro • Ma 
circa i gradi delle repubbliche corrolite, Po^ 



•^8 DELLE EEPUBBLICHI? 

lìbio, secondo T ordine nel qaale e^ì Pha 
poste, conviene con Aristotele /ed anche con 
Platone, massimamente secondo quel che si 
irede nel civile e ne* libri ddle l^gi* 



H fine del secando irattato . 



79 






OPPOSIZIONI 



TRATTATO TERZO. 



A 



TENDO io a ragionare dell* opposizione 
che è tra le specie delle repubbliche, e co- 
minciando a considerarla ini Platone « dico, 
che le quattro specie , le quali egli pose 
fuori dell' ottima ne* libri della repubblica, 
nominate da me ne* diversi precedenti , so- 
no tutte opposte a quella ohe è sola retta , 
come ^ vizio a virtù, avendo esso Platone 
detto nel fine del 4 libro , che quanto a 
rempimenti civili dalla virtù era un modo 
solo, e questa era la repubblica perfetta, 
e veramente retta , e del vizio inhniti mo- 

Ma quattro massimamente 9 degni so- 






86 JMELLE RBPUBBLIGHE 

pra gli altrì di considerazioae , e <{ae$ti 
sono i quattro modi di reggimenti fuon 
del perfetto . Di questi quattro si può af* 
fermare, che il più opposto al perfetta sia 
]a tirannide, come ingiustissimo a giustis* 
simo governo^ e )mù lontano dal perfetto, 
e che quasi non è repubblica . £ di poi 
ciascuno degli altri di grado in grado an- 
dando verso il perfetto , come anche si può 
in qualche modo comprendere per quello » 
che nel precedente trattato ho f detto del 
grado delle repubbliche secondo Platone. 
Ma la contrarietà che si può considerare 
tra le repubbliche poste da Platone nel ci- 
vile , mi par che consista nell' esser parte 
di quelle fondate in buone leggi, parte 
senza leggi , ed inique , sicché ciascuna di 
queste a ciascuna (li quelle venga ad esser 
propriamente opposta , cioè la tiraunide al 
regno , 1* oligarchia air aristocrazia , la de- 
mocrazia iniqua, e corrotta alla legìttima; 
e quanto al regno del sapiente descritto i 
e celebrato da lui in quel libro, come so- 
lo retto governo , sarebbono V altre specie 
opposte a quello in quanto elle si trovano 
deviare e discostarsi eccessivamente da quel* 
la rettitudine . E se noi vogliamo anche 
considerare particolarmente come siano op- 
posti i reggimenti, de^ quali egli' ha fatto 
menzione ne' libri delle leggi , potremo fa** 
cilmente dire , che avendo egli affermato 
che la tirannide, lo stato di pòchi , e il go«» 
verno popolare , sono piuttosto sedizioni ^ 



ThAttATO lìl. ^* 81 

p&r2l«lità 9 clie repubblica , si fèàt chiara- 
mente quanto elle siano opposte e alla 
perfetta e alla sua mista , e da lui chia- 
mata ' seconda • Ma pare che si possi anche 
considerare se tali modi di reggimenti , 
benché siano simili e viopni T uno alFaltro , 
Come anche gli chiama Aristotele; il che 
si considererà nel trattato delle mutazioni 
de(|e repubbliche abbiano nondimeno quat 
che condizione che si opponga i* un$i air al- 
tra , e in quel eh* ella consista . Circa la 
3ual cosa dico , che quanto ai quattro mo- 
i posti da lui neMibri della repubblica 
fuori dalla perfetta, e* considera come pec- 
canti e viziosi, i tre ch'egli ha anche pò* 
sto in altri libri , come si è veduto , ' cioè 
la tirannide , Io stato di pochi , il governo 
del popolo , hanno qualche condizione con* 
trarla tra loro, siccome lo dichiarerò poco 
dipoi ragionando delle medesime poste da 
Aristotele. E qui come considerazione pro^ 
pria circa le specie di Platone dirò sola- 
mente, che tra lo stato di pochi , e là re- 
pubblica^ ambiziosa , la quale , come più 
volte di sopra ho detto , si considera co- 
me mista , non pare che siano' condizio- 
ni opposte, se già noi non voIcssìiUlo <ii- 
re , che la sete delle- ricchezze fosse con- 
traria a quella virtù , che ritiene quella 
repubblica, nella quale nondimeno, secondo 
Platone , comincia anche a esser qualche 
desiderio delle ricchezze; ma in^ quanto 
alla virtù , ed alle ricchezze dice Platone» 
Cavalcanti 6 



/ 



8% JSSLLfi RlFUBBLtCflS 

ch*^s6a discorda dalle riccbezKe^ come se 
tutte due fossero poste in una bilancia » e 

radessero sempre nella parte contraria « 
che in quella città, nella quale sono 
onorate le ricchezze e i ricchi ,, la virtù e 
^li uomini virtuosi sono disprezzati • Ma 
perciò che nella > repubblica ambiziosa re- 
gna principalmente il desiderio dell* onore» 
.^ nello stato di pochi regna solamente la 
:aete delle ricchezze , si può forse dire, che 
ira queste due repubbliche sia piuttosto 
diversità che contrarietà , perchè Tonore e 
le ricchezze sono cose diverse , e uon con- 
trarie tra loro • £ quanto ai reggimenti 
buoni cioè il regno , gli ottimati , la re- 
pubblica mista, la popolare legittima, pos*. 
^jamo dire assolutamente che tra queste^ 
non cade opposizione. Ora possiamo discor- 
rere di questa materia sopra Aristotele, il 
quale dividendo nel terzo libro della Poli- 
tica le spezie delle repubbliche in rette e 
in degeneranti dalle rette , e perciò non 
rette , come ne* discorsi precedenti si è 
veduto , oppose la tirannide al regno , lo 
stato di pochi al governo degli ottimati, 
la repubblica popolare a quella che col 
non^e comune egli chinina repubblica ; e 
nel quarto libro là dove egli determinò , 
quale de' reggimenti peccanti e non retti 
sia nel primo grado d'imperfezione e di 
vetro; quale nel secondo, quale nel terzo, 
disse che la tiraunide era sommamente pes- 
sima cattiva , eome estremamente disUntc 



TRATTATO HI. 88 

dal regno ottimo e divioissimo » e nel se^ 
condo luògo pose lo stato di pochi ^ per- 
ciocché da quello è lontanissimo il governo 
degli ottimati • Il terzo diede allo stato 
popolare 1 come meno cattivo vizioso, per 
le ragioni che nel precedeate trattato si 
sono addotte ,^ "nei quale si è anche mo- 
strato , come Aristotele nelF ottavo libro 
dell* Etica considerò similmente questa op- 
posizione , e quello che disse particolarmen- 
te circa la repubblica del nonie, e la po- 
polare . E perciocché Aristotele ha posto 
più modi oelle spezie dette, siccome ho 
dichiarato ne' discorsi precedenti , conviene 
considerare, che quelle spezie hanno mag- 
gior opposizione tra loro che sono più Iqut 
tane Tuna dall' altra , come conviene , che 
la pura ed esquisita tirannide é più oppo-; 
sta al regno , che non sono gli ^Itri cBue 
modi della tirannide , i quali sono misti , 
£ dei modi dell' oligarchia quelli sono più, 
opposti di mano in mano all^ syristocrazia 
mera e propria , che sono più stretti , e 
che allontanandosi più da (Quella s'appros* 
simano più all'ultimo modo, il quale è 
più opposto di tutti. Ma^ l'oligarchia è 
meno opposta ai due modi dell' aristocra^ 
tìsL 9 che son misti , come ho mostrato ^ 
ch'ella non è alla pura aristocrazia. £ de 
modi dell'oligarchia, quelli che sono più ^ 
oiigarchi, pare che siano più opposti ai 
modi dell' aristocrazia , dde non sono puri^ 
ma misti • E circa il governo popolare si 



/ 



84 DELLE REPUBBLICHE 

può dire, che quei modi d'esso siano più 
opposti alla repubblica cl^e soa più popo- 
lari e più corrotti • Ma perciocché Aristo- 
tele, come di sopra ho detto , non molti- 
plicò né distinse i modi della repubblica 
se non in quanto generalmente mostrò , 
eh' essa , come quella the e mista « può 
pendere più in una parte che in un* altra, 
non si può forse cosi particolarmente con- 
siderare come siano opposti i modi d'essa , 
a comodo dello stato popolare. E qui non 
voglio tacere che sebbene Tultimo modo 
deir oligarchia , e Tultimò della democrazia 
hanno gran convenienza con la tirannide ^ 
essendo uno nel governo de' pochi , e l'al- 
tro nel governo di molti , tale quale é la 
tirannide nel governo d'un solo; nientedi- 
méno Aristotele nel quinto della Politica 
dice , che Tultimo modo dello stato popo- 
lare è contrario alla tirannide secondo Esio- 
do , come il figulo al figulo . Questa con- 
trarietà è per accidente , come anche qudla 
che é Ira un figulo , e l'altro artefice , che 
fa vasi di terra, perciocché egli impedi- 
scono l'un l'altro, e vorrebbe ciascuno non 
aver a far solo, compagni in quell' arte , e 
cosi l'ultimo modo del governo popolare , 
eh' è una tirannide , è nondimeno contra- 
rio alla tirannide d'un solo per accidente , 
perciocché dico che s'impediscono l'un l'aU 
tro • Ed il medesimo pare che si possa 
dire dell' ultimo ^ modo dell' oligarchia e 
della tirannide • È contrario alla tirannide 



V 



TRATTATO III.. 85 

noti solo il regno , ma anche lo stato degli 
ottimati per la contrarietà del modo del 
governo. E si può forse dire, chel regno 
e raristocraeia siano opposte allo stato po- 
polare , non solo per la considerazione ch6 
si avesse delF avere opposizione tra loro , 
uno , pochi e molti , ma anche maggior* 
mente per la contrarietà che è tra gli uo- 
mini dabbene, e il vulgo, come dice Ari- 
stotele siiel quinto della Politica . Tra ì go- 
Terni retti non cade opposizione , perchè 
il bene non si oppone al bene. Ma tra ì 
retti e non retti si vede come cade Toppo- 
sizione. E tra i non retti si può considerare 
qualche condizione contraria ,^ perciocché 
nella tirannide e nello stato di pochi , ce-* 
cello però Tultimo modo di quella , si ve* 
de che lo stato di pochi ha qualche ordine 
di legge • La tirannide nel vero è tutta 
inordmata ed arbitraria. Tra la tirannide 
ed il governo popolare si vede quella op- 
posizione, che è tra Teccessiva linerfà anzi 
licenza, e Teccessiva servitù. Lo stato di 
pochi , e la repubblica popolare hanno op- 
posizione, perchè determinandosi lo stato di 
pochi per nobiltà , per vecchiezza , per di^ 
sciplina, lo stato di pochi si constituisce e 
si ordina di cose contrarie a queste. Igno- 
bilità , povertà , arti sordide pajono popo- 
lari • Oltra di questo per via di contrarj 
alla repubblica popolare, C(»me Aristotele 
insegna nel 6. della Politica . Né si mara- 
vigli "alcuno se a una spezie di regginxento 



^6 DELLE BEFÙfibLlCHB 

«i danno più centrar j , perciocché uno di 
<)aelli è principale e proprio, com'è la con- 
trarietà che cade tra ciascuno di governo 
retto e non retto che da quello degenera. 
E se i governi retti hanno opposizione, e 
con i non relti , ed anche tra loro stessi , 
come si vede , non è inconveniente , per- 
chè il vizio è opposto alla virtù , e ad un 
altro vizio come ci dichiara Aristotele nel, 
secondo libro dell* Etica • Ora avendo ra- 
gionato abbastanza dell* opposizione che si 
può considerare tra le spezie delle repub* 
bliche poste da Platone e da Aristotele, se- 
guiterò di dire brevemente che egfl è fa- 
cilissima cosa comprender, per quel che si 
è detto , come siano opposte tra loro le 
spezie, e poste da Polibio ; perchè ciascu- 
na delle rette è opposta a quella che è la 
sua corruzione • È quanto alla mista , la 

Suale egli prepone a tutte, pare che le 
egeneranti dalle rette siano più opposte a 
quella , che all' altre rette , e perchè le- 
nendo ella il suo primo grado di perfe- 
zione e di rettitudine , le devianti dalla 
somma rettitudine vengono ad essere più 
lontane da quella , e ciascuna tanto più , 
quanto eli' è. più torta , e più remota da 
quella rettissima . Ma se noi vogliamo ora 
considerare, come l'opposizione delle repub- 
bliche posta da Aristotele convenga o di- 
sconvenga con quella che si è considerata 
nelle spezie di Platone , possiamo dire, con- 
formemente a quel che di sopra abbiaoio 



^ 



TRATTATO HI. 87 

éettOyclie nelle rette e buone republdiche 
date da ciascun di loro non cade , opposi^ 
sione . Ma quanto alle torte 1 e non rette 
prima Tuno e Paltro vuole che tutte qtielle 
che son fuori della rettissima e perfetta ^ 
comparate , ed agguagliate a quella siano 
trasgressioni ed errori. E che perciò quan^ 
to a questa consideirasione sono opposte a 
quella • Ma comparandole poi tra loro » 
secondo che ciascuno Tha distinte come 
buone e non cattive , buone il regno , ed 
il governo degli ottimati » appresso a cia- 
scun di loro ha opposizione quello alla 
tirannide ^ e questo allo stato de* pochi • 
Ma perciocché Platone pone nel terzo luogo 
delle rette , o legittime la popolare , ed 
Aristotele la repubblica .cosi chiamata col 
nome comune , sebbene la popolar buona 
di Platone e la repubblica d'Aristotele sono 
diverse, resta nientedimeno Topposizione ^ 
che ciascuna di ess^ ha alla popolar cattiva 
ed iniqua • E quahto alla contrarietà che 
si può considerare tra le repubbliche non 
rettele manifesto che in quelle che Plato*- 
ne ha posto nel civile, neMibri delta re* 
pubblica e ne'Jibri delle leggi 9 cioè tiràn* 
uide , stato di pochi , governo popolare » 
caggiono quasi le medesime opposizioni ch^ io 
ho mostrato in quelle d'Aristotele. E per* 
ciocche Platone non ci ha dato più modi 
di ciascuna spe-^ie, come ha fatto esqu {sita- 
mente Aristotele , non si può riscontrare , 
^è considerare più particolarmente tale con- 



88 DELtE REPVBBLlCHir 

trariefà tra Tuno e Taltro. £ di questa 
non ragionando più lungamente, diro solo 
quanto a Polibio » ch'egli è co8£| manifesta » 
come Topposizione considerata circa le sue 
spezie convenga o disconvenga con quella, 
cne nella spezie di Platone e di Aristotele 
ha dichiarata. 



Il fine del terzo trattato • 



/^ 



«9 



/ 



TRASMUTAZIONI 



TRATTATO QUARTO. 



D^.. .«».«Urio.. den. «pubblio.. «. 
mono lussamente Platone neIl*ottaTO ]ibro 
aella repubblica applicandola a qudle spe- 
zie , che in que* libri aveva poste e dicb fa- 
tate ; e cominciando dalla sua ottima e 
sola retta repubblica vuole» cb^ella si tras- 
muti in quella t^h* ei chiama ambiziosa per 
colpa, dirò brevemente, di quelli che go- 
vernano la repubblica, i quali a qualche 
tempo non usando diligenza nel coogiun* 
gere i maschi con le femmine, ne osser- 
vando in ciò d'aver riguardo a quella si- 
militudine fra loro , ed a quella opportu- 
nità del tempo della loro congiunzione , ed 
in somma a quelle cose ch'egli ha ordi- 
nato , e prescritto in tale materia , sono 
cagione che s* imbastardiscano que' semi , 



90 Ì)ELLE REPUBBLICHE 

e si confonrlano e mescolino le schiatte, e 
quel suo oro , argento , rame e ferro , 
ch*.egli favoleggiando dice esser stato posto 
da Dio, quando e* formava gli uomini di 

Juella repubblica nella loro generazione , 
entro agli animi loro , cioè Foro in quelli 
che sono nati atti a governare e comandare ; 
l'argento in quelli che hanno a difenderla con 
Tarme ; il ferro ed il bronzo negli agricoltori 
e negli artefici. Da questa confusione e me- 
scolanza adunque deirargento coL ferro ^ 
e del bronzo con Toro nasce dissimilitudi- 
ue ed inegualità grande negli uomini deU 
la repubblica, onae nasce dissensione e di* 
sformità;e cosi corrompendosi quella puri* 
tà e semplicità , e quel consenso e quella 
unione cn'era prima nella Repubblica, de* 
via questa nuova generazion denomini dal- 
l'antica e prima disciplina , e segue diversi 
appetiti , é studj , volgendosi parte al gua-^ 
dagno , ed all' acquisto delle ricchezze , par- 
te mantenendosi nella virtù, e nel pristino 
stato in maniera che tirando chi in qua 
chi in là , caggiono finalmente in uno stato 
di mezzo , imitando in parte , ed iu molte 
cose la Repubblica di prima , in parte lo 
stato di pochi, ed in parte hanno anche 
alcune condizioni sue proprie, come Pla- 
tone particolarmente mostra. E perchè in 
questa Repubblica media > sebben eli' è mi- 
sta, come più volte ho detto , tiene nondi- 
meno il principato l'animosità, regna in 
quella l'ambizione, ed il desiderio della 



TRATTATO IV# gì 

potenza e deli* onore, onde Platone ia no- 
mina ambiziosa . Essendosi adunque convev^^ 
tita in questo modo 1* ottima repubblica 
neir ambiziosa , questa ambiziosa poi passa 
nello stato de* pochi , nel quale i ricchi soli 
hanno il governo in mano , e le ricchezze 
sono in sommo pregio , come si è detto ^ 
6 questa mutazione nasce d^IPaTer gustato 
que^che eovernavano la repubblica ambizio- 
sa le riccnezze, e posto troppo amore alla 
roha, sicché anteponendo Futile air onesto 
ed air onorevole , si sono allontanati molto 
dalla virtù , e dati tutti al vii guadagno • 
Ora questo stato di pochi intento all'avari- 
zia , ed air accrescimento delle ricchezze , 
fa molti ordini , ed introduce leggi e co- 
stumi atti ad aprir la via di poter facilmen^ 
te occupare ed usurpare i beni d'altri ; on- 
de avviene che in quella repubblica si ge- 
nera in molti gran povertà , nella quale 
povertà caggiono anche molti di generoso 
animo , e crescendo ognidì più la nioltitu* 
dine de' poveri , cresce anche V odio cou 
que' pochi avari e ricchi che son causa del- 
la lor povertà, e conoscendo i poveri per 
<?sperieriza della comparazione fatta tra loro. 
Ed 1 ricchi nelle cose della guerra, e del na« 
vicare, ed in altri commerzj ed operazioni^ 
che que' ricchi i quali non hanno atteso ad 
altro che ad accumulare ricchezze , son per- 
one molto tenere e delicate , e mal dispo- 
ste di' corpo e d' animo alle fatiche , ai pe-^ 
ricoli , alla forza , ed al valore , e eh' elle 



ga BELLE REPUBBLICHE 

fiono inferiori a loro , si leva con i riccKi 
con qualche occasione; ed o di fuori aju* 
tati , o per se stessi , e superandoli parte 
n* uccidono, pfirte né mandano in esilio, e 
così fondano lo stato popolare, nel quale 
essi poyeri regnano. Questo stato popolare 
si trasmuta in tirannide , perciochiè siccome 
lo stato di pochi per V eccessiva loro ed 
insaziabile sete delle ricchezze, e per la 
trascuraggine degli altri uficj per attendere 
al far roba , di che nasce la povertà di 
molti , com* è detto , ruina , e si trasntuta 
in governo popolare, cosi l'immenso ed in- 
saziabil appetito della libertà , e d' ogn^ sor- 
te di licenza , e la negligenza deir altre co- 
se fa che tal governo perisce , ed in tiran- 
nide si converte , conciossiacosaché per V in- 
solenza, e licenza popolare quegli che si 
trovano mal trattati e spogliati dal popo- 
lo, sono sforzati a resistere e col parlare , 
e con r operare , e cosi per V occasion data 
loro di far novità , insidiando al popolo, a- 
spirano allo stato di pochi , onde nascono 
accusazioni , liti e contese scambievoli tr^ 
loro, perchè il popolo di quelli eh* egK sti- 
ma atfezionatissimi alla libertà e conformi 
air umor suo, suole eleggersi un capo , 
un difensore, e quasi tutore, e gittandose« 
gli nelle braccia gli dà forze e riputazione^ 
e lo fa grande. Costui poi diventando di 
tutore traditore , per dir così , e d* uomo 
lupo , si fa con arte e con forza tiranno , 
usurpandosi quel d* altri , opprimendo chi 



TRATTATO IV, gS 

gli pare e per tutte le yìe, e con ogni 
sorte di scelleratezza e d'empietà ingegnan- 
dosi di fondare ed assicurare , e stabilire 
la sua tirannide! Or questa è la trasmu* 
fazione che fa Platone delle repubbliche tra 
loro ^ per la quale si Tede chiaramente , 
come dice Averr. nella sua parafrasi sopra 
i libri della repubblica d* esso Platone , 
quali spezie di governo siano in mezzo tra 
1 ottimo ed il corrottissimo , cioè tra la 
' rettissima repubblica e la tirannide , nou 
altrimenti che sogliono essere certi mezzi 
tra due estremi . E come tra certi altri 
centrar j si trovano essere più. mezzi, ver* 
hi grada tra il bianco ed il nero , che so- 
no opposti , sono molte sorti di colori per 
un certo ordine , secondo che altri al bian* 
co , altri al nero son più vicini , e più con- 
giunti di spezie . G>si adunque pare che 
non si possa fare trasmutazione tra due 
estremi , che siano sommamente opposti tra 
loro , se tale trasmutazione non passa per 
essi mezzi per ordine e per gradi , talmen- 
te che partendosi d*un estremo, ella passi 
prima per quel mezzo che a quello è più 
prossimo , dipoi per quel che Io seguita ^ 
e così di mano in mano per gli altri, sin^ 
che air altro estremo si pervenga • Ma il 
inedesimo A.verr., finito il trattato delle tra- 
smutazioni delle repubbliche , presupponen- 
do che Platone abbia detto , che queste 
spezie di governo siano contrarie Tuna al- 
l' altra, come sono chiaramente contrarie tra 



N 



$4 DELLE REPÙBBLICHE 

loro r Ottima repubblica e la tirannide « 
perciocché tra tali coatrarj è necessario che 
intervenga mezzo , oppone che e* pare che 
Platone voslia, che la trasmutazione si fac- 
cia per ordine , come fa la natura che non 
cpncilia insieme o trasmuta i centrar] Fu* 
no nell* altro , sé non per yia de'mezzi , 
che sono tra loro; il che non accade ia 
queste trasmutazioni delle repubbliche • I^a 
qual cosa io intendo così , che posto che 
tali spezie abbiano qualche contrarietà se- 
condo Platone , la quale contrarietà io non 
veggo , eh* egli esprima ^ e descriva , ed io 
rho considerata nel precedente discorso in 
quel modo ^he si vede F ottima» verbi gra- 
tìa , non arebbe a trasmutarsi neir ambizio- 
sa senza mezzok« né quella nelF oligarchia , 
né questa nella popolare » né la popc^are 
jietla tirannide , perché quanto a* due estre^ 
mi cioè r ottima e la tirannica repubblica, 
è cosa manifesta che quella in questa si 
trasmuta , passando per quell* altre repub- 
bliche come per mezzi » siccome Avver. di 
$opra ha detto . A questa difficoltà rispon* 
de Av^rn » che le cose delle quali qui si 
tratta son volontarie , e dipendono dall' ar* 
bitrio amano , e non naturali ; onde a^v* 
viene che si possono in un certo modo le 
nature di questi stati trasmutare ciascuna 
in qualunque altra • Onde avviene che le 
qualità degli uomini descritte in queste re- 
pubbliche , si possono in un certo moda 
trasmutare qualsivoglia in qualunque altra» 



TBATTATO IT. 9$ 

Dice ancora che questa trasmutatone qua* 
lunque ella sia , mostrata 4a Platone , non. 
si aebbe intendere come necessaria • ma 
solamente come quella, che il più delle 
volte si afveggia in questo modo ; e di 
questo dice esser la xagione , che poiché la 
virtù s* acquista per consuetudine ^ come 
Aristotele dichiara nelF Etica, s^un uomo di 
tali repubbliche si avrà a ridurre ad altri 
costuibi , che quelli eh' egli avrà preso , è 
impossibile, che questa mutazion si faccia 
per altra via che per la mutazion della con- 
suetudine delle leggi , degli ordini , e che 
la consuetudine^ e le leggi massimamente 
in quell'ottima repubblica non sì mutano 
subitamente, per essere i cittadini per lungo 
spazio di tempo esercitati nella virtù , ed 
in ottimi costumi 9 si che egli hanno tali 
abiti fissi 9 e confermati ; e perciò mutando 
costumi , mutano a poco a poco passando 
prima ne* più simili , e ne' più prossimi , e 
cosi è necessario che tali disposizioni si va* 
dano trasmutando per ordiae sin che e* si 
pervenga alla suprema corruzione , nella 
quale , come in estremo grado , sono pes- 
simi e scelleratissimi costumi . E questo ba- 
sti circa Ja trasmutazion delle repubbliche 
secoudo Platone • Seguendo adunque di rat-* 
gionarne secondo Aristotele dico , che nel 
quinto della Politica egli ne trattò molto 
esquisitamente, e particolarmente ragionando» 
de principi e delle cause di tali mutazior 
ni , e dimostrando le cause prima univer- 



96 DELLE REPUBBLICHE 

saimente le cause comuni alle mutaztcni 
di tutte le repubbliche dipoi particolariaeaie 
le cause proprie di ciascuna spezie di repub- 
bliche . E dichiarando quali sorte in quelle 
massimamente si trasmuti; circa la qual ma- 
teridy basta quanto alla presente mia mtenzìo- 
ne , la qual e di dichiarare qual sorte di go« 
verno, in qual si trasmuti^ non considerando 
ne le cause, ne altro che a ciò appartenga , es- 
sendo qiieste cose dichiarate aa Aristotele 
in modo , ch^ elle non fanno difficoltà , ba* 
sta , dico , eh* io avvertisca , eh' ^li dice, 
che le mutazioni si fanno in due modi, 
r uno è mutandosi in forma di stato in 
un* altra , come il popolare nello stato di 
pochi, o lo stato di pochi nel pppolare, 
o il popolare e lo stato di pachi nella re- 
pubblica , detta col nome comune ; e nello 
stato d'ottimati, o la repubblica e lo stato 
degli ottimati nel popolare e di pochi . 
L* altro modo ha tre membri , uno quando 
non si muta d' una spezie in un'altra ,ma 
mantenendosi la spezie , altri yoglion gover- 
nare conservando , yerbi gnuia , lo stato 
di pochi, o il principato. L'altro è quan« 
do lo stato si restringe , o si allora , come 
è fare l'oligarchia più oligarchia, o meno, 
e lo stato popolare più. o meno popolare» 
e similmente gli altri • Il terzo ed ultimo 
membro è quando s' introduce qualche nuo- 
vo magistrato, o si leva un vecchio, e 
coilsueto . £ quanto alla mutazione xd' una 
spezie in un' altra ^ mostrò Aristotele con 



TRATTATO IV. 97 

ragioni, e con esempj, per dire sommaria- 
mente, come le spezie rette nelle non ret- 
te si mutavano , e le non rette nelle rette ^ 
e le non rette nelle non rette, facendo po- 
co o nulla menzione delia trasmutazione 
delle rette nelle rette, e non ragionando 
mai della* mutazione del regno in alcuna 
altra spezie , e della mutazione della aristo- 
crazia, parlando in modo, che pare che si 
restringa air aristocrazia , mista piuttosto , 
eh' eoli intenda di quella pura e perfetta* 
Clonsiderò ancora particolarmente , come le 
repubbliche si mutano in quelle che sono 
sotto il medesimo genere^ come di quelle 
popolari , nelle quali hanno autorità le leg- 
gi, iiv^uelle che sono governate ad arbir- 
trio di chi governa. E così T oligarchie, e 
similmente si fa mutazione di queste in 
quelle . Ora perciocché Aristotele nel fine 
del quinto libro della Politica riprende Pla- 
tone , che fa la trasmutazione delle repub- 
bliche nel modo che di sopra ho dichiara- 
to, e dice che tutte le repubbliche si mu- 
tano più spesso nella contraria , che in quella 
che r è vicina, volendo io esaminare e di- 
chiarare questa materia , la quale compren- 
de qualche difficoltà, circa la contrarietà 
e vicinità delle repubbliche , e circa quello 
che n* ha detto Aristotele', io comincierò a 
discorrere in questo modo: Le repubbliche 
rette , e le degeneranti da quelle e nòu 
rette, sono contrarie, come dice Aristotele 
nel terzo e quarto della Politica , e conse* 
Cavalcanti 7 



qQ iJELlJk IISPUBBLTCHE 

guentemente 8ono sommamente lontane s^ 
oondo la descrizione de* contrarj , che e cen- 
trar) sono quellì,che essendo sotto il medesimo 
genere sono lontanissimi , e secondo ch'egli 
stesso lo considera.E neirottaYO deirEticadice, 
che le repubbliche si mutano V una nelP^tra 
massimaménte cosi , perciò che -in questo 
modo il paisaggio loro è minimo e mcilis* 
£Ìmo ^ onde pare che ne* detti suoi sia con* 
jtraddizione ; sopra la qual difficoltà dico , 
^he non ci è contraddizione^ ma che Tana 
e r altra è vera . Prima è non dubbio che 
tali governi siano contrarj , e come a tati 
convienloro questa condizione, che i con* 
trarj sono atti nati a farsi nel medesimo 
t^oggetto, come insegna Aristotele e ne*post 
predicamenti , e nel primo della Fisica , e 
Platone nel Fedone. Che siano sotto il me- 
desimo genere è cosa chiara, perchè regno 
e tirannide sano sotto il prinQipato d' un 
solo ; aristocrazia , e oligarchia sotto il go- 
'verno di pochi; polizia e stato popolare 
folto quello di molli. £ questi contrarj pos« 
€ono cadere nel medesimo soggetto come e 
regno e tirannide in un uomo parlicolare; 
aristocrazia e oligarchia in pochi partico- 
lari ; polizia e popolare in niolti particolari. 
Ma e' si dirà se la distanza tra questi è gran- 
de , come sarà brevissimo e facilissimo il 
passaggio y e la trasmutazione avendosi a 
misurare per la distanza ? A questo rispon- 
derei, che i contrari. non sono assolutamen- 
te in somma distanza, perchè i diversi sqì^ 



TRATTATO IV. gg 

pù distanti tra ioix> che i contrarj ; con* 
ciossìacosachè i contrarj siano congiunti e 
per genere e per soggetto » com' è detto. So- 
no adunque ì contrarj lontanissimi tra lo- 
ro come contrarj ; mail passaggio dall'uno 
air altro si dice esser molto bre^e per la 
facilità, e per rispetto della natura della 
permutazione, la quale è solo e propria-^ 
mente fra i: contrarj ; che se que* contrarj 
fossero meno distanti , più facilmente anche 
si muterebbono tra ^loro, onde più facil- 
mente si passa dalla democrazia^ chiamata 
da Aristotele anche repubblica col nome 
comune, alla democrazia, che dal regno 
alla tirannide, perchè elle sono in contino 
Tuna dell'altra, come dice Aristotele nel 
luogo allegato di sopra delF ottavo deli* £ - 
tica • Ma ci nasce un' altra maggior dubi-^ 
fazione , che a questa tra le cose propinque 
le quali hanno maggior convenienza , è più . 
facile il passaggio e la trasmutazione , aven- 
do detto Aristotele nel secondo libro della 
generazione , e corruzione in habentìhu.^ 
symbolum facilior est ùransitus. Le repub- 
bliche buone fra loro*, e le triste fra loro 
hanno maggior convenienza ; adunque Tuna 
nell* altra più facilmente si mula. £ nondi* 
meno Aristotele dice, che tra le contrarie 
è facilissimo il passaggio. Accresce anche la 
difficoltà, che dicendo Aristotele con Pla- 
tone che la trasmutazione si fa più spesso 
fra le spezie contrarie^ che tra le propin- 
que , le quattro . che Platone pose fuor aoir 



\ 

i 



JOO BELCK REPUBBLICHE 

Ottima 9 cioè V ambiziosa , V oligarchia ^ k 
popolare , è la tirauoide , non pare dubbio 
che queste ire ultime "poste anche da Ari- 
stotele, vengono ad esser chiamLate e tenute 
da lui per propinque. Oltra di, questo Ari- 
stotele dà più esempj della trasmutazione 
tra i non retti governi che hanno conve- 
nienza e sono propinqui , e i retti che so^ 
no contrarj , e non dà quasi alcun esempio 
della trasmutazione tra i retti. E tutte que-^ 
ste cose par che confermino , che la trasmu- 
tazione si faccia più come più facile tra i 
^inibolici^ che tra i contrarj . Circa questa 
difficoltà mi par che si possa dire, che quel 
che dice Aristotele nel libro della genera- 
zione è vero , quando ne' propinqui resta 
là contrarietà in qualche parte , ed è in un 
soggetto che può "ricevere successivamente 
Funo e T altro contrario , siccome si vede 
nella trasmutazione degli elementi , a propo- 
sito della quale Aristotele disse quella pro- 
posizione. I governi contrarj caggiono in un 
soggetto y conie di sopra ho detto , e son 
sotto il medesimo genere , e in questo han- 
no convenienza, ma sono contrarj per la. 
distanza e differenza , che è tra loro , e 
così par che si possa salvare, e verificare 
la proposizione di Aristotele in questi go- 
verni. Ma e* si dirà che Aristotele tiene le 
tre spezie non rette, sopraddette per propin- 
que come Platone, A questo risponderei, 
che Aristotele riprendendo Platone le chia- 
mò propinque, stando nel detto di Platone » 



TRATTATO lY^ tot 

e pigliandole com* ^H aveva preso. E se ^i 
opponesse, che. avendo Aristotele posto la 
contrarietà fra i retti e non retti governi , 
ne seguita, che anch' egli abhia i non retti 
per propinqui fra loro , ed i retti ancora 
per tali fra loro; direi, che secondo lui i 
non retti non sono propinqui» e non con* 
venghino in modo che non resti tra loro 
qualche contrarietà , come nel discorso pre- 
cedente si è Teduto. Onde nasce anche fa* 
elle trasmutazione tra quelli , e se gli esem- 
pj dati da Aristotele in questa materia sou 
più della trasmutazione dei non retti tra 
loro , che d'altro, dice che cosi è acca- 
duto che gli sia^ questo è per accidente , 
essendogli sovvenuto più di quegli che de- 
gli altri. Aggiugnesi a questo, ch'egli è più 
facil cosa che un viario si trasmuti in uà 
altro vizio che nella virtù • Ma si dirà » 
che siccome i non retti governi hanno 
qualche convenienza tra loro , come il fine 
del ben proprio , e non comune, l'esser 
corruzione de' retti e simili cose , ed han- 
no anche qualche condizione contraria, co- 
me si è detto , cosi i retti debbono avere 
tra loro convenienza , e per conseguenza 
la* trasmutazione si debbe fare tra loro 
spesso , e facilmente , coitxie si fa tra i non 
retti ; e nondimeno non si, vede che questo 
cosi accaggia , ed Aristotele non ne dà 
forse esempio alcuno . A (i|uesto si può 
dire, ch'egli è vero ch'essi hanno conve- 
nienza tra loro^ come dell' oggetto del bene 



I02 PELLE BÉPlTBBLrCHÌC 

universale , e delF esser retti e giusti 'go« 
Terni, e specialmente tra il regno , e gli 
ottimati è questa conTenienza, che 1 regno , 
eome dice Aristotele^s^ordina cope lo stato 
degli ottimati , in quanto e* si dà per di- 
[nità e per merito o di propria virtù , o 
iella stirpe , o. per i beneficj , o per que- 
ste cose 9 e per la potenza insieme . Ma 
non possono già aver contrarietà, perchè, 
come di sopra è detto , il bene non è con- 
trario al bene , In modo che se per questa 
causa cade difficilmente trasmutazione tra 
e$si , resta che si trasmutino piuttosto nei 
governi non retti, e i non retti in quelli » 
come Aristotele mostra per esempj. nel 
quinto. Ma forse è njieglio finalmente dire, 
che la trasmutazione degli stati vien mas- 
simamente da operazione dell'uomo, Tope- 
razibni del quale son volontarie, e dipen* 
dono dair arbitrio suo , come disse Averr. , 
e come è manifesto , in maniera ch'egli è 
necessario distinguerlo dalle operazioni na- 
turali • E perciò non si può in queste a- 
mane azioni procedere con la regola delle 
operazioni naturali • E di qui nasce che 
gli uomini mutane gli stati indifferente- 
mente, secondo che piace loro. E percioc- 
ché e* vivono per la maggior parte secondo 
l'appetito e non secondo la retta ragione, 
6 sono mal disciplinati e corrotti, rade volte 
^ per necessità e per qualche accidente 
passando dal male al bene mutano i go- 
verni cattivi iti buoni, ma piuttoato i eat* 



HiATtATÒ IV. ' Io3 

tlvi in cattivi, ed i buoni e retti, essendo 
ben^ fondati , e ordinari secondo ]a virtù e 
il giusto , non sono esposti alla mutazione 
tra loro così facilmente . Olirà di questo 
Aristotele dice nel quarto della Politica j 
che la maggior parte delle repubbliche so- 
no^ alcune democratiche , ^d alcune oligar- 
chiche , perciocché essendo nelle città spes^ 
se volte piccola parte quella eh* è medio-- 
ere, sempre quelli trovandosi fuori della 
mediocrità, i ricchi o popolari che sidno^ 
quando sono divenuti superiori tiratio il 
governo e lo stato a se, in maniera che si 
fa o repubblica popolare , o stato di pochii 
E olirà ciò nelle coi^fese che nascono tra 
il popolò e i ricchi , quelli à cui sarà toc<r 
cala la vittoria , non vogliono uè ordinano 
uno stato com' è l'eguale , ma reputano pre^ 
mio della viltoria Tesser superiori nella re- 

Ìmbblica. E perciò quelli in governo popò- 
are, quegli altri in stato d' ottimati la ri- 
ducono. Oltra di questo i principati che 
per il più sono stati e sono, hanno poca 
rettitudine , e pendono molto nella tiran* 
nide. Oùde la mutazióne che si fa delP al^^^ 
tre spezie nel principato , si fa massima* 
itiente nel non retto e tiraniìico principa- 
to. È adunque manifesto conie si consi- 
dera nelle spezie degli stati la contrarietà 
e la vicinità , come e per quali cagioni gli 
nomini mutino gli stati indifferentemente , 
e piuttosto i non retti , che altrimenti. Ma 
Ì0 pontoda fiae a questa speeulazione ^ pa$^ 



r'W^imw^^tim^m^^m^^mmm 



■^^W^^^w^<"^r»» ^^ i f^ ' ^ 



I04 DSLLE REPUBBLICHE 

serò seguendo il proponimento mio a dir 
come Polibio fa la trasmutazione delle spe- 
zie eh' egli pose de* governi civili in questo 
modo . Quel suo principato , per dir cosi , 
naturale è causato dopo qualche diluvio 
o pestilenza , o altro , se pure non voglia- 
mo considerare anche la trasmutazione di 
questo, si muta in un principato o regno, 
nei qual la ragione a poco a poco pigli 
dominio , il che in quello che si mata 
possedeva prima la ferocia e la potenza. 
Questo regno poi degenera , e si converte in 
tirannide, la tirannide nello stato degli et- 
timati , lo stato degli ottimati nel governo di 
poc^i. Questo nel popolare, si muta , il quale 
passa in popolare licenzioso, o violentò, e 
questo in un principato violento « e cosi 
Polibio fa questa circolazione delle repul>» 
bliche in que* modi , e per quelle cause 
eh* egli dimostra. Resta ora, che per dar fine 
a questo discorso io dica, come tra Platone 
ed Aristotele è poca convenienza circa la 
trasmutazione degli stati ; peluche Platone la 
fa solamente tra quelle spezie eh* io ho ri- 
ferito. E in quella maniera che si è vedu- 
to , e per quelle cagioni eh' egli chiaramen- 
te mostra , Aristotele la fa tra le spezie po- 
ste da lui , e tra i modi di quelle , e quasi 
indifferentemente e per molte vie, e per 
varie cagioni e con gran copia* d'esempj. 
Oltre eh' e' tratta ancne del modo del con- 
servare gli stati' molto diligentemente ed 
esquisitamente, la qual cosa possiamo desi* 




TRATTATO IT. ' loS 

ierare da Platone. Polibio ha poca ccjnre- 
nienza eoa Platone, perciocché le spezie de* 
goTerui , nelle quali ei fa la trasmutazione 
non rispondono interamente a quelle di 
Platone, e non la fa tra le medesime spezie 
che fa Platone , variando anche in parta 
nelle cause e nei modi . Cosi Aristotele ad* 
che poco conviene, perciocché sebbene ei fa 
la trasmutazione tra le specie poste anche da 
Aristotele , come regno , tirannide , sta£o 
d* ottimati , di pochi , governo popolare ; 
nientedimeno e* non la fa ne* modi medesi- 
mi che la fa Aristotele, e il suo retto po- 
polare governo, nel quale passa lo stato di 
pochi, non è dato da Aristotele come ne* 
discorsi 'precedenti si vede . In somma Po- 
libio discorse molto generalmente, e con- 
siderò poche cose d* mtorno a questa ma- 
teria , della qual Aristotele trattò tanto par- 
ticolarmente ed esquisitamenle , che quasi 
non si può desiderare di più cosa alcuna. 
Restami a dire circa questa materia, che 
San Tommaso esaminando Tobbiezion d'A- 
ristotele contra Platone eh' e , che le l'C- 
pubbliche si mutano più spesso nelle con- 
trarie che nelle prossime dice, che se Pla- 
tone avesse inteso che le repubbliche si 
corrompessino solamente nelle vicine, avreb- 
be errato , ed Aristotele avrebbe detto be- 
ne contra di lui ; ma s' egli ha inteso che 
più facilmente elle si trasmutino in quel 
modo , ha detto il vei^o . Ed Aristotele non 
repugna avendo detto ne' libri della genera- 



f 06 D£LLE REPUBBLICHE 

^ione e corra2Ìone , che nelle cose che hanno 
convenienza è più facile il passaggio deir 
tina neir altra . Ora come Platone inteo'^ 
desse la cosa forse non è ben manifesto. 
Ma Averr. nella sua parafrasi dice, che h 
trasmutazione data da Platone non è necessa- 
ria , ma per il più ^ come di sopra ho det^ 
to. Quanto poi alla trasmutazione de' sim- 
-bolici , secondo Aristotele si vede per quel 
che di sopra ho detto , le difficoltà che 
sono in tal materia ^ e com* io le ho dichia- 
rate, e risolute 9 rimettendomene però air 
opinion de* più dotti e giudiziosi. 



U fine dei quarto trattato. 



NEL PRIMO LIBRO 

DELLA POLITICA 

DI ARISTOTELE. 



L'ingiustizia armata è importunissima y e 
T uomo è armato dalla natura d^lla 
prudenza j è della mrtàj le quali e può 
usare a contrarie operazioni. 



TRATTATO QUINTO. 

Jr oTREBBE dubitar qualcuno come Aristo*^ 
tele dica in questo luogo che Y uomo ha 
dalla natura la prudenza e la virtù , e 
eh' egli le può usare a operazioni contra- 
rie 9 avendo provato nel primo libro del« ^ 



K 



Io8 DELLE REPUBBLICHE 

r Etica, e nel secondo de* gradi mollali cfae 
le virtù non si generano , ne sono in noi 
^er natura ma per la consuetudine, e per 
le spesse operazióni, come particolarmente 
si può vedere ne* detti luoghi . . E che le 
virtù non fossino in noi per natura fu di- 
chiarato prima da Platone nel Menone, 
dove e' mostra che gli uomini non sono 
buoni per natura. Oltra di (juesto ha detto 
Aristotele nel principio del quinto libro 
deir Etica , che e' non accade nelle scienze 
e nelle facoltà, e negli abiti il medesimo; 
ma che e pare che la medesima scienza e 
la medesima facoltà sia de* contrarjt, ma 
che rabit<^ contrario non è già de^contra- 
rj , come la sanità , la quale e* considera 
come abito del corpo, non produce opera- 
zioni contrarie , ma solo operazioni sane , 
ma non operazioni offese e difettive nella 
'. sanità . Ora avendo egli dimostrato che la 
prudenza è abito della parte intellettiva , 
come si può ella estendere a buone e cat- 
tive , e in somma a contrarie operazioni ? 
Corroborasi questa dubitazione anche per 

Suesto eh' egli ha detto nel secondo de'^ra- 
i morali , e nel primo della Bettonca, 
che la virtù non si può usar male , per- 
chè se ella si usasse male , allora perderei)* 
be la natura e il nome di virtù. La pru- 
denza senza dubbio è virtù , e gli altri a^ 
biti nominati yirtù morali ; adunque non 
si possono usar n^le. Questa dubitazione 
"- si scioglie facilmente epa la determinazione 



j 



TRATTATO V. 109 

del medesimo Aristotele, il quale nel sesto 
libro dell'Etica , e nel pvimo de* gradi mo- 
rali mostra' come noi abbiamo eerte pa^ 
lenze , e per dir cosi , Tirtù naturali 9 le 
quali ci fanno atti a ricevere gli abiti vir- 
tuosi 9 quelli dico , cbe sono chiamati pro- 
priamente virtù , e che per consuetudine 
si acquistano , e conducono a perfezione 
quelle naturali potenze e attitudini , le quali 
fanno parere che ciascuno per natura ab* 
bia certi costumi , come di giustizia , di 
temperanza o d'altro , e cbe con queste di- 
sposizioni e virtù naturali , benché noi 
possiamo operar bene , nientedimeno non 
operiamo bene in modo eh' elle siano ope- 
razioni rette e propriamente virtuose , co- 
me quando noi abbiamo acquistato V abito 
ìiirtuoso che dà a tali potenze perfezione ; 
e siccome per mezzo di quelle stesse noi 
possiamo facilmente operar male , còsi di- 
ventate virtù , non possiamo più operare se 
non bene. £ mostra come la prudenza ha 
per soggetto ^ dirò cosi , una disposizione 
e potenza chiamata dai Greci ^^ quasi co- 
me astuzia . E la virtù morale una natu- 
rale virtù , delle quali naturali virtù elle 
riducono a perfezione . Stante adunque 
questo, facil cosa è sciorre il dubbio, e gli 
argomenti opposti di sopra; perciocché A- 
ristotele parla in questo luogo delle dispo- 
sizioni e attitudini , e virtù naturali, e ne- 
gli altri luoghi degli abiti virtuosi cbe si chia- 
mano propriamente virtù. jM primo argo- 



V 



yiO DELLE REPUBBLICHE 

mento adunque si risponde ^ che dorè e* 
provò che le virtù non erano generate in 
noi dalla natura , e* parla delle virtù pro- 
priamente dette. Al secondo eh* egli è ve* 
ro , che labito non è da contrarj , perchè 
tali vir^ sono abiti; e al terzo ed ultimo, 
che quella che è propriamente virtù , della 
quale egli intese ne* luoghi allegati di so- 
pra 9 non si può usar male , ma sihbene 
le virtù improprie , cioè 1% rettitudini , e 
disposizioni naturali . 



\ 
Jl fine del trattelo quintor^ 



AGRICOLTORI 



TRATTATO SESTO. 



«■■MlMIi^iMMaMMW^P^^^ 



G 



LI ahticbi formatori di repubbliche eb- 
bero gran difficoltà in ordinare chi avesse 
a coltivare la terra per dar il vitto alla cit- 
tà , e in determinare se tali agricoltori a- 
vesserò a partecipare del governo , e in 
somma con quali condizioni egli avessero 
ad affaticarsi ndla agricoltura. Questa dif- 
ficoltà mostra stare m molti luoghi della 
Politica^ ma tra gli altri nel secondo libro j| 
laddove riferendo e riprendendo l'ordine 
della repubblica de' Lacedemoni , dice così; 
in questo conviene ogn'uomo , eh' egli è 
necessario cl^e quella r/epubblica , la quale 
debba esser ben governata , i cittadini non 
$iaao occ«:fpati nelle cose ed opere necessor 
rie alla vita t £ non # cosa facile a deter^ 



/ 



V 



IIZ DEUJE AEPUBBIftICRE 

minare in che mòdo si possa 4|aesto con^ 

seguire 9 perciocché i Penesli coatra i Tés-^ 

sali , e gr Iloti contra i Lacedemoni sp^e 

volte si levavano e conspiravano, tanto io- 

tenti a osservare le loro avversità, pigliarsi 

occasione di nuocer loro , Ma ai. Gretensi 

non è ancora accaduta una tal cosa forse 

per nessuna delle città vicine, sebbene elle 

fanno guerra tra loro; nondimeno noa 

danno ajuto a quelli che si ribellano, iioq 

essendo utile Tavvèrtirli ,. avendo anche essi 

i Periaci ; ma ai Lacedemoni tutti i vicini 

erano nimici ^ gVi Argivi, i Messeni, gli 

Arcadi , benché dai Tessali anche nel prki« 

cipio i Fenesti si ribellarono , perchè sino 

allora i Tessali facevano guerra con quelli 

che confinavano con loro , anche i peici^i 

Magnesi • E certamente pare che se non 

altro questa cura sia difficile e faticosa,, ia 

che modo , dico , questa sorte d' uomini si 

debba trattare, perchè se son trattati pia- 

4:;^volmente e sono insolenti e ingiuriosi, e 

vogliono esser pari ai padroni . Se e' sono 

inaltrattati , e vanno insidiando e portanp 

odio. È, adunque manifesto^^ che quelli ai 

quali é accaduto questo circa aglMloti, noa 

hanno trovata l'ottima via. Da questo hio 

go si comprende chiaramente il fondamene 

to che fa Aristotele , che la repubblica non 

debba es$er occupata nelle cose necessarie 

alla vita, E sopra questo luogo, non. mi par 

da tacere quanto noif spio, contra il vero 

sènso , ma anche inettamente • S« T aliif; 



^m iTf^ II I np 



TRATTATO VI. tl$ 

hk interpretalo , aveado ' detto che ^i è ne* 
cessano, ohe nella città sia la scuoia deUe 
OMe necessarie , cioè di servire ^ e d* altri 
ininìAtri aeeessarj , acciocché e* sìaao bea 
discipliaiti • Dalle parole duaque d^ Aristo- 
tele prima si compreade il suo foodamea* 
to , dipoi la difficoltà che è nel dare ordi- 
ne circa gli agricoltori , e gli accidenti cau« 
sati da quegli coatra la repubblica e po« 
poli sopraddetti 9 per esserci stata questa 
parte mal ordinata. E qui è da sapere che 
i Peaesti che coltivavano il paese ai Tes- 
sali , e gli Iloti similmente cne lo coltiva* 
vaao ai Lacedemoni erano come servi » e i 
Perìaci che coltivavano ai Cretensi erano 
vicini ed ai confini • Questa medesima dif- 
ficoltà scuopre Aristotele nel medesimo li- 
bro , dove riprende molti ordini della re- 
pubblica d' Ippodamo Milesio , mostrando 
che avendo egli fatto partecipi della repub- 
blica gli artefici , i lavoratori della terra , 
e i dilensori con V arme ^ e assonato del 
paese diviso in sacro, in comune , in prp- 

I>rio , anche il proprio agli agricoltori per 
oro uso», non aveva , ^ Tarme agli agri- 
cokoii , come anche ne terra , né ^rme 
agli arti^ci , in modo che egli erano come 
servi di quei che avevano Tarme. E che 
«^ era in^poaùbile , che questi tali parte- 
apassero di tutti gli onori , perchè i capi- 
ttei della guerra , i custodi de* cittadini , 
e quasi tutti i principali magistrati neces-% 
sariameate si facevano di quel numero de* 
Cavalcanti 8 



Iì4 DBLLE AEPCBBLICHE 

cittadrai che possedeva 1* arme \ e iion ne 
|>ariecipando^ noa potevano e*' gli artefi* 
ci , e (^i agricoltori arere baoù animo Ter- 
so la repumlica; e va mostrando moli' al* 
tìi inconvenienti che nascevano d^ qud 
òhe avevano a fare operare gli ajgt-icoltori 
nel coltivar la terra assegnata loro per esser 
lavorata , come può ciascuno in quel luo- 
go vedei* particolarmente . Sono gli agricol- 
tori una ai quelle cose, che necessariamen- 
te ddbbe aver la città, perchè senza que- 
gli che le diano il vitto, non può ella sta- 
ile . Ma non perciò si hanno a pórre per 
parte della città assolutamente è universal- 
mente, perchè non ogni cosa, sen«a la qua- 
le la ibittà nòti può stare, è parte dì quella, 
siccome dichiara Aristotele nd settimo libro 
della Politica, dove anche e' mostra che 
di agricoltori non possono essett; cittadini 
Idr òttima repubblica , perchè egli è ne- 
cessario aver ozio e tempo , e a generar 
la virtù , e a far gU uffiq , e V operano- 
ni civili , e agli agricoltori non stanza 
tempo da così operare. E poco dipoi, or- 
dinando questa sorte d' uomini ndt ottima 
repubblica dice , eh' egli è da desiderare 
che siano servi, e non tutti d'una nazione 
ce animosi , perchè non avenda queste 
due condizioni e* son più utili a lavorare, 
« meno pericolosi di lare novità, e in se- 
condo luogo vuoìe che siano baAari , àiQ 
abitino presso alla città , simili ^ dì natura 
ttì sopraddetti , e ponendo fine "a ^ues«a 



'PATTATO VI. Xji6 

consìderuiope soggiunge^ che in qti^l mo- 
^ si debbono u^are i servi, ^ per qual 
c9igìoìfe sìa da propor loro la l^tìtk per 
premio , ne discorrerà di poi ; il chiQ A09 
V(SggQ cVegli ^hì% fatto jpei r^stp della 
^pisjtpla ch^ m>i abbiaitio • .^ i^he gU 
ligrìcoltorì #iaiip parte di qualcba dtlà, 4 
cBe e* participino del gpverno è cosa ma* 
zii£s^, jpm*cj|è 4ra le spezia de}la «^epubblir 
c^ .popduMTC, ^na ^ la prima è.qu^ella» ohe 
£ governata da^i agricoUot ì e da qu^e^ 
eh' b^avo ipdediocFe &go1i4 , /^om^ Ài'i^tor 
tele dichiara i;iel qiiarlo libro; dipoi an^e 
nel se$t4> iH3^e ppr la ^ 'ù antica fé per la 
iiùgliiQi:? ài tutte le specie /^ :41a cepv.oblÌQa 
popolare , quella., il popojo della qi^jaLs 
consiste in ag^^CcJ^ori per mQJU.e ragju>M 
cV^U allq^* E dopo qoesyta poue per 
ppaiglior .popolo i .paatCH^i . Ma V aUra vfkóU 
tit^di|»e« ^ r altre specie ^i pppolo ej^VgU 
ha postQ ^ fi determinato » a«^e q^Ii ^ 
^pstituisocMao governi popolarci ^ vuole c^ 

•liai^ assai v£i^n b^oae de^Ue due appraddet^r 
ite . E che '1 popoiLo si in^^scgiì e jqo«q^ i^qI 
qu3lcfee sorte di l'epubblica mì^ta^ è »ar 
nifeslp ia ^i^totele. Ma w>i tj^rna^do 9^ 
Iloti e .a^ P^^nestji diciano ^ .òhe Platone pel 

^sto liWo dcUe leggi ra^on^ di quegli eo- 
.>»e. di 6^v/i^ e disoorrendo breyepieute. di 
f^wl idb^ si dic^ in lode e in ihiasiiaa de* 
*ervi^ concbiude che due vie ci sono di 
J)aa gqverjaa^si, ^irca ì aervi cioiè ebe quelU 
obebaA^a a .^emre «iion siapo 4-\un9i we- 



Il(S DE£Lfi RBPtTBBLTCHE 

desima patria ;, e quaoto più dinérenti tt% 
loro, e che e^ si ala loro booua- edacasio- 
ne e disciplina , non tento per cagìon loro, 

Snanto e molto più per rispetto de'pa*- 
roni • Che la buona disciptioa constate 
anche in questo che non ricevono loro vit 
lania^ e che e* si debba far loro ifigiarta 
molto meno che ai pari , se è possibile. 
Che i servi debbono esser sempre casti- 
gati e battuti con ragione » né mai animo* 
uiti , come si ammoniscono i liberi, accioo 
che e* non diventino troppo teneri / Che 
ogni parlare che si fa con loro sia comao'- 
damento in un certo modo , uè con essi o 
maschi o femine ^che siano, si motteggi 
scioccamente e si burli . La qual cosa fa- 
cendo, molti mentre che gli avezzano trop- 
pa delicatamente , fanno più difficile la via 
é a loro stessi di comandare , e a quegli 
d' ubbidire. Ora io, per conchiudere que- 
sto discorso circa la difficoltà che abbino 
gli antichi in ordinare quella parte della 
città e sorte d* uomini cne ha a lavorare 
la terra , dico che ai nostri tempi questa 
difficoltà cessa non solamente in Italia, 
ma in Francia e in Spagna , e in altri re- 
gni,, e Provincie, dove quella sorte d* uo- 
mini, cne noi in Italia chiamiamo conta- 
dini e villani , lavorano la terra senza pen- 
sare ad altro che a vivere di quella lor 
fatica , rendendosi facili air ubbidire e al 
servire in tutto quel che e' possono , e sop- 
portando molto pazientemente molte inoo^ 



•TRATTATO Vf% itf 

Mtodrtà e ingiurie; onde si conósce q^uanto 
pM la mutazione de* tempi e delle cose v 
la qaaì fa > che molte volte è facile quel 
che in akri tempi fu diffìcile, e anche dif« 
%!le quel che già fu facile, come si po« 
irebbe chiaramente dimostrare; e come eia-- 
«eiind per se stesso considerando, può age» 
voloien te comprendere, 



li Jine del ^sto tKaùtato 



t ' 



/ 



n8 

saaaaaìsaBBBSaBgaaìaaBBaaaBBsaBB 



NEL SETTIMO 

DELLA POUTICA 

PHAXIS. 



^*« 



TRATTATO SETTIMO. 



X RATTANDO Aristotele nel 7 della Politica 
della felicità della città , e disputando can- 
tra due opinioui , per una delle queài eia 
dannata la vita attiva e civile , e appro- 
vata e preferita la contemplativa , per Tal- 
lirà dannata la contemplativa , e anteposta 
la civile , viene a un luogo , dovè dice co- 
si : Ma se quest^ sono co<se ben dette, egli 
è necessario porre che la felicità consista 
in fare rette azioni , e che la vita attiva 
^a ottima «i universalmente a tutta la cit< 



TRATTATO Vii, X^ft, 

li^ SI particolarmente a ciascano • Ma ^ 
iio^nè^à u«Gessario. cba la vita iattÌTa 91 
riferisca ad altri 9 come alcuni stimano » 
uè anche che' que' pensieri e discorsi siano 
solamente operativi , che si fanno a fine 
di quelle cose che seguitano dair azioni , 
ma molto più quelle contemplazioni e 
que* discorsi ^ che hanno la lor operazione 
in se stesse , e che non per altro si fanno 
che per le istesse contemplazioni ; percloc* 
che essendo fine le buone anioni , seguita 
che *1 fine sia anche qualche azione . Ma 
e quelli ancora diciamo massimamente far 
azioni , ed esser autori e signori delle azio- 
ni esteriori 9 che con i loro discorsi sono 
architetti • In questo testo si vede chiara- 
mente, che Aristotele non Tuole che sia ne- 
cessarlo, che la vita attiva risguardi ad altri 
con le sue azioni , come sono le azioni di 
giustizia , di liberalità, e d* altre simili che 
si fanno verso d* altri » ed escono fuora di 
noi , e appariscono neir estrinseco ; ma 
Tttole anche, ch« le considerazioni e i di-- 
scorsi che si fanno a fine di conseguire 
qualche cosa che seguita da esse operazioni» 
come 'verbi grada i discorsi che si facessi- 
no a fine della vittoria , per mezzo dèli* a- 
zioni della guerra e simili , siano azioni : 
ma molto più estenda il nome d* azione 
alle speculazioni e contemplazioni, le qua- 
li restano in noi , e non si fanno ad altro 
fin^ che dello istesso speculare, quali sono 
lei speculazioni delle cos9 eterae e necessa- 



rie. OHra di .queslo, comparando i discdrst 
degK ardiitetti eoa le astoni esteriori^ vuo- 
le, che tali discorsi meritino più il nome 
dazioni « che ciuelle operazioni esiterìori ed' 
esercitati ve » delle quali essi sono autori ^ 
e signor i> sicché e* le comandano ed ordi* 
nano » come è quando 1* architetto » dal^ 

Jruale tutti gli artefici principali in altre* 
àcollà hanno presoilnome^ ed anche ^a^ 
ti e facoltà che si chiamano ArchiteClQui" 
che, discorre ed ordina, che netta fvfbhrìca la' 
volta si faccia in un tal modo ; e come 
quando per discorso e consiglio del captile* 
no deir esercito si fa giornata con van- 
taggio, e si acquista la vittoria • In C|aesti 
casi Y architetto neir edificazione , e ilot- 

})itanp che circa le cose della guerra àmita 
* architetto e piglia il nome suo 9 opera 
più che i muratori che fanno Ja volta , e 
I soldati che combattono , e rompono i 
nimici. Ora interpretando san Tommaso que- 
sto testo, fa un lungo discorso della felicità 
delja città, e venendo a quel luogo^ dove 
si £a menzione dell'azioni architettoniche > 
e , principali , V intende male, e s* inganna 

Sigliando cali operazioni , per operazioni ^ 
eir intelletto speculativo ; e per aver mal 
inteso questo luogo, discorre brevemente e 
conchiude nel fine del sopraddetto suo di-* 
«torso , che V intelletto contemplativo sia 
principio delle azioni , perchè ^ T intelletto^ 
attivo presuppone come principio retto Tap- 
petito del/fine, e T appetito retto del fine. 






non è' senza 'la restituzione della tolcntà ^] 
6 la r^itudine della Tolotiià presuppone 
la rettitudine dell* intelletto t che mostri ìV 
bene -e iLfine, e questo intelletto non e 
attivo, ma contemplativo; e così mole 
cfae la prima e principal regola delle no* 
stre azioni 6Ìa T iutelletto contemplativo. 
Qaesta opinione di san Tommaso non so 
quanto sia conforme alla vera dottrina di 
Aristoteie , conciossiacosaché quanto air ihtel-* 
letto speculativo Aristotele nel ter^o libro 
dell'anima dica determinatamente, cherin*- 
t^etlc speculativo non intende cosa alcuna 
d* agibile ^ né si dice cosa che sia da se^^ 
guitane o da fuggire, e che non ci e ca« 
gione del moto ' locale né delle azioni , 
ma elle Y intelletto attiro , il quale discor» 
re e consulta a fine di qualche cosa, e la 
facoltà appetitiva sono quegli che muovo-* 
DO, e soti. causa del moto locale e delle a- 
zioni , e che l'intelletto speculativo è dif-' 
ferente dall'attivo per il fine, pei:ciocchè,^ 
come tutti i 'Peripatetici dicono, lo specula* 
tivo ha il suo fine in essa sua operazione ,' 
cioè nello speculare ; e T attivo ha la sua 
operazione ordinata all' azione , come a fi« 
ne, e cbe'l bene che si può fare e met- 
tere in atto, 'é quello che inuove còme bg-* 
Setto , e tal bene é queK che può essere 
iversamente , e ehe sempre V oggetto 'ap* 
petibile muove, e che questo o vero bene 
apparente bene, dove gH interpreti dico- 
no^ cha 1 vero bene che muove» eh' è Tap- 



imZ I)£1XE R£PUBnUCHE 

pelito raeionale; e lo apparente, die è: 
quello che può essere altrimeati » ed esser 
liene a omo^ «e male a un altro ; e.qUan* 
do « e do?e bene, è anche male che il be* 
ne che cade neir azioni ^ e che per noi si 
paà fare, perchè il primo bene divino C' 
alto non si può fare per noiv queslo bette 
£^parente eneo , muove V appetito antrà)- 
mle. Ne io tacerò queHo che massÌBiamea- 
te Alessandro e Temistio , antìcU e famosi 
interpreti d'Aristotele, dicono in anolu luo^ 
gfat dell' intelletto speculativo , oooiè dice 
Alessandro nel* suo i trattato dell' anima 9 ^^ 
per soggetto ' della sua operazione e speca-^ 
iudone le cose eteme e necessarie ; : Taltro 
che è r attivo, ha le ctise che si< posso&o 
mettere in atto e possono esseve, e for^ 
iìi. diversi modi, e ch'in quello è scienza» 
iu questa opinione; e che que^^o è priu; 
oipio deir arione , quando la parie apP^^' 
tiva consente alle cose eh' esso ha gittaica|* 
to*; e ch'egli è consultativo, perciocché 
essendo le cose agibili tàii eh* elle sì pos- 
son fare in uno e in un altro modo , (a 
di nnestieri .di consnitadione , iM^ciocebè sì 
eleg^ quello che sia il migliore. £ nel 
25 oiscorsò suo sopra le cose morali , ^' 
qude e- tratta dell' iuveaadoae constitùiiooe 
delle virtù , dice che la -virtù dell' uaa e 
d^'alu*a fsicoltJL razionale, cioè di quella 
che è circa la cognizione delle cose eterne, 
e che son sempre in un modo medesipao» 
la qusd ^i chianui scientifica e inteUeH^ 



Q 



miATTATO VH* 123 

ipecnldtiro 9 "^e dì quella che è eirea^ le co-' 
sé che< possoiìo essere aiirtmentì^ che è di« 
SGorsii^a e consultatiTa , e intelletto attico 
SI ndmma « ha il suo bene e la sua virtù 
$eceiido ]a Ma operazione , e che la virtù 
è ài cìascutia la verità della cognitìoné 
delle cose , che ciascuna d* esse potenze o 
ini^Uetti considera , perciocché 1 attivo a 
circa ìe cose consnitabili , è che possono 
essere altrtaneiitì « E seguita V appetito ret«^ 
to 4 coneiùssiacosachè tale àbito , quale è la 
invenzione e la cognizione delle cose con* 
ferenti agli oggetti appetibili dell* appetita 
reMò^^sia chiamata prudenz^i, perche prvi«f 
denza è inventrice deir azioni conferenti al 
retto s6opo, e perciò è nominata virtù att- 
tivà> perciocché questa tale cogniaione é 
circhi le cose^ ohe conferiscono alla rettitu.^ 
dine deir azioni • Ma la mente o intelletto 
che òpera circa le cose eterne^ ha il sua 
bene^ e la sua virtù nelF invenzione e co** 
gmzìone delle verità , che sono in queUe 
cose . Ed è contemplativa ^ e non attiva ^ 

{lereiocché nessuna verità che sia in quel«- 
e còse che ella, contempla, ha alcuna rehi^ 
rione air azioni • E perciò il fin suo è It 
cognazione deHa verità nelle cose eterne. 
Ecco quanto chiaramente Alessandro non 
dà. luogo alcuno di princìpio dell' azioni 
«dr iiitdietto speculativo , e qualità deter»- 
Kkxrófttamente e* vuole , che le rose eh' egH 
contempla, non abbino che fare con Fin- 
tcUeMp' attivo 9 uk si po$8aa# in akoa mp- 



i%4 DELIE nwvvÈLVinz 

do riferire air azione . Temistio nellft m% 
pfardtfrasi sopra il 3 libro dell* amma^ dic0 
circa questa materia cosi couforBQtò àirAle»* 
aandro , eorae là dove e* parla cosi : Quan- 
do Yo dico che la mente muòve di ttMto 
locale, io intendo la ménte attivav ^ quella 
che discorre e consulta a fine di qualche 
còsa . E questa è differente dalla Mente 
contemplativa , perciocché il fine della exm* 
templativa è essa azione, cioè essa contem** 
plazione ; e il fine dell' attiva è V appetito 
di qualche cosa oltra essa azione^, Bhì ohe 
bisogna in tali luoghi e autori ricercare 
questa verità? Vediamo quello ' che *di«(B 
Aristotele nel principio del sesto libr» del- 
r Etica , e nel luògo proprio dove- egK 
tratta e determina de' principj , ohe sonò 
neir anima deli' azione 4 Questa dunque è 
la sostanza di quello che e' dice , cioè che 
i principj dell' azioni son due, cioè V intel-* 
letto attivo e 1' appetito che e' concorrono 
insieme, talmente intendendo deil' azioni, 
circa le quali e' sono conformi , che qnd* 
lo che r intelletto afferma , il qual dice 
nferbi gratìa la tal cosa doversi lare o- e^ 
aer buona , 1' appetito come tale lo vuole 
«;lo seguita; e quel che F ititelletto niega 
doversi fare o esser buono, l'appetito come 
fale lo ricusa e schifa . E che essendo la 
virtù abito elettivo , com' egli ha * dichiara* 
^, ed essendo la elezione appetito consu)^* 
tativo, ^necessario, a far cherdézione sìa* 
4mon«. e virtuosa , che la ragione, etoèTifl* 



TRATTATO tll* tzB 

tejletto. attÌT4> conosca il vero, e Y appetitor 
retto 9 1 6 che le medesìihe' cose da qnelia 
^DO dettate, .da questo seguitate; e*eh& 
il b^ue e il male delF intelletto che òprìn»*^ 
€ìpÌ0 dèi contemplare, non di azione né di 
qtielle operazioni che si chiamano fattive > 
è il Y^ro e il falso, il quale però e anche 
comuae aU' intelletto attivo ; ima div^sef- 
mente conviene ad aml>edue gP intelletti > 
per<siocehè la verità che è neir intelletti» 
attivo convien con V appetita retto , ma 
non quella che è neirinteìletto contempla^ 
t̥o ;^ onde seguita necessariamente , efae 
qudla verità è ordinata , e riguarda al se^ 
guilare o allo schifare che fa T appetito., 
e perciò» air anione; e la verità del con-» 
templativo è a fine di se stessa • E perchè 
quast- intelletto ha il suo co^ipimento nel'* 
la cognizione della verità, e V attivo, cono* 
scinta che ha la verità, si termina , e ha 
il suo compimento nella buona azione> 
la quale egli intende principalmente * Da 
queste cibse seguita, che essendo Y elezione 
principio, dal quale come da causa efficien-* 
te procedono Fazioni ; ed essendo V apf etir 
to e r intelletto . attivo principj dell' eÌi^zio« 
ne , essa elezione non è senza Y intelletto 
attivo, ne senza T abito morale che è ne^ 
l'appetito ; e cosi Y intelletto attivo e Y ap* 
•petito vengono ad esser principio delle eaio^ 
ni» Ma l'intelletto, soggiunge Arisloteto 
ìatendendo del contemplativo, niente *mao«- 
ye 9 cioè non . è principio dd^i' a^ioiùi m^ 



'X26 DBttE R)SPUB»LICH£ 

X inidìettix , che è' a £ae di ^opialche cosa 
e attico, è qud che maove., ed è ptmcipÌD 
-neir azione , e quel che segue «^ E perciò 
(ji^ io ho dichiarato abhasUn^ • seeopdo 
Àiistotde 9 che V iotriletio contemplativo 
non è principio delle azioni umane , inten- 
dendo per le azioni I-operazioni che dipen* 
<loQo dalla nostra elezione, ed escoii fuora 
di noi 9 e cagglono «otto la virtù morale , 
o il vizio 9 dico brevemente quanto a quel- 
lo che san Tommaso dice dell' appetito ret- 
to , e della volontà , eh* io non veggo , co- 
me -e* ci facci di mestieri di due appetiti 
retti , essendo anche la voLocità appesto . 
£ Alessandro Afrodiseo^ ottimo interprete 
d'Aristotele, nel vigesimo secondo discorso, 
che è brevissimo, nel quale e' prova che le 
virtù morali si seguitano; F una V altra, di- 
ce che la retta elezione seguita d^la pru- 
denza, perciocché il eonsultane è della pru- 
denza , e d^la virtù morale , perchè egli 
è necessario , che a cdLui che ha a consul- 
tare bene, sia posto il segno ^ ai quale ri- 
sguardando e* .consulti delie cose conferen- 
ti a quello , e questo segno è posto dalla 
virtù morale secondo Aristotele « la qual 
virtù morale senza dubbio è come in sog- 
getto nella parte irrazionale per «esse^z^* ^ 
razionale per participazìone, cioè nell'appe- 
i^ito sensitivo ; che se quesdio è rettificato , 
e per V abito eh* egli ha impresso d^Ua 
virtù è conforme alle ragioni ^ pamesido 
esso io scopo , 6 il fin retto » non vc%' 



TRATTATO Vri* tlj 

go a quel che set*va aa altro appetito rat* 
io. E tanto avendo detto circa que^a ma- 
teria , e rimettendomi à chi dì ciò potesse 
meglio giudicare , farò fine « 



// fine del settimo trattato. 



X28 



NEL FRIMO LIBRO 

DELLA POLITICA 

4 

DI ARISTOTCLfi 

"imurn ad unum • 



4i<ki 



TRATTATO OriAVO. 



A 



.TENDO Aristotele nel principio del pri- 
mo libro della Polìtica dimostrato , come la 
femina ed il servo sono naturalmente distin" 
li 9 conciossiacosaché la femina sia prodotta 
per generare , ed il servo per servire al 
corpo y soggiugne per dichiarazione di que- 
sto^ che la natura non fa cosa » simile al col- 
tello che si fabbricava in Delfo, poveramen- 
te . Ma eh' ella produceva una cosa per 
far un'opera , perciocché in queste modo 



TRATTATO Vili. I29 

dascuQO ìnstrumento farebbe T officio suo 
ottimamente servendo ad una sola , e non 
a più operazioni • E perciò volle inferire , 
che la femmina non era prodotta dalla natu- 
ra per fare opere servili, ma solo per ge- 
nerare . Il coltello Dèlfico , come si può 
comprendere 9 era formato in modo che 
e^ serviva a più operazioni ; ed alcuni to- 
gliono che e' servisse e ad uccidere le vit- 
time , e ad aI^mazzare quegli eh' erano 
condannati alla morte • Ma a qualunque 
operazioni servisse , serviva a più ; e perciò 
pareva che e' fosse cosi formato per masse- 
3rizia , e per manco spesa . £ noi vediamo 
ne' tempi nostri alcuni coltelli, che tagliano ^ 
limano , forano , ed altri instrumenti che 
servono a più e diverse opere . Pronunziò 
Aristotele questa medesima sentenza nel 
secondo della repubblica dicendo, un'opera . 
ad una cosa ottimamente si fa • Ora dichia- 
rando San Tommaso il luogo del primo 
della repubblica allegato disopra , dice che 
si debbe intendere quando e' nascesse im- 
pedimento in ambedue V opere , o in una 
d'esse , alle quali fosse assegnato un solo 
instrumento , come accaderebbe, se bisognas- 
se far spesso insieme Y una e Y altra opera ; 
^la che se scambievolmente si facessino di- 
verse * opere , non seguiterebbe impedimen- 
to alcuno s'un insirumento solo a più opere 
s' apcomodasse ; e perciò la lingua convie- 
ne e serve naturalmente a due opere, come 
Aristotele dice nel libro dell'anima, cioè a 
Cavalcanti g 



l3o DEtLK REPUBBLICHE 

S astare , ed a parlare ; perciocché qaeste 
uè operazioni sì riscontra qo nel meèesBiio 
tempo r una con V altra . Questa determi*^ 
nazione di San Tommaso non è a proposi- 
to , ne secondo la mente d' Aristotele , il 
quale in altri luoghi , dov^egli si dichiara 
e determina questa materia, non considerò 
la distinzione de* tempi in tali operazioni , 
né cose simili a quel che dice San Tomma- 
so^ come chiaramente si vedrà • Dice adun- 
que Aristotele più che in altro luogo di-» 
stintamente , ed ampiamente dichiarandosi 
nel quarto libro delle parti degli animali , 
laddove egli tratta delle parti esteriori degli 
lusceti ; ma egli è meguo potendosi , non 
avere un medesimo instrumento per fare 
operazioni dissimili ^ ma per difendersi a* 
yerlo acutissimo per gustar fungoso » e che 
attragga il cibo » perciocché dove si può 
usare due^nstrumenti a due opere , e sen* 
za impedimento d* altro la natura non suol 
fare una cosa tale*, quale Tarte fabrile fa 
r obelisco lachnio ; ma se questo non si 
può fare , la natura abusa il medesimo in- 
strumento a più opere. L* obelisco Lichnio 
era un instrumento che serviva per stidio- 
de e per lucerniere^ secondo T etimologia 
del nome. Aristotele fa anche menzione di 
questo cosi nominato instrumento nel quar- 
to libro della Politica , dove discorre dd 
dar più Magistrati a un solo , assomigliando 

Snelli , ai quali si danno più Magistrati, al 
etto instrumcuito che serve a più opere. 



J 



' TRATTATO vm. »3l 

Dice ancora Aristotele nel libro de sensu 
et sensUi^ che la respirazione serve naturala 
mente a dne operazioni , Tana delle qnali 
secondo la principale e propria intenzione» 
è rinfrescare il torace 9 V altra come fuor 
di quella » è aprire la via agli odori che 
possono penetrare al cervello per confort 
^rlo , sopra il qual luogo Alessandro Afìro^ 
disco nota , che la natura usa spesse rolte 
un medesimo instrumento a direrse opere » 
come della lingua, della quale si serve al 
eusto de* sapori 9 a proferir la voce » ed a 
dearticolar la parola . E nel libro de spU 
ratìone riprendendo Empedocle, dice così $ 
Perciocché la natura abusa fuor della prìn« 
cipale intenzione quella spirazione che si 
fa per il naso, servendosene per T odorato 
d'alcuni animali^ e nel medesimo libro di-- 
chiarando, che dov* è il polmone non si tro-* 
vano le branchie, poi che'l polmone è ia 
quelli animali, cb^ per rinfrescare il loro 
caldo naturale intrinseco, tirano dentro Tae- 
re , e le branchie , in quelli che tirano 
r acqua al medesimo fine dice : uno lustro* * 
mento certamente è comodo ad un* opera ^ 
ed una è T opera in tutti gli animali del 
rinfrescare il loro intrinseco caldo. Vedendo 
adunque noi , che la natura non fa cosn 
alcuna indamo , e se que* due membri 8t 
trovassero insieme in qualche animale > uno 
d' essi sarebbe indarno , per questa causft 
alcuni animali hanno le branchie , altri il 
polmone, ma nessuno ambidue. £ ndsiA^ 



lB2 DELLE REPUBBLICHE 

desimo libro dice anche cosi : Ma percioc- 
ché a ciascuno animale fu di mestieri il 
nutrimento per T essere , e la refrigerazione 
per la sua conservazione , a ciascuna di 
queste opere la natura usa il medesimo in- 
stromento , che siccome in alcuni animali 
ella si serve della lingua , per il gusto de' 
sapori , e per il parlare ; òosi negli ani- 
mali che hanno il polmone si serve di quel- 
la parte che si chiama bocca ed a maci- 
nare il cibo , ed al tirar dentro, e mandar 
fuora r alito . Ma in quelli che non hanno 
il polmone , e non respirano , è la bocca 
per macinare il cibo ; ma per la refrigera- 
zione in quegli che n'hanno bisogno, sono 
le branche . E nel secondo libro dell' ani ma 
dice così : La natura abusa la parte che 
respira a due opere , come la lingua al gu- 
stare , ed al parlare , delle quali il gustai^ 
è necessario, all' essere , e perciò è in più 
animali , ed il parlare è per il bene essere, 
ed usa anche il respirare per rinfrescare il 
caldo di dentro come cosa necessaria all'es- 
sere, e per la voce per rispetto del ben 
essere . Vedesi adunque chiaramente, come 
Aristotele determina, che sarebbe il meglio 
assegnare un instromento ad una sola ope- 
ra, e quando si potesse. Ma che dove la 
natura non può farlo , ella si serve d'un 
instromento , e d' una cosa a più opere . £ 
qui è da notare, come egli quasi in tutti i 
luoghi allegati usa una parola che significa 
abusare , ed altre che dinotano espressamene 

V 



TRATTATO Vili. l33 

t^ principale intenzione o proposito ^ e 
non principale , ma fuor ili quella ; sì che 
si raccoglie , che per abusare egli intende 
usar per un* opera come principale , per 
r altra come non tale • Stante adunque 
questa determinazione d' Aristotele^ si vede 
come S. Tommaso nella sua soluzione data 
circa questa materia, non Tha data uè a 
proposito 9 ne secondo la m(ente d' Aristote*^ 
le : anzi è da meravigliarsi , eh* allegando 
S. Tommaso il luogo dell* anima a proposito 
delle due operazioni della lingua , egli non 
considerasse quello che Aristotele nel me- 
desimo testo congiuntamente ragionando 
della respirazione, perciocché questa parte 
della respirazione mostrava chiaramente a 
S. Tommaso qual fosse la determinazione 
d'Aristotele . tL codia secondo quella si a- 
vesse a dichisirare il luogo del primo della 
Politica , e spianar la difficoltà mossa da 
esso S. Tommaso. E qui non voglio tacere « 
che si debbe considerare in quel luogo dell* 
auima^ che Aristotele dice che la respirazione 
serve alla voce , ed in altri luoghi na detto, 
eh* ella serve ali* odorare^ in modo eh* ella 
serve a tre cose, ed alla voce serve, per^ 
che la voce è materia del parlare , e mate* 
ria della TO<!^e è Taere che si manda fuo- 
re. Considerò anche Galeno questa materia 
in molti luoghi de* libri dell* uso ed utilità 
delle parti del corpo umano , alcuni de* 
quali io non voglio mancare di addurre 
per maggior dichiarazione . Nel quinto li-^ 



l34 DELLE REPUBBLICHE 

bro adunque, laddoTe e' tratta del modo 
col quale gli escrementi si tirano aUe parti 
inferiori, e delFuso del diafragma, mostra 
chiaramente, còme la natura servendosi d' al- 
cune parti , usa ciascuna a più operazioni , 
air una delle quali ella Pha ordinata come 
propria, ali* altra T abusa. E nel sesto, do- 
ve caparla delle membrane che intersipiunt 
il torace , dichiara , come le membrane so- 
no fatte dalla natura principalmente per 
servire ad una tal operazione, e soggiugne, 
che r industria della natura è tale, che quel- 
lo eh' eir ha ordinato per una cosa , abusa 
anche per up* altra • E nel 7. quando e* ra- 

S'iona a alcune cose appartenenti alla voce, 
ice esser cosa chiara eh* uno instromento 
non poteva servire più comodamente a 
due operazioni se fo$0e stato formato altrì- 
meuii • E neirS. ragionando* dello uso de* 
nervi che hanno origine da| cervello, dice 
così: perciocché l'industria , la quale comu- 
nemente snoie usar la natura, è tale eh* ella 
non pretermette mai Y operazione o T utilità 
d' alcuno instromento , quando da un solo 
molte se ne possono far bene ; e noi me- 
desimo libro trattando delle meninge^* e delle 
vie che seì*vono air odorato, mostra come 
la natura avendo ordinato certe operazioni 
d* alcune parti a più cose , non piccola uti- 
lità s'aggiugneva , cioè che noi non aveva* 
mo bisogno della fabbrica di tanti instromen* 
ti , di quant' opere ci fa mestieri , ma che 
spesse vtf jite uà solo instromoito è bastevole 



/ TRATTATO Tin. i35 

A molte operazioni ed utilità; e nel io. là 
dove egli ragiona d^una parte, cKè simile 
ad uùa rete , e del cerchio degli occhi , 
mostra come quella parte serve a due ope- 
razioni , una delle quali è la prima e la 
massima , V altra viene ad essere seconda- 
ria • Non si può adunque dubitare, che 
Galeno non discrepando da Aristotele anzi 
seguitando , betichè egli non ne faccia men- 
zione, considera e determina , che la natura 
si serve spesse volte d*un solo instromento 
a più operazioni, ad una delle quali è pro- 
priamente e principalmente ordinato dà leu 
Ragionò Platone innanzi ad Aristotele di 

Su'esta materia, come si vede nel 2. e 3. 
ella repubblica • Dice adunque nel 2, co- 
sì ; Perciocché mentre tu parli, io considero 
che noi nasciamo non miolto simili , ma dis- 
simili tra noi , e che ciascuno è prodotto 
dalla natura atto e pronto ad un^ open^ ; 
e soggiugne , che ciascuno fa meglio ciascu- 
na arte , che un solo molte • E nel 3. libro 
dice, questo* dipenda dalle cose dette diso- 
pra , cioè che ciascuno può far bene un* 
opera , ma non già più opere ; e se si met- 
terà a farne più , e* mancherà in modo in 
ciascuna che non diverrà eccellente in alcu- 
na • E mostra che il medesimo accade nella 
imitazione, cioè che uno non può imitar 
iù cose si bene , siccome una sola cosa • 
si vede che i medesimi uomini non pos- 
sono maneggiarsi bene in due imitazioni , 
le quali par pure che siano poco differenti 



I 



/ 



\ 



lS6 DELLE REPÙBBLICHE 

tra loro, cioè la commedia, e la tragedia. E 
che e* non possono anche essere rapsodi , 
cioè cantatori de' poemi eroici ed istrioni. 
E che ancora i medesimi non sono buoni 
poeti di commedia, e di tragedia, le quali 
cose sono tutte ifnìtaziohi . Comprendesi 
adunque chiaramente, come Platone consi- 
derò particolarmente negli uomini la dispen- 
sazione, ed attitudine naturale ad una sola 
opera. E che Aristotele la considerò più 
generalmente , pronunziando che la natura 
fa una cosa per una sola operazione, ben- 
ché e* io dicesse a proposito ^del la femmina, 
come disopra si è veduto • E anche mani- 
festo che Platone considera, che la disposi- 
zione ed attitudine naturale di ciascuno è 
una sola opera , e che ciascuno fa meglio 
una sola arte , che molte . E che facendone 
molte e' non le può far bene, o parimente 
^ene . Laonde si vede secondò Platone, che 
quella alla quahe uno è atto nato , sarà la 

Principale , e quella phe e' farà meglio , e 
altra sarà come accessoria , ed in secondo 
luogo i E se paresse a qualcuno , che la 
natura abbia prodotti alcuni uomini atti a 
diverse operazioni, come allo studio (ielle 
lettere , ed alla guerra, quali furono tra gli 
altri appresso i Greci Pericle e Senofonte, 
e tra i Romani Lucullo e Giulio Cesare; 
e similmente nella pittura e nella sìcultara, 
come a' tempi nostri Michel Agnolo Buo- 
naroti fiorentino, benché quelle due afti 
abbiano convenienza tra loro , si può facil* 



TRATTATO VIH. '187 

mente rispondere a costui , sciogliendo il 
dubbio prima, cbe questa è cosa rarissima 
e fuor dell'ordine consueto alla natura , 
dipoi stando nella determinazione di Plato- 
ne, che si Tede chiaramente che tali uomi- 
ni hanno avuto"" dalla natura attitudine a 
un' arte ed a un* opera principalmente e 
propriamente . E che in una sono stati più 
eccdlenti , come loro propria e principale ec« 






n fine del trattato ottavo. 



x38 



NEL SECONDO 



DELLA POLITICA 



DELLA. FBUCITA* DB* CUSTODI. 



TRATTATO NONO. 

X itA le cose le quali Asistotele nel secon- 
do della Politica riprende nella repubblica 
di Platone è, ch'egli privando i custodi di 
felicità , vuole uienteaimeno che '1 datore 
delle leggi ed ordinatore della repubblica 
faccia tutta la città felice ^ la qua! cosa è 
impossibile , non essendo se non tutte le 

Jiartiy almeno le più o alcuna di essa fé- 
ici . E che se i custodi non hanno la fe- 
licità , non Faranno già gli artefici 9 e la 
moltitudine de* meccanici . Sopra questa 
materia 9 la qual certamente è dì graude 
importanza 9 e da considerare che Platone 



TRATTAtO* Et. iSg 

nd principio dei quarto libro della repub* 
blica fa muovere questa dubitazione della 
felicità de* custodi , poiché gli ayea esclusi 
dalla possessione de* campi , delle case , e 
da ogni sorte di roba e di ricchezze , e con 
bellissimo discorso risponde » per dir bre- 
vemente^ che non è da maravigliarsi se i 
custodi anche così sono felicissimi. £ che nd* 
r ordinar la città riscuarda a far la città 
tutta . felice , e non a far che qualche sorte 
d uomini sìa particolarmente felice ^ il che 
mostra di avere in qualch' altro a conside- 
rare . Dove soggingne che a chi riprendesse 
UDO , che nel dipingere un uomo ngn 
desse alle parli più belle , qual è rocchio, 
che sopra tutte e bellissimo , bellissimi co* 
lori y e non lo facesse nero, si rispondereb* 
be , che non si conviene far rocchio asso- 
lutamente bello , e adornarlo di qualunqute 
eccellente colore, sicché cavahaolo dalla 
natura sua , non paja più occhio , ma che 
si debbe dipingerlo di quel colore che e 
suo proprio, per mezzo del quale e* può 
produrre espeaitissimamente la sua propria 
operazione , né anche si debbe adornare 
gli altri membri di bellissimi colori , ma 
dando a ciascuno )a sua bellezza fare il tutto 
bello; COSI anche si risponde, che non si 
conviene dare ai custodi, col &rgli ricchi , 
tale felicità che gli faccia venire ogn* altra 
cosa che custodi , ma in quanto e* sono e si 
hanno a conservar custodi , iotanto si debbe 
fargli felici, ed ordinargli in maniera che e* 



140 DELLE REPUBBLICHE 

siano ottimi operatori dì quella operazione 
che è propria loro , e siinilmente tutti gli 
altri ; e eh! essendo tutta la città rettamente 
ordina|;a , si debbe lasciare che ciascuno 

{)artecipi tanto detta felicità, quanto patisse 
a natura sua. Vedesi adunque chiaramente, 
come Platone in questo luogo rende ragio- 
ne deiraver esclusi i custodi dalle ricchez- 
ze , e risponde ali* obbiezion fatta di Adi* 
mante nel quarto libro in maniera che e* 
dimostra, che non per ciò i custodi man- 
cano di tale felicità , quale a' custodi si 
conviene. E nel quinto libro, dipoi ch^egli 
ha trattato della comunione de* custodi cir- 
ca le mogli ed i figliuoli, e replicato che 
e* non debbono possedere cosa alcuna di 
proprio, soggiugne quanti mali per que^a 
cagione mancheranno nella città , contro- 
versie , accusazioni , sedizioni , liti che so- 
gliono nascer per conto della roba , de' fi- 
gliuoli, e de* ()arenti, ingiurie, violenze, 
adulazioni di fioveri ai ricchi , e molti mali 
che causa la povertà, dalle quali cose es- 
sendo liberi i custodi , dice che la vita loro 
sarà più beata , che quella de* vincitori de' 
giuochi olimpici, i quali erano tenuti bea- 
tissimi ; e questo perchè la vittoria de* cu- 
stodi è più illustre, ed è salute di tutta 
la città , ed il vitto che ed esso ed i figliuoli 
hanno dalla città, invece della corona che 
si dava a* vincitori detti, è più ampio e più 
cotnpito • Ed oltra questo in vita loro go- 
dono onori e premj dati loro dalla repub- 



N. 



TRATTATO IX. 14Ì 

Mica ; e dopo la morte sono con sepolcri 
degni delle loro virtù onorati • E quivi fa- 
cendo menzione dell* obbiezion fatta nel 
quarto libro , come di sopra si vede , circa 
la felicità de^ custodi , e com' egli aveva 
mostrato di dovere ciò altrove considerare^ 
essendo air ora tutto intento a far la città 
tutta felice , conchiude finalmente cosi : ora 
la vita de* difensori essendo migliore e più 
chiara che quella de* vincitori de* giuo- 
chi olimpici^ si vede chiaramente eh* ella 
non è simile alla vita degli agricoltori , e 
degli altri artefici , avvertendo di nuovo , 
che ai custodi debbe bastare essere felici, 
come custodì contentandosi d*una vita mo- 
derata e ferma, come nel quarto aveva 
detto . Camprendesi certamente per questo 
discorso quanto Platone , stan4o ne* suoi 
fondamenti e principj, più particolarmente 
descrive la felicità ac* custodi , mostrando 
da quanti mali e* siano liberi , e celebran- 
do la loro virtuosa vita, nel qual consiste 
l'essenza della felicità , e con premj e con 
onori in vita e dopo la morte eccessiva- 
mente esaltandogli ed illustrandogli, le quali 
cose trai beni umani estrinsechi sono esti- 
mate le m£^giori, e più degne di tutte 
TaltTe. Non e adunque dubbio alcuno, che 
Platone faccia o com* e' faccia felici i cu- 
stodi, che sono parte principale della re- 
pubblica • E se così è , non hanno luogo 
quelli inconvenienti che Aristotele adduce 
centra Platone, E s*alcuno dicesse che Ari* 



142 DELLE REPUBBLICHE 

stotele intende , che Platone gli privi £ 
quella felicità ch'esso Aristotele ha dichia- 
rato e posto secondo la mente sua, come 
81 vede ne* libri dell' Etica , si può rispon- 
dere» che non pare in verità che i custodi 
siano privati della felicità Aristotelica ; per- 
chè sebbene 'egli ha negato loro le ricchez- 
ze, dair uso deUe quali può nascere qualche 
virtuosa operazione, resta loro nientedime- 
no quanta alla roba una vita moderata e 
ferma 9 e T animo pieno di virtù per la 
buona disciplina , e 1 occasione di fare altre 
e molte e grandi e virtuose operazioni per 
salute 9 e per beneficio della loto patria. 
Sta adunque ferma in loro T essenza della 
felicità , la qual felicità non consiste in un 
punto indivisibile. E non sono adomali 
oltra questo di premj e d* onori , che tra 
i beni estrinsechi sono i più eccellenti , e 
i più pregiati • E tanto voglio aver detto , 
di questa materia • 



// fine del traUato n»no 



^ 



143 



DEL PRINCIPIO 



BELL^ INTRODUZIONE DEL GOTERNO 



DELLA CITTÀ*. 



TRATTATO DEQMO. 



il ON è forse fuor di proposito , ne da 
stimar leggieri ed inutile considerazione 
il discorrere del principio e delF iatroda- 
zioQe successivamente del goYemo della 
città. Alla qual materia dando principio « 
da quel che ho potuto considerare neMibri 
di Fiatone , dico primieramente , che nel 
secondo libro delia repubblica e' fa nasce- 
re la coDstituzione della città dal bisogno 
ch'hanno gli uomini Fun dell* altro, non 
essendo alcunp bastevole per se stesso a 
tutto quello che gli fa di mestièri . E que- 
sta scambievole necessità sì considera prima 



144 DELLE REPUBBLICHE 

in quel che appartiene all'essere ed al villo 
nostro ; nel secondo si considera circa Faln* 
tazìone , ^e nel terzo circa il vestimento e 
simili cose ; onde nasce ch^ egli è necessa- 
rio , cbe molti uomini , e molte e diverse 
sorti di artefici si riducano insieme per 
provvedere alle cose necessarie alla vita 
loro 9 dal principio seguita , che questa co- 
tale congregazione d'uomini cercano poi di 
regolare il mondo , dal viver loro , e di 
introdurre qualche ** di governo per prov- 
vedere al suo ben essere , ed al buon stato 
della città. Ma nel secondo libro dèlie 
leggi non considerando Platone la causa 
che muove naturalmente gli uomini a con- 
gregarsi insieme , e vivere nelle città , ma 
cou^e per quel caso ed accidente si ridu- 
cono insieme e danno qualch' ordine al 
modo del vivere e del reggere; ed inten* 
dendo di trattar delle leggi e delle ordina- 
zioni della città , discorre , quando le ci- 
viltà abbiano avuto principio, e come suc- 
cessivamente, ed in processo di tempo ab- 
biano ricevuto mutazione e varietà; e se- 
guitando quello eh' è stato detto dagli an- 
tichi , come cosa verisimile , e ' quasi favo- 
leggiando e' vuole, che dopo qualche ^ran 
calamità e distruzione della generazione 
Umana , causata massimameqte da' diluvj , 
il che ih infinito o inestimabile spazio di 
tempo, e per diluvj, e per pestilenze , e 
per sterilità di terra si può credere essere 
molte vQlte accaduto , si siano ne' luoghi 



TRATTATO X. 148^ 

alti , e nella sommità de* monti salvati po- 
chi uomini 9 i quali vivessero separati , e 
sparsamente avesse il governo in ciascuna 
abitazione il mù, vecchio , si che i^ figliuoli 
ed ì nipoti ubbidissero ali* imperio del pa* 
dre di famiglia , come ad un re » avendo 
la volontà di quello in luogo di legge . E 
questo mo4o di vivere e ai goverdo sem- 
plice e rusticano pose Platone per la pri- 
ma figura o immagine . Di poi vuole che 
Siù famiglie congregate insieme , assicuran- 
osi abitare nelle radici de* monti , e dan- 
dosi air agricoltura , e cingendo il luogo 
di ripari naturali , come con siepe invece 
di mura , per timore delle fiere , e comune 
casa ; e da tale congregazione di - famiglie 
ridotte insieme in un luogo par che na- 
scano * diverse maniere di governo , secondo 
la diversità delF educazioùe e de* costumi 
di ciascuna famiglia , onde conviene che a 
ciascuna piacciano le leggi e costumi suoi 
principalmente , e secondariamente quelli 
dell* altte famiglie ; e questa è la seconda 
figura dèlia civiltà. £ perchè questa diver- 
sità di mòdo di vivere e di governo par 
che partorita disunione e contese , si vie- 
ne ad eleggere alcuni di loro ch*intendino 
hene i costumi e gli ordini di ciascuna fa- 
mìglia , e quelli eh* essi massimaménte ap- 
provano ad alcuni capi del popolo , come 
arbitro comune e quasi re» gli rapportino» 
i quali di quelle leggi che saranno appro- 
HQie si chiameranno legislatori; ed in que* 
Cavalcanti io 



146 DELLE REPUBBLICHE 

Sto modo convengono a formare di qud 
piccoli e particolari imper) o signorie cnV 
rano in ciascuna famiglia ^ txn goyerno d*ot- 
limati , o un regno , e qu^ta è la terza 
figura della disciplina ed ordine civile. La 
quarta poi è una sorte di regno « dov^ più 
città convengono in una Qiedesima volontà, 
ed in lina legge comune , come più fami- 
glie rn una città. Queste sono le quattro 
figure loro cosi poste seguitando il Ficino, 
il quale neir argomento del detto libro Tor- 
dina in questo modo , e le dichiara breve- 
mente • E perciocché Platone in quel luo* 
go si conforma con l'autorità di Omero 
circa le tre prime congregazioni , abitazio- 
ni , e modi di vivere degli uomini ; e Stra* 
bone nel i3. libro allega ed espone questo 
^g^9 parendomi che nel testo di Platone 
nascano alcune difficoltà circa la esposizio- 
ne e del Ficino e d^ Strabene, riferirò 
prima quel ch^ dice Strabone , e poi mo^ 
strerò la difficoltà. Dice adunque che Plato- 
nis stima essere state ordinate dopo il dilu- 
vio tre maniere di vivere, la prima delle 
quali semplice e rusticana pone nella som- 
mità de* monti per timor delF acqua ; la 
seconda mette nelle radici de* monti , come 
d\iomini che già prendessino sicurtà ed 
ardire ; la terza nel piano , sfoggiupgendo 
che qualcuno potrebbe considerare la quar- 
ta e la quinta, e forse più maniere di vi* 
▼ere, e pone Tultima dmttMrno al mare e 
neirisole , essoido già cessato il timore del* 



TRATTATO 3C. I47 

r acqua , parendogli che Tardire d* acco-> 
starsi più o meno al mare possa causare 
molti differenti modi di civiltà e costumi • 
Queste differenze e diversità di luoghi e 
di vita riferisce Strabone essere state de-* 
scritte secondo Platone da Omero , il quale 
nel g. deir Odissea pone il primo modo di 
vivere di civiltà ne* ciclopi, e nell'i i. del-* 
r Iliade pone la seconda figura in Darda-^ 
nia, la terza in Ilio, come particolamenta 
si può vedere in essi luoghi allegati e da 
Platone e da Strabene. E circa la quar^ 
ed ultima posta da Platone , non è allegata 
né da lui, ne conseguentemente da Stra- 
bone in modo alcuno T autorità d'Omero • 
Ora venendo alle difficoltà, dico che Pian- 
tone poi eh* egli ha decritto, come quella 
congregazione d' uomini nelle ^ radici de' 
monti, ed in un luogo ridotto prima avc^r 
va tante maniere di governo, quante fa- 
miglie, dipoi si mutò il governo in otti* 
mati o in regi;io , soggiugne così : Diciamo 
adunque oramai la terza figura della disci* 
jdina civile , nella quale si trovano tutte le 
specie e le passioni ddle repubbliche e 
delle città. Da queste parole par che nasca 
una tale difficoltà, che se noi intendiamo 
che Platone conchiudendo le cose dette di 
sopra, intenda per la terza figura il regno 
e l'aristoor^aa, non quadri 9 non convenga 
ad alouna di queste specie di governo 
queHo eh' egli dice , che ndla terza fi^ra 
51 trovano tutte le specie e gli al&tti di 



148 DELLl REPUBBLICHE 

tutte le repu1>bHche . Anzi pare che questa 
sìa condizione e proprietà del governo po- 
polare secondo Platone , avendo egli detto 
neir ottavo della repubblica quasi con le 
medesime parole, che lo stato popolare ha 
in se tutte le specie e gli affetti di tutte 
le repubbliche per la licenza che regna in 
quello • £ conseguentemente se noi pones- 
simo il regno o gli ottimati per la terza 
figura in Ilio 9 come dice Strabene , non 
quadrerebbono le sopraddette parole di Pla- 
tone a quel luogo , nel quale non veggiamo 
che fosse alcuna forma di stato popolare , 
pia piuttosto di regno, come per l'autorità 
d' Omero si vede, il quale nel luogo detto 
pone la genealogia de' Re d' Ilio . /Ma se 
qualcuno dicesse, che le parole di ^Piatone, 
le quali io dico convenire piuttosto allo 
stato popolare , quadrassino e s'accomo- 
dassino bene a quel primo modo dì gover- 
no degli uomini ristretti alle radici de' Mon- 
ti, il qual governo era vario, compera va- 
ria la disciplina di ciascuna famiglia , ri- 
sponderei che seguiterebbe a questo , che 
quella fusse la terza figura , che non è né 

{mò essere , come e per ib discorso , e per 
e parole di Platone è manifesto , dicendo 
egli dopo la costituzione del regno, o degli 
ottimati , ne* quali governi si mutò quel 
|Overno vario ; diciamo adunque la terza 
igura ec. Né pare anche che si possa in- 
tendere, che Platone abbia compreso nella 
terza figura e quei governi varj e parti* 



TRATTATO X. ' 149 

colari, clì^ebbono nel principio le famiglie 
ridotte insieme nelle radici de* Monti , ed il 
regno o gli ottimati , ne* quali si mutò 
quel primo stato, perchè se s^ intendesse 
cosi , qual sarebbe figura ? e se questi due 
modi di civiltà si comprendessino n^Ua se- 
conda 9 ne s^uitetebbe , che noi non aves* 
simo da Platone descrizione alcuna partico- 
lare della tersa figura, nella quale dice 
solo e generalmente che tutte le spezie 
delle repubbliche si contengono, ne anche 
potressimo accomodare ad Ilio questa sorte 
di governo per la ragione detta , né sapres» 
simo qual' altra, secondo Platone, se gli poe- 
tesse accomodare . E non ostante tutte que« 
8te difficoltà capare che Platone ponga la 
terza maniera di civiltà in Ilio , sebbene 
repugnano alquanto quelle parole , che net 
la terza figura sono tutte le spezie , e gli 
affetti delle repubbliche • £ sebbene Ilio 
non specifica la forma del governo d'Ilio^ 
par necessario includere nella seconda fi- 

§ura posta in Dardano il governo primo 
elle lamiglie vario, come quelle, e la mu^ 
tazion fatta nel regno > e negli ottimati • 
Ora che sino a Ilio inclusive elle siano tre 
civìlità par cosa chiara, massimamente che 
Platone prima che e'faccla menzione della 
quarta , dice così : Ma noi abbiamo guada- 
gnato tanto di questa digressione, che men* 
tre che noi trascorriamo per le civili disci- 
pline, e per le abitazioni delle città , noi 
abbiamo veduta la prim , la seconda ^ la 



*» 



l5o DELLE REFUBBLÌCHK 

terza città Tuna dell'altra dipendente per 
lunghissimo spaeio di tempo secondo la 
nostra opinione. E ora nt viene questa 
quarta città, o, se voi volete , questa quar*^ 
ta sorte d'uomini ^ la quale qualche volta 
in qualche luogo abìteria , e di eia abita . 
Circa la qual quarta maniera di ci vii ita 
dico, chMo non comprendo che qudla 
eh' ha descritto brevemente il Ficino , come 
disopra si vede , già descritta ed in alcun 
modo dichiarata da Platone. E può ben 
parere che *1 Ficino abbia preso questa occa- 
sione d'intenderla , e descrìverla cosi da 
mielle tre città, cioè Argo , Messene , Lace- 
demone , ciascuna delle quali era governata 
da un re • E in questi tre regni per leggi 
comuni , circa al comandare ed ali* ubbi- 
dire avevano ed i re con i re, ed i po- 
poli con i popoH, e con i re una scambi e- 
vole obbligazione per giuramento, ed una 

{grandissima unione per il mantenimento 
oro • Ma se questa s'avesse ad intendere 
per la quatta figura , come potrebbe con- 
venirgli quel che dice Platone , cioè che 
questa prima sorte d'uomini, quando che 
sia, abiterà in qualche luogo, e dì già abi- 
ta ? Perciocché d'una cosa eh' è stata , non 
6Ì conviene dire ch'ella sarà e che di già 
ella è ; e Platone mostra nel discorso che 
Vfa sopra que'tre regni, come quello 
d'Argo, e questo di Missene, s'erano cor- 
rotti, e così s'era dissoluta quell'unione, 
e come Lacedemone s' era conservata • Laon- 



TRATTATO ^. |5x 

4e sarebbe fors^ più verisimUet che Platoaf 
avesse inteso per la quarta ci vilità quella 
phe e* vuole formare ia que' libri delle leg<* 
gi , e taato più quaoto e' pare che ^er i 
belli discorsi che e' fa dipoi » ch'egli ha 
nominata la quarta figura, ^ per l'epilogo 
del libro « egli mostri d'aver ragio^to, 6 
discorso di tutte ì^ cose precedeati , solo a^ 
questo fine di veder come ì$. città si possa 
ottimamente governare , e come privatamen- 
te ciascuno possa benp ordinar la vita sua* 
Perciocché e' dice così: Queste cose adun«- 
qne abbiamo dette a fin di quelle cioè 
che'l legislatore debbe risguardare a tre co- 
se ^ e queste sono , che la cil^^tà che ^ or- 
dina con le leggi sia libeia, amica a s^ 
stessa e prudente : oltra di ciò noi abbia- 
mo mostrato diie spezie di governi » nel!' a«* 
na delle quali era strettissima servitù , nel*- 
r altra dissoluta libertà , aveado considerato 
quale delle» due si governasse ben^,, abbia-*- 
mo conosciuto , che essendo aggiunto a unn^ 
il temperamento del signoreggiar^ all'altrii 
bella libertà y Tuna e l'altra aveva r&U$, 
lelicemente , ma infelicemente quando ìql 
una la servitù , nell'altra la libertà ^ra 
trascorsa sino al supremo grado • £ a qui^ 
sto medesimo fine aobiamo coi^L^iderato 1 as« 
segnazione della nuova abitazione dell' eser** 
cito Dorico , e le radici del monte Darda« 
no , e l'abitazion marittima ; ed oltreciè 
duelli che restaron salvi dall' inno ndaziooi 
oel Diluvio, perciocché queste cote son» 



l52 DEtLfi REPUBBLICHE 

State (lette da noi per intendere oonàé k 
città si possa ottimamente governare; e 
ciascuno privatai^ente ordinar benissimo la 
Tita sua ec. Farmi adnnqtle che si possa 
con qualche ragione raccorre dalle parole 
di Platone , che per la quarta civiliùt e^li 
intenda quella ^ che e* vuole ordinare m 
qu è* libri, come disopra ho detto. Ma a 
questo pare che ripugna un poco quello 
ch'egli ha detto cioè che. questa quarta sor- 
te denomini abiterà , quando che sia, in 
qualche luogo, e di già abita, e ch'egli 
abiterà, questo conrerrebbe benissimo alla 
repubblica ch'egli intende d'ordinare. Bla 
che di già abiti ^ non so come quésto con- 
soni , se già e' non intendesse dall' idea 
ch'egli avea nella mente. E quanto a quel 
che dice di nuova abitazione dell'esercita 
Dorico , io intendo della di vision che si 
fece di quello, distribuendo parte all' abita- 
zion d' Argo, parte di Messene , e .parte di 
Lacedemone , come egli stesso ita narrato • 
E per Tabìtazione marittima può forse aver 
inteso Ilio , ed altro insieme , non avendo 
altrimenti specificato • E per conchiudere 
questa parte, dico che avendo io mostra- 
to le difficoltà che io ho considerate 9 e pa- 
rendomi una materia intricata , mi cimten- 
t;érò d'avere ragionato in questo modo, 
desiderando di vedere dichiarato (juesto 
luogo da persone più intelligenti di me. 
E ora passerò a mostrar quello» che circa 
la nmtel*ia proposta ho considerato in Ari* 



TRATTATO X 1$3 

atofele. E^li adunque nel primo libro del- 
]a Politica dice cosi : la città adunque si 
fa a fin di vivere ^ e a fin dì ben vìvere • 
Per le quali parole si comprende chel 
bisogno che hanno gli uomini Tun deiral-» 
tre per provvedere sufficientemente alle cose 
necessarie della vita . loro , è la causa che 
gli. induce a congregarsi insieme, e far la 
città. E da questo nasce poi che elF è a fin 
di ben vivere, perchè il fin loro è non solo 
di vivere, ma di vivere bene e rettamente 
per mezzo delle leggi e degli ordini civili . 
E perciocché e* compone la città di più 
borghi, e ciascun borffo di più case e fa- 
miglie , e considera che ogni casa e fami- 
glia è governata dal più vecchio , come da 
un re, e conseguentemente anche il bor- 
go , che è come una colonia di persone 
congiunte per sangue essendo moltiplicata 
per i figliuoli» e nipoti in modo che se 
n' è fatto più case e famiglie , che dipen* 
dono da un capo , e dal più vecchio , e 
più principal di tutto il parentado retto e 

Governato , e di qui si dice esser nato che 
a princìpio le città erano governate d^ i 
re ed ancora a* tempi suoi alcuni popoli e 
nazioni 9 perciocché erano una congergazio- 
ne fatta di persone governate da! re • E co* 
si Aristotele considerò in questo luogo le 
cause che inducono naturalmente gli uomi- 
ni a vivere nella città, e per qual cagione 
le città da principio avevano governo re- 
gio « E non ebbe consideratone ad alcun 



ì54 DELLE RSPUBBLICHB 

csLSb o accidente , dal quale le congregazio* 
ni degli uomini , e le città àyessiao angi- 
ne , come disopra si è veduto esser stato 
quasi favoleggiando detto da Platotie • E 
nel terzo libro dice eosi. Le città erano eia 
anticamente governate da* re , forse percnè 
egli era cosa rara trovar più uomini d'eo- 
oelieote virtù , massimamente abitandosi a 
queUempi piccole città. Oltra di questo 
e davano il regno, e constituivano i re 
per cagion di beaeficj ricevuli^ che era op«* 
ra d' uomini buoni e virtuosi ; ma percioC' 
cbè dipoi accadde che 8Ì*»trovarcHio pia 
nomini buoni , e virtuosi di pari virtù, non 
tollerarono più ì re ma cercarono qmtlche 
comuni 9 e conslituirono una repubblica • 
Ma poiché peggiorando attendevano a gaa- 
dagnare e arricdiirst delie cose comum 
« pubbliche , è cosa 4:onforme iiUa ragione 
^e di quif avendo eysi in pregio le ricchez- 
ze , nascessero le oligarchie • É queste pri- 
ma si mutarono in tirannidi , dipoi di ti- 
ramdidi in democrazie, perchè danèosi 
bruttamente al guadagno restringevano sem*- 
pre la cosa a minor numero, onde yeone^ 
ro a far la moltitudiane più potaste, in 
«odo che cospirando, ed inst>rgQDdo ella 
ne nascevano le democrazìe • Da - questo 
luogo d* Arisloliele comprendiamo, che egli 
considerò per qual causa ne* tempi antìcai 
le città avessino prima il governo regio, 
^ qual di poi successivamente solevano ave- 
re , di che io quanto ad Aristotele altco 



TRATTATO X. l55 

non dico • Polibio pigliò T origine^ e Tin- 
trodnzìon del governo delle città imitando t 
seguitando Platone ne'libri delle leggi » 
dalla distrazione degli uomini causata ^ da 
diluTJ 9 pestilente e sterilità di terra^ eoa 
simili accidenti , ed introdusse prima il 
principato d*una, che eccedesse gli altri 
di gagliardia di corpo , e ferocità d^nimo; 
e oa questo principato dedussi^ gli altri 
discorsi t sicché e* sarebbe soverchio il 
replicarlo • Ma io non voglio già tacere « 
che Averroe mostra d'aver opinione , chel 
governo j^polare fia ndla^prìma forma di 

Soverno che abbiano avuto le congressioni 
egli uomini chiamati città • Perocché nella 
parafrasi sopra i libri della repubblica di 
Platone dice cosi : Né é fuor di ragione il 
vedere 9 che la città popolare sia la prima 
6 principale fra tutte le congressioni , le 
quali sono nate da arsente necessità ^pen- 
che gli Yiomini provvecfuto die egli hanno 
alle cose necessarie, pensano poi a^piacm, 
ed alle delicatezze in modo , che e' pare 
the questo stato popolare sìa proceduto 
da essa necessità . £ in un altro luogo : 

Sercioccfaé e' pare che le prime città prò* 
otte dalla natura siano state congregate « 
6 constituite 4st essa necessità , dalle quali , 
come da fonte di tutte Tal tre, nel loro ge« 
nere siano quasi, derivate Ora per por fine 
a questo discorso , resta che io mca che 
quanto alle cause che naturalmente muo- 
vono gli uomini a ridarsi insieme nelle cit^ 



l56 D&LLE REPtTBBLICHE 

tà , Platone ed Aristotele hanno avuto la 
medesima opinione, come per il luogo della 
repubblica di Platone nel secondo libro e 
del primo della Politica d* Aristotele è ma- 
nifesto • Ma il principio, e T origine dellsb 
città e delle repubblicue , preso da Platone 
neUibrì delle leggi da diluvj e simili acci- 
denti , nop è preso ne considerato da Ari- 
stotele . Olirà di questo Aristotele nel pri- 
mo della Politica pone il governo regio per 
il primo che anticamente avessero le città; 
e aipoi considerando come tali congrega* 
zioni chiamate città, erano fatte di persone 
governate come da re , e nel terzo libro 
considerò, che elle erano anticamente go- 
vernate da re , perchè essendo massima* 
mente le città allora piccole , era cosa ra- 
ra trovar più uomini di eccessiva. virtù. 
Ma in quelle quattro figure di Platone 
non si vede altra forma espressa di repub- 
blica , che il regno e > J' aristocrazia , la 
quale e^ pone del pari parlando disgiunti- 
vamente , come si è veduto. Polibio piglia 
dagli accidenti Torigine de'governi, come 
Platone nel luogo allegato, e ponendo il 
principato d^ uno per il primo governo , ha 
questa convenienza in generale con Aristo- 
tele . Ma se noi consideriamo quel suo 
principato d'un solo, dal quale egli dedu- 
ce il regno, in quésto non convenne egli 
col regno d'Aristotele il quale è posto aa 
lui per il primo governo , ma> si ben p^^r 
che convenga pigliandosi il regno dedotto 



TRATTATO X. iSj 

Ì9L questa prima monarchia . £ qoanlo ad 
Aristotele non yoglio mancar d'avvertir6 » 
che se paresse a qualcuno , che nói luofi;o 
allegato del terzo libro della Politica e' ta- 
cesse la trasmutazione de' governi in tutto 
o in part« diversamente da quel che fa 
nel quinto, dove egli tratta diffusamente di 
tal materia , è da considerare prima che in 
vero e' non sia giudice, dipoi che nel terzo 
libro e* considera solo come da principio le 
città verisimilmente si governavano , e quel*- 
li in quelli governi si mutavano . Ma nel 
quinto considera la natura in se stessa , e 
ìt cause della trasmutazione di quelli , la 
quale è più varia e più ampia , come si 
vede . Restami a dire cn€ Y opinion che ha 
Averroe dell'esser state le città primamen^ 
te governate con governo popolare non à 
senza ragione , ed è sua propria , e diversa 
dell' altre , tra le quali pare che sia molto 
probabile, e molto conforme al vero quel- 
la d' Aristotele ; 



// Jìne del decimò trattato • 



.<5 



x58 



DELLE REPUBBLICHE 



lliSTB. 



«i 



> , 



TRATTATO UNDEaMO. 



^E noi considereremo diligentemente qne* 
che hanno sentito delle repubbliche e que- 
gli più eccellenti » e famosi autori , che fi- 
losofando r hanno nei loro libri formate e 
descritte , e quegli più celebrati ordinatori 
di repubbliche che T hanno in qualche 
luogo introdotte , e anche qu^li che delle 
repubbliche d* altri hanno ragionato non 
ne avendone formate, ne introdotte alcune» 
conosceremo chiaramente , che egli hanno 
avuto in pregio non piccolo benché non 
parimente la repubblica mista e composta • 



TRATTATO XI. t5j 

E percìoochè Y hàntro Tariamente , e non 
in un medesimo modo composta , compren^ 
deremo anche, come fondandosi in diversi 
principi , e per diverse ragioni moyendosi , 
alcuni una maniera, alcuni un'altra di mi* 
stura e composizione hanno approvata e 
e s^uitata.Ea io incominciando a ragiona* 
re di questa materia , riferirò primieramente- 
quello che ho considerato in Platone,avverten« 
do prima , che sebben io ho fatto menzione ne* 
gli altri discorsi delle repubbliche miste, 
ed allegato a questo proposito alcuni luo- 
ghi , i quali di nuovo allegherò , nientedi* 
meno non avendo speculato altrove quel- 
lo che qui vo esaminando , saranno i detti 
luoghi e qui e quivi allegati bene a prò* 
posito , come si vedrà. Dico adunque eh' e* « 
gli ne* libri delle leggi formò la repubblica 
mista, e la mescolo e compose del prin* 
cipato d' un solo , e del popolo , facendo 
questo fondamento, e in questo principio 
fondandosi nel 3 delle leggi , che aue sono 
come madri de' governi civili , da' quali 
tutti gli altri governi hanno origina, e de* 

Suali variamente si compongono • L' una 
elle quali si può chiamar principato d'un 
solo , r altra principato del popolo. £ ch'e* 
gli è necessario che la città partecipi d'am* 
bedue queste maniere di repubblica s'ella 
débbe esser libera , amica a se stessa , e 
prudente, alle quali condizioni il datore 
delle leggi debba sempre riguardare • E 
nel sesto libro delle le^i, non solo eoa* 



jMt 



l6a^ D£LLE RSFUBBLICHE 

fermÀ il medesimo , xda ancbe. ci mostra » 
come questa mistura , e composizioni^, èra 
una cosa di mezzo ^ dandoci così jad' in- 
tendere I ^he qui T aveya composta di due 
estremi; perciocché e* dice così/ di poi 
che egli $a ordinato la creazione de ma- 

g 'strati : La creazione adunque de*magistrati 
tta in , questo modo sarà una cos£^'di 
mezzo tr^ la poteste d*un solo, e del pò- 

Eolo ^ il qual mezzo convienef che là re^ub- 
lica osservi sempre t perciocché i servi ed 
i padropi non saranno mai amici , . né t 
buoni 9 ed i tristi , se e* saranno parimeìite 
onorati ec. Diede Platone a questa sua re- 
pubblica mista il secondo luogo, volendo 
eh* ella sia là migliore di tutte , dopp auel- ' 
la perfetta eh* egli formò nei libri cella 
repubblica. E le ragioni eh* egli in diversi 
luòghi de*«uoi libri adduce , Je quali es- 
sendo state riferite, e considerate da nie 
in quel discorso , nel quale ho trattato jquati 
e -quante spezie di reggimento della città 
siano state poste da Platone, da Aristotele, 
« da Polibio , io senz* altro qui replicare a 
quel luogo mi rimetto, e vengo a ragio- 
nare della mista d'Aristotele , il quale nel 
quarto libro della Politica dichiara , come il 
medésimo uomo nella città può fare diver- 
si \iflficj, come esercitare la milizia,, e la- 
gricoltura, come esser giudicò , è cansi- 
gliere. Ma il medesimo non può già^csser 
ricqo e, povero ; e per questa cagtoue dice», 
che i ricphi , e i noveri paiono . massima- 



'Ir 



TRATTATO. XI. l^l 

ineiite parte della città ; e perciocché .per 
lo più i ricchi sono pochi » e i poveri 
molti 9 di qui ayyiene che questi paiono 
parti contrarie, nelle quali si divida la 
città • Laonde dagli eccessi di questi , cioè 
de* ricchi e de^ poTcri , m conslituiscono 
le città 9 e psa*e che siano due sortì di re* 
pubblica 9 cioè Io stato popolare e lo reg- 
gimento de' pochi . E nel quinto libro ra-« 
gionando delle dissensioni , e sedizioni che^. 
nascono per cagion del luogo , quando 
dico 9 il sesso e la condizion a esso non è 
accomodata a fare il corpo della città uni- 
to f sicché gli abitatori vengano ad essere 
separati e divisi , come tra gli altri esemp] 
che egli dà , accadeva in Atene , nella 
quale non era un cotisenso d* animo , e 
una volontà in tutti , perchè quelli che 
abitavano il Pireo favorivano più lo stalo 
del popolo , che coloro che abitavano la 
città, soggiugne, che siccome nel maneg- 
gio della guerra le fosse interposte separa- 
no , e disuniscono le fieilange , cosi pare 
eh* ogni differenza partorisca divisione , e 
dissensione: e che torse la maggiore divi-- 
sione di tutte è quella, eh* è tra la virtù 
el vizio, é dappoi quella della ricchezza^ 
e deil^ povertà. Da questi luoghi d'Aristo- 
tele , oltre a qualche altro dove egli ha par- 
lato de* ricchi , e de* poveri , par che molto 
chiaramente si comprenda ch'egli ha i rio- 
chi e i poveri per parti contrarie , e per 
estremi nella città* Là onde volendo <egU 
Cwalcanti 1 1 



formare la rGpubblrcti 'mistai' kìekè airchV 
gli 5 come Platone^ gli estrèmi c^iconlrarjt 
ma cliversi però da quelli di PlatoDé per 
mescolargli , e con buon temperamento ri- 
duceudogli a nn mezzo per unirgli. E per- 
ciocché là ricchezza i^ e la povertà sonori! 
differenze della repubblica popolare , e det 
lo stato de* pochi, com'egli ha dichiarato^ 
compose la repubblica mista , chiamata Ai 
lui eoi nome comune repubblica dello stata 
popolare , e dd reggimento de^ pochi , ac- 
comodando , e con buon temperaménto 
mescolando gli ordini appartenenti a cia- 
scuna di esse spezie , eome nel quarto li- 
bro della Polìtica si ^eàe^.e concnìuderido 
in quel, luogo disse, che la ragione, enl 
termine deir esser ben mescolata la repnb- 
bfica popolare*, e quella di pochi, è quìiii; 
to e* si pòssa dire che la medesima repao* 
Wica sia stato de* pochi e governo popo- 
lare, la qual i^osa conviene al m^tóOt ^er- 
<;iocchè r uno e T altro estremò apparisce 
in quello , e nientedimeno e* non e in at- 
to ne questo , né quello . Laonde egli ili 
ialtrì luoghi disse , eh' ella era una co^ £ 
mezzo tra la repubblica popolare» t lo 
siato dì pochi. E questa pose Aristotele nd 
terzo ed ultimo grado tra le repubbliche 
rette, come già ho dettò. E di questa non 
mi occorrendo a dir altro ^passero a ''^^ 
nare della repubblica deVLacèd^òtìi ordì- 
nata da Licurgo. 1% questa ragiotiàndd Pia- 
tene nel terzo libro deUe le^ » oloitfa to^ 



me il tegao Lacedemoaio si ponaei^TÒ lap^ 
gQ t^mpo ppr essere ben. composito ^ tfeot* 

Sfrato, dèi s^nsJbo^ cVera di. ^xyxM ,, è 
el magistrato, degli Efqri^ .de'f^uali jsfeltr 
tea Cigli noa dice altro i» ,q«el IviQgpt» 
Qoasiderando solamente cqmo per tal tenyi? 
perameutp quel regnò fu ricotto ad, un^ 
mediocrità 9 noi nient^imeno po9SÌaaio , di* 
re, eie Tuna, cioè il senato , ha della, ah- 
stoc5*azia:» F altra cioè gli Efori, tieiH d^l 
goTeratQ popolarle. E nel quarto libra fa 
dire. a Megdlo , che quando e' considera la 
repubblica Lacedemoniat non può dire co$i 
facilmente com' ella si debba chiamare « 
petpipcchè eiìa parti molto simile a una tje 
raaiiide,« per essere la poteste degli Gfori 
moltQ .tirannica. £ qhe qualche . volta ella pfa*e 
sopra tutte le eit^à jSiqiile al governo .pp? 
polare. 1^ ch^egU è imìoaveniente negare 
cbVella fiia stato d*ottim|iti..ìBsuxe il i*egn9 
hx qtteUa è perpètuo ^ il . quale tutti gli 
ao9uhi dicono essere antichissimo . ,Vedesi 
adunque chiaramente, come l'iatoue consit 
derò la mistura e il temperamento di 
questa repubblica.^ E nel luogo del quartp 
ppmpr^dian^o moUq bene , cu eli* era temr 
perat^ ^p mescolata talmente di: quelle parti 
f spezia di repubbliche apparivano in. essa ^ 
^cehè ella pareva oi^ questa or quella; e 
iiientedim^no. non si poteva dire quale ella 
fosse ; 1^ q^ixsiJiei Gandizicme fu poi espressa 
e, dichiarata da Aristotele seguitando U 
OtedesiioQ ^Pìatoosie^ con le parole^ e. ue| 



lé4 D£tLB RkPt^BlLtCItt; 

«nòdo die di isopra^ si è veduto; :D1: mi4^a 

rcipufablica ragionò Aristotele coinè ai w 

0tiK in molti. Itiogbi ,> miÈ^ specialiiif nle e <A^ 

fttiatim^ate nel seòdiido della' PòUtksa^ tà 

dove dice , chci mtAiì dicono cbe ^neogtui: , 

l$he 1* ottima repabblica sia mescolata v e 

co^pesta di tliite le repubUicé . E peiei^ 

lodano ja repubblica de* Lacedémoùi ,* di* 

cefado alcuni ' eh* ella è composta di ^^%ai^ 

cbla , di monarchia e di demiocrasta; fi cfat 

il regno è la monarchia ^ it senato la <Jt 

gai^chia , ed il magistrato degli Eióvìì^ de^ 

mOcrazia, perciocché gli Efori si elégfievìj'^ 

xio dal popolo. Alcuni altri diòono^ «neil 

màgistraìto degli Efori era una tiraniilde; 

e eh* ella èra -democrazia per cagioà-de- 

cójEiTJti pubblici^ ed altri ordini della la» 

de* Lacedemoni . "^Ed in un altro luogo ^d 

medesimo iibro- dfce,chea tolere che la 

i?e|>ubblica si oonsenri , è necessario c^ 

tutte le parti d'essa Togliano ch'ella 4Ì mxtb 

tenga , e ehe le cose sitano nel medesimo 

stato i e che nella ^pubblica de' Lacede- 

srànir i re erano contenti' dello stato iofo- 

per r onore e dignità eh* avevano , e jgli 

uomini d' eccellente virtù per il sciato, 

perciocché quel grado era premio dellat 

virtù , il pop<^o per il 'magistrato dégft 

Elbri, il q^ual si\faeeva di tutto il popolo.^ 

fi nel quarto libro-4ì^e per sua opinióne ,' 

eh' e}}a nel governo riguardava liHa virta 

e-^al yiofpGÌo, ed era una misftura i e c(Mn- 

petiztòne dì i^overno popolai^e»^ di viìrtù^ 



/ 



: .TRATTATO ' Mi. l6S 

l^pGt ràtpetto dell» wittù, la pése tèa le 
^qfiézie dcdÀi «i^tacnima , che. sono fooi< delia 
Ter a e puta^ arisloerazi» ^ come «in alUi: 
Ivo^u. . ho . detto ; ^ E iie^ medesima libro ia 

ri Usiógd alesato di ^ sopra , do^ dii^ 
la* cagi^ire deU* essere cieanirKe^ooIata e 
temperata la democrazìa e V oligarchia v'è 
qUan$o e^ possa dire , che la r^ahblioi 
0Ìa democrazia e oligarchia , e che questo ha 
per essere, ifoa cosa di mezzo ec. , sog^iu^ 
góe che questo avviene circa la repubblica 
d.^ Liacedemoni , la quale molti dicono es** 
sere; democrazia pei^ avere molli ordini m 
costami .democratici 9 e dUri dicoiu) èssere 
^Hgàrcbia per aver molti ordini oligarchici:^ 
qitali egli ^ racemo la » e replicando soiggiun* 
gè, dii!eglt è necessario , che nella repub> 
SlìCa bea mescolata .e cotnposta^ paja che 
siano r una, e r altxa di qaeUe epe:KÌe, ò 
^¥ie* duer estremi » e non paja ? cb^ ^ella^ sìa 
al0£in di quelli ; e < cb' ella si cboservi per 
se -stessaci, e -non per cose estrinseche ^moà 
non perchè i più di ^fuora vogliano la cou- 
servazian di quella y il che può accadere 
anche a una cattiva repùbblica , ma per^ 
cbè .non sia parte alcuna della ditta ; che 
voglia altra, forma di governo , e: tanto^ 
avepdo detto della repubblica de*^ Laoede* 
ippnif ragioniamo ora di quella di Candiéf 
Y ^miiiPiiazton della quale s' attribuisce à 
]\^ÌQAS . Di quej^ta parlò Pktpne in pochi 
lunghi 9; e molto generalmente è brevissi^ 
Aiaim^nte, G<>me neU'otifivo libro dnUft n^ 



VIS »ipw«""«vTP 



'pul>b)icà qfiaùdo disse / c!ie là rejntb^Kca 
Cretetfsé e la 'Lacedeinoiiià eìtmtr^ Ibdsité 
da ìxiolti. £ nel dialogo intitolato MBot», 
o delta legge , dice che Minos déRe Visudi 
i^iltadiù]; cioè di Cretensi tal leg^'y che 
per 1* osservanza dì^ quella Cf^ *^ p^ 
semjpre felice, e Laceaetnotie aricoftf flu^ 
poi eli* ella incominciò à usare qKtéHe le^- 
ci *, còme divine .E nel terzo • Kbrb' dselTe 
leggi dice così. Perciocché il f firiaf nosttò 
è scorso a quella disciplina civile /che ¥di 
affermate essere s^ata ordmata ih Lacede- 
mone , e in Creta quasi con fraterne teggi; 
laonde si vede che Platone fa simili qu^ 
ste repubbliche . Ed questa » dice Aristotele 
nel secondò della Politica, ch^éUa loion et^ 
Inolio discrepante dalla Ijacedemofiìa , e 
nientedimeno eh* élla aveva poeh^^ cose non 
p^gió , ma le più manco gentHmente or- 
dinate di quella, perche e' pare *hè ri 
dice, che la repubblica Xiacédeiìipnia avé^a 
imitato la maggior parte delle cose della 
Crétense. Questa, dice Aristotele ; che avcta 
il magistrato de' Còsmi corrispondente agli 
Efori, nia differente di numero v essendo i 
Cosmi decimo, e gli Efori quinto « I sena- 
tòri pari di numero a* quelli de' Lacede- 
moni , e anticamente ebbe il regnò , il 
quale dipoi fu rimosso . Ma Aristotele 
avendo fatto lungo è particolare discorso 
sopra di quella, conchiudti cbe F ordfee 
e là forma del governo Oeietise aveva 
qtLàlche ctì^a di repu})blicà\ M* che nel 



■ ^l^l" 






«pr^ dU nofì era repubblica^ ma j^iatlq^ 
sto- rultiiua spezie aeir oligarchia ^chisi^ 
mala <iÌQaslta,.ia quale ^ simile e proporr 
lionata alla tiraumde tra le mooarcbie^ e 
air ultimo stato popolare tra le demócra^ 
3LÌ^9 come altrote ho detto. Ne si' coufonda 
«Jc^no^v vedendo che Aristotele dica eh* ella 
xion sia repubblica » e nieatediméiio sia 
^loastia 9 eh* è un modo dell* oligarchia , la 
qiiale è pui: posta da lui tra le spezie di 
repubblica , anzi consideri <;iascuno , che 
eoa ragione egli non la fa repubblica in 
verità 9 perchè la repubblica^ secondo lui , è 
ìxn ordine degli abitatori della città. E do- 
Te le leggi non hanno imperio, non è ve* 
ramente repubblica'* Ma m quel governa 
.Cret€Hse noti pareva a lui, che fosse vera* 
piente né ordine . ne compagnia, e co* 
mutticanza civile , . in che consiste la rè-^ 
pubblica; ma. che le cose si governassino 

, piuttosto ad arbitrio de' potenti , che altri- 
misnti. £ se Ja dinastia si pone tra le spe«^ 
zie d^li* oligiirchia, nondimeno si debba 
dire ^ che ella è impropriamente oligarchia ^ 
e per conseguenza impropriamente repub- 
blica^ fcome non è ancne propriamente 
^jaè ferse assojutamente repubblica V ultimo 
stato popolare , che nel vero è questo e \^ 

la dinastia, es5en4o simili e corrispondenti 

, alla tirannide , la quale cpm* hanno deten» 
miii^tQ e piatone ed. Aristotele, none qviast 
repoUiHca^ conviene òhe au^cora queste 
, spesele siano t^i quali è la tirannide* Y edesi 



y 



I 



l68 DEUillf REPVB9UCHE 

àdunqiie» com* Aristotele coi^sitiera. ia.qQo^ 
sta repubblica la mistura e coinposizÀoae i; 
e Kjuei che finalmente . ne determinò . £d 
ora passiamo a ragionare deUa repub^icA 
Cartaginese 9 della quale noiji avendo . Plato- 
ne ragionato » o detto cosa di momento i 
dico y che Aristotele nei secondo ddla^ For; 
litiga afrQ]|;*ma ch^ella aveva il rc^.e il §e* 
nato corrispondenti ai re ed al seccato ta-. 
cedemonio, ed un magistrato d^ ciy.'^cor** 
rispóndente agli Efori.. £ che delle cose cbe 
in essa riguardavano , air arìstocratia , parte* 
pendeva più verso lo stato popolare » pw^ 
verso il governo dp' pochi , com' egli paj> 
ticólarmente dichiara ^ ,e che • nieQ{<edimeQ(> 
la parte aristocratica . inclinava ind^itnsl* 
mente ali* oligarchia ^ perciocché pel distri** 
buir^ gli Onorio ed i magistrati , i Carta-' 
gihesi riguardavano non solo, alle virtù ^. 
ma ancfie alle ricchezza. Là onde (^lin^l 
quarto disse , che tale repubblica avcfa 
ì-ispetto alle ricchezze^ alla virtù,. («4 al 
popolo, e e he. dove si. aveva riguardo a ijue- 
s^té tre cose, ivi era governo aristocratico, 
e facendola mista ^ temperata in questa 
maniera , la pose per una delle due spezia 
dell'aristocrazìa, che non son pure ne^seoi* 
plfci, e di questa non dirò . altro , ma ra* 
gionèip della repubblica Ateniese* Ì)i qner. 
^ta non so che Platone ragioni, conside- 
rando distintamente la forma . su^ , salif<^ 
che nel terzo libro delle leggi egli j^ie pa^^r^ 

la Cfóme di repubblica popolare , « vgnasir^- 



yrRATTATO XI. ^69, 

<ih^«lk si eot^nppe, enòa^si coi^eirvò per 
MÒTI avelie' ttali tenuta la libertà mediocre 
6 temperata y e per èsser trascorsa nella 
licenza* «. Fectà meuzioue in mólti liloglii 
d^ Atene , e d^Atcmiesi. E nell'Hipparco disse; 
che la tirannide d' Hippia durò tre, anni. 
in Atenf;, e che gli Ateniesi vissero il re-, 
sto del tempo, come quando Saturno re- 
gnava. 'E heir Alcibiade primo mostra che . 
Atene avesse già i re, ragionando dell' ori* 
gJHé di t|nelU Aristotele nel secondo della 
jralitica, dice che la repubblica di Atene» 
come dteono alcuni, fu ordinala, nel pria-, 
cipio da ^ione in maniera eh* ella era ini^ 
sta , e composta dello stato di pochi , de- 
gli ottimati , del popolare , ma eh! ella fa : 
dipoi corrotta, e mutata nel governo poK 
polare , com' cgfi narra particolarmente . E 
|MÙ eh' io ho mostrato , come i fon<datori^ 
e 'ordinatori di quattro famosissime repub- 
bliche dagli antichi , cioè la Lacedémonia , 
la Gretense, la Cartaginese, 1* Ateniese, 1^. 
formarono miste e compòste di più repub- 
bliche, e di quali repubbliche. Ed^ho ri- 
ferito quello che Platone, ed Aristotele 
n^ hanno detto , Seguirò ora di mostrare 
qual sfa V opiiiion di Polibio circa Fottima 
repubblica , e quel che delle dette repub^ 
bliebe- abbia lasciato scritto . Quest' au};ot^ 
adunque nelF Epitopie del sesto libro d^l- 
r Istorie fa un lungo e prudente discorso 
delle repubbliche, ed io v riferirò somma- 
iriasien«e quel ch'egli n'ha scritto > quanto 



rj9 DBIXE REfVSItiCirB 

ét\ mio < |Nropoéto appariieae • Acten^ , ^ 
^klto iid ppioidpto di quel. dia^oviK)^ cm 
moìA cogliono ' cbe siano tre 4pea(ie di.rer- 
pnU^liidie 9 cioè regno « fio^ercio d^ottìouiti^ 
49iatx> popolare ^ e che sì può dubitare fid 
é? ci oaniKo queste spiefide^come sole e mi* 
^^rì dadr olire oh* elle sìana^ peceiocchf 
pa^ 'dàe nou sappiano ne Tuns^ né, FaUrs 
cose, soggiagne che gli è cosa manifestai 
ohe si debba giudicare quella esser •ottiam 
repiiibbliea » che è composta, di tutte quelle 
speue e proprietà ,v e che noi n* abotamò 
r esperienza in fatto ^ per avere Licurgo 
cailinato prima Ja srepubblica da* JUtcede- 
moiui in questa- maaicra» e che non» si 
debba stimare ohe siano quelle tre spe^e^ 
e quei che sesue., E dipoi nel medesimo 
discorso lodadfiua r ordinazion di l^ioorgo 
ci dà grs»ide. confermazione delia sua ofM* 
nione ^ cioè che V otiima. repubblica, sia 
composta delle spexie dette • Perci^cebè 
dice , che Licurgo avendo ben eoa- 
siderato ogni cosat , conobbe che ogai 
forma semplice di governo era poc4> stabile 
e molto caduca 9 conciossiaGosacQè tosto e 
facilmente ella degeneri, e si coFroin|pa 
nel vÌ2ao suo e in quella «fattiva' specie aae 
naturalmente è conseguente , e quasi coa- 
{^ulnta con lei , còme la monarcnia ^ ^^' 
gno, Toli^rchia air aristocrazia, la lie^* 
tèi e il favore delia plebe alla demOC9?a^* 
E perciò Licurgo non fok*m;ò^ una repub* 
b|ica semplice 9 ma raocol^e ed ttoì^caii^liiUBi 



t^pèl^èmieiito mi^eine' tutte k'< viltà epro^ 
prietà 'àéìit Tepuk)>liche • mi^ìojii, kDcieoéke 
nessmia psirte tisc^to db* tium eba^i^iiieiiti 
lernii^ ed ^eiséetido àe^netasse laéi Vt^ 
Mo ^.éd à€C}o<;chè^ ì^àffrenate le forze ^ di 
d^èctina, scambkyohlitiite si «aaMeiiel^e n^ 
Ikt rejpny^Iki^ tiim egualità perpetua di ta]|i 
i&imriiii> per dir co^, ne scpràfacesse ì^jÀ- 
tre , e efae » re fo$5e Mn frexio d6irifiso<» 
teiiéa lore^ il timer àéi popolo^ é eà pò«> 
^p(do^il timor del senato . £ cosi giudicò 
PòKblo che la' repctbblica mista ^ia Tottima 
>>pi^a tutte, il che ccmférma con TedempS» 
• d^a-^onsrtìtuzioBe deHa i^eptrbbUca ^c^'LfiH' 
eedemoni é dì I^urgo.' Di-p^ì passando a 
3*amoiiape della 'repubblica Romana dice p 
-^b- ella ere composfiiM e temperala nel me- 
darime^ lààodo che la Lacedemònia , e sì fat- 
tamente cbe nessuno ^Yi^bbe-m^i potuto 
dire, s^ quella ^epti^bblSca era tutt' una ari* 
étòerazia , ovtei^'o • democrazia j o una mo- 
iiarcbia ; perciocché a ehi risguardava aìla 
tMDtestà, alle azióni de* consoli parerra ch^d- 
la fèsse interamente mia monarchia e un 
regno*, se alF autorità ed opere del* senatb, 
pareva un' aristocrazia , se alla potenza e 
azioni del popolo, pareva tutto governo po- 
polare. L'autorità e operazioni delle quali 
parti egli particolarmente va molto baie 
«thtH>$trand<> , e dichiarando com^èlle eràpo 
tatyto bene mescolate e temperate^ che T u- 
im parte aveva bisogno deiraltrà per muti* 
-^Milèrli lìdi*' àtttimtàr ^ n^l gratib siso , é 



dbffò eipe erairVi» uà frencr.riiiìiL e T.aItlVLt;dQ;. 
nxm trapassare i términj suoi ^ m^ di coik 
xaflBtenersi » . Gonchmdo .^ eh* i^i è io&possk. 
bìie trovare mi^iore gpvfinnio ; di ^aéUo •: 
QiMstai opinioiie di £olibia^ «he la repub*'. 
^ìca> ottima debba, «ssore^ cówapmk^ dt^iillè 
Y-^àtìre buone poste da lut.^ e da altri «^ * fui 
d'akviit oDticbi, poiché Aristotele. ^ conÉè 
$1 "e Teduto , dice ehe molli/atevaiio- tal* oi^ 

Simoue, Ragioiia di jm Pdiibid Ì0 ip» altro 
isoerao della tesmbiblieà Cretente^ £< ikI 
discorso ^concfaiuae coltra Eforo» Xanoi^zb 
te , Calatene eBIaloàet i qpali la faoeiira«* 
Bosimile, e quarà la aaedesinui che la la^ 
cedci^nia 4 -eoe elléi . non eca. iiè.fiiitt]^ a 
quella t uè per albrxr beu- composita v<^ de^ 
gua- dì essere iautata e lodata • rfou*. passe 
cou^sSc^nzio in questa luogo la riepotbblicft^ 
di Flatoue <j|beuaD^ c^e mm. si doveva <£Ki>r 
ne paragone, e metterla ria >€oil^esa icmaiio 
r^ubAiliohe de* temfii ^ superiori » se < prima 
uou'si dimostvaTa iu atto qùalchs sua ope** 
ra^ .e. che- se parlasse di quella percome 
pairarjki con 1^ repubblica Spartana , Aoxna- 
na. e X^rtaginese ^ sarebbe , ^ come se uno 
facesse oomparai^ione tra un'immagine e uo*. 
mini Tifi ec.> .Parlò anche nel niedesitto 
discorsa diéUa repubblica Cartaginese^ dì** 
cendo ohe nel principio ella fu composta 
di tutte le {deferenze di . gov^ni , perciò^* 
chò ella ar^a i re , e. T autorità, del 6^a«" 
ta^ autorità ari$tx)cratica^ e Ja-plf^ffr' aveva 

podestà a quello ch&gU Gouvimva fi^ìdbs 



qìiaBftì afia» coa$tiÌxnkm 'dd > tutto ^ e^i era- 
su&^e k qiDeìlo deT Romam e de' £iaaed^ia<K 
ni^ -^ma^cbe nd tàeoiìpadeUa» guerra ^éi^Aft^ 
uibiite la tepuiiblÌGa* Gaptf^atse era in^mM» 
lidoqa, e la: Romaiuì minore 4. ii^aetki'dcv 
cimala, qtie^la fioiiTa iM^t ; e pecche io ha 
toferko ^uiel che da Polibio • è stalo detto 
circa, qiii^la materia, non voglie^ laoeve:ehei 
Xenù&nte ia un librdte^ ph'^I sari9^a<: 
dvHà repubblica Spartana, ammi^ & cde*<* 
lira Licurgo come sapienlì$siinò ordinator 
di /quella. . La composizioue e il temperane 
meato della quale Xenofonte seUiene e* 
des^riva^ uoa mi pare-^he e^distiataInmte 
e particolarmente , ma piuttosto ragieni 
delia 4ù»^pUna civile éomediTersa da quelle 
dèir altre città^ e molto eccellente per adorn- 
llar r oittadiai di tutta le virtù , e special- 
mente della fòrteeza e virtù miUtare-, nièn* 
tediiiMsno egli parla dell* autorità e delF^ o^ • 
nore di re . Fa menzione desti ottimali ^ e 
ddlf potestà degli Efori, onde si puà rac*" 
covre come anche Xenl>fonte intendesse la 
composizione e la mistura di quella repub- 
blica. Scrìsse ancora di quella della repub*^ 
blica Ateniese come di popolare « la ^ qual 
forma egli biasima. Ma poiché piacque agli 
Ateniesi, s'ingegna di mostrare efa« e^wami^- 
tengano bene la repubblica, e si governano 
l)eiie neil* altre cose^ le quali pare agli aU 
triGveci che pecchino. E qui ponendo fi* 
ne a qurato discorso ,* concfaiude che gli à 
mwiifesto 9 oome dagU antichi e pia eecfd^ 



174 DELLE RSPVBBUCHB 

lenti filosofi è stata formata e da altri pra« 
denti autori giudicata Iraona fa repiilìimicar 
mista , e per quali ragioni ella sìa stata di- 
versamente formata e posta in diversi gra- 
di di bontà ^ e com'egli abbiano inteso la 
composizione e il temperamento delle re- 
pubbliche miste ordinate da altri , e qnaa* 
to e perchè questa o quella più e meno 
provata e lodata ec» 



// fine del tratiatù undecime^ 



e t ■- . . if 



ii 






«7* 






• V 



• *• 



. 1 



DELLA* 



POLITICA 



"^ 



TRATTATO DUODECIMO. 



A 



TENDO Aristotele proposto di considera* 
re che qualità per natura debbano avere i 
cittadini della sua repubblica , e avendo 
concbiusQ che e' debbono essere dotati dalla 
natura d'intelletto, e d^un animo fervente 
per rendersi al dator delle leggi fecili e do- 
cili ad essere indotti alla virtù , soggiugne» 
che alcuni intendendo di Plalone, come più 
particolarmente poco dipoi dirò , vogliono 
che i custodi siano talmente disposti, che 
01 portino aixiorevolmente e mansuetamente 
terso di quelli che soqo loro uoti e fami^^ 



ij^" 



'■ti 



I 
l 



« 

176 DELLE AfiPtJÈBLICRK 

liari » 6 a^raidente verso gli igaoti. E éié 
quella ipotenza ^eir animo » la quale egli 
chiama Dymos , e questa è quella che si 
accende, e che comunemente con questo 
nome irascibile, che forse restringe alquan- 
to la natura sua , è nominata ^ e nella qua- 
le si genera disposizione d! amorevolezza | 
perciocché ella e qudla t con la quale noi 
amiamo, e segno ii!è di questo fervore 
d* animo che si solleva e s accende più 
con tra le persone note e familiari, quaudo 
le. pare d'essere disprezzata da quelle, ch« 
^ contra le ignote e non familiari . Laonde 

hen disse Archiloco, il quale dolendosi de- 
gli amici parla con V animo suo in questa 
modo: non sei tu travagliato dagli amici? 
dtra di questo il signoreggiare, e il vivere 
libero nasce in tutti gli uomini dà questar 
potenza , perciocché Tanimrtsità è cosa atta 
a comandare. Ma coloro che dicono, che i 
custodi debbono essere aspri versò delle 
persone ignote , non dicon bene » perchè 
non, si conviene essere tali verso d* alcuno; 
e i magnanimi non sono verso di iilcuna 

Sersona aspri ed acerbi , salvo che contra 
i quelli, dai quali sono ingiuriati, la qnal 
cosa 9 come di sopra è detto ^ accade mag* 
giormente contra i familiari ed amici , .se 
parrà ai magnanimi essere ingiuriati da 
quelli. E questo ragionevolmente, perché da 
coloro, dai quali essi stimavano di dover ri- 
cevere beneficio , vedono farsi ingiuria , e 
non £strsi beneficip. £ di qui è nato il fto^ 



**> 



'^ 4 



• TRATTATO XII. ' I^J 

▼erWo ^ r inimieìilé 'iie*^friitètU sono gravi , 
e còlbrb cliè portano^ glande 'àtùèJrè , pot-^ 
tanè 'anfebe grande odiò. ' Questo è adunque 




"Dymòs si piglia e J3ér ' là bì 
teuza^ déir^anima, e per T affetto che ita 
luogo • in quella potenza , il qual affetto è 
qù^a' animosità e <|uel fervore d'animo ^ 
che SI Tede. E perciocché pare che in que-» 
sto festò d* Aristotele sia qualche oscurità , 
e ijasca anche qualche dubitazione, io. 
ni* ingegnerò di aich laràrio quanto ^ potrò , 
dfeeridò liberaniente quello che per orami 
occórriB. Dico adunque quanto àlla'contÌT 
nuà'zioii dèi sesto di Platone con quello di- 
Ai*i^totè)^ , che Pilone nel secóndo libro 
della repubblica dà ai custodi di quella ^ 
tra l'altre condizioni queUe due, cioè che 
siiho, amorévoli e mansueti verso^ d<3Ì suoi 
ciit|i^iiii; e aspri verso degli alieni ed igno- 
ti. ';É perciò vuole che siano d^ animo fer- 
vefnte ^ e. per dir cosi, iracondi. E quelle 
due qualità, benché elle siano contrarie, 
trovandosi nondimeno in altri aniiiiali , e 
massimamente nel cane, col qu^le eVa per 
tutta quel discorso comparando ì custodi , 
dice non esser impossibile né contra natu- 
ra trovarlo negli uomini^ e aggiugn e, che 
né, *1 cavallo , né '1 cane , né filtro animale 
potrebbe essére audace e forte se non a- 
•veisse questo fervore^ e questa veemente di- 
sposistion d^animo, e questa iracondia. ^ Per- 
^ CiàvàlàarUi iz 



\ 

\ 

] 



tjB DELIE RSFCnSBLteflE 

ciocche questa animosità* d'aoiino» la quale 
fa ruomo intrepido ad ogni cosa, è inespu- 
gnabile e invitta; e veramente chi ha que- 
sta tale disposizion d^ac^imo, è atto a nce* 
vere parimente grande amore , e grande 
ira ed odio. Ora T intenzione d* Aristotele 
neir addurre questo luogo di Platone , e 
continuando col suo parlare^ stimo che sia 
il voler confermare con parte di esso 
quello eh* egli ha detto in questa matena , 
« in parte riprendendo ^ conferma quello 
ch'egli ha detto ^ cioè che i cittadini della 
sua repubblica debbono avere da natura 
questa animosità , mostrando come le due 
condizioni che Platone dà ai custodi della 
sua ottima repubblica , nascono dalla mede« 
sima potenza dell' animò ; la qual cosa A« 
ristotele per dichiarare^ mostra come quella 

{>otenaa dell' animo » la qual s' accende , ò 
'istessa potestà con la quale noi amiamo. 
E tace come cosa manifesta, che in essa ha 
anche luogo V ira e T odio , contrarj alF a« 
more e alla benevolenza. Ma quanto a 

Snella condizione che Platone ^k ai custo-^ 
i deir esser acerbi verso delle persone i-^ 
gnote, Aristotele non approva la sentenza di 
Platone , perchè vuole cne quegli eh' hanno 
questa animosiià , e sono magnanimi , non 
siano aspri per natura » se non centra di 
quelli, da' quali ricevono ingiurìa. La qual 
cosa fu forse così intesa da Platone , seb« 
bene non fu espressa , essendo cosa credi-'' 
bile f che e' volesse » che i custode amas^ino 



TBATTATO XII.; - : 179 

ardentemente i suoi cittadini ^ e perciò fos' 
sino intenti alla cura della salute , e delia 
dignità loro ; e per contrario si concitaAsi-» 
no, e fossino aspri ed acerbi conlra quelli 
che li. offendessino , o Tolessioo offendere • 
Ora da questo lut^o di Aristotele si può , 
s^ io non nC incanno , ràccorre , eh* egli, col 
dare quella animosità ai suoi cittadini , dà 
loro le due condizioni attribuite da Piatone^ 
ai custodi , cioè V essere amorevole verso, 
de^si^oi, e il contrario verso di quegli che 
li ingiuriano , moderando cosi il detto Pia-*- 
tone« £ ne dà anche loro due altre, cioè 
Tessere atti a signoreggiare e a vivere li-^ 
beri, quasi tacitamente mostrando d'avere 
o compreso più cose, o meglio espresse 
che non ha Platone . E tanto sia detto del« 
la intenzione d'Aristotele, e della continua^ 
zinne circa questo testo , nel quale pare 
che sia anche q^lche oscurità e difficoltà 
in quella parte, dove Avvistotele argomenta 
dal segno; la qual parte io per ora iuren-* 
do c^si , che avendo Aristotele detto che 
la potestà dell' animo chiamata Dymos , è 
quella con la quale noi amiamo, presuppo*^ 
nendo come cosa manifesta pke in quella 
potestà nella quale ha luogo un contrae 
rio^ ha anche luogo T altro contrario, pro^ 
va che noi amiamo con essa per questo se# 
^o , che la medesima si solleva , e s' ac* 
eende più centra gli amici , quando da lo* 
ro si reputa dispregiata, che contra quelli 
ehe non sono amici » e il medesimo disse 



l8o DELLE REPUBBLICHE 

nel secondo della Rettorica , trattando del- 
r affetto deir ira , che contra gli amici ci 
corrucciamo più che contra quelli che non 
ci sono amici , perchè ci pare di dovere da 
quelli maggiormente ricevere bene. Se adun- 
que, tornando al^argomento, in quella po- 
tenza Djmos hanno luogo contrari affelti, 
ed ella si commove, e s^ accende aira e di 
sdegno più contra gli amici, che centra 
quelli che non sono amici , questo è segno 
che quella è anche la benevolenza e amo- 
revolezza. £ questo basti quanto a questa 
difficoltà. Ma potrebbe parere a qualcuno, 
che si scuopra una gran difficoltà circa 
questo, che la benevolenza nasca dalla pò- 
testa dell'anima detta di sopra, e tanto 
più questo , che san Tommaso interpre- 
tando questa parola Animus , con la quale 
il traduttore espresse I)ymos , intende per 
Animus la volontà , e in quella pone la ne- 
nevolenza • Or come la cosa stia , e quan- 
to ***** s' inganni , comprenderemo fa- 
cilmente in questo modo: Aristotele aven- 
do diviso r anima principalmente in razio- 
nale, dirò còsi, per essenza, e irrazionale 
per essenza, ma razionale per participa- 
zione , ammettendo essa e ricevendo la 
ragione , come nel terzo libro delF anima , 
e nel prinio deir Etica si vede , pone nel 
terzo deir anima la volontà nella razionale, 
e la concupiscenza e Dymos nella irrazio- 
nale. E nel secondo di grandi morali dice, 
che e' sono tre specie d^ appetito, concupi* 



rrRATTATO XII. l8f 

^txfùZ9i9 Dymos e volontà. Alessandro Afro- 
diseo nel suo libro deir anima divide V ap*- 
petito nel medesimo modo e diffiuendo le 
sue specie, dice, che concupiscenza è ap* 
petito di cose dilettevoli , il qual si trova 
m tutte le cose che partecipano di senti>- 
mento , Dymos è appetito di vendicarsi di 
qualcuno , come di quello che dispregiò ; 
e questo appetito non è in tutti gli animali 
che hanno senso , come ne* vermi e ne' te- 
stacci, ma nei più perfetti, e così dìffinì 
Dymos, noi pigliando specialmente all'ira. 
Volontà è appetito di bene con giudicio e 
con consiglio , il che appartiene a chi ha 
la ragione, e però è solamente negli uomi- 
ni. Temistocle nella sua parafrasi sopra il 
terzo deir anima, Gio. Gramatico nel com- 
mento sopra il medesimo libro , dicono il 
medésimo. Laonde si vede chiaramente, 
che Dymos non è la volontà , anzi è po^ 
lenza e affetto diverso dalla volontà , ap- 
partenendo Dymos alla parte irrazionale, e 
quella alla razionale. Conoscesi adunque 
quanto si sia ingannato ^ ^ "^ ^ nel piglia- 
re Dymos per la vplontà , e. nel porre an- 
che in quella la benevolenza e V amorevo- 
lezza, affermando Aristotele ch'ella ha luo- 
go in quella potenza Dymos. £ se qualcu- 
no dubitasse di ciò per aver detto qualche 
commentatore sopra r ottavo libro dell'Etica 
o altrove , che alcuni pongono V amicizia 
^ncUa volontà , consideri costui che Aristo- 
tele non ha mai detto questo, e che quan- 



iSt DEI4LE REPUBBLICHE 

do e* comincia a trattare nell' ottavo del* 
r Etica deir amicizia , della quale e* tratta 
come d* abito e noti come , per dir cosi , 
di affetto qual è Tamore volezza « alla quale 
vuole che per natura siano disposti , e pron- 
ti i cittadini della sua Repubblica ^ ed in- 
tende di quella amicizia che è trai buoni 
e virtuosi, dice eh' ella è o virtù o con vi^ 
tu , onde si inferisce che 8* ella è virtù , el- 
r è ' virtù morale , avendo egli diviso nel 
primo deir Etica le virtù in morali, ed in- 
tellettive. E perciocché ciascuno confesserà 
eh* ella non e intellettiva in modo alcuno, 
resta eh' ella sia morale . E cosi viene ad 
essere nella parte appetitiva irrazionale, 
nella quale egli ha collocato tutti gli abiti 
virtuosi fuprchè gli intellettivi. Ne voglio 
tacere che Aristotele nel secondo deir Etica 
considero , e pose Y amicizia come affetto, 
e le soggiunse Todio come suo contrario, 
la qual cosa non ci debbe fare difficoltà, 
perchè nella medesima potenza nasce Y af- 
letto, e si genera T. abito. Conchiudo a- 
dunque che la benevolenza e T amorevo- 
lezza, della quale Aristotele ragiona in qué- 
sto luogo della Politica, è nella potenza no- 
minata Dymos , e non nella volontà , che 
sono potenze tanto differenti , quanto di 
•opra no dichiarato • 



// y&2^ del duodecimo trattato. 



isa 



NEL C^UARTO 

DELLA POLITICA 

DI AaiSTOTELE. 



TRATTATO DEOMOTEMO. 



N. 



òN voglio passare con sileosio che Ari'* 
stoCele nel quarto della Politica riprende 
Platone, che nel porre le parti necessarie a 
constituire la città , non fece meneione de* 
giudici ; e de* defeosori la fece in un cer- 
to modo, che e questi e quelli certamente 
son parti della città pia di quelli che ri- 

Guardano , e servono air uso necessario 
ella vita , come agricoltori , pastori , tes- 
sitori, sartori, muratori, fabbri^ mercatan- 
ti , e simili nominati da Platone per parti 
massimamente necessarie della città . Ma 



f 



ì 



I 



184 BELLE REPUBBLICHE 

circa ì giudici taciuti e pretermessi intcra- 
tnenté oa Platone, si potrebbe rispondere 
ehe PlatODC parlava della repùbblica retta/ 
sana e composta d* uomini ottimi , i quali 
perciocché non hanno «ne liti , ne contro- 
Versie, non hanno anche conseguentemen- 
te bisogno de* giudici. Laonde egli nel quar- 
to della repubblica dice , che non yuole fa- 
re le leggi del commercio, de' contratti, del- 
l' ingiurie di parole, delle percosse e d'al- 
tre cose , perciocché non si conviene co- 
mandare e impor leggi agli uomini buoni, 
ed eccellenti , conciossiacosaché essi mede- 
simi troveranno facilmente per il più, quali 
cose e come s' abbiano a determinare . E 
nel quinto parlando de' custodi , che non 
possedono essi cosa alcuna di proprio, sal- 
vo che il corpo , verranno a cessare V ac- 
cusazioni e le liti che sogliono iiascere 
per cagion di roba , di figliuoli , di paren^ 
ti , della violenza^ e d' altre simili . Per 
la qual cosa é manifesto / che non facendo 
egli leggi di tali cose , non gli fu di me- 
stieri constituire i giudici , i quali nel se- 
condo della repubblica tacque • Ma ne' li- 
bri delle leggi formando egli una repub- 
blica più possibile a ordinarsi , e meno 
perfetta di quella ottima , trattò largamen- 
te della parte de' giudici, e di tutta questa 
materia 9 come si può chiaramente vedere. 

Il fine del tenodecimo trattato. 



i8S 



ECONOMICA 



TRATTATO DECIMOQUARTa 



E 



OLI è cosa manifesta che nel . governo 
della famiglia , il quale chiamerò anche col 
nome Greco Economica, è necessario che 
sia il modo e la fapoltà dì provvedere alle 
cose necessarie , e convenienti al vitto e 
al A)stentamento di quella. Circa la quale 
facoltà pigliando più da alto , e più gene- 
ralmente questa materia dico, che la fa* 
colta di acquistar roha , per dir cosi , è o 
semplice , e senza permutazione , o con 
permutazione e commercio. Senza permu* 
tazione e commercio è quando si procac- 
cia il cibo , e quello che è necessario alla 
vita per queJUie vie che sono naturali al* 



l86 DELLE REPUBBLICHE 

r uomo • La diversità de* nutrimenti e cibi, 
del quale causa in lui diverse vite , sicco- 
me anche negli ' animali bruti accade , al- 
cuni de* quali vivono in compagnia e 
vanno congregati insieme , alcuni solitarj 
e separatamente vanno vagando , «secondo 
che richiede la qualità del cibo loro ; per- 
ciocché alcuni di quegli mangiano carne, 
e vivono d' animali , e a questi conviene 
essere solitarj , perchè cosi più facilmente 
quasi andando a caccia, si possono procac- 
ciare il cibo; alcuni mangiano frutti della 
terra , il qual cibo perone fàcilmente si 
trova 9 essi vivono in compagnia ; alcuni 
altri mangiano d* ogni cosa • Conciossiaco- 
saché cosi a quelli che mangiano carne, 
come a quelli che vivono di frutti, non 
piacciono le medesime carni , e i mede- 
simi frutti , per questo avviene che le vi- 
te e degli animali che mangiano carne, 
siano differenti anche tra loro^ e similmen- 
te le vite di quelli che vivono di fratti ; 
€osì ancora la diversità de* cibi causa negli 
uomini diversità di vita, perciocché quagli 
uomini che sono molto pigri sono pastori, 
acquistando il cibo da mansueti animali in 
ozio e senza fatica, essendo solamente co- 
stretti per rispetto del gregge , il quale 
Conviene per contò della pastura trasmuta- 
re e condurire ora in uno , ora in un al- 
tro luogo , a mutare anch' essi luogo » 
quasi maneggiando una viva agricoltura. 
Alcuni altri vivono di preda ^ ma 



I 

I 



TRATTATO XIV. 1^7 

melile 9 cioè predando eziandio dagli uomi-^ 
ni 9 pescando in acque dolci e salse, uccel-! 
landò , cacciando e pigliando fiere , ma la 
maggior parte degli uomini vive delle cose 
che produce la terra , e de' frutti domesti* 
ci , e alcuni mescolano questi modi di 
vivere , 'supplendo con piaceri ai bisc^oi 
della vita » che sono molti , sicché non gli 
manchi cosa alcuna. I modi adunque sem- 
plici , e che non procedono per via di 
permutazione e di mercaiansia , ma per 
via di operazioni ingenerate nell* uomo , 
sono quasi questi , la vita de* pastori , d' a- 
*ic<4tori 9 de* predatori e de* cacciatori di 
ire 9 ovvero d* uccelli , e questi modi 
semplici si mescolano com'è detto. Questa 
via di acquistare, e provvedere al bisogno 
della vita umana ci è data dalla natura , 
la qual provvede di nutrimento agli animali 
nel principio della loro generazione , come 
si vede che quegli animali che fanno vuo* 
va o vermi partoriscono tanto di nutrimen- 
to, quanto possa bastare fino a che ranìmal 
governato sia condotto a tal perfezione, che 
possa provvedersi d«;l cibo . Ma quegli ani^ 
mali che generano animale vivente, riten- 
gono in se il nutrimento di^Ii animali, 
eh* è il latte sino ad un certo tempo, e si- 
milmente dobbiamo stimare , che agli ani- 
mali già condotti a perfezione , la natura 
abbia provveduto, avendo fatto le piante 
per loro, e gli animali mansueti per il ci- 
ne , e 1* altre comodità ^il* uomo , e la 



t88 DELLE REPUBBLICHE 

maggior parte delle fiere sì per il cibo^ 
sì per i vestimenti , e per altri instrumenti 
che servano air uomo . Quando adunque 
gli uomini provveggono a* bisogni e alle 
comodità della famiglia , e fanno roba a 
questo fine, acquistando massimamente pos- 
sessioni e bestiame di diverse sorti , e di 
3ue$ti cercano di trarre frutto , è seaza 
ubbio questa spezie della facoltà di acqui- 
stare naturale ; ed è necessaria e degna di 
lode, e appartiene ali* economica e alla 
polizia • Ne si può' dubitare che queste 
siano le vere ricchezze, poi che per mezzo 
di quelle si provvede sufncientemente al ben 
vivere degli uomini senza procedere in in- 
finito. Perciocché in questa facoltà di acqui- 
stare , della quale qui si ragiona , si dà fi- 
ne e termine come nell' altre arti, concios- 
siacosaché nessuno instrumento d' alcuna 
arte sia infinito né di numero , ne di 
grandezza , come Parte fabbrile non ha in- 
finiti martelli né un martello di grandez- 
za infinita : E le ricchezze non sono altro 
che una moltitudine d' instrumenti econo- 
mici e politici . Un' altra sorte d' acquista- 
re roba è per via di permutazione, e que- 
sta si fa in più modi. 



Il fine d^l tfuarùodecbno tf aitato. 



•^ 



\ 



i89 



TRATTATO QUINTODECIMO. 



- y 



A 



TENDO coHclìiuso Aristotele nel fine del 
primo libro della Politica , eh' egli è ne- 
cessario che ancora i servi partecipino del- 
la virtù morale , ma piccola però , e tanta 
che non manchino d* operare ne per in* 
teziiperanza , né per timidità ; e che ne' 
servi è cagione di tale virtù il padrone , e 
non uno che abbia padronesca dottrina del* 
r opere loro / cioè che la natura che ap- 
partiene ai servi ^ non è generata in loro 
con le parole da un che gliela insegna , 
ma dal padrone per mezzo dell' esercitazio- 
ne 9 de' comandamenti , e dell' ammoni- 
zioni sue ; potrebbe parere a qualcuno che 
Aristotele tacitamente tassi Platone » come 



l^dO DELLB REPUBBLICHE 

qaello che nel dialogo intitolato Menone 
ovvero della virtù » abbia mostrato avere 
opinione 9 che la virtù non per esercitazio- 
ne e per consuetudine , ma per dottrina, 
cioè per esser insegnata s'acquisti; e aven- 
do nel libro del regno detto anche qual- 
che cosa della scienza padronesca, sopra la 
qtial materia volendo io discorrere dico , 
che Platone nel Mencie non pare che par- 
li determinatamente di questa materia , 
sicché egli affermi che la virtù s'acquisti 
per mezzo di dottrina , cioè per essere in- 
segnata, o no.. Egli adunque di poi ch'ha 
affermato , che se la virtù è scienza , ella 
si può acquistare per via della dottrina , 
e se ella non è scienza , non si può in tal 
modo acquistarla , va discorrendo se la 
virtù sia scienza o qualche altra cosa ,^ e 
poi che ^U ha dettò affermativamente che 
la prudenza è o tutta la virtù ^ o qualche 
parte di quella , e determinato ebe gli uò^ 
mini non son buoni e virtuosi per' natnra, 
soggiugne dubitativamente , che poiché e' 
non sono virtuosi per natura , diventano 
forse tali per mezzo della disciplina , e. 
torna alla sua proposizione condizionale ^ 
che se la virtù e scienza, ella si può ins^ 
gnare ; ma dubita s' ella sia scienza , e va 
Stringendo Menone in maniera , che gli & 
dire , che ora gli pare che la virtù si pos- 
sa insegnare , ora non lo conferma in tale 
ambiguità con V autorità di Teognidi Poe* 
ta , il quale dice , che dai buoni e tir- 



s 

TBATTATO xy« 19 1 

tuMi $* imparano le eo^e buone, e che acco* 
stazidosi noi a* tristi perdiamo 1* intelletio • 
£ co6Ì parla in modo , che par eh' egli ab- 
bia opinione» che la irirtù si possa impara- 
re • £ poco dipoi dice il medesimo poeta , 
che se si potesse far con le parole gli uomi-> 
ni saTJ ,; chi facesse questo ne riportareh- 
be grandissimo premio, ne di buon padro 
tm figliuol tristo sarebbe ripieno di pru- 
denti ammaestramenti , ma che con inse<^ 
gQare non si farà mai un uomo di tristo 
nono , perchè quali parole mostra di cre- 
dere il contrario di quel dbe gli aveva de^ 
to , cioè che la virtù non possa insegnare « 
£ finalmente Socrate stando nelle cose che 
egli ha fatto dire e concedere a Menone» 
concbiude cosi : Adunque poiché la virtù 
non si può apprendere per mezzo della 
dottrina , ella non è scienza ; e nel fine 
del dialogo dice condizionalmente parlaur 
do • Ma se noi abbiamo creato ed esami-» 
ìiato bene la cosa in questa disputa , la 
virtù certamente non sarà in noi no 
per natura ne per dottrina , ma per di^ 
vino dono e grazia senza Tintdletto s* in- 
fonderà in colui a chi per sorte ella sarà 
data • Ragionò Platone di questa mate- 
ria anche nel Protagora , dove Socrate 
lo domanda se la virtù si possa insegna- 
re, ed egli toglie a mostrare , eh' ella si può 
insegaare. £ Socrate per tentare poi il so^ 
fista Protagora , argomenta cbe la virtù 
ncm si può insegnare, e dipoi mostra e ha 



192 PELLE REPUBBUGRE 

la giustizia , la temperanza e là fortoza 
sonp scienze-; laonde coqsta massimamen- 
te che la virtù si possa insegnare • E Pro- 
tagora , il quale nel principio.^ voleva che la 
virtù si possa insegnare, pare che si sfondi 
come dice Socrate , di mostrare che la 
virtù apparisca ogn' altra cosa che scienza* 
Laonde nascerebbe eh* ella si potesse me- 
no di tutte l'altre cose insegnare. Vedesi 
adunque come Platone tratta di questa ma- 
teria ne* libri allegati • Ne mi è ascosa che 
Aristotele attribuisce a Platone, eh' egli ab- 
bia opinione che le virtù siano prudenze 
e scienze, come si vede nel sesto libra, 
deir Etica , e nd primo de* grandi morali. 
La qual opinione com* egli riprovi , puc^ 
ciascuno ne* luoghi allegati considerare • 
Plutarco eruditissimo 'autore , s'ingegna di 
provare , in un suo libretto , che la virtù si 
può insegnare^ e la somn»a delle sue ra- 
gioni consiste in questo, come ciascun può 
particolarmente vedere, che poiché gli uo^ 
mini imparano a cantare , a ballare , a ca- 
valcare, a maneggiar Tarmi ,^ e fare molt'alr 
tre cose b^sse.e vili, imparano le lettere ^ 
r agricoltura ed altro, non debbono pen- 
sare di potere acquistare virtù , e sapere 
governare la famiglia , la repubblica e gli 
eserciti senza il mezzo della dottrina e 
disciplina ; e che quando si niega che la 
virtù si debba imparare, noi la leviamo via, 
perciocché la disciplina é una certa gene- 
razione! , per mezzo della quale colui che 



TOATTATO XV. igS 

insegna produce il parto nelP animo di 
quello che impara; laonde se gli uomini 
saranno ritenuti dall' imparare , e sarà le* 
Tata via ogni dottrina , parrà che tutte le 
cose siane state spente , e data loro prò* 
pria morte; e per questa via discorre so- 
pra tal materia. Ora avendo io riferito quel 
che dà Platone, ed anche da Plutarco uè 
stato detto, mostrerò per qual via Aristo- 
tele vuole che si acquistino le vu^tù mo* 
rali, e come avendo trattato di tutta que- 
sta materia eccellentemente, come suole 
di tutte r altre , e* V abbia determinata • 
Dico adunque , che nel principio del secon* 
do libro deir £tica e' prova , che la virtù 
non si genera in noi per natura , ma 
s'acquista per mezzo dell* opere nostre, 
avvezzandoci , ed esercitandoci noi a operare. 
£ questo dimostrando con molte ed effica- 
ci ragioni argomenta , che a nessuna cosa, 
di c[uelle che son per natura, si avvezza 
altrimenti, né per avvezzarsi si muta co<*. 
me la pietra , che ha dà natura 1* andar ia 
giù , ed il fuoco in su , non si avvezze* 
rebbe mai altrimenti, ne quella anderebbe 
in su, né quello in giù, sebbene infinite 
Tolte per assuefarli, fossero gettati e messi 
in tali parti • Oltra questo le virtù morali 
si acquistano per assuefarci , ed avvezzarci 
noi ad operare , dalla quale assuefazione 
hanno anco preso il nome greco , il quale 
i latini interpretano morale • L' etimologia 
4i quel nome latino vien anche da una 
Cavalcanti z3 



E 



fg4 DELLE RsraBmaa: 

parola che significa consuetadine e costiti 
me . OUra di questo nelle cose , le qttnH 
sono in noi per natura, noi abbiamo prì- 
ma le potenze e facoltà di operare , e di 
oi operiamo come è che prima abbiamo 
a potenza di Tcdere e deirndii^e, e poi 
Tediamo ed udiamo , e non per ^ avere 
prima veduto ed udito spesse Tolte BtqaW 
stiamo .poi la potenza ed il sectimeato 
del Tederò ed uoire. Itfa ndle Tirlù mofa-- 
li accade il contrario , che prima operìasu^. 
e per la frequente operassione e cousneta* 
dine di operare, acquistiamo Tabito, per 
messBO d^ quale dipoi e bene e fàeilmen- 
te operiamo. Adunque seguita che le rirtà 
non si generano, ne sono in noi per na- 
tura, E per questo medesimo si conforma, 
p^:* questo cne i legislatori non intendono 
altro nella città che fare buoni , e Tirtuosi 
cittadini , aT^ezzandogU a bucn« opere per 
mezzo delle, l^gi , ac^li ordini e dola 
disciplina loro , il che sarebbe vano se noi 
avessimo le TÌrtà dalla natura » Ogni virtù 
e ogni arte ancora si genera e si corrom* 
pe per messzo delle m<edesime operazioni 
generalmente prese, come è ehe il sonare 
la chitarra è una opei'azione generale , ma 
si distingue in buona e catuiva. Delia bao* 
na operazione nel sonare si; &nno i buo^ 
ni sonatori è la buona arte del sonare, 
e della cattiva operazione del sonare nasce 
il mal sonare, e sì fanno cattivi sonatiùri* 
fi il medesimo accade nella e£ficare e 



j 



N 



TlIATtATO XV. ig(5 

ndfe altre urti . Cosi adunque le TÌrtù ri 
generano e si corromponé per ròperazio 
ni 9 perebè operando cit*ca le cose che ap^ 
pariengono al ^ degli uomini ^ alcuni giti* 
8ti, alonni iDgiosli divengono e operando 
circa le cose spaveatevoli ^ ed a? teszandosi 
a temere o a confidare » altri forti » altri 
timidi si fanno • E circa gli appetiti avrie^' 
ne il medesimo^ cioè che operando cifca 

Snelli in qoésto o in quel modo alcuni 
iventano temperati e mansueti » alcuni in-" 
temperali ed iracondi « ed in somma tutti 
gii abiti sì generano di operazioni simili; 
laonde è necessario feir operazione di una 
tale qualità' 9 poiché gli abiti seguitano le 
diifierenze di quelle . £d e manifesto che 
non poco, ma il più e forse il tutto im«> 
porta, che gli uomini dalla "^ siano in 
questo o in quel modo avvezzi ed eser« 
citati. ConchiiKlesi adunque , che geueran* 
dosi in noi le virtù per mezzo delle opera- 
zioni 9 noi non V abbiamo per natura , ma 
nell* avvezzarci a operare s* acquistino • Il 
medesimo Aristotele nA secondo capo del 
medesimo libro £ce cosi : essendo il pre- 
sente trattato delia virtù non a fine di 
contemplare 9 come in altre sciènze, per« 
cidcchè noi specnliamo ora non per sapere 
che cosa sia virtù , ma per diventare vir- 
tuosi , che altrimenU quella considerazione 
sard^ di nessuna utilità , è necessario 
considerare come b* abbiano a fare V ope- 
raaioni , perche queste , come d)biam net* 



796 DELLE HEPUBBLIGHE 

to , soii<> quelle cbe producono, gli abiti. 
Questa medesima determi pazioue accenna 
je tocca breTemenle Aristotele in ijoiolti al- 
tri luoghi deli* Etica , quali è super* 
iluo allegare , ed anco nel pùmo libro 
de' gran morali pruoTa di etimologia , co- 
me è detto ' di sopra , che la yirtù morale 
è cosi nominata |)er il costume e la con** 
suetudine ond' ella s* acquista; e cbe.nes- 
suna virtù della parte irrazionale , dico per 
esse^a, ma razionale per partecipazione , 
non è in noi per natura , perciocché le 
cose che sono per natura non si assuefan- 
no altrimenti ; e -^nel secondo libro del- 
r Etica ad eundem usa anche la . proya 
deir etimologia. Conchiudesi adunque , che 
secondo Aristotele le virtù morali non so- 
no in noi per natura , ma s' acquistano 
assuefandosi nel!' operare . Ora qui nasce 
una grande , e bella difficoltà , perchè il 
medesimo Aristotele pare che in altri luo- 
ghi attribuisca la generazione in noi della 
virtù morale , non solo alla natura ma 
anco alla dottrina , e vogKa eh' ella si possa 
insegnare ed imparare*. Dice adunque nel- 
r ultima parte del decimo libro dell' Etica : 
E sarebbe da contentarsi , se quando e 
conoorressino tutte le cose, che pare che 
ci facciano buoni , noi diventassimo parte- 
cipi della virtù, ed alcuni stimano che 
noi diventiamo virtuosi per natura , alcu- 
ni p^r consuetudine, altri per esserci inso- 
gnata. E nei settimo libro della Politica n<^ 



TRÀtTÀTO XV. t^J 

lerzodecimo capo , dice cosi : Gli uomini 
diventano buoni per queste tre cose , cioè 
per natura , per consuetudine , per ragio- 
ne. Ora io mostrerò come si spiani questa 
difficoltà , e si sciolga ogni dubbio di con- 
traddizione \ ed oscurila iielle parole d* A- 
ristolele . Dico che Aristotele intende , che 
la natura non generi in noi le virtù che 
propriamente sono tali, ma che la consue- 
tudine sia quella che propriamente ci fa 
acquistare quegli abiti , che si chiamano 
e sono veramente virtù morali , come egli 
ha sufficientemente provato ne' luoghi alle- 
gati di sopra ; ma che la natura concorre, 
ih questo modo, ch'ella ci dispone e 
rende atti ad acquistarle , e questa disposi- 
zione tt attitudine è naturale ; laonde 
egli dice nel primo capo del secondo libro 
deir Etica : Non sono adunane le virtù ia 
noi per natura, ne anche luor di natura, 
ma noi siamo atti a riceverle , e le rice- 
viamo e diventiamo perfetti per mezzo 
della consuetudine. C nel terzodecimo capo 
del sesto libro , dice così : E conviene con- 
siderare * * * circa la virtù , perciocché 
qual ragione e rispetto ha la prudenza 
air accortezza naturale , la quale non è il 
medesimo che la prudenza, ma simile a 
quella, tale Tha la virtù naturale a quel- 
la che è propriamente virtù , perchè e' pa- 
re , che in tutti sia qualche costume per 
natura in qualche modo, conciossiacosaché 
noi pajamo nati, e giusti-, e temperati, e 



••. 



1^ DEZ^ie RSFUBBUCHE 

forse per natura , e che noi abbiamo tali 
qualità subilo dal nostro nascimento . Ma 
noi nientedimeno cerchiamo qualche altra 
cosa , eh* e propriamente bene, e che tali 
cose siano in noi in un altro modo, per- 
ciocché ne* fanciulli e nelle b^e sono 
questi abiti naturali, ma e* pare, che sen- 
sa rintelletto e' siano noci?ì ec* E nel se- 
condo dell'Etica al quinto capo dice: 01- 
tra di queste ^oi siam ben abili , e potenti 
per natura, ma non siamo già buoni o 
tristi per natura, come di sopra abbiamo 
detto. Ecco come Aristotele da questi luo- 
ghi la virtù e bontà naturale , che non è 
quella per la quale uno sia, e s\ chiami 
propriamente buono , ma ella ci £1 ben 
atti a ricevere quellai che e* dice io questo 
ultimo luogo di cercare, la quale s'acqoi' 
$ta per consuetudine, ed è propriamen(e 
virtù. Quando adunque Aristotde nel fine del 
decimo dell' Etica dice , che la natura fa gli 
uomini buoni e virtuosi, intende di qiMil- 
la , per dir cosi , bontà naturale , e di quella 
disposÌ7Ìon dico , che ci fa atti a ricevere 
quegli abiti, che sono propriamente virtù, 
e per consuetudine propnamenle s' acqui- 
stano, siccome egli ha determinato ne' luo- 
ghi dell' Etica , e de' gran morali , e de'mo- 
rali Eudemon. allegati di sopra. E che nel 
luogo del quinto dell'Etica egli intendesse 
della bontà e virtù naturale , lo dicbia^ 
ra egli stesso, soggiungendo queste parole: 
Ma quello che è per natura, non è in no- 



TOATTAtO Xt. ^ 199 

nVML pMèstà , ma por nùà, certe dmna ma- 
sà, è negli uomiai^ ohe S0om recttmicaìe 
iòrtttaatu Se dun^e la Tiitìi che è per 
iMtara , non è in nostra potestà ^ ed è nn 
dono ed UQa grazia divina « non pnè es* 
sere questa TÌrtu qadla» che si aec[nista per 
la vvesasam a bea operare ^ « che è in pa<* 
testa nostra , dipetiaendo dal nostro arbitrio 
e dalla, nostra elezione « codie partic^ar- 
mente ha dichii^rato Aristotde ne' libri del- 
r Etica • E quanto a quello « eh* égli ha 
detto od luogo iJle^to ed. settimo della 
Politica^ dico che in quel ch'appartiene 
alla natura 9 ci ha ydiuto mostrare , cbe 
necessariamente ella concorse a fargli nomi* 
ni virtuosi, dando loro disposizione e attìtu* 
dine a ricevere le virtù* che propriamente 
«on tali ; la q!ji:al cosa egU molto bene di- 
chiara dicendo , percioccbè primamente 
è neoessarid nascer u^mto dtao^ e non al- 
tro animale ^ dipoi anche esser disposto , e 
qualificato pei^ natura in un certo modo 
e nel corpo é neU^ animo, e per tnosfcrar- 
ci pia ohiÀramtetev the qu^sia attitudine 
jllaturale pon sold lion è ^sisa virtù mora^ 
Icf Ma andhé non bas(A a farcela conse- 
guire ^ * * sog^unle : e certnmente 
éOBO alcune cose, che non giova che ^«* 
no atte nate , pàrdocchè la natura e t 
iRostuti» mutano quella attitudine, perchè 
avendo alcune cose di natura, dtsposieione 
e attitudine fra V una e V altra parte , si 
#ftutano per «leìSM de' Gioitami ed in pfeg^ 



\ 



lipf 



iW^H^^P^^^ 



200 DELLE REPUBBLICHS 

gio e in maglio. E adunque manifesto , che 
Aristotele non intende che la natura ge- 
neri in noi quegli abiti , che sono propria- 
mente virtù morali , ma che solamente et 
faccia atti a ricevere, facendoci nascer uo- 
mini, perchè se noi non nascessimo uomi- 
ni , non potremmo acquistare le virtù , né 
conseguentemente la feciiità ; conciossiaco^ 
sachè le bestie non partecipino ne di quel- 
la né di questa , non potendo far Y ope- 
razioni, per mezzo delle quali si conse- 
Suiscono le virtù , che sono il fondamento 
[ella felicità. E se noi non avessimo da na- 
tura una tale disposizione e nel corpo e 
nell'animo , non potremmo anco essere sog- 
getti da ricevere gli abiti virtuosi , vedendo* 
si chiaramente , che alcuni nascono si mal 
disposti e d* animo , e di corpo , che 
non possono in modo alcuno acquistare le 
virtù. «Ma egli è da notare in quel che 
Aristotele dichiara, ed esprime che qualità 
e virtù egli intende ch'abbino da natura 
i cittadim della sua repubblica, che si 
hanno a rendere atti e facili ad essere ma- 
neggiati, e guidati dal dator delle leggi. 
Vuole adunque che siano dotati di buono 
intelletto e di animosità , come particolar- 
mente dichiara. Ed io circa questa materia 
della ^ bontà naturale, non voglio pretermet- 
tere di avvertire, che Aristotele dica nel 
primQ della Politica al secondo capo, sic- 
cope , r uomo ha acquistato perfezione , è 

ottimo tra gli altri animali » cosi è pessioM 



TRATTATO XV. ' SW 

{mrtito che sia dalla legge e daHa giusti- 
zia , |>erciocchè la ingiustizia armata e pes- 
sima , e r uomo è di natura armata di 
prudenza e di virtù , le quali e* può usare 
sommamente a contrarie operazioni. Intese 
adunque Aristotele in questo loco, non di 
quella che è propriamente prudenza e vir- 
tù , che sono abiti acquistati , come è di- 
chiarato^ per mezzo delle nostre operazioni 
in questi abiti, acquistati che sono, non si 
possono usare se non bene, ma intese di queHe 
potenze naturali , che pajono simili alia 
prudenza e alla virtù morale, come dice 
nel luogo deir Etica allegato di sopra , per 
le quali potenze noi mmo disposti ed atti 
e al bene, e al male , ma la consuetudine 
e il nostro esercizio le addirizza e volge 
all'una o all'altra parte; e nondimeno 
non si debbe dubitare, che questa potenza » 
disposizione e attitudine ci sia data dalla 
natura propriamente per ricevere gli abiti 
virtuosi, e farci perfetti, e che ella sia iu 
alcuni migliore , ed in alcuni peggiore ^ 
sicché ua^ più o meno dell' altra sia atto a 
ricevere le virtù. E perciocché noi diciamo 
che la natura ci dona questa attitudine , 
potrebbe qualcuno desiderare di saper quel- 
' lo che noi intendiamo per natura , la qual 
cosa siccome richiede particolare e lungo 
discorso, cosi voglio che basti per ora dir 
generalmente e brevemente, che si inten- 
de in questo proposito principalmente gli 
agenti, e le cause universali, come i corpi 



/ 



202 DStLE RXPUlBLfCBE 

cdesli, e meno ppneipalmente gli agenti 
partioolari , che concorrono alla nostra ge« 
nerat^ione , dai quali pi^ocede il buono ìem* 
peramepto , e la buona complemone , cbe 
causa in noi altitudine di corpo ^ e anco 
di aottno ^ Y inclinazione del quale al bene 
«i ddbbe principeilniente attribuire a Diob 
Sfa potrebbe parare a qualcuno « aht 
Aristotele non intenda della medesima bon- 
tà nel settimo della Politica « e nel decimo 
deir Etica , luoghi allegati di sopra , censi* 
derando che nel luogo ^ell' £tioa pare 
che parli della bontà vera • aUribuemMa 
masamamente a causa divina , ed auche 
parli per opinione di altri ^ la quale e' divise 
m tre peutif dicendo che alcuni asserisco* 
so che la natura ci fa buoni , aleuni altri 
ia consuetudine » altri la dottrina , e T in* 
gegnarsi ; e nella Politica per la opinion 
sua unisce quelle tre cose , come neoessa* 
rie a larci veramente buoni e Tirtuosi $ 
circa la quale oonstderarione io dioo^ che 
pare Terisìmile e conforme aik ragìo- 
iie^ e alla somma gravità e costanza di 
Aristotele » ch^ egli abbia inteso ndT uno 
e ndl* altro (nego deirafiitudine alla vera^ 
e propria bontà e virtù , alla quale in noi 
generare ^ e produrre concorrono necessa* 
riamente le tre cose sopraddette^ ciasottnn 
delle quali separatamente e per se slmsa» 
perciocché ella era forse reputata bastevole 
da qualcuno degli antichi filosofi» egli le 
|>ropose distinte y e divise secondo la loro 



TRATTATO XV. 2o3 

opinione 9 e le uni {noi quando e^ parld 
nella Politica per $ua opinione. Non è da]>- 
bìo alcuno » ca egli è costarne d'Aristotele 
giostrare qualche volta , che V opinione e 
determinauone sola couriene con lutto quel* 
Io . chegli antichi hanno oscuramente ^»- 
fusamente, e imperfettamente detta di quella 
tale materia » acciocché la sua opinione ahbia 
dì fii questa corroborazione . £ perciò si 
può forse dir anco in questo prc^osito ^ 
dbie avendo Aristotele relerito T opinioni 
d' altri nel decimo deli* Etica , egli abbia 
poi mostrato , che nella sua determinazione 
e compreso tutto insieme» ed esquisita* 
mente quello che ciascun d' essi aveva det* 
to in parti e Rossamente • E se paresse a 
qualcuno> che m ogni modo Aristotele nel 
luogo del decimo dell' Etica avesse inteso 
deUa propria bontà e virtù, perciò ch'egli 
r attribuisce a causa e a grazia divina, co« 
iBie fa anco Piantone nd. luogo del Menono 
allegato di sopr^, si potrebbe forse dire, 
che e' parla secondo T altrui opinione , e 
che oltra ciò questo non appare che eoy 
stringa ne conchìuda ; conciossiacosaché 
sdceome ai debbe coucsdere , che il na* 
scere dotato di bontà e /ài virtù propria si 
debbe attribuire a dona e grazia divma , e 
stimare come un miracolo ; così non è in« 
conveniente dire , che anche T avero gran- 
de altitudine e inclìnaziime naturale ad ac- 



quistare e ricevere le virtù , poiché in noi 
è. potexuoa. anche al cuntrario ^ e oh^ alcum 



2o4 DELLE iiepubblich:^: 

più, alcuni meno atti alle virtù, vengoiio 
in miesta vita , sia da reputaiio quasi per 
un^ donò di Dio. Conchiudesi adunque, che 
secondo la mente di Aristotele , la natura 
non genera e produce in noi gli abiti vir- 
tuosi che sono propriamente virtù , ma ci 
dona disposizione e attitudine ad acqui- 
stargli , e ricevergli per -mezzo della con- 
suetudine delle nostre opere. Ora conside- 
riamo quello che si debba dire circa la dot- 
trina, cne ci è data circa la cognizione che 
si acquista della virtù per esserci insegnata, 
circa la quale cosa dico, che Aristotele aven- 
do provato nel principio del secondo libro 
deir Etica , che la virtù si genera e si ac- 
quista propriamente per il nostro esercitar- 
si frequentemente nelr operare , concbiuse 
che quegli abiti si generano d' operazioni 
simili , e ch^ egli è necessario avvezzarsi da 
giovinetto a operare. E avendo dettò nel 
secondo capo del secondo libro , che il pre- 
sente trattato non è a fine di speculare 
come r altre scienze speculative , percioc- 
ché non si contempla per sapere che co- 
sa sia virtù , ma per* di ventar buoni, che 
altriiùenti di nessuna utilità sarebbe buona 
questa speculazione, inférisre eh* egli è ne- 
cessario considerare come s' abbiano a fare 
r operazioni , perchè elle sono causa che gli 
abiti si facciano d' una tale qualità , per i 
quali luòghi airegati di sopra si comprende 
e si conchiude, che le virtù non s'acquista- 
no per la cognizione , che dair altrui dot^ 



TRATTATO XT. 2o5 

trina e precetti ci sia data, e che della 
Tirtù non si tratta per farci sapere. che co-, 
sa sia, ma acciocché noi diventiamo buo- 
ni , che in yero se acquistata la cognizione 
della virtù , non acquistassimo . anco esse 
virtù » a che proposito arebbe anche con* 
chiuso che delle virtù si generano le ope- 
razioni simili , e eh' egli è necessario avvez- 
zarsi da giovinetti • E se T avere cognizio- 
ne delle virtù causasse, che noi avessimo 
le virtù, Aristotele arebbe scritto e tratta- 
to delle virtù , acciocché noi ; ne avessimo 
cognizione , bastando quella a farci diven- 
tare virtuosi, di che egli niega di aver trat- 
tato a questo fine. Oltra di questo nel 
quarto capitolo del secondo dell Etica de- 
termina , che la cosa non sta nelF arte co* 
me nelle virtù , perché neir arti basta la, 
scienza a produrre loperaz ione, sicché non 
si ricerca artefice se non che sappia, e 
scientemente operi , ma é necessario che a 
quelle concorrano tre condizioni , Y una é 
che Tuomo sappia e intenda quello che 
fa, e non open a caso per ignoranza; l'al- 
tra ch'egki non operi inconsiaeratamente e 
per qualche impeto d^ animo , ma per ele- 
zione, sicché egli elegga d'operare, e non i 
, per altro fine che per V istesso virtuoso 
operare • La terza é eh' egli operi con l'ani- 
mo fermo, e immutabile , il che non può 
procedere se non dall' abito acquistato dalla 
virtù per mezzo della consuetudine , e delle 
spesse operazioni .Onde è manifesto » che colui 



±o6 DELLE REinJBBLICHE 

che ha e sì dice meritametilé aver <|aailche 
virtù , è necessario eh* esli operi per mezzo 
dell* abito eh* egli ha acquistato, come è detto, 
e non per la cognizione e scienza delle vir- 
tù , la quale scienza non ci fa Tirtaosi , 
com* egli dice nel primo libro de* gradi mo- 
rali, che per saper uno che cosa sia la giu« 
stizia , non per questo è giusto , e così ac* 
cade neir altre yirtù . E certo noi rediamo 
spessissime Tolte alcuno intender bene quel* 
lo che appartiene alla cognizione delle vir^ 
tu , ed essere nientedimetio non «olo senza 
rirtù, ma antbe vizioso; il che non pnò^ 
cadere in quelli che per essere bene eser- 
citati in operare, hanno acquistato Y abito 
della virtù, il quale difiicilmente si può 
rimovere » e conseguentemente produce fer- 
mamente virtuose operaziont. Dall* altra pdr* 
te Aristotele ne* luoghi allegati di sopra del 
decimo dell'Etica, e oel settimo della Politica 
dice, che gli uomiui diventano buoni evir^ 
tuosi per mezzo de* precetti , e dell* esser 
loro msegnate le virtù • E certamente 
pare cosa inconvemente, che i buoni prece!* 
ti e la cognmone che s* acquista ddle viiN» 
^ tu per Fiutrui dottrìha, non abbiano forza 

^ in noi, e non ci giovino alt* acquistar vir* 

; tu ; che se la dottrina , e la cognizione del* 

le virtù fosse inutite e vana, e Aristotele 
e Platone e gli Stoid , e quanti altri han* 
no scritto di tal materia , senza dubbio fbor 
di proposito ed indarno ne arebbono scrit-^ 
to. Ora per rimovere questa difficoltà e 



TRATTAtO XT. 20Ì& 

l^^apparente contraddizione, che è neHepa-* 
role d* Aristotele , e per determinare di 
questa materia , dico che Aristotele non in* 
tende che i precetti • la dottrina « ch^è da^ 
ta agli uomini delle Tirtù, sia quella che 

teneri in noi le ^irtù , sicché si possa; 
ire che per mezzo di quella noi acqui- 
stiamo , e possediamo T abito virtuoso , ma 
mostra che in tanto ella concorre a farei 
virtuosi* E ili onesto per mèzzo di quelle 
noi impariamo cne cosa sia virtù , le spe- 
cie e le condizioni sue , e quali operazio- 
ni » e con quali condizioni dobbiamo ope« 
rare per acquistare T abito virtuoso. Olirà 
di questo ella incita gli uomini ad acqui-* 
stare le virtù , e a operar bene secondo 

son dati^ delle 
consiste in farci 
conoscere la natura e la condizione delle 
virtù 9 e quali operazioni , è come dobbta^ 
tuo produrre ; T altra in incitarci al bene 
e ad operar bene» e ad acquistare le vir« 
fa ; la prima ci apportano » s* io non m'in* 
ganno, più largamente e più esquisitamen* 
te i libri d^Aristotele 9 T altra quelli di Pla- 
tone. Ma che la mente d* Aristotele sia 
quellia che di sopirà ho detto ^ lo dimostra 
egli stesso chiaramente^ perciocché nel quar* 
k> capo del secondo deir Etica , tra le 
condizioni che debbono avere Y operazioni 
virtuose 9 e che procedano dell'amico vir- 
tuoso » e* pone cu egli operi intendendo e 
sapendb^ la qual condizione nondimotio 



stare le virtù , e a operar o 
le regole e i precetti che ci soi 
quali due utilità Tuna consii 



«odL DELLE Ml^UBBLIGRE 

fiiccome vuole che sìa principalissìma , e 
quasi il tutto nelFarti, cosi Dell'acquistare 
le virtù vuole eh' ella sia di poco momen- 
to , rispetto a quelle eh' eli' è iielF arti , e 
questo perciò cu in questa facoltà non si 
considera, e non si cerca che cosa sia tìt- 
tù per > saperlo , e per aver cognizione di tal 
venta 9 che certamente se tale considerazio- 
ne avesse per fine la scienza, ella sarebbe 
poco utile, come egli ha detto nel secondo 
capo del medesimo libro allegato di sopra^ 
ma per acquistare V abito virtuoso. E nel- 
r ultimo capo del decimo dell' Etica molto 
bene, si dichiara dicendo : or se di queste 
cose, e delle virtù, e dell'amicizia, e del 
piacere noi abbiamo, quasi designandole, 
ragionato abbastanza , egli è da. stimar che 
r intenzion nostra abbia il suo fine , o par 
come si dice nel far l'azioiu, il fine ^^' 
colare e conoscere alcuna cosa , ma opera- 
re , né adunque basta circa la virtà il sa- 
Sere e il conoscere , ma conviene sforzarsi 
'averla e usarla^ o se in qualunque altro 
modo noi possiamo diventar buoni ; per le 
quali parole , conformemente ai luogbi al- 
legati di sopra , si comprende eh* egli inten- 
de e concede, che il saper noi quel che ap- 
partiene alle virtù , per mezzo della quale 
cognizione si addrizzano le nostre operazioni, 
e giovi in questo modo , e ci presti aJQto 
a larci virtuosi, ma che la cognizione non 
basta ad acquistare Y abito , perche egli ^ 
necessario V operare , e eh' ella non basti 



TRATTATO XT. ipg 

dichiara egli stesso soggiugaendo cosi : se 
adunque le pan)le e gli ammaestramenti 
bastassino ' a far gli uomini buoni ^ mol- 
ti e gran premj ragionevolmente ne rìpor* 
terebbano^ come dice Teognide^ e biso- 
gnerebbe procacciargli , il qual luogo è al- 
legato più particolarmente da Platone, come 
di sopra si vede* E seguitando Aristotele 
mostra quali persone la dottrina, ed i pre- 
cetti delle virtù incitino ad acquistare le 
virtù 9 ed a ben operare cosi dicendo : ma 
e* par che le parole e gli ammaestramenti 
abbiano forza di esortare , e incitare i gio- 
vanetti ingenui, e fare i 4oro costumi , che 
flà per la buona educazione son atti a ob- 
edire , generosi e; veramente amatori del- 
Fonestà, ma non possono già incitare il vol- 
go alla bontà, perchè e* non è atto per 
natura ad ubbidire alla vergogna, ma dal 
timore, ne ad astenersi dalle cose triste 
per la bruttezza, ma per rispetto delle pe- 
ne , perciocché vivendo secondo le passioni , 
seguita i suoi piaceri^ e quelle cose che glie 
r apportano e fuggono i dolori opposti, ma 
deir onesto , e di qualche veramente piace- 
vole , non hanno pensiero , ne considera- 
zione alcuna , non gli avendo gustati . 
Quali parole , ed ammaestramenti adunque 
potrebbono mutar in meglio questi tali, 
perciodbhè non è possibile , o non facile 
mutare <^on la forza delle parole quelle 
cose che hanno fatto impressione per i co^ 
stumi , e quel che segue * £ poco dipoi 
Cavalcanti 14 



CIO nstUC RSFUBBLICBE 

ioggiuDgc : le parole adunque 9 ed i pre- 
cetti non liaiuiò forza in tuM^i , ma ò neces- 
sario che r animo dell* au$|itore sia colti?a« 
lo prima 9 e preparato a dilettarsi , e odia-» 
re reltamente non altri meati che la terra ^ 
che ha a antri re i ^emi,equel ches^oe. 
Per le quali parole e* dichiara largamente^ 
che la dottrina e f^ì ammaestramenti noa 
hanno per loro istessi tanta forza , che pos* 
sano incitare gli uomini ad acquistar la yir-* 
tu se prima non sono preparati e disposti 
per mezzo della buona educazione . £d il 
medesimo Aristotele parlando nel primo 
deir Etica al terzo capitolo di chi fosse at^ 
t^ auditore della facoltà civile» dice per 
qual cosa il giovane non è atto auditore 
della civile, perchè non ha pratica delle a* 
anioni della vita umana , ed i precetti si 
danno sopra di quelle e si fondano in quel* 
le . Oltra di questo chi seguita le passioni 
inutilmente ed indarno udirà questa dottri- 
na y perchè il fine non è V intendere , ma 
I* operare • Onde è manifesto che la cogoi* 
zìone della virtù non basta a farci buoni ed 
acquistar V abito di quelle , potendo acca^ 
dere la perfetta cognizione eziandio in quelle 
che vivono secondo le passioni, e tion hanno 
virtù , e che la dottrina ed i precetti del* 
la virtù vogliono, per poter far impressio* 
ne , r animo dell' auditore purgato e pre- 
parato • Yedesi dunque manifestamente se- 
condo Aristotele , ed a quel che ci giova 
k dottrina e i precetti delle virtù > ed in 



TRATTATO XV. £ i I 

ehe.4ibbui for sa di piegarli ed incitaHi ad 
acquistarla . E perciocché Aristotele ha detto 
che gli è necessario 9 che Kaaifno delTaudi* 
tore sia ppima preparato e coltivato dalla 
baoaa educazione « non voglio tacere in 
questo luogo 9 che Platone nei quarto libra 
della repubblica dice di questa preparazio-^ 
ne, e precedente educazione quasi il me^ 
desimo che Aristotele , ma dove Aristotele 
pare che usi la sìmilitudioé della coltiva-* 
siione della terra , Piatone usa similitudine 
deir arti del tingere la lana, dicendo che 
quando i tintori vogliono dare il color pur-^ 

5 ureo prima dinno il bianco e preparano 
iligeatemente la lana, e dipoi la tingono 
del color purpurea, la qual tintura e il 
qual colore non si può poi agevolmente 
stringere , e questo medesimo dice aver fatto 
^li nell' eleggere , ed esercitare i custodi, 
non aver avuto altro fine, se non che otti^ 
mamente da noi persuasi, le leggi , come 
un colore ricevessino in maniera , che Topi-' 
nione loro delle cose spaventevoli , e di 
tutte le altre si mantenesse immobile, per 
essere stati generati di buona natura e dir 
icipliilati di convenevoli discipline, ed edu-^ 
cagioni • Per il qual luogo si comprende 
chiaramente quanto Platone ha in eonside-* 
raaione prima la natura, e dipoi Teducazip^ 
ne, senza la quale precedente la per$uasio« 
ne, gli ammaestramenti e le leggi non 
farebbono impressione, come non farebbe 
il color purpureo, dandosi senza prima pre* 



/ 



212 DELLE REPUBBLICHE 

parare la lana , come si è veduto • Questa 
educazione e disciplina celebrò egli nel 
primo delle leggi , dicendo il capo della di- 
sciplina è ben ottima* educazione ^ e poca 
dipoi . Questa stimiamo noi esser la uisci- 
phna , che fa da puerizia desiderare ed 
amare la virtù , e quella certamente , per 
mezzo della quale uno essendo diventato 
perfetto cittadino meritamente sappia co- 
mandare, ed obbedire, e poco dipoi: Quel- 
li che hanno avuto retta disciplina, quasi 
tutti diventeranno buoni, e per contrario 
tristi , e nel principio del secondo delle leg- 
gi dice : Disciplina . è quella vir(ù , che 
vien prima nei giovanetti , e soggiunge di 
poi cne il retto ammaestramento circa i 
piaceri ed i dolori, si chiama disciplina. 
Chi sarà dunque quello, che considerando 
bene questi luoghi di Platone non conosea 

auanto Aristotele si sia conformato con lui» 
quale Aristotele nel 7 della Politica alle- 
gato di sopra , poich' egli ha dichiarato 
come la natura ci dà attitudine alle virtù, 
soggiunge queste parole: Gli altri animali 
vivono massimamente secondo la natura , ed 
alcuni pochi secondo che sono assuefatti» 
e secondo il costume , ma l'uomo vive 
secondo la consuetudine» e secondo la ra- 
mpone , perchè egli solo ha la ragione ; per 
il cbe> è necessario che queste cose si con- 
cordano insieme , perciocché gli uomini 
ianno molte cose fiior delle consuetudini 
e della natura per la ragione se saranno 
/ 



TRATTATO xr. * ^l3 

persuasi che la cosa stia meglio altrimenti, 
e conchiudendo dicea • Abbiamo dunque 
dichiaralo quali debbon essere per natura 
i cittadini ^ per rendersi docili e trattabili 
ai legislatori; resta ora che noi discorria* 
mo della disciplina , perchè gli uomini im* 
parano alcune cose con TaYTezzarsi, alcune 
con Tudire . Ecco come anche in questo 
luogo Aristotele. dà luo^o agli ammaestra* 
menti ed alle persuasioni , ponendole anche 
dopo Teducaitione , e qui non voalio tacere, 
che quella parola eh* io ho tradotto disci- 
plina , è detta da lui ***** , con la quale, 
cofiie si yeàe , comprende i costumi e gU 
ammaestramenti. Ora per raccorre e con- 
chiudere quello eh* io ho discorso circa 
Tacquistar la virtù secondo la mente d'Ari- 
stotele, dico, che la natura ci dà Tattitu- 
dine ad acquistare le virtù , la dottrina, ed 
i precetti ÌQsegnano la natura della virtù, 
6 quali operazioni, e come dobbiamo fare 
per conseguirle, ed invita Tanimo nostro 
al bea operare ed acquistare le virtù ; la 
consuetudine e l'avvezzarsi a operar bene 
è quello che propriamente genera in noi 
gli abiti virtuosi , e che sono propriamente 
virtù • Ora quanto alF opinione di Platone 
circa il potersi insegnare la virtù morale 
o no » avendo io detto di sopra abbastanza, 
e mostrato i luoghi ne' quali Aristotele ri- 
prova , che tali virtù non sono scienza, non 
occorre ch'io ne dica altix> nella presente 
speculazione. £ circa quel ch'io ho rife- 



2l4 DELLE REPUBBLICHE 

rito di Plutarco, dico elisegli confonde le 
irirtù intellettive con le morali , ed in* 
tellettive nomina meo degne , e mescola 
molte arti vili , e come di virtù simili , e 
quasi 'della medesima natura • Argomenta 
parimente eh' elle si possono insegnare ed 
imparare. Ma Aristotele distinse esqnisita- 
mente nel ^ fine del primo libro delF Eti* 
•ca, « disse nel principio, del secondo, 
ch'essendo la virtù di due sorti » tì è 
intellettiva e morale; Tintellettiva per lo 

Siù si genera e piglia accrescimento dalla 
ottrina , e la morale s'acquista per la eoa- 
suetudine • E se alcuno dubitasse circa 
c[uesta materia , perchè par che Tarte del 
sonar la citara , i flauti , la musica ed al- 
tri simili^ che senza dubbio sono .intel- 
lettive e non morali, s'acquista per con- 
suetudine, come Aristotele ha detto nel 
principio del secondo libro deU' Etica . Noi 
riceviamo le virtù , avendo prima opera- 
to , come neir altre arti , perciocché quel- 
le cose che si hanno a fare , poiché 
noi l'abbiamo imparate, quelle impariamo 
facendole, conciossiacosaché gli edìncatori , 
ed i suonatori di citara .si facciano edifi- 
cando e sonando, e parimente col fare^ 
cose giuste e modeste, giusti e modesti di- 
veniamo , e nel nono della Metafisica dice 
che la facoltà del suonare la citara s'acquista 
per consuetudine. Dico perora brevemen- 
te , non volendo io trapassare più i termi- 
fili della presente ponsiderazione per dichia- 



TRATTATO XV. 9i$ 

rare tutte le difficoltà che intorno a questa 
materia potessero occorrere ^ ebe vi è graa 
differenza nel modo dell* acquistare le 
virtù intellettive e le morali , percipcchè 
tutte le yirtù morali si «acquistano propria- 
mente e sempre per la consuetudme , ej. 
impropriamente per la dottrina ^ ma del). e 
virtù Ì0teUettive alcune solamente ^ e à'on 
sempre , e le meno , e manco per conr.ue- 
tudine le più ^ e più degne per dol^irina 
s* acquistano « 



Il /ine del quirUodeoimo 
ed ultìmq tracùalo* 



4i6 



• * 



TRE LETTERE 

■ 

DEL 5I6N0& 

BÀRTOLOMMEO CAVALCANTI 

Sipffra fa nforma J^una repuhhUca fatta da lui 

i\L CARDINALE S. CROCE 

CBB FU POI PAPA lURCBLLO 



,> 



E al ^Cardinal di Tornone scritte ai 2S 

di dicembre i552. 



J^A. somma osservanza mia verso la V. SI 
reveii^endissima e la vera opinione eh' io ho 
avuta della singoiar prudenza sua ricerca- 
no |, eh' io non solo le ren^a conto delle 
mie azioni » ma che anco le sottoponga ai 
giuidizio suo . Onde essendo io stato chia* 
limito dali* illustrissimo e reverendissimo 



*» 



( 



Cardinal di Ferrara a servirlo nelr ordinar 
il governo di questa città ^ come di già è 
noto a y. S. reverendissima , ed essendosi 
condotta al fine questa onorata impresa , 
ho voluto, dare a V • S. reverendissima par- 
ticolar notizia non solo degli effetti e del- 
le cause di esse , ma anche delle opinioni 
eh* io ho avuto in questa materia • Arriva- 
ti che noi fummo in questa città, volendo 
il Cardinale dar principio alla riforma del 
governo , io fui d* opinione , che per tro- 
var qualche forma di ' reggimento conve- 
nisse a questa città , fosse necessario prima 
considerare diligentemente la natura , e le 
condizioni di questo soggetto , e la forma 
de* governi che questa città avea avuti per 
il passato 9 e quello che avcano partorito ; 
e poi che io ebhi considerato tutte queste 
cose 9 mi parve di conoscere che questa 
città era composta per la maggior parte 
de* cUtadini che non eccedevano né in ric- 
chezze ne in povertà, talmente che per la 
troppa ahÌ)ondanza di quelle , e di beni 
della fortuna, i quali sogliono far gli uo- 
mini insolenti, ed oltre a questo soggetti 
air invidia ^ fussino poco atti ad ubbidire , 
ne per la troppo povertà abbietti, e ingiu- 
riosi per il desiderio delF altrui ricchezze , 
ma vedere in questa città una certa me- 
diocrità, la quale è giudicata dalli savj 
accomodato Soggetto di quella spezie di go« 
verni , il qual. è chiamato da Aristotele 
'^pecìaliaente e col nome cpmune repubbli- 



oa . ^Da)? liltFà parte io consideraya che 
qu€sU ' ottià -aveva due male condizioni , 
1 unadeUcr quali è la disunione per la di< 
stinattime de^ monti , Y altra V esser avvezza 
a' gd^emt corrotti , perch' ella è stala qua- 
si setnpre retta o da slato de' pochi potea- 
ti> o da tirannide f o da licenza popolare, 
dalli quali corrotti governi sono nate taU" 
te mutazioni, e tante calamità di quella, 
quante sono note a ciascuno ^ per le anali 
cagioni si. poteva ragionevolmente dubita- 
re , che fosse^ p|jC»Uos difficile cosa introdur- 
re in quella dlét^na buona forma di gover- 
no ^ Ma nondimeno conoscendosi pure che 
il soggetto per sua natura sia qualche 
attitudine a ricevere in qualche parte buo- 
ni governi, mi risolvei in questa opinione, 
che si dovesse avere per ohÌNetto il rimuo^ 
vere questa città del mal uso suo , 'e ehe 
si dovesse tentare d'introdurre in quella 
i migliori 9 e più accomodati ordini ai 
buon governo 9 che si potesse; e fatto que- 
sto presupposto , mi parve che per fonda- 
mento di essi fosse necessario levar yrima 
via gli impedimenti , e perciò rimuovere 
la divisione de' monti, sperando che col far 
dimenticare i cittadini i nomile T uso delr 
le loro divisioni » negli animi di quelli 
avessino a poco a poco ad estinguersi ; 1^ 
qual opinione essendo fondata in vére ra- 
gioni , e conforme' al giudicìo delle sedici , 
che furono prima deputati sopra la rifor- 
ma dd sgoverno , ed anche all' intenzione 



119 

di Monsig. illostrissimo « fa facilmente ap« 
proyala • Dipoi voltando il pensiero a foi> 
itiare la repubblica venni in questa con$i« 
derazioue, che essendo in tutti gli stati tre 
parti , le quali , quando sono ben ordina- 
ti , vengono anche essi stati ad esser ordina- 
ti bene, Tordinator di quelli debba consì- 
derar molto bene, come si ooilvenga ordi- 
nare ciascuna delle sopradd^e parti. L'unsi 
delle quali é quella, alla quale appartiene 
far i magistrati , e per dir brevemente di- 
stribu ir V onore , e Ì\itile , con la conside* 
razione della quale si può con giungere la 
considerazione particolare di ciascun magi- 
strato , ohe sì 'abbia ad introdurre nella rè- 
1>ubblica • L* altra parte è quella che ha 
* ufficio del consigliare , e deliberare di 
Saee, di guerra^ di leghe e di triegue e 
' altri simili cos^ importantissime allo sta- 
to • L^akra è quella, che ha ramministra* 
zìone ddla giustizia. Ora dovendosi appro^ 

£riare queste parli all' ordine della repub* 
Hca e m questo particolar soggetto, e ri-- 
guardando io agli ordini , <x>n li quali la 
città si governava , vidi oh' ella aveva un 
consiglio nominato dal popolo con autorità 
di far i magistrati, ma cne molti cittadini 
di ciascun ordine si trovavano esclusi da 
quel consiglio per gli accidenti seguiti da 
molti anni in qua in questa città . La qual 
cosa generava negli an uni loro mala dispo« 
sizione, e accresceva grandemente la disc^w- 
dia .civile , e per ciò mi pareva necessario 



aio 

rimediare a questo inconveniente ^ rìdiiceii' 
do il consiglio a miglior forma . La qua! 
cosa giudicnerei che si potrebbe fare in più 
modi • Uno de* quali è che tutti i monti 
avessino nel consiglio ugual numero di 
cittadini, Taltro non attendere air ugualità. 
Nel primo modo mi pareva che si potesse 
seguitare quello che li sedici deputati ave- 
vano ordinato nel lor modello, T altro ave- 
va più vie, perche si potevan comprende- 
re nel consìglio tutti quelli che secondo 
gli ordini della città sono cittadini , e hàn-. 
no la età di venticinque anni, o veramente 
solo ammettere quelli che fussino capi 
delle case discese da riseduti, o per vie di 
gratificazione ricevere in esso consiglio qual- 
che piccolo numero di cittadini per ciascun 
monte . Nel pareggiare il consiglio per di- 
stribuzioqe degli ordini vedevo due incon- 
Tenienti, Tuno che non per ciò si compren- 
devano tutti i cittadini , V altro che quésto 
ordine non èra stato accettato, né si poteva^ 
sperare che li popolari volessino approvar- 
lo • Onde lasciandosi questo da parte ci 
voltammo agli altri modi , senza aver ri- 
spetto a questa ;igùalità . E tra tutti quel- 
li mi pareva certamente che 1 primo ibsse 
solo il giusto , ed il più utile alla città 
che si potesse introdurre ; più giusto per- 
chè a ciascuno cittadino si veniva a dare 
qi^uello, che se gli conviene; più utile per- 
chè la città ne aveva a pestare ragionevol- 
mente più contenta e più queta • £ la eie- 



vione de* magisliititi si do^veTa sperare più 
reità , avendo le passioni minor forza nA 
numero grande che nel piccolo , come 
per ragioni e per isperienza si comprènde» 
Ma egli è ben vero che in questo modo 
r ordine de' nove tra gli altri metteva tanti 
cittadini nel consiglio , che 1- ordine popo- 
lare veniva a restar inferiore. Onde .preva- 
lendo questo ordine nel consiglio che av^ 
va da provare la riforma del governo » si 
poteva dubitare , che quel modo difficil- 
mente sarebbe stato accettato . Neil' altro 
modo^ quale si comprendevano i capi del- 
le case discesi di riseduti , nascevano nuo- 
vi inconvenienti ; 1* uno che '1 monte de* 
riformatori metterebbe in consìglio molto 
minor numero di cittadini che ciascun al- 
tro monte ^ la qual cosa gli offendeva di 
maniera 9 che si dubitava che gli a vessino 
a opporsi con tutte le forze loro, accioc* 
che non si ottenesse , V altro che 1 monte 
del popolo 9 conoscendo che si intromette- 
rebbonp nel consiglio tanti cittadini del 
monte de' nove , che i popolari resterebbo- 
no inferiori , si mostrava molto difficile a 
ricevere questo modo . Il quale quanto al- 
l' ammettere solo ì capi delle case discese 
de' riseduti , satisfaceva universalmente a* 
cittadini • Ma non satisfaceva g)à a nessu- 
no il concedere per via di gratificazione al 
monte de' nove, e agli altri, eccetto il po- 
polare il mettere in consiglio qualche pio- 
colp numero di cittadini, parendo a ciascu- 



no ohe qaestò fosée men# obesto » e ià%^ 
Accomodato modo di qaaluaqae aitro , 
Essendosi adunque considerate le condizio^ 
ni di tutti questi modi, si esclude il primo 
e r ultimo , e restò la disfmta sopra i 
due , uno de* quali comprenderà* tatti i 
cittadini senza altro i*ispetto, T altro am« 
metteva solamente i capi delle case discese 
de' rfseduti . Benché a me paresse per h 
corruzione del consiglio é per Rumore po^ 
polare, il.qual prevale, che non fosse facil 
cosa ottenere il primo di questi dna mo* 
di , fui nondimeno d' opinione , che si do*- 
▼esse tentare per* ogni onorata via d'iatpol- 
durlo , perche ottenendosi si dava il mi* 
glior principio che si potesse dare al nuo- 
TO ordine della repubmica, e non otteaea- 
do restava una ferma speranza di poter 
intendere,' il secondo modo • E nell* uqo e 
neir altro caso si mostrava par d* aver co- 
nosciuto , e' voluto quello ea era il miglio- 
re . Ma non essendo seguitata questa mia 
opinione , piacque a sua Signoria illustriss. 
di risolversi al secondo m^do; e per fag- 

Sire i dne inconvenienti , che di sopra ho 
etto , si pensò di concedere de' riforma* 
tori, che potessino mettere nei consiglio 
▼enti cittadini di più, chfi non falsino ca- 
i di casa, oltre a tutti quelli che fuisioo 
eir ordine come di soprsi . E per soddisfa* 
ine al monte del Popolo si disegnò di met^ 
terc nel consiglio trenta cittadini della pia- 
lle . Ora quanto alli riformatori mi pai^ 



I, 



2l3 

Ta ^ die si avessjao a dolere de&a natura y 
e non di altri , se non avevano 4a£iti citta** 
dini abili ài consiglio » quanti gli altri' or^. 
dini , e che . pigliandosi tutti i capi delle 
loro case , come degli altri , avessino causa 
di contentarsi . Nientedimeno mi pareva 
anche^ eh* essendo questa via consentita fa- 
cilmente dagli altri ordini, si potesse toUe* 
rare . E circa aUi trenta plebei consideran- 
do r accrescimento , ch^ essi facevano di' 
presente « e eh* erano per fare successiva*, 
niente «all' ordine popolare , il quale anche, 
senza quelli restava superiore di voti nel 
consiglio, giudicai che si potesse ridurre a 
minor numero , e con satisfazione di tutti 
gli uomini dabl^ne , e de' più prudenti 
cittadini • M^ con tutto questo Monsignor 
illustrìssimo insieme con li deputati si ri-^ 
solvè a intrometterne ^^^enta , e tutta que* 
sta riforma del consiglio fii proposta , é 
accettata facilmente, come vostra Signoria 
reverendissima ha inteso. Formato adun*- 

Sue , e introdotto che fu questo membro 
ella repubblica^ ci voltammo a formar Talr 
tro , eh è il senatorio, sopra il quale si 
con&iderina principalme^nte tre cose , Tuna 
che numero . di cittadini , e di che età si 
avesse da eleggere , V altra quanto tempo 
avesse a durare V ufficio loro , la terza se 
la Signoria , li Consiglieri e li Gonfalonier 
ri , che sono magistrati erdinarj e princi* 
pali di questa òtta , dovevano esser parte 
di questo membro « o no , sopra le quali 



' "■■ l l«-' Ti 



cose dopò matura consultazione , la deter^ 
minato che si eleggessero yenti cittadini di 
età . di quaranta anni » il magistrato de qua^ 
li durasse un anno intero , e con\ questo 
numero di trentasette ^ e questo aggregato 
facesse officio del senato , parendo che que- 
sto numero fosse ben proporzionato al cor- 
po della repubblica, e che T età di quaran* 
ta anni fosse per la gravità, e per la pru- 
denza, che in essa si suol trovare, atta a coq- 
sigliare e deliberare , e quanto tempo di un 
anno si considera che posto che fosse beaefar 
il sfnato a vita, di che si può dubitare, e 
che si potesse anche sperare di ottenerlo ; 
nondimeno non pareva che in questo soggetto 
corrono stesse bene a farlo a vita si per- 
chè si porterebbe gran pericolo che si pi- 
gliassino. troppo autorità, sì perchè si chiu- 
derebbe la via per troppo lungo tempo a 
molti cittadini di pervenu'e a questo grado 
d* onore . Onde necessariamente resterebbo- 
no mal contenti ; per la qual cosa fu riso- 
luto di eleggere li venti per tempo d*ua 
anno , parendo tempo conveniente a poter 
riformarsi, e trattar bene delle cose pubbli- 
che , e si determinò ancora che la Signo- 
ria e li magistrati sopraddetti fussino parte 
di questo membro, acciocché i capi d^la 
repubblica avessiuo quella dignità e au- 
torità , che si conviene com' è detto . Ed 
' essendosi in questo modo formata questa 
parte, restava a ordinarsi quella della giu- 
stizia , alk quale si è atteso con la mede- 



2a$ 

ffioia diligensa , e per ppìmone di persone 
inteUtgenti di questa materia, se gli è data 
maggior perfezione , sebbene sino a questo 
giorno non era stato proposta al consiglio* 
Ora dopo la forma data a questi tre mem- 
bri , restava , per dir il vero, a considerare 
quanti magistrati , e quali ^ e con che cu** 
ra e autorità si avessmo o a introdurre ^ 
o a riformare , esaminando bene ^ogni altra 
condizione , che a quella appartenesse, per 
dar maggior perfezione che si potesse alla 
repubblica; ed 'io verametile fui di parere, 
che non si dovesse pretermettere il dar 
anche qualche miglior forma a questa 
parte del governo . E perchè egli è co- 
stume di questa città, che è avvezza a* 
governi corrotti, far lo scrutinio del ma- 

fistrato , della signoria e /di altri, e im- 
bossolare, come dicono quelli che hanno 
vinto il partito, in tal numero che si possa- 
no trarre di detti imbossolati i magistrati 
sopraddetti per qualche anno successivament 
jte , i deputati proponevano , seguendo Y pr* 
dine de^ sedici , che si facesse lo scrutinio , 
e r imbossolazione di detti magistrati per 
quattro anni, la qual cosa mi pareva tan* 
to fuor di ragione e contra il ben pubbli- 
^co, eh' io non potevo in modo alcuno.con- 
venire con questa opinione , perchè è cosa 
certa , che non sì debbe far giudizio*, né 
elezione di cittadini , ^ che si propongono 
alla . cura delle cose pubbliche , se non 
tempo per tempo che si hanno a elegge-t 
CavMcanùL i5 



K ; òonciossiàchè V animò « ed i òòMucbi^ 
di qudli si vadano stuobrendo col tempo, 
e che spel^so àccaggia che mutino toloatfc 
e costumi , ed oltra di quésto fortuna $ 
aCaio , diventando di poveri ticefai , e di 
tìcchi poveri ; della qual mutafiione nasce 
i) più delle volte non piccola mutatione <lt 
animo e di costumi, per il che mi pare-^ 
va , che il fiir elezione di un gran numero 
di cittadini che avessino ad e$sel*e de' primi 
magistrati peir spazio di quattro anni, fossi 
un grande errore. Oltra di questo èatanit 
Ifesto, che il mantenere la città in questi 
modi ooriotti , è direttamente còsa c6alta«« 
ria air oggetto che si ha di riformarla , ed 
a me pareva , che questo fòsse il più op^ 

Sortuno tempo che si potesse desiderare a 
isusarla da tali ahusióut , ed avviarla a 
Inettere in esecuzione i bt^oui ordini che 
se gli danno, essendo di tanto momento, 
Quinto veramente è k preaenea ed autori*- 
ta di monsignor illustrtsstmo' di Ferrara. 
Ma questa o{^DÌone fu piuttosto lodata ch^ 
fc^Ufita^ta , perchè parte a molti ehe questa 
feitAà fosse convenientemente ordinata quan- 
to a* magistrati , è the difficilmente si ma^ 
terehbono ^i antichi ordini i i quhli $e 
J)tir potevano^ Hcevere maggior perfenooe , 
isi doveva sperare , che il temp6 e ¥ pc^sa- 
lione gii taigliorérebbe • E circa Ximhe^ 
Iasione non l' avevano per tale iBCfmteniea- 
ìe , che per questa volta no¥i « potere tol- 
IcÉrire. M» eettamente ^iiMriio tke )l«^ 



/ 



•S7 
M0«d9re umÌTtrifiliiieiit^ nelle asiom umav 

ua^ cioò che gli uomiai noa si ^rnitiQ v^ 
•olv^re a far. le cosa %an%o perfette , q nuota 
potrebbono» e aocaduto anco in qitesUl 
])articcilare 9 csseodó 9fcaii lasciati i magistrar 
d senza alcuna riforma. Il oha aaea è a?** 
Monto in uo* altra parte , la ^uale senn 
alena dubbio è dkgna di graodi$$ima cpor 
^deraxtone , questa è Tordi oai^iooe delle 
armi, perchè la ragione e la esperieoM 
ci dimostra t quanto rarmi hea ordia^lf 
^iatio salutif(^e alla città, e quanto le mal 
ordinate e non beo regolate dalle leggi # 
tiaoo pernieiose • li cbe si ridato molte 
veke ohiarameote in questa città, nella iquale 
essendo rarmi mal ordinate,' e piuttosto 
private cbe pubbliche > sono state u^sate 
tanto liceneiosamente , e con tautf ealamir 
tedi quelle , quaoto è noto, ed a m^ parer 
va la eoasidera^iooe di qufst| parte tantt "^ 
pitt necessaria , quanto non mi è nase^ae 
che una delle proprietà delle città t nelle 
quali la moltitudine partecipa del governo , 
e che i cittadini aboiano ia guardia della 
repubblica /£. perciò debbano esser arma- 
ti ^ ma però con tali leggi, che le armi 
non possano essere usate se non per ordine 
pubblico e per beneficio della repubblica . 
rer la qual cosa mi pareva , che tutti gU 
altri buoni ordini dr quella npnfussino 
veramente stabiliti né sicuri , se V armi non 
si ordinavano in quel modo che conviene 
per securtà della repubblica • Piacque que*^ 



«28 

sta cotisiderazione graadémeute , e fa Imo* 
Ta a monsignor illustrissimo, il qual non^ 
dimeno giuaicò che si dovesse riservare in 
altrb tempo • Ora in tutto T ordine della 
repubblica potrà forse es$er bramato , che 
non siasi attentato di introdurre, quel modo 
di consiglio 9 che. mi pareva il migliore. 
E se circa il membro senatorio si potesse 
opporre cosa alcuna, sarà forse chi biasime^ 
rà r imbossolazione > . e il non aver rifor- 
mato i magistrati , ne frenato V armi a)n 
migliori leggi, ed io certamente nonuiego, 
che tutte queste cose mi pajono degne di 
qualche riprensione. Il che se -cosi è, io 
non ne debbo ricevere imputazione alcuna , 
essendo noto a molti quali sono stale Topi- 
ziioni mie t e con quanta libertà io abbia 
sempre parlato • Ma se sarà giudicato altri« 
menti , e massimamente da \ ostra Signoria 
revei*endissima , io facilmente confesserò di 
non aver avuto opinione conforme alla mia 
rettissima intenzione. 



«29 



AL AE CRISTIANISSIMO 

ENRICO SECONDO 

itr IfOMM 
DBt CARDISTALB DI FSBAJRA 

scritta ìalli 7. Settembre i552. 



^ 



s 



IRE • S' io ho differito sino a questo gioi^ 
no a dar notizia a Vostra Maestà delle co- 
se appartenente al goveraa di questa città » 
n'è stata cagione salamente Faver io aspel* 
tato di poterle scrivere qualche cosa certa 
e risoluta , giudicando che ella avesse a 
restar più soddis&tta d'aver con più lun« 
ghezza di tempo qualche ceKezza ai queste 
cose, che d'intendere presto quanto elle 
fussino confuse ed irrisolute . Ma poiché 

Ser grazia del Nosiro Signore Iddio si a 
ato principio alla riforma di questo gover- 
no buono e conforme aUa volontà m Sue 



/ 



Maestà^ bo Telato settM più dilazione darle 

il «Mtft fi^nk^k» fidala. &A ^m&A 

eh* io venni in questa città ho continua- 
mente pensato > ed operato con tatta T in- 
dustria e diligi^nza che ho potuto , per 
trovar mo<Ìo di riunir questa città « e ri- 
durla in mia forma di governo più retto , 
e più conveniente a quella , e dellct quale 
Vostra Maestà pot^^ise. c^aggiorn^ente confi- 
dare^ siccome io sapeva esseie la sua in- 
tenzione » E avendo io per moki giorni 
conferito separatamente con molti de' più 
prudenti, ie fiii qualificati cittadiot per ac- 
quistar maggiir notizia che io poteva delle 
cose della città e della loro opinione, de* 
liberai finalmente, per uscir presto alla re- 
soluziime della fcnm'à Tid. governo , di do- 
mandare alla signoria che facesse eleggere 
dal consiglio del popolo 'qualche numero 
di cittadini , i quali avessiuo autorità di 
brattar meco , e cm moàsignòr di Teìnies 
-éélh rìfoìwa dello staAo . Gilde «ssendu 
,aiati prontamente fletti otio oitlMÌim ^ ia 
-dipoi «Otto stalo ogni giorno «con loro ia 
Jfemghi discomi sopra questa vnt&na^ t^à- 
iderando non solò la aatum di auestn dttà^ 
4a ^tMiIìtà de* govetvi » che ^eUa ha «v«ia la 
titlaggioil^ parte dal btmfo s ^ptàìò d» m 
4toto dcÉsrmhmto ultimaitiente dittli sedioi 
t^ttadini , e Topi^one de'mctla ma ancbk 
A precètti degU Hanticbi saivj , le 4'«sempto 
mie repnl^liche heh ordini^. Dalle qtuili 



fit <itt|^ em 6tata retta per Io ]più o 4^ 
jpochi poterli citta4ÌQÌ » o da ud tiranno ^ 
o da pop(^ HceaziOM , e qìx9 siccome $11% 
^m iHrv«z2a a tu cattivi governi, pwdi9 
era difficil cosa ridurla ai buQui; eo^ì ^'^ 
eke per matura sua era capai^ di qaalch# 
ratta ò li})9ro statp, pér^^è esseado covpl» 
postf di cittadini per« la «aediocrift^ dttijif 
riedftcsste atti a. comandare ^ ed «tbbidLr 
eivitmefnte f viene s^i^^o rppÌQÌ4yne'de*9a<« 
V} od iSiBsere ^oggetto at(;o a riofivere quelita 
foriaa di governo , djie specisdnieate è chia? 
mata repubblica. Pareodooii aduoqaei^ chf 
questo mudo di gpvfi;i;io fo$^ il pjù coi^ 
veaioEiite db^ $t p^t^se dv? 9 |9ue$ta ci^i^ 
ho auGO giudicato ch/^ spa il pi^ retto « 
e per VotU'a SiiaeÙÀ il pig si^^Ot 9 pi4 
Utile ^ Pia r^lto^ percbf pf^ mpsodiquel^ 
ai pr*ovve4e m^io ai bfine ^aivf r^ale » aU# 
libentè» ed alla q^eti^ della ^ità» dcuro f 
più alile m Vostra Ma«^ ^ pf ix^^ neUf ccr 
pulibUebe ^i Stuple trovare 4pii&tai»f a , (|^ grar 
fUudioe gri9^e vfr^o i lora lieo^fattori ^ 
amiei > coMne fi^ molfii ^99^p} m potrel3^b# 
dimàifiraire^ Oltre a qiiH^to mi pareva « obf 
«f^mtendo io la via c^ntriiria a quella 4?bfp 
jiamao semprf ieaota Ai ^imatri 4fsU* loi^ 
iradof^ , i quali hauiip aeiaprf oodrìtp Jf 
4ia€Qrdi« civili , ed opprtpeK) Aa libertlt ^ ft 
^eo 4coBiuiie, per n^ieezo de^gov^rai $tr^ 
4^ itìraiP^aici , si potes^ iiperaiy di arere, j^ 
filUibiliiìe in f i|e«^ eitt^ i^ diFOi^iou? cbe f 



r 



de* benefici riceruti da lei • Fatto adunque 
questo presupposto, che in questa città si 
dovesse introdurre forma dì repubblica , e, 
arendo considerato gli ordini del governo , 
che ella ha di presente » venimmo io e 
li cittadini deputati sopra questa materia 
unitamente in questa opinione, che fosse 
necessario prima distruggere i fondamenti, 
è levar via T occasione della disunione , 
aprendo la via ali* unione ed alla concor- 
dia civile • E benché non si abbia da spe- 
rare» che cosi facilmente s'abbiano a rimuo- 
Irere dall'animo dei cittadini le passioni 
già invecchiate in quelli per le loro divi- 
sioni « non è però da stimare debil prìnci* 
pio il tor tia r impedimento dell* unione. 
Onde noi ci risolvemmo* a spegnere la di- 
stinzione delli quattro ordinilo monti, 
nei quali già sa Vostra Maestà esser divisi 
tutti i cittadini , e di fere un > aggregato 
ed un corpo solo di quelli • Dipoi voltan- 
dosi alla rifórma del governo , e conoscen- 
do che a voler che fosse ben ordinato, 
era necessario ordinar bene tre parti di 




L'altra è quella che debbe<x>nsigliare delle 
cose importanti allo stato-, come di guerra» 
di pace » di leghe , di treeue ed altre simili 
cose . La terza e quella , cne per amministra- 
re la giustizia ci mettemmo ad ordinar per 
la prima ^ còme quella che è il j^adamea- 



233 
to del governo , e che tiene luogo di prm« 
cipe nella repubblica ^ chiamata in questa 
città consiglio del popolo • 11 qual consì* 
glio avendo io trovato pur ordinato ia 
qualche modo , mi resta a considerare» sé 
si doveva o mantenerlo come stava , o 
restringerlo, o allargarlo; e discorrendo 
sopra questa materia, conobbi chifirameu- 
te , che dal mantenerlo nel nìodo che era 
ordiiiato , misceva , che si manterrebbe 
nella città la mala contentezza di un graa 
numero di cittadini ben qualificati, e là 
cagione di grande e pericolosa disunione ; 
e che il restringerlo causerebbe maggior- 
mente i medesimi inconvenienti, e sarebbe 
ancor cosa più ingiusta e più tirannica • 
Onde fu risoluto , che si dovesse ampliare^ 
massimamente perchè molti cittadini , per 
gli accidenti seguiti in questa città da molti 
anni , si trovano esclusi dal consiglio, sen- 
za alcun dubbio generava mala disposizione 
in loro , e accresceva la divisione della cit- 
tà • £ perchè col ritirargli nel consiglio 
acquistavano amici , e fattori non solo alla 
V^pubblica ma anche a Vostra Maestà ; olire- 
te la ragione e la giustizia richiedeva , 
ebe cosi si ordinasse il consiglio, con ve- 
, lìimmo adunque in questa opinione, che si 
dovesse ammettere nel consiglio del popolo 
un numero' d* antichi cittadini ; ed oltre 
a questi alcutii uovi ordinati di buone 
qualità per la ragione , ed in quel modo 
we Vostra Maestà potrà più CQH^Hlaoiea* 



I . 



le veder per lo icrìllo farmAte §ùfn ciò# 
cbe io le mando eoa oiiesta» R cosi av^oi» 
do loprovTedptQ airumo&e de*cittadim,e(l 
•Ha riforma dfA consiglio dd popolo » deli^ 
krat di non pasiare più jmiaazi » prima 
che queste due cose fot^ro amroirate» ed 
accettate ^^ parendomi che la forma totale 
del govèrno f avesse a questo modo a<K>B< 
durre più fiicilmente al fine desiderato # 
Onde io mi mossi a domandare alla ^igao-* 
Ita cl&e volesse &.r adunare domeiiìco feis* 
^ta, cine fu il quarto dì del mese, it doq^ 
^Ho del popolo per proporre quanto era 
«tata determinato da me, e gioirlo deputa? 
ti aino a quel giorno ed adui^ato ch^ £4 
il consìglio « mi transfeiii 14 d^uiro» Eperi^ 
^lè il sìf^nor Enea Pìccplomini era arrif9^ 
quel giorno 9 mi parve a propoaiAo di faf? 
prima leggiere nel consiglio le l.«ttere cb« 
Vostra Uaestà aveva aeritte lal goverpQ, ^0* 
pm le quali osso «tgoor Enea pprlò diipoi 
molto Mcomodatamante* Ed io gludica^r 
do che il paH^ mio potesse pur mr qualr 
che profitto , liù rÌM)lvei di parlare» e de^ 
ti principio al mÌ0 < ragionaineulo col fa^ 
loro ìntendbeve quanto espressaiiaeiite Tos^n 
Maestà vbà aveva joommi^so , non ^olo ch$ 
io ofterisai ia quertit ^citt^ Uittg rauAarità^ 
e le forse sue» «aa ijie io le «sassi JUrg^ 
moote per U difesa » e ponserv>aziooie d^ 
hbeiìlli e dello Mato di quella • dinko^tanii' 
do loro quanto dovevano sp^rarp nella g^ 



23S 
Vostra Malesia « ouaìQita stima doveano fare 
4i Msì> larghe offerte , e di qui passai a 
«dire cke non parrebbe 4k Vostra Manta dt 
aver soddiaiitto iislèraitieiite alh buona yo^ 
lontà sua <vers<> di qtiote città , se olire a 
mieUo ohe ella aveta fatto sta qui ^ <e 
àie em pronta a &re per la Hbertà e per 
4a salate di questa città conterà ai uimioi 
suoi 9 ella non procurasse ^con ogni dilìgett»- 
%ft'^ ehtt si tatrodui^esse in qilélk rumone^, 
# una bwonik « èe»e accomcdata ferma 
di n^ubMtca, sopM la qual materia seguii 
iasdo di -esporre quanto io arevo e per 
«e stesso ^ m iusieiBe ctm <gU ecui cittadi^ 
ni eonsi^rato , diseorso q# ufiiiamente 
risoluto per fondioneuto ddla libertà e di 
liuou «goiremo , gU esortai ., quanto pia ef*- 
ficaeemeMe aieppì, voler approtnt e ^ ed ac«- 
ccitfare UsMo p&r beucfieio pubblico , e dare 
a Vòstra Maestà queslo inditiD i£ gratitudi*- 
fie> e quella satijgfteuotie col dkoostrarsi 
lieu disposti -a ricevere qtt<i^U orditali , ehNe 
da* ministri di quella e neU|a loro città 
«reno aMiti «njitamehte giudicati nn|;Iìori^ 
più eoiivenìenti* fi^^p^^ paio- 

lo in qtieaua miMemìà^ hdi liggereia scri^^ 
^ra ddih quale mmào ^eopia a Vosii*a^ 
ìifaèsià^ ^ ampra qnelk parlarono dipoi 
4* AroWmemo di qw^ città ^ e wohi laii* 
Saltini ^ 9 iié^tando per oiienér queito isìm 
tà era fyaropiosto ^ i daie tet^k- 4e* iK>ti » né 
tìàìl i quattro ifuiMi ;, a codi ottenni ilt^is» 
te- iMda ^cnmftn ^Maislansio dal -^conaiìÉttD j» nnn 



£ 



tanta letizia di quésta città , con tanti 
onore e riputazione di Vostra Maestà ^ 
quanta si potesse de^derare parendo, a, eia* 
ouno che con r autorità , e sotto la prote« 
zioiie di quella si sia dato ottimo principio 
al buon governo . di questa città ,* e confes^ 
sando ognuno di essere in universale, ed 
ip particolare tanto obbligato a Vostra Mae- 
stà, che non possano pur ad una minima 
.parte dell* obUigazione soddisSare « Restami 
ora a rifoiTnare le altre due parti del governo, 
cioè quella che ha a consigliare e quella 
che debbe amministrare la giustizia , alle 
quali attendo continuamente con , la mede- 
sima diligen^pt che ho usato nelle altre; e 
con ferma speranza, .che- tutto il, corpo 
della repubblica abbia a venire ben com« 
posto secondo il Soggetto , ed ordinato a 
soddisfazione di Vostra Maestà, con la qua* 
le, siccome io mi rallegro di ciiore della 
gloria che ella acquista ogni di maggiore, 
per essere dopo la liberazione di questa 
città , autore ai tanti buoni ordini per lo 
stabilimento della libeì*tà e del bene uni* 
versale ^i f quella , cosi anco V assicuro , 
che le. fatiche mie, quantunque gravi , mi 
parranno sempre le^ieri per servìzio ed 
cuor di quella, e che io non prometterò 
cosa alcuna, per mezzo della quale io pos« 
sa sperare non solò che si abbia a mante- 
nere , ed accrescere Y obbligazione e. la* 
divozione^ di; questa. città verso di lei ,' ma 
che si t abbia .anche ad '^ illustrare^ più ohia^ 

ramente il $uo gloriosissimo nome. 



237 






AL RE CRISTIANISSIMO 

ENRICO SECONDO 

IN NOMS V 

i ♦ 

VÉL CJRDINALB DI FMRRASLA. 



S 



iHE. Per UQ^ altra miiEi, la quale Vosti^a 
Maestà ayrà insieme con questa , Tho fatto 
intendere ^ come avendo ottenuto nel con* 
sigilo del popolo con gran consenso la ri- 
forma d*una parte principale della repub- 
blica, attendeva con la medesima diligenza 
a ordinare Taltre che restavano , e per que- 
sto dico a y. Maestà 9 come avendo io poi 
risoluto insieme con li deputati in che 
modo si dovesse ordinare quella parte della 
repubblica , che ha a consigliare e a deli- 
berare delle cose importanti allo stato , la 
\ quale ho nominato senato , mi è parso di 
non differire, a far proporre tale ordina- 
zione nd coAsiglio del popolo. Onde f^ 



i3« 

tolo convocare alli i3. e trasferitomi ief 
quello y parlai sopra tal materia il più ae« 
comodatamente eh* io seppi » esortando i 
cittadini ad approvare quello che con ma- 
tura consideratone era stato da noi esami* 
nato, ed unitamente determinato. E per« 
ciocché tra^ndosi dell* ordinare il sepalo, 
pareva che si convenisse avvertire i* .citta» 
dini quanta importanza fosse alla repub- 
Mica 9 risultando a quella la maggior parte 
del bene e del male dai consigli e dalle 
deliberazioni pubbliche, poiché ebbi trat- 
tato questa, parte convenientemente quanto 
seppi 9 mi parve di poter passare con una 
buona occasione a ragionare della guerra 
che soprasta a questa città , dicendo che si 
dovevano desiderare in ogni tempo d^avcr 
ben ordinato il loro senato, per poter esse*^ 
re ajtttato dalli prudenti cònsi(pi ; ed oca più 
che mai dovevano desiderarlo ^ poiché i 
nimici della loro liceità preparavano I-armi 
centra di loro. Ùl qual cosa certamente 
non mi pareva cl^e dovesse generar tiniora 
n^li animi loro, perche dovevano oDofi* 
dare prima neirajato divino, il quale noa 
aciol mancare alle giuste eause, quale é la 
loro ; tanto più che avendolo avato sì pror 
pizio nella restituzione della libertà , aveva^ 
no ida sperare di non Tavere punto tnaneo 
nella difesa e eonservazmie ddla lib^** 
fa e dello stato loro. Di p^i polevauo pur 
conoscere quanto ài dovesse proflaèttere 
d«Ua pv#tezioQe di V. Maestà^ si i>er k 



a8§ 
potetira *« (Mipìenzn sua dimostrtta felice^ 
inetiie in tante altre imprese , 6i per it 
paterno amore cfa* ella porta a questa città^ 
e soggiungendo a questo che si potevano 
persuadere, che Monsignor di Termes ed 
jo come ministri di Vostra Maestà , e come 
afìfeiiionatissimi a questa città, non preter* 
mettiamo cosa alcuna che si potesse fare 
per salute di quella, E finalmente gli pre^ 
gài che irolessino concorrere nella conserti* 
^a^ione di loro stessi • e corrispondere al<* 
r opioioile che si aveva di Loro con una 
ferma unione» e con una gran prontezea 
ad eseguire tutto quello ohe fosse giudicato 
a proposito per il ben pubblico . E poiché 
io ebbi parlato in questa sentenza, feci pro- 
porre tutto quello che si era ordinato , il 
che fu. accettato con gran consenso, e con 
molta soddisfazione della città • E percl^ò 
Vòstra Maestà potrà vedere, quando le pia- 
cera» più particolarmente questa paiate di 
riforma per lo. scntto che io le mando , 
non le dico altro per questa materia , se 
non che neirordinare il senatoio ho avuto 
riguardo , che U numero de* senatori non 
sia né tanto largo che sia disproporzionato 
al corpo della repubblica, e cne'l consiglio» 
e la deliberazione delle cose segrete e im- 
portanti non si commetta a troppi , uè an- 
che si stretto , che la qittà venga privata 
del consiglio di molti • Ed in esso senato 
ho compreso i magistrati principali della 
repubhhca» come si conveniva tea in qu^ 



«4^ " 

;yt& ti in ego* altra condieiona di ^fjlh 
ho avuto rispetto a oixlinarlo in modo, cbt 

SU abbia conyenìeate forma ^ e cbe Vostra 
aestà noQ abbiax causa di diffidarne • Re* 
stami ora a ordinar la terza ed ultima 
|Mirte della repubblica che appartiene alla 
giustitia» della quale ^ero spedirmi assai 
presto , oon darle maggior perfezione di 
quella che ha, sì che Vostra Maestà possji 
ragionevolmente restare con qualche sod« 
disfazione anche in questa parte • U cbe 
desidero grandemente che mi sucofdiai non 
avendo altro oggetto che il servizio e gloria 
di Voatra Maestà. 



IL FINE 






* s 



Jl 



' .T 



.^m 



• i 



*".' •• 



» j 



if